Bruciore di stomaco: rimedi e cause

Introduzione

Il bruciore di stomaco, anche definito “pirosi”,

  • è una sensazione di fastidio, a volte dolore, descritto come urente, ossia “bruciante”,
  • localizzato dietro lo sterno o a livello epigastrico, cioè a livello della porzione alta dell’addome comunemente chiamata “bocca dello stomaco”.

Gli anglosassoni descrivono questa sensazione curiosamente “heartburn”, ossia “cuore che brucia”, termine che, al pari del nostro, ben indica la spiacevole sensazione di fastidio retrosternale. Circa il 45% della popolazione lamenta pirosi retrosternale con frequenza mensile, mentre circa il 10% ne soffre giornalmente.

Questo sintomo può essere indicativo di numerose malattie e condizioni, differenti tra loro in tema di

  • cause,
  • gravità
  • e trattamento.

Una delle patologie che più comunemente provocano pirosi retrosternale è la malattia da reflusso gastroesofageo, ma è necessario considerare anche le esofagiti, le diverse tipologie di gastriti e l’ulcera gastrica.

Talvolta, il dolore retrosternale che viene erroneamente imputato allo stomaco o all’esofago può essere invece determinato da problematiche cardiache, come angina pectoris o infarto del miocardio; questa consapevolezza suggerisce che è importante iniziare fin dal principio una diagnosi differenziale che escluda le problematiche cardiache, che richiedono una diagnostica e un trattamento talvolta immediato.

Ciò che guida la diagnosi differenziale è il corredo sintomatologico che accompagna il bruciore di stomaco, spesso caratteristico:

  • Ad esempio, la pirosi retrosternale associata alla malattia da reflusso gastroesofageo si manifesta tipicamente in fase postprandiale, specie dopo un pasto abbondante o che comprende cibi ad alto contenuto di grassi, cioccolato, o alcol; è spesso accompagnata dal rigurgito, ossia dalla risalita spontanea di contenuto gastrico fino alla cavità orale, non associata a vomito. La comparsa di questi sintomi è favorita dalla posizione sdraiata, che è infatti sconsigliato assumere subito dopo il pasto, e che giustifica i risvegli notturni lamentati dai pazienti che soffrono di malattia da reflusso gastroesofageo.
  • Nel caso in cui la patologia che provoca bruciore di stomaco abbia origine gastrica, il sintomo descritto si trova più frequentemente associato ad eruttazioni frequenti, senso di sazietà precoce, ripienezza post-prandiale (sensazione prolungata di ristagno di cibo a livello dello stomaco) nausea e vomito. Questi sintomi, se si presentano insieme, descrivono la “dispepsia”.
  • A volte, il dolore provocato da patologie di origine cardiaca come l’infarto del miocardio o l’angina pectoris, può essere confuso con il bruciore di stomaco. Nel caso il dolore retrosternale sia di origine cardiaca, esso non regredisce con gli antiacidi e si presenta generalmente come un senso di oppressione toracica. La comparsa di nausea o vomito può confondere ulteriormente il quadro. Mentre nel caso dell’angina pectoris il dolore si placa con il riposo, nel caso dell’infarto del miocardio esso insorge in maniera acuta, è violento, prolungato e non regredisce con il riposo. Importante è anche sottolineare che il dolore spesso si irradia alle braccia, alla mandibola, al collo e al dorso. Quando il dolore assume queste caratteristiche, è assolutamente necessario avvertire tempestivamente il medico ed eseguire un elettrocardiogramma per escludere la presenza di infarto del miocardio.

Questo articolo analizzerà le diverse cause più frequenti della pirosi gastrica e retrosternale, cercando di fare luce sulle diverse sintomatologie, diagnosi e possibilità di terapie che le caratterizzano; per trattarle con ordine verranno riportate e classificate in base all’organo di origine, rispettivamente esofago e stomaco.

Per quanto riguarda le patologie cardiache, responsabili di circa lo 0.6% dei casi di bruciore di stomaco (fonte), si rimanda ai relativi articoli di approfondimento:

Primo piano di due mani che si incrociano sul petto a causa del senso di bruciore

iStock.com/PeopleImages

Cause esofagee

L’esofago è un organo muscolare lungo circa 25 cm la cui funzione è quella di trasportare il cibo dalla cavità orale allo stomaco.

Al confine tra esofago e stomaco troviamo lo sfintere esofageo inferiore, un ispessimento muscolare che, unitamente ad altri sistemi anatomico-funzionali chiamati “anti-reflusso”, impedisce che il materiale gastrico risalga a livello esofageo. Le patologie ad origine esofagea che possono provocare bruciore retrosternale comprendono la malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE) e le esofagiti.

Malattia da reflusso gastroesofageo

La malattia da reflusso gastroesofageo è la causa più comune di pirosi retrosternale.

È una condizione dovuta all’eccessiva risalita di contenuto gastrico a livello dell’esofago. Tale risalita viene considerata un fenomeno fisiologico se limitata ad alcuni episodi occasionali associati al periodo postprandiale (dopo i pasti), mentre se tali episodi diventano frequenti, ma soprattutto provocano sintomi extra esofagei o complicanze, si configura la vera e propria patologia.

Il continuo contatto tra il contenuto gastrico e la mucosa esofagea (cioè lo strato più interno dell’esofago) può, se ripetuto e non trattato, provocare danni alla mucosa stessa, determinando l’instaurazione di un’esofagite, ossia di un’infiammazione a carico dell’esofago.

I fattori di rischio che concorrono nello sviluppo della malattia da reflusso gastroesofageo sono:

Anche durante la gravidanza, sia per motivi ormonali che per motivi compressivi da parte dell’utero verso le strutture addominali, è frequente che le donne lamentino la sintomatologia tipica della malattia da reflusso gastroesofageo.

Il “reflusso” di tale materiale è dovuto alla scarsa continenza dei sistemi “anti-reflusso” sopracitati. Tra questi una particolare menzione merita il legamento freno esofageo, una struttura fibrosa che svolge, tra le altre funzioni, quella di trattenere lo stomaco a livello addominale, cioè inferiormente rispetto al diaframma. Nel caso di lassità (cioè debolezza intrinseca) di tale legamento, si può instaurare l’ernia iatale, ossia una risalita della prima porzione gastrica attraverso lo iato (il foro) del diaframma deputato al passaggio dell’esofago. Se l’ernia iatale è di dimensioni cospicue (maggiore di 2 cm), diviene un fattore di rischio per la malattia da reflusso gastroesofageo.

I sintomi della malattia da reflusso gastroesofageo si classificano in:

  • esofagei (sintomi tipici):
    • bruciore di stomaco,
    • rigurgito, che può essere acido (se limitato al contenuto gastrico) o alcalino (se interessa anche contenuto intestinale).
  • non esofagei (meno frequenti):

I primi due sintomi caratterizzano la malattia da reflusso gastroesofageo, anche se talvolta il rigurgito può mancare.

In genere per la diagnosi è sufficiente un’accurata raccolta della sintomatologia, che costituisce indicazione al trattamento. In caso di

  • presentazioni atipiche,
  • non risoluzione del quadro nonostante la terapia
  • o presentazione in età avanzata

è necessario approfondire mediante alcuni esami strumentali. Tra questi, il più mirato è la PH-impedenzometria delle 24 ore, che consente, mediante una sonda introdotta tramite le cavità nasali, di registrare la pressione intraluminale, il pH e il tipo di reflusso (acido, alcalino, solido, liquido) a livello esofageo.

Poiché l’esame ha la durata di una giornata, è possibile misurare il numero degli episodi di reflusso, la durata singola e cumulativa e il rapporto tra tali episodi e gli atti fisiologici (ad esempio, la posizione supina). L’esofago-gastro-duodenoscopia (EGDS), comunemente chiamata “gastroscopia” invece ha la funzione di escludere la presenza di complicanze della malattia da reflusso gastroesofageo. Le complicanze di tale patologia comprendono:

  • esofagite da reflusso (presenza di erosioni della mucosa esofagea),
  • stenosi esofagea (ossia la formazione di una cicatrice che restringe il lume esofageo),
  • la metaplasia di Barrett, ossia un cambio conformazionale della mucosa esofagea che per adattarsi al nuovo ambiente acido viene sostituita da epitelio colonnare, più resistente. Tale cambiamento costituisce un determinante fattore di rischio per lo sviluppo del tumore all’esofago (adenocarcinoma esofageo).

La terapia si basa sostanzialmente sul cambiamento dello stile di vita e sull’intervento farmacologico.

  • Dal punto di vista dello stile di vita è importante
    • smettere di fumare,
    • ridurre il consumo di cibi speziati, piccanti, di caffè, bevande gassate ed alcoliche;
    • incrementare l’esercizio fisico,
    • ridurre il sovrappeso (dimagrire).
    • È possibile anche intervenire sul decubito notturno alzando la testata del letto di circa 15-25 cm.
    • La terapia farmacologica invece consta di farmaci antiacidi (inibitori di pompa protonica o antistaminici H2) e di gastroprotettori.

Esofagite

Le esofagiti sono infiammazioni della mucosa esofagea. L’origine dell’esofagite può essere:

  • erosiva (da reflusso, vedi sopra),
  • infettiva (da candida, da herpes virus o da citomegalovirus),
  • attinica (ossia legata all’esposizione a raggi X secondaria a radioterapia toracica),
  • caustica (secondaria all’ingestione di acidi o alcali),
  • eosinofila (per attivazione eccessiva della risposta infiammatoria).

Le manifestazioni cliniche associate all’esofagite sono

  • dolore/fastidio retrosternale,
  • pirosi,
  • disfagia esofagea (ossia la difficoltà a portare a termine la deglutizione),
  • talvolta nausea e vomito.

La diagnosi è permessa dall’esecuzione di un’indagine endoscopica. La terapia dell’esofagite dipende sostanzialmente dalla causa: saranno prescritti antimicotici o antivirali in caso di origine infettiva, antinfiammatori in caso di esofagite da raggi, e steroidi in caso di esofagite eosinofila. Nel caso di danno da assunzione di caustici, invece, può essere necessario intervenire chirurgicamente.

Cause gastriche

Tra le cause gastriche di bruciore di stomaco evidenziamo le gastriti, ossia infiammazioni a carico della mucosa dello stomaco, e l’ulcera peptica.

Gastrite

Le gastriti possono essere classificate in acute e croniche sulla base della durata, mentre in base alla causa possono essere distinte in:

  • gastrite da Helicobacter Pylori,
  • gastrite da farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS),
  • gastrite atrofica autoimmune.

Gastrite da Helicobacter Pylori

Helicobacter Pylori (HP) è un batterio praticamente ubiquitario in natura e la sua trasmissione avviene per via oro-fecale. La sua peculiarità è la capacità di resistere e replicare al livello gastrico nonostante il basso pH. L’infezione da Helicobacter Pylori può decorrere in maniera asintomatica o manifestarsi con la sindrome dispeptica, che comprende

  • dolore epigastrico,
  • eruttazioni frequenti,
  • senso di sazietà precoce,
  • ripienezza post-prandiale,
  • nausea e vomito.

La diagnostica richiede la esofago-gastro-duodenoscopia con biopsia gastrica. In alcuni casi è possibile ricorrere a test meno invasivi come il breath test all’urea (che consiste nella somministrazione orale di urea marcata che viene poi ricercata nel gas espirato) o nella ricerca di antigeni dell’Helicobacter Pylori nelle feci. La terapia prevede la somministrazione di antiacidi combinati con antibiotici, per l’eradicazione del batterio. Se non trattata, la gastrite da HP può evolvere in ulcera peptica e costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo del tumore allo stomaco (adenocarcinoma gastrico).

Gastrite da farmaci antinfiammatori non steroidei

I farmaci antinfiammatori non steroidei, comunemente riassunti con la sigla “FANS”, raggruppano una serie di farmaci con effetto antinfiammatorio, antidolorifico e antipiretico comunemente usati sia nella pratica clinica sia come prodotti da banco.

L’assunzione prolungata di elevati dosaggi di FANS determina un disequilibrio tra i “meccanismi di difesa” e i “fattori di aggressione” della mucosa gastrica, a vantaggio di questi ultimi. La sintomatologia si riferisce al quadro della dispepsia. La prevenzione del danno gastrico consiste nel limitare la somministrazione di FANS alla dose minima e ai tempi minimi di trattamento, e in alcuni casi nell’associare a questa l’assunzione di gastroprotettori. Le complicanze sono la gastrite acuta emorragica e l’ulcera peptica.

Gastrite atrofica autoimmune

La gastrite cronica atrofica si configura come una malattia autoimmune causata dalla presenza di anticorpi diretti contro le cellule parietali gastriche e contro il fattore intrinseco, una sostanza normalmente secreta dalle pareti dello stomaco necessaria per l’assorbimento della vitamina B12. Le manifestazioni cliniche della gastrite atrofica prevedono la classica sindrome dispeptica associata ad anemia. L’anemia si instaura per mancato assorbimento di vitamina B12 e di ferro.

Questa condizione può predisporre allo sviluppo di

  • polipi,
  • zone di metaplasia,
  • displasia
  • e neoplasia gastrica.

La diagnosi prevede, dopo il riscontro della positività anticorpale, un esame endoscopico con biopsia. Tale patologia non è reversibile e il rimedio è solo sintomatologico, mediante la somministrazione di procinetici per il trattamento della dispepsia.

Ulcera peptica

L’ulcera consiste in una lesione che coinvolge gli strati più profondi rispetto alla mucosa. La sede dell’ulcera può essere gastrica o duodenale. Tra i fattori di rischio per lo sviluppo di ulcera peptica ricordiamo:

  • infezione da Helicobacter Pylori,
  • assunzione di FANS,
  • fumo di sigaretta,
  • consumo di alcolici e caffè.

Il quadro clinico varia in base alla sede dell’ulcera, ma si manifesta spesso con

  • bruciore di stomaco, irradiato alla schiena e aggravato dall’assunzione di cibo,
  • spesso associato a nausea e vomito.

L’ulcera duodenale invece provoca un dolore epigastrico non irradiato che si manifesta lontano dai pasti e viene alleviato dall’assunzione di cibo.

Le complicanze che possono aggravare l’ulcera peptica sono

  • emorragia,
  • perforazione,
  • stenosi,
  • penetrazione.

La diagnosi richiede l’esecuzione di una esofago-gastro-duodenoscopia.

La terapia prevede la somministrazione di antisecretivi e l’astensione da cibi/fattori di lesione della mucosa, come fumo di sigaretta e FANS.

 

A cura del Dr. Alberto Carturan

FONTI

  • Rugarli C., Medicina interna sistematica 2000
  • Harrison, Principi di medicina interna, 18ª ed., Milano, CEA Casa Editrice Ambrosiana, 2012

Uveite dell’occhio: sintomi, cause, pericoli e cura

Introduzione

L’occhio è composto da 3 strati:

  • sclera e cornea, che rappresentano la tonaca esterna,
  • uvea, che rappresenta la tonaca media vascolare, cioè quella contenente i vasi sanguigni necessari al sostentamento di tutte le strutture oculari,
  • retina, rappresenta la tonaca profonda anche detta nervosa.

Per uveite si intende l’infiammazione della tonaca media vascolare dell’occhio, anche se spesso si parla di uveite anche quando un processo infiammatorio abbia coinvolto strutture esterne all’uvea, come la cornea, la retina o la sclera; questo accade frequentemente per la vicinanza delle strutture oculari, dove il processo infiammatorio dall’uvea si estende alle strutture contigue come appunto la sclera, la cornea o la retina.

Le principali cause sono:

  • trauma oculare,
  • agenti infettivi, soprattutto virus e batteri,
  • malattie sistemiche, soprattutto autoimmunitarie.

I sintomi più caratteristici dell’uveite sono:

  • fotofobia, ovvero un’ipersensibilità (fastidio) alla luce,
  • visione offuscata,
  • occhi arrossati,
  • dolore,
  • lacrimazione,
  • bruciore.

Per la diagnosi di uveite sono fondamentali l’anamnesi e l’esame obiettivo, coadiuvati in alcuni casi da specifici esami di laboratorio ed esami strumentali.

L’uveite rappresenta una patologia piuttosto seria che richiede un immediato intervento medico: si possono infatti sviluppare gravi complicanze in grado di danneggiare le strutture oculari fino a causare cecità permanente.

Il trattamento è di tipo eziologico, mirato cioè alla rimozione della causa sottostante. In linea generale per ridurre i segni dell’infiammazione e minimizzare il rischio di complicanze gravi si fa uso di farmaci corticosteroidei e farmaci midriatici (che dilatano la pupilla).

Cause

In base all’origine della causa scatenante, l’uveite può essere classificata come:

  • esogena, se la causa consiste in fattori esterni all’organismo, come un trauma o un’infezione;
  • endogena, quando le cause sono da cercare in un tumore o una malattia sistemica autoimmune.

Quando tuttavia non sia possibile individuare una causa scatenante si parla genericamente di uveite idiopatica.

Per quanto riguarda le cause esogene, tra le principali ricordiamo:

Le cause endogene di uveite sono rappresentate da diverse malattie sistemiche, la maggior parte delle quali di tipo autoimmunitario, con formazione di autoanticorpi che vanno a colpire le normali strutture dell’organismo, in questo caso quelle oculari. Troviamo l’uveite associata soprattutto a:

Sintomi

Di norma i sintomi dell’uveite compaiono rapidamente, sin dall’esordio della patologia, ci sono tuttavia casi in cui i sintomi clinici rimangono subdoli e il sospetto di uveite nasce solo tardivamente, con forte rischio di sviluppare complicanze.

I principali sintomi sono:

  • fotofobia, ovvero un’ipersensibilità alla luce che diviene molto fastidiosa, a volte addirittura causa di dolore,
  • visione offuscata e annebbiata,
  • occhi arrossati,
  • lacrimazione abbondante,
  • dolore,
  • bruciore,
  • miodesopsia, percezione di macchie scure nel campo visivo (descritte anche come “mosche volanti”) per presenza di corpi mobili all’interno del corpo vitreo,
  • scotomi, piccole di aree di cecità parziale, che si presentano soprattutto nelle uveiti posteriori.

Complicazioni

Le uveiti possono portare allo sviluppo di complicanze piuttosto serie, vista la difficoltà nel debellarle completamente, ed è elevato il rischio di cronicizzazione.

Le principali complicazioni possibili sono:

  • glaucoma (condizione caratterizzata da un aumento della pressione intraoculare, che danneggiando la retina può portare nel tempo alla cecità),
  • distacco di retina,
  • infiammazione di cornea, sclera e altre strutture oculari per estensione del processo infiammatorio,
  • cataratta secondaria (opacità del cristallino),
  • cecità.

Quando rivolgersi al medico

Si sospetta un’uveite in ogni paziente che presenti

  • dolore oculare,
  • arrossamento,
  • fotofobia,
  • corpi mobili vitreali,
  • riduzione della vista.

In presenza di uno o più di questi sintomi è quindi opportuno rivolgersi immediatamente al proprio medico o al proprio oculista.

Diagnosi

La diagnosi della condizione inizia attraverso l’esecuzione di un’attenta anamnesi e di un approfondito esame obiettivo.

  • L’anamnesi consiste nella formulazione da parte del medico di una serie di domande che vanno ad indagare e ricostruire l’intera storia clinica del paziente.
  • L’esame obiettivo permette il riconoscimento di tutti i sintomi riferiti dal paziente ed i segni clinici oggettivi.

A questo punto viene posto il sospetto diagnostico di uveite ed in questa fase è importante condurre una diagnosi differenziale con altre patologie il cui quadro clinico risulta simile a quello dell’uveite, come ad esempio la congiuntivite, la retinite pigmentosa o una grave cheratite.

A tal fine il medico oculista può richiedere esami di laboratorio con analisi del sangue o alcuni esami strumentali oculistici come:

  • lampada a fessura,
  • tonometro,
  • oftalmoscopia, dopo dilatazione della pupilla.

Raramente può risultare utile una biopsia oculare, in cui viene prelevato un piccolo campione di cellule a livello dell’uvea, che viene poi analizzato al microscopio da un patologo.

Cura

Il trattamento dell’uveite deve perseguire 3 importanti obiettivi:

  • Alleviare la sintomatologia dolorosa e piuttosto fastidiosa per il paziente, che riduce notevolmente la qualità di vita.
  • Rimuovere la causa sottostane per giungere ad una guarigione definitiva.
  • Evitare e trattare le eventuali complicanze prima che diventino gravi ed irreversibili.

Dal punto di vista generale il trattamento farmacologico prevede l’utilizzo di farmaci cortisonici (ad uso topico, o sistemico in casi gravi) e di farmaci midriatici (che dilatano la pupilla), che permettono di ridurre notevolmente il dolore e gli altri sintomi dell’infiammazione.

Dal punto di vista eziologico, in base alla causa scatenante vengono utilizzati:

  • antibiotici,
  • antivirali,
  • antifungini,
  • farmaci immunosoppressori, se l’uveite è secondaria ad una patologia autoimmunitaria.

In generale la prognosi è buona per le forme di uveite anteriore e per le forme infettive.
Più ostiche da debellare sono le uveiti posteriori e quelle associate a malattie autoimmuni, che mostrano la tendenza a cronicizzare e che necessitano quindi di trattamenti prolungati.

 

A cura del Dr. Dimonte Ruggiero

Fonte principale:

  • Kanski – Oftalmologia clinica. Brad Bowling, C. Azzolini, S. Donati (a cura di). Ed. EDRA

Miosite: cause, sintomi, pericoli e cura

Introduzione

Per miosite si intende l’infiammazione del tessuto muscolare, la cui causa può essere di natura:

  • infettiva (virus, batteri e parassiti),
  • autoimmune (polimiosite e dermatomiosite, che rientrano nel gruppo delle malattie reumatologiche o connettiviti),
  • iatrogena (da farmaci),
  • idiopatica (forma rara in cui non si riesce a risalire ad una causa eziologica certa).

Il quadro clinico delle miositi è caratterizzato da sintomi come:

  • astenia (debolezza muscolare),
  • mialgia (dolore muscolare),
  • crampi muscolari,
  • atrofia muscolare (riduzione della massa muscolare).

Per la diagnosi di miosite è fondamentale condurre un dettagliato esame obiettivo, preceduto da un’approfondita anamnesi; in aggiunta vanno eseguiti esami di laboratorio, esami strumentali e la biopsia muscolare.

Nella maggior parte dei casi con una diagnosi ed un trattamento precoci è possibile arrivare ad una guarigione definitiva.

Cause e classificazione

A seconda dell’eziologia, e quindi della causa scatenante, possiamo individuare diverse forme di miosite:

  • Miosite infettiva, che può essere provocata da:
    • virus (virus dell’influenza, Coxsachie e HIV),
    • batteri (soprattutto stafilococchi e streptococchi),
    • parassiti (trichinellosi, dove le larve di uno specifico parassita dopo essere state ingerite possono incistarsi a livello muscolare provocando miosite).
  • Miosite autoimmune: si parla di polimiosite (quando vengono colpiti diversi gruppi muscolari in diversi distretti corporei) o di dermatomiosite (quando oltre alla miosite sono presenti manifestazioni a livello cutaneo). Entrambe le patologie fanno parte del gruppo delle connettiviti, una serie di malattie reumatologiche la cui causa è da ricondursi ad un processo autoimmune, con aggressione del muscolo da parte del proprio sistema immunitario.
  • Miosite da farmaci o iatrogene: diversi farmaci presentano come effetto collaterale il possibile sviluppo di miosite, tra questi ricordiamo principalmente le statine (atorvastatina, simavastatina, …) e i fibrati, un gruppo di farmaci che ha lo scopo di abbassare i livelli di colesterolo nel sangue.
  • Miosite idiopatica: sotto questo nome si raccolgono diverse rare forme di miosite in cui non si è riusciti ancora a risalire ad una causa scatenante certa.
  • Miosite associata ad altre patologie: può associarsi ad un tumore maligno, a lupus, ad artrite reumatoide e diverse altre malattie autoimmuni.
  • Altre forme rare:
    • Miosite da corpi inclusi: caratterizzata da infiltrazioni muscolari di linfociti.
    • Miosite ossificante: una miosite che insorge spesso dopo un trauma muscolare con conseguente formazione di un ematoma; dopo il trauma si presenta una progressiva ossificazione delle fibre muscolari fino alla formazione di vero e proprio tessuto osseo anomalo.
    • Miosite interstiziale.
    • Sindrome miositica tensiva.

Sintomi

La miosite colpisce principalmente i muscoli volontari prossimali, ovvero quelli più vicini al tronco, che si trovano quindi a livello di:

  • collo,
  • spalle,
  • braccia,
  • anche,
  • cosce.

Meno frequentemente il processo infiammatorio può interessare anche i muscoli volontari distali come quelli dell’avambraccio e della mano o del polpaccio, o più raramente la muscolatura liscia viscerale, come quella che regola la deglutizione.

L’esordio dei sintomi è spesso acuto, soprattutto con le forme virali. Per la miosite da corpi inclusi, invece, la sintomatologia può esordire a distanza di mesi o anni.

Col passare del tempo compare un progressivo senso di fatica con difficoltà ad eseguire movimenti che prima venivano eseguiti senza sforzo come il salire le scale, o una attività fisica sportiva saltuaria.

Il quadro clinico è dominato da sintomi tipici:

  • astenia (debolezza muscolare)
  • mialgia (dolore muscolare)
  • crampi muscolari
  • indolenzimento muscolare
  • atrofia muscolare (riduzione della massa muscolare)

a cui si possono aggiungere altri sintomi anche piuttosto gravi a seconda della tipologia manifestata:

  • disfagia (difficoltà della deglutizione),
  • diplopia (visione doppia) se vengono coinvolti i muscoli oculari,
  • cardiomiopatia dilatativa in caso di coinvolgimento cardiaco,
  • rash cutanei nella dermatomiosite,
  • febbre e brividi, nelle forme infettive.

Diagnosi

Per la diagnosi si parte da un’attenta anamnesi e da un approfondito esame obiettivo.
L’anamnesi consiste nella formulazione da parte del medico di una serie di domande volte ad indagare e ricostruire l’intera storia clinica del paziente.

L’esame obiettivo permette il riconoscimento di tutti i sintomi riferiti dal paziente, insieme ai segni clinici oggettivi.

Per quanto riguarda gli esami di laboratorio vengono eseguiti gli esami di routine che possono mostrare un aumento degli indici infiammatori, viene inoltre valutata la CPK ovvero la creatin-fosfo-chinasi, un enzima muscolare che in caso di miosite aumenta di oltre 50 volte il suo valore (valore normale inferiore a 150 U/L). Utile anche la valutazione della Lattato-deidrogenasi e della mioglobina. Può infine essere anche ricercata la presenza di specifici anticorpi nel caso si sospetti una miosite di natura autoimmune.

La biopsia muscolare rappresenta il gold-standard diagnostico e consiste nel prelievo di un piccolo campione di tessuto muscolare che viene poi osservato al microscopio da un patologo.

Per quanto riguarda gli esami strumentali è possibile eseguire:

  • Radiografia, in caso di miosite ossificante che mostra una maggiore radiopacità a livello muscolare
  • TC e risonanza magnetica vengono eseguite in caso di miosite infettiva o per guidare una biopsia.
  • Elettromiografia: valuta e misura l’attività delle fibre muscolari. Molto utile per differenziare una problematica propriamente muscolare da una neurologica.

Cura

La terapia è di tipo eziologico, ovvero mirata alla rimozione della causa scatenante, ad esempio:

  • Per le forme autoimmuni va instaurata una terapia a base di corticosteroidi ad alte dosi; qualora non risultassero efficaci si possono aggiungere agenti immunosoppressori.
  • In caso di miosite infettiva è consigliato il riposo, eventualmente coadiuvato da una terapia antinfiammatoria ed antibiotica specifica.
  • Nelle miositi da farmaci va ovviamente interrotta subito l’assunzione dei farmaci ritenuti responsabili.
  • In caso di miosite ossificante si utilizzano spesso antinfiammatori e antidolorifici, con il neoformato tessuto osseo anomalo che tende a riassorbirsi e a scomparire nel giro di qualche settimana. Qualora ciò non avvenisse, si rende necessario l’intervento chirurgico.

 

A cura del Dr. Dimonte Ruggiero

Ecografie in gravidanza: tutto quello che devi sapere

Introduzione

L’ecografia è un esame diagnostico semplice ed indolore, effettuato con un’apparecchiatura ad ultrasuoni costituita da una sonda, chiamata ecografo, collegata ad uno schermo: la sonda viene posta sulla superficie del corpo o al suo interno, a seconda del tipo di ecografia che si sta effettuando, e consente di riprodurre su un video le immagini dei nostri organi interni e di valutarne lo stato di salute.

Le onde sonore utilizzate per effettuare l’ecografia sono del tutto innocue (a differenza delle radiazioni presenti quando, ad esempio, ci si sottopone ad una radiografia od una TAC) e ciò è il motivo per cui questo esame può essere effettuato senza rischi anche nella donna in gravidanza.

Secondo le Linee Guida della Società Italiana di ecografia ostetrica e ginecologica, sono raccomandate 3 ecografie in gravidanza ossia nel primo, secondo e terzo trimestre: in questo modo è possibile osservare l’accrescimento e lo stato di benessere del feto durante tutto il periodo dei 9 mesi di gestazione, tuttavia le recenti disposizioni nazionali (LEA 2017) prevedono l’esecuzione gratuita 2 ecografie in gravidanza se non vi sono complicanze, con la terza (terzo trimestre) offerta alle donne per le quali il medico identifichi una patologia materna o fetale per cui sia opportuno eseguire un esame ecografico supplementare.

In alcuni casi possono infine essere effettuate ecografie speciali come ad esempio un’ecocardiografia fetale o un’ecografia con studio doppler per valutare difetti cardiaci o della circolazione sanguigna.

Come si effettua l’ecografia?

Alla paziente viene in genere chiesto di bere, circa un’ora prima dell’esame, mezzo litro di acqua e di trattenersi dall’urinare, fino alla fine dell’esame.

Ciò potrebbe essere particolarmente fastidioso da sopportare per una donna incinta che già vive quotidianamente con un più frequente stimolo ad urinare, dovuto sia all’aumento degli ormoni estrogeni sia, specie nell’ultimo trimestre, alla pressione esercitata dall’aumento di volume dell’utero sulla vescica ed i muscoli circostanti, tuttavia è bene che la vescica sia piena durante il controllo ecografico per favorire una miglior visione degli organi pelvici.

Una volta effettuata la preparazione, la donna viene fatta sdraiare su un lettino, le viene chiesto di scoprire la pancia ed a questo punto inizia l’esame vero e proprio: il ginecologo le passa la sonda ecografica sulla superficie della pancia e le onde sonore prodotte dall’ecografo ed inviate al corpo della paziente, diventano immagini visibili su uno schermo degli organi pelvici (utero, ovaie e tube di Falloppio) che si stanno esaminando.

Può essere effettuata anche un’ecografia transvaginale, durante la quale la sonda può essere inserita dentro la vagina, anziché sulla pancia.

L’applicazione di un gel all’acqua sulla paziente, prima di far scorrere la sonda, ha lo scopo di evitare che si formino bolle d’aria che potrebbero bloccare il passaggio degli ultrasuoni prodotti dall’ecografo.

L’ecografia generalmente non dura molto, ma il tempo può variare a seconda di ciò che si sta monitorando e in base alla posizione assunta dal feto.

Ecografia del primo trimestre (1ª-13ª settimana)

La prima ecografia in gravidanza va effettuata tra l’ 11ª e la 13ª settimana di gestazione, al fine di valutare

  • lo stato di salute di utero, ovaio e tube di Falloppio della donna,
  • la camera gestazionale,
  • l’embrione/feto (la gravidanza viene in questo modo datata),
  • un eventuale gravidanza ectopica (cioè al di fuori dell’utero).

La camera gestazionale si trova all’interno dell’utero: è il nido che ospita ed in cui si sviluppa e cresce il bambino fino al momento della nascita. In particolare il ginecologo osserva se la camera gestazionale c’è e se è piena, ossia se contiene l’embrione/feto al suo interno: condizioni indispensabili perché si possa dire ad una donna che è in dolce attesa.

Nel caso in cui la camera gestazionale sia vuota, ossia che il medico veda la camera gestazionale all’interno dell’utero ma non l’embrione/feto destinato ad occupare tale nido, generalmente è perché l’ecografia è stata fatta troppo precocemente (prima della 6ª settimana di gestazione) per cui l’embrione non è ancora visibile o perché a causa di anomalie cromosomiche l’embrione non si è formato (aborto spontaneo per ovulo chiaro).

Se l’embrione/feto è presente, questo primo controllo ecografico consente di calcolare l’età e quindi la data presunta del termine per il parto, dati ricavabili dalla misura della lunghezza del feto (ossia la distanza dalla testa ai piedi, valore CRL – lunghezza cranio-caudale), della sua testa (valore BPD – diametro biparietale e valore CC – circonferenza craniale) e del femore.

I futuri genitori inoltre, possono:

  • sapere se aspettano un solo bambino o dei gemelli,
  • sentire per la prima volta il suo cuore battere (si è formato alla 5ª settimana),
  • sapere quanto è lungo e quanto pesa.

Alla fine del primo trimestre di gravidanza il feto è lungo in media 65-78 mm e pesa 25-30 grammi. In poco tempo, appena 13 settimane, è passato dall’essere un uovo fecondato ad embrione fino ad assumere alla 10 ª settimana fattezze umane, ossia diventare un feto.

Tutti gli organi sono stati abbozzati (fase detta organogenesi): il piccolo, che nelle prime settimane dal concepimento era solo un corpo ripiegato su se stesso simile ad un gambero con la coda e le pinne al posto delle mani, alla fine di quest’epoca è ormai un corpicino con la pelle rosso trasparente e permeabile dove è facile osservare la tortuosa rete dei vasi sanguigni ed con una testa che appare ancora molto grossa rispetto al resto del corpo. Inoltre:

  • il suo cuore batte forte, 150 pulsazioni al minuto (il doppio del cuore di un adulto)
  • sono spuntate le unghie nelle mani e nei piedi
  • gli occhi sono centrali sul viso e non più laterali
  • ci sono già le gemme dentali (precursori dei denti)
  • nel cervello compare il corpo calloso
  • la colonna vertebrale si ossifica
  • l’apparato digerente è formato, ma non funziona ancora
  • compare l’orifizio anale e quello uro-genitale
  • ci sono già le ovaie o i testicoli, ma lo sviluppo dei genitali esterni non è ancora completo

Il feto in questa epoca è già capace di muoversi, anche se è troppo piccolo perché la futura mamma lo possa avvertire e con il suo viso fa già le prime smorfie.

Ecografia e secondo trimestre (14ª-27ª settimana), morfologica

La seconda ecografia di controllo viene effettuata tra la 19ª e la 21ª settimana di gestazione, per osservare

  • la struttura della placenta ed il suo impianto nell’utero,
  • la quantità di liquido amniotico,
  • possibili malformazioni fetali,
  • l’accrescimento del feto.

L’ecografia del secondo trimestre di gravidanza viene anche detta “morfologica”, dal greco morfè che significa forma: permette infatti di ottenere grazie all’uso di ecografi sofisticati straordinarie immagini in 3D e 4D del feto, che permettono innanzi tutto al ginecologo di osservare tutti gli organi del feto e valutarne forma e dimensioni, allo scopo di escludere circa il 60% delle possibili malformazioni fetali (alcune malformazioni non sono visibili se non al terzo trimestre, quando gli organi interessati hanno completato il loro processo di maturazione).

In particolare nel secondo trimestre il controllo ecografico consente di esaminare eventuali difetti a carico di:

  • testa e strutture del cervello,
  • occhi,
  • labbro superiore,
  • colonna vertebrale,
  • polmoni,
  • cuore e circolazione cardiaca,
  • 3 grossi vasi sanguigni (arteria polmonare, aorta discendente e vena cava superiore),
  • stomaco, reni e vescica,
  • lunghezza delle ossa lunghe di braccia e gambe,
  • mani e piedi.

Questa ecografia, però, ha anche un bellissimo risvolto emotivo: consente infatti di avere una primissima “foto ricordo” a colori del proprio figlio, ne permette di visualizzare i tratti del viso ed addirittura i movimenti come uno sbadiglio, una smorfia od osservarlo mentre si succhia il pollice o gioca con il cordone ombelicale . Anche la futura mamma può cominciare a sentire il suo piccolo scalciare e muoversi dentro il suo grembo.

Con questa seconda ecografia al feto vengono nuovamente “prese le misure” per valutarne il buon accrescimento, in particolare si misura il diametro biparietale (BPD), la circonferenza cranica (CC), la circonferenza addominale (CA) e la lunghezza di un femore.

Ed infine, attraverso l’ecografia del secondo trimestre, si può svelare una tra le notizie più attese dai futuri genitori: ossia se il bambino che si aspetta è un maschio o una femmina.

Al termine del secondo trimestre il feto è lungo in media 24 cm e pesa 1 Kg o poco più. Inoltre:

  • ha sviluppato il riflesso di suzione e di deglutizione,
  • ha il senso del tatto,
  • sente il gusto del liquido amniotico e ne beve grandi quantità: è questo il modo che gli consente di dilatare i polmoni e respirare,
  • le orecchie hanno assunto una forma più definita,
  • può sentire le voci, la musica ed i movimenti interni della futura mamma come il battito del cuore, il sangue che scorre e i gorgogli dello stomaco,
  • le gambe si sono allungate rispetto alle braccia,
  • sul corpo è comparsa una lieve lanuggine scura ed una vernice caseosa grassa protettiva,
  • la sua pelle è ancora rugosa, per la poca presenza di tessuto grasso,
  • ha iniziato a produrre i succhi gastrici,
  • i polmoni producono il surfactante,
  • si muove,
  • dorme anche molto (fino a 20 ore al giorno!).

Verso la fine del secondo trimestre, inoltre, il suo pancreas inizia a produrre insulina e finalmente il feto apre gli occhi, sbatte le palpebre ed inizia a guardarsi intorno.

Ecografia e terzo trimestre (28ª-40ª settimana)

Il terzo ed ultimo controllo ecografico, offerto gratuitamente solo in specifici casi, viene effettuato tra la 30 ª e la 32ª settimana di gestazione per valutare:

  • struttura e impianto della placenta,
  • quantità di liquido amniotico,
  • accrescimento del feto,
  • posizione del feto,
  • possibili malformazioni fetali.

L’ultimo controllo ecografico viene detto “ecografia del benessere fetale”, dal momento che lo scopo principale per cui si effettua è appunto valutare il ritmo di crescita del feto ed il suo stato di salute generale. Si misurano il diametro biparietale (BPD), la circonferenza cranica (CC), la circonferenza addominale (CA) e la lunghezza di un femore per valutare se la crescita è adeguata alla sua età.

Inoltre si esamina la quantità di liquido amniotico e la posizione e struttura della placenta.

Il ginecologo inoltre osserva la posizione del feto, utile alla programmazione del parto.

Di solito il feto si presenta in posizione cefalica, cioè a testa in giù; tuttavia talvolta si può presentare podalico, cioè con la testa in alto e le natiche in basso oppure in posizione trasversa (non si presenta né di testa né di piedi). In questi ultimi casi, nelle ultime settimane di gestazione, il ginecologo solitamente effettua una manovra di rivolgimento con lo scopo di aiutare il bambino ad assumere spontaneamente la posizione cefalica più favorevole per un parto naturale. In caso contrario, si opterà per un parto cesareo.

Il terzo trimestre è anche la fase gestazionale che permette di riconoscere possibili malformazioni fetali che prima non sarebbe stato possibile vedere, a causa di un non completo sviluppo degli organi interessati. Si tratta di anomalie congenite rare (come forme di nanismo, difetti cardiaci, gastrointestinali, renali e della corteccia cerebrale) o tumori fetali.

Al termine dell’ultimo trimestre, il feto è pronto a nascere: ha raggiunto una lunghezza media di 48-50 cm ed il peso è di 3-3.5 Kg. Inoltre:

  • all’inizio dell’ultimo trimestre ha sviluppato le ciglia, sopracciglia e capelli,
  • il cervello ha continuato a svilupparsi,
  • i suoi sensi sono diventati più reattivi alla luce, ai rumori, agli odori ed al gusto (e pare che ami il dolce),
  • ingoia molto liquido amniotico e “fa pipì”,
  • il suo corpo è diventato più morbido, roseo e grasso e si muove meno perché ha meno spazio disponibile,
  • alla 34 ª settimana è già a testa in giù,
  • alla 36ª settimana tutti i suoi organi hanno completato lo sviluppo, tranne i polmoni un po’ ritardatari, ed è possibile intravederlo: può comparire sotto la pelle del pancione il suo gomito o un piede quando si stiracchia un pochino,
  • alla 37ª-38ª settimana i polmoni funzionano bene per cui potrebbe già essere pronto per nascere,
  • alla 40ª settimana la gravidanza si conclude ed avviene il parto.

Quando è necessario fare più di 3 ecografie?

È possibile individuare alcuni fattori di rischio nella storia clinica materna o riscontrati ad un controllo ecografico o in corso della gravidanza, che possono giustificare il ricorso a maggiori controlli ecografici (oltre ai 2/3 comunemente riservati ad una gravidanza fisiologica secondo linee guida), tra cui:

  • ipertensione cronica o gestazionale (pressione alta),
  • diabete preesistente o gestazionale,
  • malattie renali croniche,
  • sindrome da anticorpi anti-fosfolipidi,
  • età materna superiore ai 40 anni,
  • presenza di miomi uterini o altre patologie della sfera genitale femminile,
  • stati di estrema magrezza o obesità (valutabili attraverso il calcolo del BMI, Body Mass Index, inferiore a 18 o superiore a 30),
  • gravidanza da tecniche di fecondazione assistita,
  • fumatrice o dipendenza da sostanze stupefacenti/alcool,
  • precedente morte endouterina,
  • precedente figlio nato con un basso peso alla nascita,
  • valutazione ecografica di un utero più grande o più piccolo rispetto all’età gestazionale,
  • perdite ematiche vaginali,
  • sospette anomalie del liquido amniotico,
  • difetti di impianto placentare,
  • sospette malformazioni fetali.

Test di screening in gravidanza & Diagnosi Prenatale

Ad oggi in media su 3 bambini ogni 100 nascite si osserva una malformazione fetale maggiore o una malattia ereditaria: nel 25% dei casi questa è responsabile della morte del neonato a poche ore dalla nascita e nel 45% dei casi della morte a distanza di qualche mese o anno di vita.

Durante il 1º e 2º trimestre di gravidanza è possibile offrire alla donna alcuni test di screening per la ricerca di possibili malformazioni fetali ed anomalie cromosomiche, in particolare la sindrome di Down e le trisomie 13 e 18. L’accettazione dei test avviene con firma di un consenso informato.

La donna in attesa va informata sul fatto che i test di screening

  • si effettuano con tecniche non invasive,
  • sono indolori,
  • non comportano alcun pericolo di vita per la madre o il nascituro,
  • non sono esami diagnostici, ossia non diranno con certezza se il bambino ha o meno una malformazione o un’anomalia cromosomica ma, indicheranno solo la percentuale di rischio che il nascituro possa essere malato.

I test di screening ricercano anomalie cromosomiche o malformazioni fetali maggiori.

Le anomalie cromosomiche sono malattie caratterizzate dalla presenza di un cromosoma in più rispetto alla coppia di cromosomi normalmente presenti nelle persone sane.

  • Nella sindrome di Down (detta anche trisomia 21) il cromosoma soprannumerario è il 21. Il rischio che il feto sia affetto da questa sindrome aumenta con l’aumentare dell’età della donna (su 1500 madri ventenni una di loro, ovvero lo 0,07 % avrà un bambino down, mentre a 40 anni tale rischio è di 1 nascita su 100). La trisomia 21 causa alla nascita ritardo mentale, fisico e motorio di varia gravità e nella metà dei casi si associa a malformazioni a carico degli organi (in particolare del cuore). La sopravvivenza media dei bambini affetti da sindrome di Down è ad oggi 60 anni.
  • Le trisomie 13 e 18 sono più rare e gravi, causano gravissimi ritardi di sviluppo fisico e cognitivo che vanno a compromettere la possibilità di sopravvivenza dei bambini affetti.

Ecco una panoramica dei test di screening effettuabili nel 1º e 2º trimestre di gravidanza:

  • Valutazione della translucenza nucale fetale (NT): si effettua con un’ecografia tra la 11ª e 13ª settimana di gestazione. Si esamina la raccolta di liquido presente nella regione nucale del feto: più grande è il valore dello spessore nucale, maggiore è il rischio di una trisomia o di una malformazione congenita.
  • Test combinato: consiste in un algoritmo che tiene conto sia del risultato del test della translucenza nucale fetale sia del valore di due sostanze dosate nel siero materno, ossia il PAPP-A (proteina plasmatica A associata alla gravidanza) e la subunità beta libera della hCG (free beta-hCG)
  • Test integrato: si fa in due tempi: a 11-13 settimane si eseguono l’esame ecografico con misura di NT e il dosaggio di PAPP-A; a 15-16 settimane i risultati vengono “integrati” (in un algoritmo) con il tritest; si richiede ad esempio per la valutazione della spina bifida.
  • Tritest (o triplotest) si può effettuare fino a 20º settimane di gestazione; consiste in un prelievo di sangue materno di 3 sostanze prodotte dal metabolismo feto-placentare, cioè alfa-fetoproteina (AFP), estriolo libero (uE3) e gonadotropinica corionina totale (HGC).

Negli ultimi anni a questi test di screening, se ne è associato uno ulteriore che ricerca il DNA fetale circolante nel sangue materno: il test si chiama NIPT, Non Invasive Prenatal Testing, ed è’ più preciso rispetto agli altri test, specie per l’identificazione del rischio della sindrome di Down, trisomia 13 e 18 ed eventuali anomalie dei cromosomi sessuali, ma perché funzioni bene è importante che venga eseguito nel corretto periodo di gestazione (dalla 10ª settimana di gestazione fino al massimo alla 24ª settimana) e che il peso della donna sia pari o inferiore a 70 Kg.

Se un test di screening rivela una probabile malattia fetale, il ginecologo proporrà un test diagnostico :

  • che consente di fare diagnosi prenatale, in particolare consente ai futuri genitori di sapere prima che il figlio nasca se il bambino ha la sindrome di Down o un’anomalia cromosomica o una malformazione fetale maggiore,
  • attraverso procedure mediche invasive, come ad esempio l’amniocentesi (prelievo di liquido amniotico) o il prelievo di villi coriali della placenta per lo studio del patrimonio genetico del feto. Questi esami si effettuano inserendo un lungo ago nella pancia della donna e si associano ad un rischio di aborto legato alla procedura dell’1% o inferiore (variabile a seconda degli studi presi in esame, delle strutture, …).

È bene sottolineare che è la donna a scegliere liberamente, dopo essere stata adeguatamente e chiaramente informata dal proprio ginecologo, se effettuare o meno un test diagnostico invasivo, soppesando liberamente rischi e conseguenze tra la possibilità di conoscere in anticipo un’eventuale condizione di malattia (e poter valutare liberamente un aborto terapeutico) e i piccoli ma misurabili rischi di complicazioni legate alla procedura.

A cura della Dr.ssa Tiziana Bruno

Emoglobina: alta, bassa, valori normali e pericoli

Introduzione

L’emoglobina è una proteina presente all’interno dei globuli rossi e che viene utilizzata per trasportare l’ossigeno a tutti gli organi del corpo umano. L’emoglobina è la molecola responsabile del colore rosso del sangue ed è uno dei più importanti e comuni test eseguiti in medicina, grazie a:

  • basso costo,
  • semplicità,
  • elevata utilità dell’esito.

L’emoglobina, talvolta indicata semplicemente come Hb (dall’inglese Hemoglobin), è una proteina di forma sferica, con un diametro di circa 5,5 nm. Presenta una struttura tetramerica, cioè formata da quattro subunità, ognuna delle quali chiamata globina; è composta da 2 globine chiamate alfa e due globine chiamate beta, tenute insieme da legami particolarmente forti. Ogni globina presenta al suo interno un gruppo prostetico eme, un complesso chimico non proteico contenente al suo interno un atomo di ferro, responsabile del legame con l’ossigeno.

Data la sua struttura quindi, ogni emoglobina è in grado di trasportare quattro molecole di ossigeno.

L’emoglobina si arricchisce di ossigeno durante l’attraversamento dei capillari polmonari e in seguito, attraverso il lavoro del cuore e il flusso sanguigno, viene distribuita a tutti i tessuti dell’organismo. Una volta ceduto l’ossigeno agli organi, l’emoglobina lega l’anidride carbonica, uno dei principali prodotti di scarto del metabolismo, per portarla ai polmoni mediante il circolo venoso. Nei polmoni l’emoglobina rilascia l’anidride carbonica, che verrà espulsa verso l’esterno con l’espirazione; si carica nuovamente di ossigeno ed il ciclo ricomincia. Quando l’emoglobina lega l’ossigeno è chiamata ossimioglobina (HbO2), mentre quando lega l’anidride carbonica viene definita carbanimoemoglobina o carboemoglobina (HbCO2).

Durante lo sviluppo, l’essere umano esprime diversi tipi di emoglobina, a seconda dei geni che vengono attivati in quel determinato periodo di vita. Per questo motivo, a seconda del momento, possono essere rilevate

  • emoglobine embrionali,
  • fetali
  • o dell’uomo adulto.

Queste emoglobine presentano una struttura quaternaria diversa, ma in linea generale svolgono la stessa funzione, pur presentando affinità differenti per l’ossigeno. L’emoglobina embrionale e l’emoglobina fetale non devono essere presenti nell’adulto se non in tracce; una loro massiccia presenza è infatti considerata indice di patologia e per questo meritevole di approfondimenti diagnostici specialistici ematologici.

Non è necessaria alcuna preparazione specifica prima del prelievo

Valori di riferimento

I valori normali dell’emoglobina variano a seconda dell’età e del sesso della persona, oltre a cambiare leggermente da un laboratorio all’altro.

Vengono considerati valori normali di emoglobina

  • Nascita: da 13,5 a 24,0 g/dl
  • Età inferiore a 1 mese: da 10,0 a 20,0 g/dl
  • Età 1-2 mesi: da 10.0 a 18.0 g/dl
  • Età 2-6 mesi: da 9,5 a 14,0 g / dl
  • Età da 6 mesi a 2 anni: da 10,5 a 13,5 g/dl
  • Età da 2 a 6 anni: da 11,5 a 13,5 g/dl
  • Età da 6 a 12 anni: da 11,5 a 15,5 g/dl

Femmina

  • Età 12-18 anni: da 12,0 a 16,0 g/dl
  • Età superiore a 18 anni: da 12,1 a 15,1 g/dl

Le donne generalmente presentano valori inferiori di emoglobina dovuti alla perdita, più o meno abbondante, di sangue durante il periodo mestruale

Maschio

  • Età 12-18 anni: da 13,0 a 16,0 g/dl
  • Età superiore a 18 anni: da 13,6 a 17,7 g/dl

Interpretazione

Le alterazioni dei valori di emoglobina, soprattutto le carenze, sono riscontri laboratoristici molto comuni. Se lievi, transitorie e non associate a sintomi particolari, non destano preoccupazione e non necessitano di ulteriori indagini diagnostiche.

Meritano invece approfondimenti medici

  • i casi in cui i valori di emoglobina siano marcatamente troppo elevati o troppo bassi,
  • i casi cronici, in cui le alterazioni permangono per lunghi periodi
  • e i casi in cui le alterazioni sono associate a evidenti manifestazioni cliniche (segni o sintomi).

Va ricordato che i livelli di emoglobina devono essere sempre messi in relazione con l’età, il sesso, l’alimentazione e le eventuali patologie del paziente, in quanto uno stesso valore potrebbe ad esempio essere normale per un paziente sano e adulto, ma essere patologico per soggetti anziani con comorbilità associate.

Quando i valori di emoglobina sono troppo bassi si parla di anemia. Le cause possono essere molto diverse, ma in linea generale bassi valori di emoglobina si verificano per

  • Fattori nutrizionali: carenza di alcuni composti alimentari per malnutrizione, anoressia o diete particolari come il vegetarianismo non correttamente pianificato. Carenze di ferro, acido folico e vitamina B12 nella dieta sono spesso messe in correlazione con diverse forme di anemia.
  • Sanguinamenti. Perdite ematiche di qualsiasi genere, come sanguinamenti abbondanti da ferita, ulcere gastriche o anche semplicemente un abbondante ciclo mestruale possono determinare la comparsa di anemia.
  • Problemi nella sintesi dei globuli rossi e dell’emoglobina. Si possono manifestare a causa malattie genetiche o per fattori esterni, modificabili o meno, che influenzano negativamente la loro sintesi, come ad esempio uno stato infiammatorio cronico o la presenza di un tumore che invade il midollo osseo.
  • Radioterapia e chemioterapia (l’anemia è uno degli effetti collaterali più comuni delle terapie antitumorali).
  • Malattie renali, in quanto il rene è il responsabile della produzione dell’eritropoietina, un ormone che stimola la produzione di globuli rossi ed emoglobina.

In sintomi con cui si manifesta più comunemente una situazione di anemia sono

Il riscontro di valori alti di emoglobina è molto meno frequente, e, essendo una condizione perlopiù asintomatica, viene spesso rilevata casualmente in analisi del sangue effettuate per altri motivi. Le cause di valori alti di emoglobina possono essere associate a

  • Persistenza per lunghi periodi in luoghi ad alta quota. Ad altitudini elevate l’ossigeno è più rarefatto, quindi l’organismo compensa la carenza producendo una maggior quota di globuli rossi ed emoglobina.
  • Doping. In alcuni sport agonistici l’aumento dell’emoglobina può essere anche indotto in modo volontario attraverso l’assunzione di alcune sostanze illegali in grado di stimolare la produzione di eritropoietina.
  • Particolari malattie ematologiche come la policitemia vera.
  • Tabagismo per lunghi periodi.
  • Patologie respiratorie – stimolano la produzione di globuli rossi e emoglobina per compensare la carenza di ventilazione a livello polmonare.

Quando compaiono, i sintomi di un’elevata presenza di emoglobina nel sangue sono

  • colorito rosso della pelle, soprattutto del volto,
  • disturbi della visione,
  • mal di testa,
  • milza ingrossata (splenomegalia),
  • vertigini.

Valori bassi, cause

Valori alti, cause

Fattori che influenzano l’esame

Esistono diversi fattori in grado di influenzare l’interpretazione dei valori di emoglobina nel sangue ma, come detto in precedenza, per una corretta interpretazione non si può prescindere da un’approfondita valutazione di età e sesso del paziente.

Tra i fattori secondari che possono influenzare i risultati ricordiamo:

  • emolisi del campione (ritardare l’analisi del sangue dal campione prelevato per troppo tempo induce una rottura dei globuli rossi, che alterano i valori dell’emoglobina),
  • altitudine a cui vive il soggetto,
  • soggetti fumatori,
  • Il laccio emostatico non deve essere lasciato sul braccio per molto tempo prima di effettuare il prelievo, altrimenti si causa un’emo-concentrazione in grado di alterare i risultati,
  • farmaci, per esempio:
    • Gentamicina e Metildopa causano un aumento dei livelli di emoglobina,
    • Idralazina, Aspirina, Indometacina, MAO-inibitori, Primachina, Rifampicina e Sulfonammidi causano una diminuzione dei livelli di emoglobina.

Quando viene richiesto l’esame

Le ragioni principali alla base della prescrizione dellavalutazione dell’emoglobina del sangue sono:

  • Controllo di routine: valutare i valori di emoglobina è uno dei metodi più semplici e diffusi per verificare lo stato di salute generale di un soggetto. Solitamente l’emoglobina viene richiesta insieme ad esame emocromocitometrico completo, al valore dei globuli rossi, dei globuli bianchi, delle piastrine e degli elettroliti.
  • Diagnosi di una patologia: la valutazione dei valori di emoglobina viene richiesta come primo approccio diagnostico quando si manifestano segni e sintomi di anemia, tra cui stanchezza, vertigini, fiato corto e palpitazioni. Riscontrare valori alterati di emoglobina può eventualmente indurre il medico a richiedere ulteriori esami diagnostici, più specifici a seconda della malattia che viene sospettata.
  • Monitoraggio di una condizione medica: Quando vengono diagnosticate patologie che provocano alterazioni dei valori di emoglobina nel sangue, il medico può utilizzare il test dell’emoglobina per monitorare l’andamento della patologia e impostare correttamente il trattamento.

 

A cura del Dr. Alberto Carturan

Occhi rossi in adulti e bambini: cause, rimedi e cura

Introduzione

L’arrossamento degli occhi è dovuto alla dilatazione superficiale dei vasi sanguigni presenti a livello della congiuntiva o della sclera (la parte bianca dell’occhio); si tratta di un sintomo comune a molte condizioni cliniche, alcune delle quali assolutamente benigne, altre invece che possono richiedere un rapido intervento medico per evitare complicazioni.

Le cause più frequenti di occhi rossi sono:

  • infezione o infiammazione a livello oculare (congiuntivite infettiva),
  • allergia,
  • presenza di corpi estranei,
  • trauma oculare,
  • uso di lenti a contatto,
  • glaucoma e altre patologie oculari,
  • accessi di tosse.

Qualora oltre all’arrossamento oculare si presentino altri sintomi come:

  • dolore,
  • disturbi della visione,
  • mal di testa severo,
  • fotofobia (fastidio alla luce),
  • secrezioni oculari

è opportuno rivolgersi quanto prima ad un medico o presso un Pronto Soccorso (a seconda dell’entità della sintomatologia), per poter giungere ad una diagnosi precisa e iniziare tempestivamente un trattamento efficace.

Per la diagnosi risultano fondamentali anamnesi ed esame obiettivo a cui si aggiunge, in casi particolari, la necessità di eseguire alcuni esami strumentali.

Il trattamento varia da caso a caso ed è mirato alla rimozione della causa sottostante.

Cause

Le cause di occhi rossi sono tantissime, variando da situazioni poco preoccupanti a condizioni piuttosto serie con alla base patologie gravi. Per ogni diversa condizione clinica si assoceranno agli occhi rossi altri sintomi, di cui vedremo ora i principali:

  • Congiuntivite: si tratta di un’infiammazione della congiuntiva, una sottile membrana trasparente che ricopre la parte anteriore del globo oculare e la parte interna delle palpebre. L’eziologia della congiuntivite può essere:
    • Allergica: è bilaterale (interessa entrambi gli occhi) e pruriginosa, tipicamente stagionale e associata a rinorrea (naso che cola).
    • Chimica: da esposizione a sostanze irritanti come polvere, sapone, fumo, ammoniaca, cloro, vernici, …
    • Infettiva: si presenta con secrezioni giallo-verdognole, dolore, fotofobia, sensazione di sabbia negli occhi.
  • Episclerite: arrossamento monolaterale di un occhio a livello della sclera (parte bianca dell’occhio).
  • Emorragia congiuntivale: aumento massivo della pressione sanguigna a livello dei vasi della congiuntiva. Può essere secondario ad un trauma, ad accessi di tosse, a sforzi durante la defecazione, o alla manovra di Valsalva in genere (espirazione forzata a glottide chiusa).
  • Lenti a contatto: l’uso prolungato di lenti a contatto, soprattutto se rigide o semirigide, provoca una cheratite con lacrimazione, dolore puntorio e sensazione di sabbia negli occhi.
  • Presenza di corpi estranei.
  • Herpes zoster oftalmico: si presenta con vescicole e croste lungo la zona del naso e degli occhi, accompagnate da forte dolore, lacrimazione, edema palpebrale e uveite.
  • Glaucoma ad angolo aperto o chiuso: aumento della pressione oculare oltre i valori normali (circa 20 mmHg).
  • Uveite.
  • Eccessiva assunzione di alcol (che ha un effetto vasodilatatore).
  • Esposizione prolungata al sole.
  • Assunzione di farmaci anticoagulanti.
  • Stati influenzali.
  • Ipertensione arteriosa (pressione alta).
  • Febbri emorragiche (come da virus Ebola o virus Dengue).
  • Tumori oculari.
  • Tracoma (infezione da Chlamydia Trachomatis).
  • Sindrome dell’occhio secco: sindrome di Sjӧgren o simili.
  • Blefarite e calazio (infiammazioni a livello delle palpebre).
  • Insonnia o affaticamento per il molto tempo trascorso davanti a schermi, quali tv o computer.

Sintomi

Gli occhi rossi in diverse condizioni cliniche possono associarsi ad altri sintomi, tra i quali ricordiamo:

  • dolore oculare,
  • prurito,
  • fotofobia (forte sensibilità alla luce),
  • secrezioni oculari giallo-verdastre,
  • lacrimazione,
  • sensazione di sabbia negli occhi,
  • riduzione dell’acuità visiva,
  • cefalea.

Quando rivolgersi al medico

È importante capire quando rivolgersi ad un medico, per non sottovalutare una situazione potenzialmente grave.

Va sempre contattato il medico in caso di:

  • arrossamento che dura da 2 o più giorni,
  • dolore oculare,
  • problemi di vista,
  • cefalea con nausea e vomito,
  • fotofobia,
  • secrezioni oculari,
  • assunzione di farmaci anticoagulanti,
  • trauma o corpo estraneo: in tal caso bisogna rivolgersi immediatamente ad un Pronto Soccorso.

Diagnosi

Il percorso diagnostico comincia con l’anamnesi, durante la quale il medico andrà a formulare una serie di domande al paziente, le cui risposte permettono di ricostruire l’intera storia clinica. È opportuno approfondire diversi aspetti:

  • Inizio e durata dell’arrossamento.
  • Se ci sono state variazioni della vista.
  • Se ci sono sintomi associati, come cefalea, nausea e vomito, raffreddore o tosse, mal di gola e astenia.
  • Se è presente dolore e se questo viene aggravato dall’esposizione alla luce.
  • Se è presente secrezione, differenziando quella acquosa di natura allergica da quella purulenta di natura infettiva.
  • Se vengono usate le lenti a contatto.
  • Se ci sono stati traumi o esposizione con sostanze irritanti.
  • Se il soggetto è allergico.
  • Se ci sono patologie sottostanti come malattie autoimmuni.
  • Se assume farmaci, soprattutto quelli anticoagulanti.

L’esame obiettivo permette al medico di repertare oggettivamente i segni e i sintomi descritti dal paziente, permettendo di differenziare problemi di pertinenza oculare da altri di tipo sistemico.

Talvolta si rende necessaria l’esecuzione di alcuni esami aggiuntivi, per inquadrare al meglio la causa degli occhi rossi e arrivare ad una diagnosi di certezza. Possono essere richiesti:

  • esami del sangue di routine,
  • tonometria: misura la pressione a livello oculare,
  • esame standard dell’acuità visiva,
  • lampada a fessura,
  • colorazione con fluoresceina, che può evidenziare abrasioni e lesioni a livello della sclera,
  • esami colturali,
  • TC o altri esami di imaging.

Cura

Il trattamento mira essenzialmente alla rimozione della causa sottostante.

Le lacrime artificiali rappresentano un rimedio soltanto temporaneo in caso di infiammazioni con secchezza oculare (spesso dopo un uso prolungato di lenti a contatto).

Dal punto di vista farmacologico vengono utilizzati colliri che possono contenere antibiotici, cortisonici o antinfiammatori a seconda della patologia sottostante; si raccomanda in questi casi di evitare l’automedicazione, in quanto alcuni rimedi sono fortemente controindicati in caso di specifiche patologie (per esempio cortisone in caso di herpes).

In caso di congiuntivite allergica si utilizzano antistaminici per via orale.

SI raccomanda in generale di evitare l’esposizione al fumo o ad altre sostanze irritanti, nonché l’utilizzo di colliri vasocostrittori.

 

A cura del Dr. Dimonte Ruggiero

Cardiomiopatia dilatativa: cause, sintomi, guarigione e cura

Introduzione

La cardiomiopatia dilatativa è una patologia del cuore caratterizzata da un ingrossamento del ventricolo sinistro, una delle quattro camere in cui è suddiviso il cuore, che causa un peggioramento nella capacità di pompare il sangue nel resto dell’organismo (insufficienza cardiaca).

I pazienti affetti da questa patologia possono essere asintomatici o presentare sintomi tipici, come:

La diagnosi si basa sul quadro clinico, su esami di laboratorio e su esami strumentali come la radiografia del torace, l’elettrocardiogramma o la risonanza magnetica.

Il trattamento mira alla rimozione della causa sottostante, ma la prognosi (possibilità e modalità di guarigione) è sfavorevole; in caso di cardiomiopatia dilatativa in fase avanzata con grave disfunzione cardiaca, si rende necessario un defibrillatore impiantabile o un trapianto cardiaco.

Cause

La cardiomiopatia dilatativa è un’alterazione patologica della componente muscolare del cuore: con l’eccessiva dilatazione cardiaca (soprattutto del ventricolo sinistro) viene meno la normale capacità di pompaggio del cuore, con sviluppo di un’insufficienza cardiaca e dei suoi sintomi tipici.

Le cause di cardiomiopatia dilatativa sono svariate:

  • Causa sconosciuta: si parla in questi casi di forma idiopatica.
  • Causa genetica: si parla di forma familiare, con la cardiomiopatia dilatativa che si manifesta sin dalla nascita, ed è presente in altri individui nella stessa famiglia.
  • Infarto cardiaco: l’ischemia del miocardio è la causa più frequente di cardiomiopatia dilatativa, che rappresenta quindi una delle complicanze più gravi di un infarto cardiaco.
  • Ipertensione (pressione alta).
  • Infezioni di natura batterica, virale, fungina o parassitaria: rappresentano la seconda causa per frequenza dopo l’infarto; gli agenti patogeni maggiormente coinvolti sono
  • deficit alimentari da carenza di proteine o vitamine (beriberi o kwashiorkor).
  • Malattie endocrine (patologie tiroidee come la tireotossicosi, diabete mellito, feocromocitoma).
  • Alcolismo cronico: si parla di cardiomiopatia alcolica.
  • Sostanze tossiche: cobalto, mercurio, piombo.
  • Farmaci usati per la chemioterapia.
  • Sostanze stupefacenti come cocaina o anfetamine.
  • Malattie granulomatose: sarcoidosi, granulomatosi di Wegener.
  • Gravidanza: si parla di cardiomiopatia dilatativa peripartum, condizione estremamente rara.

Sintomi

La cardiomiopatia dilatativa può essere asintomatica, o presentare sintomi tipici dello scompenso cardiaco: tipicamente all’esordio tende a non presentare sintomi, che si sviluppano invece gradualmente nel tempo.

Mentre nei soggetti più giovani viene colpito spesso il ventricolo destro, in tutti gli altri casi è preponderante l’interessamento del ventricolo sinistro.

I sintomi più frequenti della cardiomiopatia dilatativa sono:

  • dispnea, ovvero difficoltà respiratoria con sensazione di fame d’aria,
  • cardiopalmo (palpitazioni),
  • dolore al torace,
  • astenia (stanchezza),
  • edemi periferici (gonfiore ai piedi),
  • distensione delle vene del collo,
  • tachicardie o altre aritmie.

Col passare del tempo la cardiomiopatia dilatativa può portare allo sviluppo di complicanze piuttosto serie, quali ad esempio:

Diagnosi

Il percorso diagnostico inizia con l’anamnesi e l’esame obiettivo, processi che aiutano il medico nell’esclusione delle cause più comuni di insufficienza cardiaca, come l’ipertensione, le valvulopatie primarie o l’infarto cardiaco.

Attraverso l’anamnesi il medico formula una serie di domande al paziente per raccogliere informazioni di natura medica:

  • storia clinica passata,
  • farmaci assunti,
  • eventuale presenza di patologie sottostanti,
  • passati interventi chirurgici,
  • malattie tipiche in famiglia.

A questo punto vengono eseguiti altri esami per arrivare ad una diagnosi definitiva.

Gli esami del sangue danno informazioni sul quadro generale del paziente. Nel caso specifico possono essere elevati valori come la troponina cardiaca (indice di necrosi miocardica) o il fattore natriuretico atriale (indice di insufficienza cardiaca). In casi particolari vengono eseguiti anche dei test sierologici per il Trypanosoma Cruzi o per il Coxsachie virus.

Gli esami strumentali rappresentano l’indagine diagnostica dotata di maggiore sensibilità e specificità:

  • Radiografia del torace: mostra la cardiomegalia (aumento del volume del cuore) con ingrandimento delle camere cardiache. A livello polmonare può essere presente edema o versamento.
  • Elettrocardiogramma: possono essere repertate diverse anomalie.
  • Ecografia del cuore: mostra le camere cardiache ventricolari, può escludere disfunzioni valvolari, e valutare il grado di insufficienza cardiaca.
  • Risonanza magnetica del cuore: esame molto specifico e dettagliato che conferma la diagnosi e permette di valutare l’estensione della malattia.
  • Biopsia miocardica: a volte per risalire alla causa precisa della malattia, si rende necessaria una biopsia con prelievo di un frustolo di cellule che vengono successivamente analizzate al microscopio da un patologo.

Cura

Purtroppo per la cardiomiopatia dilatativa non esiste una cura che ne permetta la guarigione definitiva. Con diversi farmaci e alcuni dispositivi come defibrillatore o pacemaker è possibile tuttavia alleviare la sintomatologia e ridurre le complicanze, migliorando così la qualità della vita del paziente.

Nei casi più gravi, diventati ormai refrattari alla terapia, si rende necessario un trapianto cardiaco.

Qualora fosse possibile, va sempre trattata la causa sottostante.

La terapia farmacologica è sovrapponibile a quella dell’insufficienza cardiaca, che si basa su:

  • ipotensivi (?-bloccanti, ACE inibitori, calcio-antagonisti),
  • anti-aritmici,
  • anticoagulanti,
  • diuretici.

In casi più gravi si rende necessario l’impianto di alcuni dispositivi cardiaci come il pacemaker o il defibrillatore, utili anche per i pazienti in attesa di trapianto cardiaco.

Essendo la prognosi sfavorevole, i pazienti più gravi che non rispondono alla terapia, possono essere candidati al trapianto con criteri di selezione però piuttosto restrittivi come:

  • assenza di altre patologie sistemiche,
  • età inferiore ai 60 anni.

Prognosi

La prognosi è sfavorevole, nonostante il fatto che negli ultimi anni i trattamenti siano stati perfezionati con notevole miglioramento della qualità di vita.

Il 20% dei pazienti muore nel primo anno, con percentuali maggiori negli anni successivi. Le cause di decesso sono soprattutto aritmie maligne o embolia polmonare e cerebrale.

 

A cura del Dr. Dimonte Ruggiero

Fonti principali:

  • Harrison – Principi Di Medicina Interna Vol. 1 (17 Ed. McGraw Hill 2009)
  • MedScape

Colpo della strega: sintomi, rimedi e cosa fare

Introduzione

Con il termine “colpo della strega” si indica la comparsa di un dolore forte ed improvviso in fondo alla schiena. A differenza del comune mal di schiena, il colpo della strega è una lombalgia

  • più rara,
  • acuta,
  • dolorosissima.

Il dolore si manifesta in modo così violento da rendere complicato qualsiasi movimento, tanto che la persona colpita solitamente resta con la schiena arcuata in avanti, rigida nella posizione in cui ha avvertito la comparsa del dolore, alla ricerca di un appoggio per trovare un po’ di sollievo.

Proprio da questa caratteristica tipica del dolore, ossia la rigidità muscolare, deriva il curioso nome dato a questo tipo di lombalgia: nel Medioevo, infatti, era diffusa la credenza popolare secondo cui le streghe che praticavano la magia nera fossero in grado di immobilizzare con un solo tocco un uomo nel momento in cui questi si inchinava loro nel gesto del baciamano.

In realtà a causare il dolore non è nessuna strega ma, solitamente, la causa è invece da ricercarsi in un movimento qualunque, come ad esempio

  • sollevando un peso o un oggetto caduto a terra,
  • la mattina alzandosi dal letto,
  • uscendo dalla macchina per andare a lavoro,

così come tutte azioni che si svolgono quotidianamente senza prestare troppa attenzione, ma che possono, se compiute in modo scorretto, causare uno spostamento anomalo dell’articolazioni delle vertebre lombari e sacrali con improvvisa rigidità dei muscoli posti attorno a queste ossa e conseguente dolore.

Il colpo della strega può interessare sia uomini che donne; si manifesta in pazienti di qualsiasi età, ma nel soggetto anziano si verificano un fisiologico indebolimento e una perdita di tonicità della muscolatura, cui consegue una più frequente comparsa di lombalgia acuta.

Cause

Il colpo della strega compare generalmente a seguito di un movimento brusco o insolito.

Alcune patologie, condizioni particolari e/o abitudini di vita possono favorire la comparsa di un forte dolore alla schiena, come ad esempio:

  • posture scorrette, mantenute per lungo tempo (ad esempio durante il riposo notturno o al lavoro),
  • eccessivo carico muscolare per attività fisiche pesanti, con tempi di recupero insufficienti,
  • colpi di freddo,
  • traumi (cadute, incidenti),
  • degenerazione artrosica a carico delle vertebre,
  • ernia del disco intervertebrale,
  • osteoporosi,
  • spondilolistesi,
  • gravidanza ed allattamento,
  • infiammazione delle radici nervose,
  • disidratazione.

L’ernia del disco intervertebrale consiste nella rottura dell’anulus fibroso del discointervertebrale, con conseguente fuoriuscita del nucleo polposo contenuto all’interno; l’anulus è il cuscinetto fibro-cartilagineo posto tra una vertebra e l’altra, che ha la funzione di garantire un’adeguata elasticità e protezione durante i movimenti del busto. L’ernia va a comprimere le radici nervose spinali, causando infiammazione e dolore dei muscoli della schiena.

L’osteoporosi è una malattia caratterizzata da un ridotto assorbimento di calcio con conseguente progressivo assottigliamento di tutte le ossa del corpo (vertebre comprese); la fragilità delle ossa ne favorisce rotture e traumi, oltre ad essere fonte di dolori anche intensi.

La schiena della donna, durante la gravidanza, deve sopportare un maggior peso del corpo ed il pancione può gravare su ossa e muscoli della colonna vertebrale, causando infiammazione e dolore alla schiena; anche durante l’allattamento si possono verificare, a causa di fisiologici riassestamenti ormonali, dolori alle ossa e alle articolazioni.

Un’infiammazione dei nervi sciatico o crurale può comportare la comparsa di un forte dolore alla schiena con diffusione in altre parti del corpo. Si parlerà in questi casi più specificatamente di lombo-sciatalgia o lombo-cruralgia.

  • Nella lombo-sciatalgia, ossia in corso di un’ infiammazione del nervo sciatico, il dolore interessa:
    • fondo della schiena fino alla coscia,
    • gamba e piede nella faccia posteriore.
  • Nella lombo-cruralgia, ossia in corso di un’infiammazione del nervo crurale, il dolore interessa:
    • fondo della schiena,
    • inguine,
    • coscia e
    • gamba anteriormente (e a volte va fin sotto il ginocchio verso il piede ).

La spondilolistesi consiste nello scivolamento di una vertebra sull’altra in seguito a traumi o patologie degenerative, congenite o acquisite, con comparsa di dolore lombo-sacrale e sciatica.

Fattori di rischio

Gli autisti sono tra le categorie di lavoratori più a rischio per un possibile colpo della strega, ma anche chi sta seduto per ore davanti al computer, gli operai edili, i contadini, i magazzinieri ed in generale tutti coloro svolgano professioni che possono far assumere posture scorrette che vanno a stressare ripetutamente i muscoli e le articolazione del fondo della schiena.

Anche chi pratica alcuni sport, specie se a livello agonistico, può esser più soggetto al colpo della strega: ricordiamo per esempio il body building, il golf, i tuffi e la ginnastica artistica, tutte attività sportive che sollecitano le strutture osseo-muscolari della colonna vertebrale.

Sintomi

I sintomi del colpo della strega si riducono essenzialmente a un dolore nella parte bassa della schiena, nel tratto lombo-sacrale della colonna vertebrale, con le seguenti caratteristiche:

  • coglie all’improvviso,
  • è simile ad una fortissima fitta o ad una sensazione di severa pesantezza,
  • causa una contrattura della muscolatura paravertebrale lombare , ossia dei muscoli posti attorno alle ultime vertebre della colonna vertebrale, con difficoltà o blocco nei movimenti,
  • può coinvolgere anche il gluteo, inguine, coscia, gamba fino ai piedi (se c’è un’infiammazione di una radice nervosa),
  • può associarsi a parestesie (formicolii o intorpidimento delle gambe o dei piedi).

La durata dei sintomi del colpo della strega è in genere limitata a pochi giorni, per poi scomparire del tutto entro una settimana.

Diagnosi

Rivolgersi al proprio medico di famiglia è essenziale in presenza di un dolore alla schiena, specie se di forte intensità e a comparsa improvvisa: solo con un consulto medico, infatti, è possibile definire la causa del dolore e seguire la terapia più efficace per risolvere il problema.

Il medico effettua la visita medica e raccoglie l’anamnesi del paziente, gli pone cioè alcune domande riguardanti

  • le proprie abitudini di vita,
  • attività lavorativa,
  • malattie note,
  • farmaci assunti,
  • sulle caratteristiche del dolore riferito:
    • da quanto tempo è comparso,
    • se si è presentato all’improvviso,
    • l’attività svolta al momento della comparsa,
    • la severità.

In caso di dubbi o in presenza di un trauma, possono essere richiesti esami radiologici (quali radiografie, risonanza magnetica o TAC) al fine di

  • chiarire la diagnosi,
  • evidenziare eventuali
    • lesioni,
    • infiammazioni,
    • artrosi o altre patologie a carico della colonna vertebrale,
  • valutare un’eventuale peggioramento di una patologia di base del paziente già nota.

Una volta definita la causa del dolore, in particolare per differenziare

  • una lombalgia semplice acuta (il dolore interessa solo la schiena),
  • una lombo-sciatalgia o lombo-cruralgia (il dolore si irradia agli arti inferiori ),

il medico può fornire al paziente

  • una prescrizione dei farmaci da assumere per decontrarre la muscolatura,
  • suggerimenti sul cosa fare o non fare a casa per alleviare il dolore,
  • consigli per un’eventuale visita fisioterapica per la pratica di una ginnastica assistita.

Rimedi

A differenza di quel che comunemente si pensa, il colpo della strega non si cura con il riposo forzato a letto, anzi l’immobilità protratta può peggiorarlo, indebolendo ulteriormente la muscolatura.

È buona norma, invece, non prolungare il riposo oltre qualche ora (al massimo 2-3 giorni, a seconda della intensità del dolore) e cercare di mantenere la muscolatura coinvolta dal dolore tonica ed elastica

  • continuando a svolgere le normali attività di vita quotidiana,
  • camminando lentamente per consentire il recupero dei muscoli contratti,
  • eseguendo qualche esercizio leggero di stretching,
  • e facendo attenzione ad evitare inutili sforzi e movimenti bruschi.

Di una certa utilità è inoltre l’applicazione di impacchi caldi (ad esempio poggiare la borsa d’acqua calda sulla parte dolente per 15-20 minuti ogni 2-3 ore, fare un bagno caldo, …) per distendere la muscolatura della schiena e ridurre il dolore causato dallo spasmo muscolare. Il calore, tuttavia, non andrebbe usato in presenza di un processo infiammatorio in corso, quindi in presenza di un’area della pelle arrossata: in questi casi è più indicato un impacco freddo per 10-15 minuti ogni 2-3 ore.

Per alleviare il dolore possono essere assunti dei farmaci:

  • miorilassanti,
  • analgesici,
  • antiinfiammatori non steroidei (FANS),
  • corticosteroidi,
  • complessi vitaminici del gruppo B.

I farmaci potranno, a seconda dei casi, essere assunti sotto forma di preparazioni semisolide (creme, unguenti, gel, ..), gocce, compresse o cerotti transdermici.

Quindi in sintesi, possiamo dire che:

  • Riposo assoluto o movimento?
    • Riposo per max 2-3 giorni, poi movimento lento e graduale.
  • Caldo o freddo?
    • Caldo per un colpo della strega con dolore non irradiato, freddo in presenza di un’infiammazione.
  • Si possono assumere farmaci?
    • Si, ma solo se prescritti dal medico dopo attenta visita clinica.

Solitamente con questi accorgimenti il dolore migliora nel giro di pochi giorni, fino a scomparire del tutto entro una settimana.

In presenza di un dolore prolungato (oltre i 10 giorni), è utile intraprendere un programma di esercizi riabilitativi con personale competente e qualificato (fisiatra, fisioterapista, …) per ottenere un beneficio terapeutico ed evitare che il dolore diventi cronico.

Prevenzione

L’aver curato un episodio di lombalgia acuta non esclude il fatto che il dolore si possa ripresentare in qualsiasi altro momento della vita, è bene dunque evitare alcune condizioni di rischio che possono favorire la comparsa o ricomparsa di un colpo della strega.

Andrebbero EVITATI:

  • sedentarietà,
  • sovrappeso ed obesità,
  • posture scorrette (durante lo studio, a lavoro o alla guida): le spalle e la schiena andrebbero sempre ben poggiate lungo lo schienale,
  • reti e materassi non confortevoli durante il riposo notturno: è preferibile acquistare doghe in legno e materassi ergonomici,
  • uso abituale di calzature scomode, ad esempio i tacchi alti per molte ore al giorno,
  • il sollevamento errato di carichi, ossia arcuando la schiena con le gambe dritte: è giusto piegare le gambe e mantenere la schiena dritta quando si solleva un peso o si prende qualcosa da terra,
  • bere poca acqua durante la giornata: è consigliato idratarsi con almeno 1.5-2 litri di acqua al giorno,
  • i colpi di freddo: eccessivo uso di aria condizionata in estate, gelate invernali.

 

A cura della Dr.ssa Tiziana Bruno

Dolori muscolari: cause, pericoli e rimedi

Introduzione

I dolori muscolari (in medicina si parla di “mialgia”) sono un sintomo piuttosto frequente nella popolazione generale, che può essere causato da numerose condizioni e patologie.
Ad oggi tale problematica sta avendo un picco di incidenza, per via dello stile di vita moderno che prevede spesso un’attività lavorativa sedentaria, associata ad un’insufficiente attività fisica, responsabile di una muscolatura più debole e meno tonica, con maggior rischio di soffrire di dolori muscolari per una qualunque causa.

Le principali cause di dolori muscolari sono:

  • lesioni e traumi legati ad attività fisica,
  • malattie sistemiche:
    • influenza,
    • infezioni,
    • malattie reumatiche,
    • malattie muscolari,
    • tumori,
  • assunzione di farmaci o sostanze stupefacenti,
  • eccessiva attività fisica,
  • forte tensione e stress.

I dolori muscolari possono associarsi ad altri sintomi come:

È fondamentale per il medico saper inquadrare correttamente i dolori muscolari osservandone e descrivendone le caratteristiche peculiari, al fine di poter risalire ad una eventuale condizione o patologia sottostante.

  • Molto spesso i dolori muscolari sono di lieve entità e di breve durata, ed è semplice risalire alla causa (ad esempio uno sforzo fisico o un trauma): in tale caso il problema non desta preoccupazione con ritorno alla normalità nel giro di pochi giorni.
  • In altri casi i dolori muscolari potranno essere persistenti e di notevole entità, senza poter risalire alla causa che li ha scatenati: in tali casi è sempre opportuno rivolgersi ad un medico per poter giungere ad una diagnosi corretta ed impostare un trattamento adeguato ed efficace.

Cause

Le cause di dolore muscolare possono essere svariate, tra le principali ricordiamo:

  • Lesioni e traumi, che si manifestano con:
    • contrattura (simile al crampo ma di entità inferiore),
    • crampo (contrazione involontaria, improvvisa e duratura di un muscolo),
    • strappo (rottura di fibre muscolari per sollecitazione eccessiva),
    • stiramento (allungamento eccessivo ma senza rottura delle fibre muscolari),
    • ematoma muscolare (emorragia circoscritta a livello muscolare);
  • Malattie sistemiche:
    • influenza,
    • infezioni batteriche o virali;
  • Malattie reumatiche:
  • Malattie muscolari primitive o secondarie:
  • Tumori muscolari primitivi (sarcomi) o secondari;
  • Trichinellosi (infezioni parassitaria con le larve che possono incistarsi nei muscoli dell’ospite);
  • Poliomielite, ad oggi ormai rara;
  • Alterazioni della fisiologica curvatura della colonna vertebrale (cifosi, lordosi, scoliosi);
  • Assunzione di farmaci come alcuni anti-ipertensivi (utilizzati per ridurre la pressione arteriosa) e le statine (utilizzate per ridurre i livelli di colesterolo nel sangue);
  • Sostanze stupefacenti come cocaina e altre droghe simpatico-mimetiche;
  • Squilibrio elettrolitico come l’ipopotassiemia (carenza di potassio) da
    • eccessivo sforzo fisico,
    • grave disidratazione,
    • alimentazione squilibrata;
  • Eccessiva attività fisica generalizzata (per esempio una corsa eccessivamente prolungata senza adeguata preparazione) a causa dell’accumulo di acido lattico;
  • Eccessivo sforzo fisico con impegno specifico di una determinata fascia muscolare;
  • Forte stress psico-fisico, il quale può variare da individuo a individuo aggravando un possibile dolore muscolare;
  • Tensione continua di un gruppo muscolare per il mantenimento di una postura scorretta (torcicollo e dolori alle spalle e alla schiena);
  • Fibromialgia: patologia cronica la cui causa è ancora sconosciuta, caratterizzata da dolore muscolare cronico difficilmente trattabile.

Sintomi

A seconda della causa i dolori muscolari potranno associarsi a diversi altri sintomi, come ad esempio:

  • debolezza muscolare,
  • impossibilità di compiere determinati movimenti,
  • rigidità, gonfiore e arrossamento locale,
  • affaticamento eccessivo,
  • cefalea (mal di testa),
  • febbre e brividi,
  • sintomi influenzali,
  • disturbi a carico di altri organi e apparati.

Dolore muscolare localizzato

Il dolore coinvolge dei gruppi muscolari specifici (ad esempio solo il collo, le braccia o le gambe) e spesso anche i tessuti limitrofi come legamenti, tendini, ossa, articolazioni e tessuti molli.
Di solito le cause sono

  • una postura scorretta,
  • uno sforzo fisico eccessivo
  • od un trauma specifico.

Le caratteristica peculiari del dolore muscolare localizzato sono:

  • lieve entità,
  • breve durata,
  • causa sottostante ben individuabile,
  • guarigione completa dopo pochi giorni.

Dolore muscolare diffuso

Il dolore coinvolge diffusamente gran parte dei gruppi muscolari del corpo. La causa più frequente è la sindrome influenzale che si presenta nei primi giorni proprio con dolori muscolari ed importante astenia.

In altri casi alla base possono esserci delle patologie ben più serie, che richiederanno l’intervento del medico per poter giungere ad una diagnosi corretta ed impostare un trattamento efficace.

Dolore muscolare e stanchezza

Alcuni individui tendono a presentare mialgia associata ad una stanchezza cronica e duratura dalla quale non trovano sollievo. Le cause che possono portare a tale quadro clinico sono:

In caso di dolori muscolari e stanchezza cronica che persistono per diversi giorni è opportuno rivolgersi ad un medico.

Dolore muscolare alle braccia

Il dolore muscolare alle braccia può avere diverse cause scatenanti, ma la prima da escludere è quella di un infarto cardiaco in corso, che sovente si manifesta con dolore toracico che tende ad irradiarsi al braccio soprattutto sinistro.

Altre cause possono essere:

  • Ernia del disco cervicale: l’erniazione del nucleo polposo delle vertebre cervicali può irritare le radici nervose che fuoriescono a tale livello. Questo può tradursi a livello del braccio con una perdita di forza muscolare, alterata sensibilità con parestesie (sensazione di formicolio) e dolore cronico.
  • Artrite scapolo-omerale: irritazione o calcificazione dei tendini dei muscoli della spalla (soprattutto del sovra-spinato) che provoca un dolore intenso tipicamente notturno che obbliga al risveglio ed impedisce i normali movimenti del braccio coinvolto.
  • Altre cause:
    • sindrome dello stretto toracico superiore,
    • fibromialgia,
    • lesioni traumatiche a muscoli ed ossa brachiali,
    • siringomielia
    • e altre patologie del midollo spinale.

Dolore muscolare alle gambe

Oltre alle cause già trattate, i dolori muscolari alle gambe possono essere dovuti più specificatamente a:

  • Arteriopatia periferica con sub-occlusione arteriosa: il dolore si presenta dopo una camminata più o meno lunga a seconda della gravità dell’occlusione. Si associa a cute fredda e pallida con sensazione di prurito. Richiede intervento medico tempestivo.
  • Sciatalgia da compressione meccanica del nervo ischiatico secondaria ad un’ernia del disco lombo-sacrale.
  • Malattia di Lyme ed altre infezione sistemiche.
  • Sclerosi multipla ed altre patologie muscolo-scheletriche e neurologiche.

Dolori muscolari nei bambini

Evenienza relativamente rara, con il dolore che si presenta localizzato soprattutto agli arti senza una causa facilmente identificabile.

Si parlava in passato di “dolori di crescita”, ma ad oggi non è stata trovata alcuna correlazione scientificamente valida. Più che la crescita, la causa di tali disturbi è da arrecarsi a sforzi fisici eccessivi in individui con cartilagine e tendini ancora immaturi e in continuo accrescimento.

Le caratteristiche peculiari di tale tipo di dolore sono:

  • localizzazione bilaterale a piedi, gambe e polpacci o braccia,
  • spesso insorgono di notte svegliando il bambino,
  • dolori muscolari di lieve-media intensità.

Questi dolori sono temporanei e scompaiono con la crescita del bambino.
In ogni caso è opportuno rivolgersi ad un medico che potrà inquadrare al meglio la patologia escludendo altre cause ben più serie.

Quando rivolgersi al medico

In caso di dolori muscolari è importante rivolgersi prontamente ad un medico qualora:

  • Il dolore persista da diversi giorni ed è di forte intensità.
  • Non vi sia una causa facilmente identificabile.
  • Si presenti nei bambini.
  • Ci siano segni di infezioni o infiammazione.
  • Ci siano segni di morsi di animali o punture di insetti.
  • Si presentino diversi sintomi associati.
  • La causa sia probabilmente la somministrazione di un farmaco.

Rivolgersi in Pronto Soccorso se compaiono:

Diagnosi

È importante riconoscere le modalità con le quali si possono presentare i dolori muscolari e saperne individuare le caratteristiche peculiari:

  • Tipo di dolore:
    • crampiforme,
    • sordo,
    • costrittivo,
    • trafittivo,
  • Durata:
    • acuto,
    • cronico
  • Associazione ad altri sintomi
  • Presenza di patologie concomitanti

Il medico esegue l’anamnesi e l’esame obiettivo che gli permettono di giungere ad una prima ipotesi diagnostica, ma talvolta per la conferma della diagnosi è utile ricorrere ad ulteriori esami, tra cui:

Cura e rimedi

L’approccio terapeutico dipende ovviamente in modo molto stretto dalla causa scatenante, dal punto di vista sintomatico è possibile avvalersi di:

  • farmaci
  • riposo, per permettere ai muscoli il recupero necessario;
  • bagno caldo, che aiuta a rilassare i muscoli nonché ad alleviarne la tensione;
  • massoterapia (massaggi) ed altre tecniche fisioterapiche in caso di dolori legati a traumi o lesioni per attività fisica.

Per quanto riguarda il dolore muscolare che si manifesta durante un’attività fisica, spesso legato a un muscolo stirato o strappato, in genere risponde adeguatamente al protocollo RICE (dall’inglese Rest, Ice, Compression, Elevation):

  • Riposo.
  • Ghiaccio (cicli di applicazione di 15-20 minuti, più volte al giorno).
  • Compressione (benda di compressione per ridurre il gonfiore).
  • Elevazione (elevare il piede per aiutare a ridurre il gonfiore).

In alcuni casi, per esempio molti episodi di mal di schiena, a seguito dei primi 2-3 giorni il riposo assoluto da ogni attività può diventare controproducente.

Applicare ghiaccio per le prime 24-72 ore dopo l’infortunio serve a ridurre il dolore e l’infiammazione, dopodiché in genere si passa all’applicazione di calore (che ha effetto miorilassante).

Prevenzione

Alcuni accorgimenti possono rappresentare un importante strumento di prevenzione:

  • Riscaldare i muscoli adeguatamente prima di eseguire un qualunque tipo di attività fisica.
  • Bere molti liquidi prima, durante e dopo l’attività fisica, evitando la disidratazione e gli squilibri elettrolitici.
  • In caso di attività lavorativa sedentaria (come stare per molte ore seduti alla scrivania), è consigliabile ogni 1-2 ore alzarsi e fare dei movimenti come una breve camminata.

 

A cura del Dr. Dimonte Ruggiero

Colite: sintomi, dieta e altri rimedi

Introduzione

Con il termine colite, in campo medico, si indica l’infiammazione del colon, ovvero il secondo tratto dell’intestino crasso.

Il colon è un tratto del canale digerente posto tra il cieco e il retto e viene anatomicamente suddiviso in tre porzioni:

  • colon ascendente,
  • colon trasverso
  • e colon discendente.

La funzione principale del colon è quella di far progredire il contenuto alimentare al suo interno, mediante contrazioni segmentarie e propulsive della muscolatura della sua parete. Durante l’avanzamento del cibo, il colon elabora i prodotti di scarto della digestione dall’intestino tenue, principalmente riassorbendo l’acqua e gli elettroliti rimanenti. Il risultato che si viene a formare sono residui alimentari noti come feci che vengono quindi portate al retto, ove verranno espulse attraverso l’ano.

Esistono numerose cause di colite, tra cui

  • infezioni,
  • malattie infiammatorie intestinali (IBD – inflammatory bowel disease) come il morbo di Crohn o la retto-colite ulcerosa,
  • colite ischemica,
  • reazioni allergiche.

Il termine colite andrebbe quindi sempre associato, quando possibile, a termini specifici che ne indichino chiaramente la patologia. Nonostante ciò, tutt’oggi il termine colite si presta a facili fraintendimenti, in quanto viene comunemente utilizzato, soprattutto in ambito non medico, per indicare una specifica affezione del colon, nota con il nome di sindrome del colon irritabile, detta anche colite spastica o colite nervosa, per cui si rimanda allo specifico articolo sulla patologia e quello sulla dieta necessaria.

Le cause di colite possono essere distinte in acute e croniche.

  • Viene definita colite acuta un’infiammazione del colon che insorge rapidamente, in ore o giorni. Un classico esempio di colite acuta è quella dovuta ad infezioni.
  • Con il termine colite cronica si fa invece riferimento ad una colite che insorge più lentamente in maniera subdola e graduale, in settimane o anche mesi, e che perdura con andamento intermittente per lunghi periodi. Tra le coliti croniche le più importanti sono la sindrome del colon irritabile e le malattie infiammatorie intestinali.

La colite può ulteriormente essere suddivisa in base al fatto che sia diffusa a tutto il colon o limitata solo a certi segmenti. Ad esempio, la malattia di Chron si manifesta solamente in alcuni tratti del colon, mentre le coliti infettive solitamente interessante il colon nella sua interezza.

La colite si manifesta tipicamente con classici sintomi gastrointestinali come

La diagnosi della specifica causa che provoca la colite è spesso lunga, articolata e complessa. Viene sospettata in genere attraverso la storia clinica del paziente e necessita di numerosi esami del sangue, delle feci e molte volte anche di indagini strumentali, come la colonscopia.

Le terapie della colite sono molto diverse a seconda della causa specifica. Spesso sono terapie croniche, che vanno assunte per lunghi periodi, talora anche per tutta la vita. In alcuni casi, come talvolta accade nelle malattie infiammatorie intestinali, può essere necessario anche ricorrere alla chirurgia.

Cause

Le cause di colite sono numerose, complesse ed estremamente specifiche in base alla tipologia di infiammazione.

Le più importanti cause di colite sono:

  • Colite infettiva: la colite infettiva è nella maggior parte dei casi causata da infezioni batteriche, ma non mancano casi in cui sia determinata da virus, funghi o parassiti. Tra i batteri che più di frequente sono causa di colite vi sono

    Queste infezioni di solito si verificano perché il paziente ha ingerito cibo contaminato. I sintomi insorgono tipicamente in maniera acuta e possono coinvolgere anche altri organi, in quanto i batteri o le tossine da loro prodotti possono essere assorbiti dalla mucosa del colon ed entrare nel circolo sanguigno.

  • Malattie infiammatorie intestinali (IBD, inflammatory bowel disease), come il morbo di Crohn e la retto-colite ulcerosa . La malattia di Crohn può interessare tutto il tratto gastrointestinale, compreso il colon, mentre la rettocolite ulcerosa, come dice il nome stesso, coinvolge solo la mucosa del retto e del colon, nella maggior parte dei casi nella sua porzione terminale. Le malattie infiammatorie croniche intestinali sono malattie idiopatiche, a causa sconosciuta. Presentano una certa familiarità, ovvero c’è un aumento del rischio di svilupparle se si hanno parenti affetti da queste malattie, sebbene non sia una malattia ereditaria vera e propria. Colpiscono in egual misura entrambi i sessi e la loro insorgenza è più caratteristica nei giovani adulti, con età compresa tra 15 e 45 anni.
  • Sindrome del colon irritabile (IBS – irritable bowel syndrome), nota anche solo con il termine di colite o con il termine di colite nervosa o colite spastica. È una patologia funzionale gastro-intestinale, ovvero un processo morboso in cui viene alterata la normale funzionalità di un organo o di un apparato, in questo caso il colon, senza che vi sia una evidente lesione anatomica. In base ai criteri di Roma III, la sindrome del colon irritabile viene definita come un dolore o un fastidio addominale ricorrente, per almeno 3 giorni al mese negli ultimi 3 mesi, associato a due o più fra le seguenti caratteristiche
    • miglioramento dei sintomi con l’evacuazione,
    • esordio associato ad un’alterazione della frequenza dell’alvo,
    • esordio associato ad un’alterazione della consistenza delle feci.
  • Colite ischemica: l’ischemia è la riduzione o la completa assenza di afflusso di sangue ad un organo, in questo caso al colon. Quando il colon perde il suo normale apporto di sangue può infiammarsi e manifestare i classici sintomi di una colite, che solitamente compaiono in maniera acuta. Può essere dovuta a diverse cause, di cui le principali sono
  • Reazioni allergiche: Caratteristica dei bambini di età inferiore a 1 anno, la colite allergica è spesso dovuta ad allergie al latte. Può andare incontro ad una risoluzione spontanea durante la crescita del bambino, in correlazione con una sua maturazione del sistema immunitario e dei meccanismi di difesa locali intestinali.

Sintomi

I più comuni segni e sintomi di colite interessano il sistema gastro-intestinale. Tra i più importanti, che vengono riscontrati in quasi tutte le forme di colite, ricordiamo:

  • diarrea o, al contrario, stipsi,
  • dolore e crampi addominali, talvolta alleviati dalla defecazione o dalla espulsione di gas intestinali,
  • gonfiore addominale,
  • flatulenza,
  • presenza di muco e/o di sangue nelle feci.

Inoltre, a seconda della patologia che ha causato la colite, possono manifestarsi uno o più dei seguenti sintomi

Diagnosi

La diagnosi di colite inizia dall’anamnesi e dalla raccolta dei segni e sintomi del paziente, il quale riferisce solitamente dolori o crampi addominali mal definibili e diffusi, spesso accompagnati da gonfiore e flatulenza. Talvolta il paziente racconta inoltre di aver notato la presenza di muco o sangue nelle feci.

Sebbene grazie ai segni e sintomi, sia abbastanza semplice sospettare una colite, la diagnosi della specifica cause che l’ha provocata è spesso lunga, articolata e complessa e necessita di numerose indagini laboratoristico-strumentali. Tra queste, quelle che vengono più utilizzate sono

  • Esami del sangue. Nel sangue vengono analizzate innanzitutto l’emoglobina e i globuli rossi, in quanto l’infiammazione intestinale cronica può in taluni casi determinare stati di anemia. Vengono poi ricercati gli indici di infiammazione, come l’aumento dei globuli bianchi, un incremento della VES e della PCR. Importante è anche analizzare i vari elettroliti nel sangue, in quanto la colite può influire sulla fisiologica funzione del colon di riassorbire sodio, potassio, bicarbonati, magnesio e cloro. Quando viene sospettata una colite infettiva vengono ricercati nel sangue direttamente i microorganismi responsabili, che possono essere entrati in circolo, o, in alternativa, gli anticorpi che l’organismo ha prodotto in risposta alla loro presenza.
  • Esame delle feci. Nelle feci può essere ricercata la presenza di sangue e muco, talvolta visibili anche a occhio nudo. A livello laboratoristico possono essere ricercati nelle feci anche i globuli bianchi, che indicano la presenza di un’infiammazione intestinale. Con l’esame delle feci inoltre, quando si sospetta la causa infettiva, possono essere effettuate delle coprocolture o possono essere ricercati direttamente alcuni tipi specifici di tossine.
  • Colonscopia. Esame diagnostico strumentale che permette di visualizzare le pareti interne di retto, sigma e colon, per scoprire eventuali lesioni. Durante l’esame può anche venire eseguita una biopsia, in cui il medico raschia una piccola porzione di tessuto dal colon, che verrà poi esaminato in seguito in laboratorio.

Cura

Prima dell’impostazione della terapia per un corretto trattamento della colite, è necessario determinarne con certezza la causa che l’ha scatenata, in quanto esistono trattamenti specifici per ogni causa di colite.

Il trattamento per la colite può essere suddiviso in farmacologico e chirurgico

Farmaci

Possono essere utilizzati diversi tipi di farmaci per trattare la colite. I più comuni sono

  • Antibiotici e antimicotici nel caso in cui la colite sia rispettivamente di origine batterica o micotica.
  • Farmaci antinfiammatori, come i corticosteroidi e la Mesalazina, che riducono l’infiammazione e forniscono sollievo dal dolore.
  • Immunosoppressori e farmaci biologici nel trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali, come l’Azatioprina, la ciclosporina A, il metotrexate, l’Infliximab o l’Adalimumab

Il medico prescriverà i diversi farmaci in base alla causa sottostante.

Chirurgia

Il trattamento chirurgico viene riservato ad alcuni casi specifici nelle malattie infiammatorie croniche intestinali. Ad esempio, nella rettocolite ulcerosa la panproctocolectomia totale è risolutiva della malattia nella maggior parte dei pazienti, mentre nei soggetti che soffrono di morbo di Chron la chirurgia non è mai risolutiva e viene confinata a casi gravi di malattia in cui si verifichino complicanze come ascessi, fistole, ostruzioni da stenosi, perforazioni ed importanti emorragie.

Dieta

L’approccio dietetico all’infiammazione cambia sensibilmente in base alla forma di colite diagnosticata, per cui si rimanda alle singole schede; nei casi di colon irritabile è possibile per esempio trovare sollievo attraverso la dieta FODMAP.

 

 

A cura del Dr. Alberto Carturan