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Placenta previa: cause e cosa fare e cosa aspettarsi

Introduzione

La placenta è un organo che si sviluppa nel corpo femminile unicamente durante la gravidanza e che serve a nutrire il bambino; in genere è posizionata nella parte superiore o laterale dell’utero e permette gli scambi di sostanze con il feto attraverso il cordone ombelicale.

A seguito del parto, qualche decina di minuti dopo, la placenta viene anch’essa eliminata perché ormai inutile.

La placenta previa è una condizione patologica caratterizzata da un impianto anomalo della placenta, che viene a trovarsi a livello del segmento uterino inferiore. Tale conformazione può determinare un ostacolo al passaggio del feto attraverso il canale del parto, talvolta diventando una una vera e propria emergenza ostetrica del terzo trimestre di gestazione.

Viene classificata in base alla sua localizzazione e a quanto possa o meno ostacolare il passaggio fetale durante la nascita.

La diagnosi, come molte condizioni ostetriche, avviene solitamente attraverso un’indagine ecografica (prevalentemente per via transvaginale).

La placenta previa, quando diagnosticata prima del parto, non sempre richiede un trattamento urgente, ma porta in genere all’adozione di specifici accorgimenti al momento del parto, che tuttavia non sempre può avvenire per via vaginale.

Placenta previa

By OpenStax College – Anatomy & Physiology, Connexions Web site. http://cnx.org/content/col11496/1.6/, Jun 19, 2013., CC BY 3.0, Link

Cause

L’incidenza della placenta previa è di circa lo 0.28% nelle gravidanze singole, raggiungendo lo 0.39% nel caso di gravidanze gemellari.

Tra i principali fattori di rischio legati allo sviluppo di placenta previa ricordiamo:

  • età materna avanzata,
  • multiparità (parti precedenti),
  • anomalie anatomiche dell’utero,
  • fumo,
  • pregresso taglio cesareo,
  • pregressa revisione della cavità uterina (in seguito per esempio ad un aborto, volontario o spontaneo).

Classificazione

In termini più semplici la placenta previa è una placenta localizzata “troppo in basso” all’interno della cavità uterina. Nonostante ogni qualvolta parliamo di una placenta previa essa si localizza a livello del segmento uterino inferiore, vi sono differenti gradi da considerare:

  • Placenta previa totale: la placenta copre totalmente l’orifizio uterino interno, impedendo quindi al momento del parto il passaggio della parte fetale presentata attraverso il canale del parto.
  • Placenta previa parziale: la placenta arriva a livello dell’orifizio uterino interno, ma non lo ostruisce completamente.
  • Placenta previa marginale: la placenta arriva fino all’orifizio uterino interno, ma lo tocca soltanto marginalmente, a livello della circonferenza.
  • Riconosciamo infine quella che viene semplicemente definita una “placenta bassa”, in cui la placenta è localizzata a livello del segmento uterino inferiore, a meno di 2 cm dall’orifizio uterino interno, ma senza arrivare a toccarlo, né tantomento ad ostruirlo.

In realtà ad oggi nella maggior parte dei casi non si parla più di placenta previa totale, parziale o marginale, ma semplicemente di placenta

  • bassa,
  • previa

a seconda che raggiunga o meno l’orifizio uterino interno.

  • Quando la placenta previa raggiunge l’orifizio uterino interno si contano i millimetri che “strabordano” dall’orifizio.
  • Quando la placenta previa invece non riesce a toccare l’orifizio uterino interno, allora si contano i millimetri di distanza che mancano per arrivarvi.

È abbastanza comune diagnosticare una placenta molto bassa nel primo trimestre di gravidanza, ma con l’aumento delle dimensioni del viscere uterino all’aumentare dell’epoca gestazionale l’impianto placentare può risalire.

Sintomi

Una placenta più bassa del normale non dà inizialmente manifestazione di sé, può infatti  risalire in maniera spontanea senza interferire con il decorso del parto.

Quando invece la placenta rimane effettivamente a livello dell’orifizio uterino interno, al momento del parto il canale cervicale va incontro ad una serie di modifiche per cui, accorciandosi e dilatandosi, può determinare un distacco del disco placentare. Questo diventa causa di una perdita ematica (perdita di sangue) che appartiene alla cosiddetta “diagnosi differenziale delle emorragie del terzo trimestre”.

Il sintomo caratteristico della placenta previa è quindi una perdita di sangue nel terzo trimestre di gravidanza, abbondante, ma non associata a sofferenza materna o fetale (verificata mediante il tracciato cardiotocografico). Il sangue alla vista è di solito di colore rosso viso e può essere o meno accompagnato da contrazioni uterine.

Diagnosi

La diagnosi è ormai basata sull’ecografia pelvica transvaginale.

Ad inizio gravidanza è in realtà molto comunque il riscontro di una placenta con impianto basso, che tuttavia spesso va incontro a risoluzione entro il termine della gravidanza.

Una paziente affetta da placenta con impianto troppo basso deve essere costantemente monitorata ecograficamente nel corso della gravidanza.

Circa il 60% delle donne che ricevono diagnosi di placenta previa mediante ecografia transaddominale, vengono riclassificate quando l’ecografia viene poi eseguita per via transvaginale.

Di grande importanza risulta la misurazione dei millimetri di distanza dall’orifizio uterino interno, oltre al monitoraggio dei cambiamenti della cervice uterina durante il susseguirsi delle settimane di gravidanza.

Cura

La soluzione più sicura in caso di placenta previa è rappresentata da un parto cesareo, che tuttavia non è sempre necessario; l’epoca gestazionale, l’anamnesi ostetrica e soprattutto la valutazione ecografica del liquido amniotico (e la successiva stima della maturità polmonare) permettono di stabilire il timing ottimale e soprattutto le modalità del parto.

  • Nel caso in cui la placenta sia localizzata a più di 2 cm dall’orifizio uterino interno è possibile che la paziente partorisca per via vaginale (eventualmente programmando la data per prevenire l’insorgenza di emorragia).
  • Nel caso in cui la placenta sia localizzata a meno di 1 cm dall’orifizio uterino interno, si ritiene necessario eseguire un taglio cesareo.
  • Quando l’impianto è localizzato tra 1 e 2 cm non è chiaro al giorno d’oggi il perfetto management del parto.

Oltre alle modalità del parto è necessario individuare le tempistiche esatte bilanciando

  • da un lato il rischio di eventuale emorragia materna
  • e dall’altro il rischio che il feto non sia ancora maturo per sopravvivere nel mondo esterno.

A seguito di diagnosi di placenta previa, quando questa rimane stabile e asintomatica, la paziente può essere monitorata ambulatorialmente; quando invece si manifestano contrazioni, o peggio perdite ematiche, spesso la paziente viene ricoverata ed osservata per valutare la necessità di organizzare il parto.

Ogni qualvolta si verifichi il rischio di parto prima delle 34 settimane di gestazione, ricordiamo che è sempre necessario valutare la somministrazione di corticosteroidi per favorire la maturazione polmonare del feto.

Prevenzione

Mediante l’adozione di piccoli accorgimenti è possibile ridurre il rischio di sviluppare placenta previa:

  • Smettere di fumare ed evitare il fumo passivo: il fumo è associato ad una vera e propria alterazione della vascolarizzazione placentare, in grado di favorire la comparsa di diverse complicazioni nel corso della gravidanza.
  • Trattamento di eventuali anomalie (congenite o acquisite) uterine, come ad esempio anche semplici condizioni uterine benigne, come la fibromatosi, che possono comunque alterare la conformazione della cavità uterina

 

Fonti e bibliografia

Distacco di placenta: cause, sintomi, conseguenze

Introduzione

La placenta è un organo che si sviluppa nel ventre materno (nell’utero) durante la gravidanza; separa il sangue del bambino da quello della madre, ma ne fornisce una sorta di collegamento al fine di svolgere funzioni che il bambino non ancora nato non è in grado di svolgere da solo.

Ossigeno e sostanze nutritive passano dal sangue materno a quello del bambino, mentre i prodotti di rifiuto seguono il percorso inverso per essere smaltiti dalla madre; la placenta produce inoltre ormoni che aiutano il bambino a crescere e svilupparsi, oltre a fornire una certa protezione dalle infezioni durante i nove mesi di gestazione.

La placenta è collegata al bambino dal cordone ombelicale.

Il distacco di placenta in gravidanza (anche detto in medicina “abruptio placentae”) consiste nella separazione prematura della placenta dalla mucosa uterina, ovvero dopo la 20° settimana e prima del secondamento (con secondamento si intende la naturale espulsione della placenta e degli annessi fetali, che di solito avviene tra i 10 e i 20 minuti dopo l’espulsione del feto).

IIl distacco di placenta può essere:

  • Manifesto: in cui si verifica una perdita di sangue dalla vagina, che quindi si rende visibile all’esterno.
  • Occulto: quando manca il sanguinamento vaginale con formazione di un ematoma retro-placentare interno.

Il distacco si verifica quindi  in seguito ad un sanguinamento al confine tra utero e placenta con la formazione di un ematoma che progressivamente “rompe” l’inserzione tra i due organi.

Schematizzazione delle due forme del distacco di placenta

Blausen.com staff (2014). “Medical gallery of Blausen Medical 2014“. WikiJournal of Medicine 1 (2). DOI:10.15347/wjm/2014.010. ISSN 2002-4436. – Opera propria, CC BY 3.0, Collegamento

Le cause principali sono:

  • trombosi e necrosi dei vasi uterini,
  • trauma addominale,
  • alterata genesi placentare.

I sintomi classici del distacco di placenta sono:

La diagnosi è prettamente clinica, ovvero basata sul riconoscimento dei segni oggettivi e dei sintomi soggettivi della gestante.

Il trattamento del distacco di placenta può prevedere una strettissima sorveglianza clinico-laboratoristica condotto fino all’espletamento di un parto naturale, oppure un immediato parto mediante taglio cesareo con sostegno delle funzioni vitali della madre e del feto.

La prognosi dipende essenzialmente dall’estensione del distacco e dall’epoca gestazionale in cui si verifica. La presenza di fattori di rischio materni o fetali peggiora la prognosi.

Cause

Il distacco di placenta si verifica con una frequenza stimata di 1 caso ogni 100 parti.

I maggiori fattori di rischio sono rappresentati da:

  • multiparità, ovvero aver partorito più di una volta,
  • età materna avanzata,
  • fumo di sigaretta,
  • uso di sostanze stupefacenti (ad esempio cocaina),
  • gravidanza gemellare,
  • ipertensione arteriosa non in trattamento,
  • severo stato di denutrizione,
  • trombofilia congenita o acquisita (ovvero aumentato rischio trombotico),
  • traumi a livello addominale.

Il distacco di placenta deriva dalla rottura di una arteria, il cui sanguinamento si accumula al confine tra placenta ed utero. In poco tempo questo accumulo di sangue porta alla formazione di un ematoma, che espandendosi determina un progressivo distacco e poi distruzione della placenta.

Le principali cause del distacco di placenta sono da attribuire a:

  • trombosi dei vasi uterini che vanno incontro a necrosi e conseguente sanguinamento,
  • trauma addominale,
  • rottura delle membrane (in gergo “rottura delle acque) in un polidramnios,
  • decompressione uterina massiva durante una gravidanza gemellare dopo la nascita del primo feto,
  • vasocostrizione acuta a livello della circolazione placentare da sostanze stupefacenti come la cocaina,
  • alterata formazione della placenta,
  • infezioni intrauterine.

Sintomi

Clinicamente si creano situazioni di gravità variabile,

  • da lievi emorragie gestibili con adeguato trattamento,
  • a sanguinamenti massivi che portano alla morte di madre e feto (situazione fortunatamente rara, stimata indicativamente attorno ai 0.4 morti per 1000 casi di distacco di placenta nei Paesi occidentali).

Il rischio per il feto dipende soprattutto da 2 fattori:

  • Estensione del distacco placentare (il rischio è altissimo per il feto quando il distacco supera il 50% dell’inserzione placentare);
  • Epoca gestazionale (un distacco nel primo trimestre è più grave di uno verificatosi nell’ultimo trimestre).

Anche per la madre le conseguenze cliniche non sono da meno; nei distacchi massivi si possono presentare sintomi come:

Il distacco di placenta presenta 2 sintomi classici ovvero:

  • sanguinamento vaginale,
  • dolore addominale.

Ad accompagnare questi due sintomi si ritrovano altri segni clinici che permettono di classificare il distacco di placenta in 3 gradi:

  • Lieve: si presenta nel 40% dei casi, con
    • scarsa perdita ematica,
    • nessun segno di shock
    • e parametri vitali del feto nella norma.
  • Moderato: nel 40% dei casi, con
  • Grave: nel 20% dei casi, con
    • emorragia massiva,
    • contrazioni uterine rapide e forti,
    • stato di shock,
    • segni di sofferenza fetale con rischio di exitus (morte) sia materno che fetale.

In ogni caso il distacco di placenta, quando molto esteso, scatena un travaglio intenso e molto rapido.

Diagnosi

La diagnosi del distacco di placenta è clinica, ovvero basata sul riconoscimento di segni e sintomi caratteristici.

Il distacco di placenta va sempre sospettato ed eventualmente escluso ogni qualvolta durante una gravidanza si presenti un sanguinamento vaginale associato a dolore addominale.

Il sospetto viene rafforzato dal riscontro durante l’anamnesi della presenza di fattori di rischio  descritti.

Accanto al quadro clinico sono importanti ai fini della diagnosi anche:

  • Esami ematochimici, che mostreranno una riduzione più o meno importante dei valori di globuli rossi ed emoglobina in conseguenza dell’emorragia.
  • Esami strumentali, tra cui risulta utile soltanto l’ecografia (in caso di gravidanza è ovviamente controindicata la TC essendo un esame basato sull’utilizzo di radiazioni ionizzanti), che tuttavia può essere causa di falsi negativi nel 50% dei casi, poiché il distacco di placenta non sempre presenta delle immagini suggestive che ne permettano il riconoscimento.

Cura

Ogni qualvolta si sospetti un distacco di placenta è sempre necessario il ricovero della gestante alla luce della pericolosità della patologia.

Una volta riconosciuti i segni e sintomi tipici del distacco, si aprono due strade terapeutiche:

  • In caso di quadro clinico lieve si tiene la paziente in stretta osservazione fino a condurla ad un eventuale parto naturale (ovvero per via vaginale).
  • In caso di quadro clinico moderato o grave vi è la necessità di un intervento di urgenza. Si mettono in atto tutte le procedure necessarie alla stabilizzazione dei parametri vitali della gestante e si fa un monitoraggio cardiotocografico continuo (la cardiotocografia è un importante esame che tiene sotto controllo i parametri vitali del feto, valutandone attentamente lo stato di benessere). In questi casi, a prescindere dall’epoca gestazionale del feto, si opta in genere per un parto urgente mediante taglio cesareo, anche se prematuro.

Prevenzione

La diminuzione del rischio di sviluppare un distacco di placenta è possibile attraverso una scrupolosa attenzione allo stile di vita della donna in gravidanza, che preveda l’evitamento di:

  • fumo,
  • sostanze d’abuso,
  • attività fisiche a rischio.

Risulta inoltre di grande importanza la corretta gestione di patologie materne, quali

 

Fonte principale

  • Manuale di Ginecologia ed Ostetricia, Bolis set al. 2011, Edises srl. Napoli

 

 

Bruciore di stomaco in gravidanza: cause, sintomi e rimedi

Introduzione

Il bruciore di stomaco, chiamato anche “pirosi”, è descritto come una fastidiosa sensazione o un vero e proprio dolore localizzato a livello retrosternale (dietro lo sterno) e/o in sede epigastrica, cioè nella porzione alta dell’addome comunemente chiamata “bocca dello stomaco”.

Questo tipo di dolore viene avvertito dal paziente come “bruciante”, urente e può comparire in associazione o lontano dai pasti. Quando si presenta durante la gravidanza, questo disturbo è indicato più specificatamente come pirosi gravidica.

Più della metà delle donne in stato di gravidanza riferisce sintomi di bruciore di stomaco, con un’incidenza che va aumentando dal primo al terzo trimestre. Nella maggior parte dei casi i sintomi compaiono nel secondo o nel terzo trimestre, si perpetuano per tutta la gravidanza e si risolvono dopo il parto. La gravidanza è infatti caratterizzata da numerose modifiche ed adattamenti fisiologici del corpo materno che possono produrre sintomi gastrointestinali, tra cui il più frequente è proprio il bruciore di stomaco.

Qualora il bruciore di stomaco fosse presente già prima della gravidanza, molto probabilmente durante il corso dei nove mesi il disturbo tenderà a peggiorare. I sintomi gastrointestinali solitamente sono più frequenti nella prima gravidanza, mentre si riducono nelle successive.

Donna in gravidanza che si massaggia la pancia a causa di mal di stomaco

iStock.com/shironosov

Cause

La pirosi gastrica/retrosternale della donna gravida è generalmente dovuta alla malattia da reflusso gastro-esofageo; questo fenomeno, che consiste nella risalita di materiale gastrico acido dallo stomaco verso l’esofago, è favorito in gravidanza da molteplici fattori.

  • Equilibrio ormonale in gravidanza: Uno di questi è la nuova situazione ormonale della donna in stato di gravidanza. Al confine tra esofago e stomaco troviamo lo sfintere esofageo inferiore, un ispessimento muscolare che, unitamente ad altri sistemi anatomico-funzionali chiamati “anti-reflusso”, impedisce che il materiale gastrico risalga a livello esofageo. Normalmente lo sfintere esofageo inferiore si rilascia (e dunque si apre) per permettere il passaggio del cibo dall’esofago stomaco o per consentire l’eruttazione; e poi tende a richiudersi. Se lo sfintere esofageo inferiore subisce troppo spesso dei rilasciamenti o il suo tono è diminuito, l’acido dello stomaco può refluire nell’esofago e causare una sensazione di bruciore. In gravidanza l’aumento della quantità di progesterone provoca il rilassamento della muscolatura liscia, che si traduce in una riduzione del tono dello sfintere esofageo inferiore. La riduzione del tono dello sfintere esofageo inferiore favorisce la risalita di materiale gastrico.
  • Durante la gravidanza lo sfintere esofageo inferiore, normalmente collocato a livello addominale, risale verso la cavità toracica, una zona in cui vige una pressione negativa. Tale pressione, attraverso un meccanismo di “risucchio”, facilita il ritorno di cibo e materiale acido dallo stomaco verso esofago. Questa continua risalita conduce ad infiammazione esofagea che crea la classica sensazione di ‘bruciore’.
  • È anche necessario considerare che l’utero, incrementando di volume, occupa via via sempre più spazio nella cavità addominale, producendo una pressione che con il progredire della gravidanza può peggiorare il bruciore di stomaco.

Il bruciore di stomaco può anche essere causato da anormale svuotamento gastrico, ritardo nel transito dell’intestino tenue o da alcuni farmaci assunti durante la gravidanza, come gli anti-emetici.

Sintomi

I sintomi che comunemente si associano al bruciore di stomaco riportati dalle donne in gravidanza includono:

Complicazioni

Le possibili complicanze della malattia da reflusso esofageo comprendono:

  • esofagite erosiva (presenza di erosioni della mucosa esofagea),
  • stenosi esofagea (ossia la formazione di una cicatrice che restringe il lume esofageo).

Tuttavia, si verificano raramente durante la gravidanza.

Diagnosi

Un’accurata raccolta delle informazioni riguardanti la sintomatologia e un esame obiettivo svolto dal medico ginecologo sono normalmente sufficienti per diagnosticare la pirosi gravidica data dal reflusso gastroesofageo. Non sono richiesti ulteriori esami diagnostici di tipo strumentale.

Nel caso in cui si verifichino complicanze o disturbi gastrointestinali maggiori come emorragia e/o disfagia (incapacità o difficoltà a deglutire) è possibile sottoporre la donna all’esofago-gastro-duodenoscopia, una tecnica endoscopica considerata sicura in gravidanza che permette di visualizzare le pareti esofagee.

Rimedi e prevenzione

Le modifiche alla dieta e stile di vita possono essere sufficienti per controllare la sintomatologia, soprattutto quando lieve. È consigliabile:

  • Modificare le proprie abitudini alimentari, privilegiando pasti piccoli e frequenti anziché i tre abbondanti pasti classici. Sono da evitare le “abbuffate” di cibo, che favoriscono il reflusso gastroesofageo, ed è sconsigliato coricarsi nelle ore seguenti il pasto. È inoltre necessario ridurre le bevande contenenti caffeina e i cibi elaborati, speziati, grassi o fritti.
  • Intervenire sul decubito notturno alzando la testata del letto di circa 15-25 cm. È invece sconsigliato dormire con due/tre cuscini in quanto aumentando la pressione addominale si faciliterebbe il meccanismo del reflusso.
  • Indipendentemente dalla presenza o meno del bruciore di stomaco, è assolutamente necessario sia evitare le bevande alcoliche sia smettere di fumare in gravidanza. Fumare e bere alcolici durante la gravidanza può compromettere la crescita fetale e la salute materna. Inoltre, queste abitudini favoriscono il reflusso gastroesofageo.
  • È consigliabile inoltre evitare abiti aderenti: I vestiti attillati possono infatti aumentare la pressione sullo stomaco e sull’addome.

Se nonostante queste modifiche allo stile di vita il bruciore di stomaco persistesse, diventa necessario consultare il medico. Il trattamento di prima linea è basato solitamente su farmaci antiacidi. Gli antiacidi contenenti calcio e magnesio sono considerati sicuri in gravidanza e inducono un sollievo immediato dal bruciore di stomaco. È invece sconsigliato l’uso di antiacidi a base di alluminio e il bicarbonato di sodio.

Nel caso questa terapia non sia sufficiente, si possono associare antagonisti dei recettori H2, che mantengono eccellenti profili di sicurezza in gravidanza.

Altre cause di bruciore di stomaco in gravidanza

La maggior parte dei casi di bruciore di stomaco in gravidanza sono riconducibili alla malattia da reflusso gastroesofageo, ma per completezza ricordiamo che il bruciore di stomaco può essere dovuto anche alle seguenti cause.

Esofagite

Le esofagiti consistono in infiammazioni della mucosa esofagea. Le manifestazioni cliniche associate all’esofagite sono:

  • dolore/fastidio retrosternale,
  • pirosi,
  • disfagia esofagea (ossia la difficoltà a portare a termine la deglutizione)
  • e talvolta nausea e vomito.

La causa scatenante dell’esofagite è variabile:

  • erosiva (da reflusso, vedi sopra),
  • infettiva (da candida, da herpes virus o da citomegalovirus),
  • caustica (secondaria all’ingestione di acidi o alcali),
  • eosinofila (per attivazione eccessiva della risposta infiammatoria).

Solo mediante un’indagine endoscopica è possibile in questo caso determinare la causa. La gestione terapeutica dell’esofagite gravidica data da una causa diversa rispetto alla malattia da reflusso gastro-esofageo risulta più complessa, in quanto l’uso di farmaci convenzionali per il trattamento di questi disturbi è limitato in gravidanza, perciò è necessario rivolgersi ad uno specialista per individuare la terapia corretta.

Gastrite e ulcera peptica

Le gastriti, ossia infiammazioni della mucosa dello stomaco, possono essere distinte in acute e croniche sulla base della durata, mentre in base alla causa possono essere classificate in gastrite

Tra queste la più frequente in gravidanza è la gastrite da Helicobacter Pylori, che può progredire complicandosi con l’ulcera peptica. L’ulcera peptica consiste in una perdita di sostanza che interessa gli strati profondi rispetto alla mucosa. La sede dell’ulcera può essere gastrica o duodenale. L’ulcera è rara durante la gravidanza, e al contrario del reflusso gastroesofageo se l’ulcera era già presente prima della gravidanza stessa, la sintomatologia tende a migliorare.

I fattori di rischio per lo sviluppo di gastrite e ulcera peptica in gravidanza includono:

  • fumo e alcolici,
  • stress,
  • status socioeconomico,
  • precedente storia di gastrite, ulcera peptica o la colonizzazione da parte di Helicobacter pylori.

Helicobacter Pylori (HP) è un batterio ubiquitario in natura e la sua trasmissione avviene per via oro-fecale. La sua aggressività è legata al fatto che questo batterio è in grado di resistere e replicare al livello gastrico nonostante il basso pH.

Le caratteristiche cliniche della gastrite e dell’ulcera peptica nelle donne in gravidanza sono simili alla situazione pre-gravidica. La gastrite da Helicobacter Pylori può decorrere in maniera asintomatica o manifestarsi con dolore epigastrico, eruttazioni frequenti, senso di sazietà precoce, ripienezza post-prandiale, nausea e vomito.

Per quanto riguarda l’ulcera, il quadro clinico varia in base alla sede, che può essere gastrica o duodenale. L’ulcera gastrica si presenta con un dolore bruciante in sede epigastrica, irradiato alla schiena e aggravato dall’assunzione di cibo, spesso associato a nausea e vomito, mentre l’ulcera duodenale invece si manifesta con un dolore epigastrico non irradiato che insorge lontano dai pasti e viene alleviato dalla presenza di cibo.

L’anamnesi e l’esame clinico consentono di inquadrare la patologia, anche se per la diagnosi certa e per la visualizzazione dell’ulcera è necessaria l’esofago-gastro-duodenoscopia con biopsia. In alcuni casi è possibile ricorrere a test meno invasivi come il breath test all’urea (che consiste nella somministrazione orale di urea marcata che viene poi ricercata nel gas espirato) o nella ricerca di antigeni dell’Helicobacter Pylori nelle feci.

Le complicanze che possono aggravare l’ulcera peptica sono l’emorragia, la perforazione, la stenosi e la penetrazione, ma sono rare in gravidanza. Inoltre l’ulcera peptica non provoca aumento della morbilità e della mortalità materna e fetale.

Il trattamento prevede cambiamenti nella dieta e nello stile di vita: è consigliabile evitare

  • cibi grassi,
  • bevande gassose e acide,
  • di coricarsi dopo mangiato
  • un’eccessiva assunzione di caffeina.

È mandatario sospendere l’abitudine al fumo e rinunciare alle bevande alcoliche in gravidanza.

Se necessaria una terapia medica, la prima scelta in gravidanza ricade sugli antagonisti dei recettori H2. Il trattamento eradicante per Helicobacter pylori, che prevede l’utilizzo di antibiotici, va invece incominciato quando la gravidanza e il periodo di allattamento al seno sono terminati, perché alcuni dei farmaci raccomandati sono relativamente controindicati in gravidanza.

 

A cura del Dr. Alberto Carturan, medico chirurgo

FONTI

Ecografie in gravidanza: tutto quello che devi sapere

Introduzione

L’ecografia è un esame diagnostico semplice ed indolore, effettuato con un’apparecchiatura ad ultrasuoni costituita da una sonda, chiamata ecografo, collegata ad uno schermo: la sonda viene posta sulla superficie del corpo o al suo interno, a seconda del tipo di ecografia che si sta effettuando, e consente di riprodurre su un video le immagini dei nostri organi interni e di valutarne lo stato di salute.

Le onde sonore utilizzate per effettuare l’ecografia sono del tutto innocue (a differenza delle radiazioni presenti quando, ad esempio, ci si sottopone ad una radiografia od una TAC) e ciò è il motivo per cui questo esame può essere effettuato senza rischi anche nella donna in gravidanza.

Secondo le Linee Guida della Società Italiana di ecografia ostetrica e ginecologica, sono raccomandate 3 ecografie in gravidanza ossia nel primo, secondo e terzo trimestre: in questo modo è possibile osservare l’accrescimento e lo stato di benessere del feto durante tutto il periodo dei 9 mesi di gestazione, tuttavia le recenti disposizioni nazionali (LEA 2017) prevedono l’esecuzione gratuita 2 ecografie in gravidanza se non vi sono complicanze, con la terza (terzo trimestre) offerta alle donne per le quali il medico identifichi una patologia materna o fetale per cui sia opportuno eseguire un esame ecografico supplementare.

In alcuni casi possono infine essere effettuate ecografie speciali come ad esempio un’ecocardiografia fetale o un’ecografia con studio doppler per valutare difetti cardiaci o della circolazione sanguigna.

GInecologa che sottopone una donna incinta a un'ecografia

iStock.com/AlexRaths

Come si effettua l’ecografia?

Alla paziente viene in genere chiesto di bere, circa un’ora prima dell’esame, mezzo litro di acqua e di trattenersi dall’urinare, fino alla fine dell’esame.

Ciò potrebbe essere particolarmente fastidioso da sopportare per una donna incinta che già vive quotidianamente con un più frequente stimolo ad urinare, dovuto sia all’aumento degli ormoni estrogeni sia, specie nell’ultimo trimestre, alla pressione esercitata dall’aumento di volume dell’utero sulla vescica ed i muscoli circostanti, tuttavia è bene che la vescica sia piena durante il controllo ecografico per favorire una miglior visione degli organi pelvici.

Una volta effettuata la preparazione, la donna viene fatta sdraiare su un lettino, le viene chiesto di scoprire la pancia ed a questo punto inizia l’esame vero e proprio: il ginecologo le passa la sonda ecografica sulla superficie della pancia e le onde sonore prodotte dall’ecografo ed inviate al corpo della paziente, diventano immagini visibili su uno schermo degli organi pelvici (utero, ovaie e tube di Falloppio) che si stanno esaminando.

Può essere effettuata anche un’ecografia transvaginale, durante la quale la sonda può essere inserita dentro la vagina, anziché sulla pancia.

L’applicazione di un gel all’acqua sulla paziente, prima di far scorrere la sonda, ha lo scopo di evitare che si formino bolle d’aria che potrebbero bloccare il passaggio degli ultrasuoni prodotti dall’ecografo.

L’ecografia generalmente non dura molto, ma il tempo può variare a seconda di ciò che si sta monitorando e in base alla posizione assunta dal feto.

Ecografia del primo trimestre (1ª-13ª settimana)

La prima ecografia in gravidanza va effettuata tra l’ 11ª e la 13ª settimana di gestazione, al fine di valutare

  • lo stato di salute di utero, ovaio e tube di Falloppio della donna,
  • la camera gestazionale,
  • l’embrione/feto (la gravidanza viene in questo modo datata),
  • un eventuale gravidanza ectopica (cioè al di fuori dell’utero).

La camera gestazionale si trova all’interno dell’utero: è il nido che ospita ed in cui si sviluppa e cresce il bambino fino al momento della nascita. In particolare il ginecologo osserva se la camera gestazionale c’è e se è piena, ossia se contiene l’embrione/feto al suo interno: condizioni indispensabili perché si possa dire ad una donna che è in dolce attesa.

Nel caso in cui la camera gestazionale sia vuota, ossia che il medico veda la camera gestazionale all’interno dell’utero ma non l’embrione/feto destinato ad occupare tale nido, generalmente è perché l’ecografia è stata fatta troppo precocemente (prima della 6ª settimana di gestazione) per cui l’embrione non è ancora visibile o perché a causa di anomalie cromosomiche l’embrione non si è formato (aborto spontaneo per ovulo chiaro).

Se l’embrione/feto è presente, questo primo controllo ecografico consente di calcolare l’età e quindi la data presunta del termine per il parto, dati ricavabili dalla misura della lunghezza del feto (ossia la distanza dalla testa ai piedi, valore CRL – lunghezza cranio-caudale), della sua testa (valore BPD – diametro biparietale e valore CC – circonferenza craniale) e del femore.

I futuri genitori inoltre, possono:

  • sapere se aspettano un solo bambino o dei gemelli,
  • sentire per la prima volta il suo cuore battere (si è formato alla 5ª settimana),
  • sapere quanto è lungo e quanto pesa.

Alla fine del primo trimestre di gravidanza il feto è lungo in media 65-78 mm e pesa 25-30 grammi. In poco tempo, appena 13 settimane, è passato dall’essere un uovo fecondato ad embrione fino ad assumere alla 10 ª settimana fattezze umane, ossia diventare un feto.

Tutti gli organi sono stati abbozzati (fase detta organogenesi): il piccolo, che nelle prime settimane dal concepimento era solo un corpo ripiegato su se stesso simile ad un gambero con la coda e le pinne al posto delle mani, alla fine di quest’epoca è ormai un corpicino con la pelle rosso trasparente e permeabile dove è facile osservare la tortuosa rete dei vasi sanguigni ed con una testa che appare ancora molto grossa rispetto al resto del corpo. Inoltre:

  • il suo cuore batte forte, 150 pulsazioni al minuto (il doppio del cuore di un adulto)
  • sono spuntate le unghie nelle mani e nei piedi
  • gli occhi sono centrali sul viso e non più laterali
  • ci sono già le gemme dentali (precursori dei denti)
  • nel cervello compare il corpo calloso
  • la colonna vertebrale si ossifica
  • l’apparato digerente è formato, ma non funziona ancora
  • compare l’orifizio anale e quello uro-genitale
  • ci sono già le ovaie o i testicoli, ma lo sviluppo dei genitali esterni non è ancora completo

Il feto in questa epoca è già capace di muoversi, anche se è troppo piccolo perché la futura mamma lo possa avvertire e con il suo viso fa già le prime smorfie.

Ecografia e secondo trimestre (14ª-27ª settimana), morfologica

La seconda ecografia di controllo viene effettuata tra la 19ª e la 21ª settimana di gestazione, per osservare

  • la struttura della placenta ed il suo impianto nell’utero,
  • la quantità di liquido amniotico,
  • possibili malformazioni fetali,
  • l’accrescimento del feto.

L’ecografia del secondo trimestre di gravidanza viene anche detta “morfologica”, dal greco morfè che significa forma: permette infatti di ottenere grazie all’uso di ecografi sofisticati straordinarie immagini in 3D e 4D del feto, che permettono innanzi tutto al ginecologo di osservare tutti gli organi del feto e valutarne forma e dimensioni, allo scopo di escludere circa il 60% delle possibili malformazioni fetali (alcune malformazioni non sono visibili se non al terzo trimestre, quando gli organi interessati hanno completato il loro processo di maturazione).

In particolare nel secondo trimestre il controllo ecografico consente di esaminare eventuali difetti a carico di:

  • testa e strutture del cervello,
  • occhi,
  • labbro superiore,
  • colonna vertebrale,
  • polmoni,
  • cuore e circolazione cardiaca,
  • 3 grossi vasi sanguigni (arteria polmonare, aorta discendente e vena cava superiore),
  • stomaco, reni e vescica,
  • lunghezza delle ossa lunghe di braccia e gambe,
  • mani e piedi.

Questa ecografia, però, ha anche un bellissimo risvolto emotivo: consente infatti di avere una primissima “foto ricordo” a colori del proprio figlio, ne permette di visualizzare i tratti del viso ed addirittura i movimenti come uno sbadiglio, una smorfia od osservarlo mentre si succhia il pollice o gioca con il cordone ombelicale . Anche la futura mamma può cominciare a sentire il suo piccolo scalciare e muoversi dentro il suo grembo.

Con questa seconda ecografia al feto vengono nuovamente “prese le misure” per valutarne il buon accrescimento, in particolare si misura il diametro biparietale (BPD), la circonferenza cranica (CC), la circonferenza addominale (CA) e la lunghezza di un femore.

Ed infine, attraverso l’ecografia del secondo trimestre, si può svelare una tra le notizie più attese dai futuri genitori: ossia se il bambino che si aspetta è un maschio o una femmina.

Al termine del secondo trimestre il feto è lungo in media 24 cm e pesa 1 Kg o poco più. Inoltre:

  • ha sviluppato il riflesso di suzione e di deglutizione,
  • ha il senso del tatto,
  • sente il gusto del liquido amniotico e ne beve grandi quantità: è questo il modo che gli consente di dilatare i polmoni e respirare,
  • le orecchie hanno assunto una forma più definita,
  • può sentire le voci, la musica ed i movimenti interni della futura mamma come il battito del cuore, il sangue che scorre e i gorgogli dello stomaco,
  • le gambe si sono allungate rispetto alle braccia,
  • sul corpo è comparsa una lieve lanuggine scura ed una vernice caseosa grassa protettiva,
  • la sua pelle è ancora rugosa, per la poca presenza di tessuto grasso,
  • ha iniziato a produrre i succhi gastrici,
  • i polmoni producono il surfactante,
  • si muove,
  • dorme anche molto (fino a 20 ore al giorno!).

Verso la fine del secondo trimestre, inoltre, il suo pancreas inizia a produrre insulina e finalmente il feto apre gli occhi, sbatte le palpebre ed inizia a guardarsi intorno.

Ecografia e terzo trimestre (28ª-40ª settimana)

Il terzo ed ultimo controllo ecografico, offerto gratuitamente solo in specifici casi, viene effettuato tra la 30 ª e la 32ª settimana di gestazione per valutare:

  • struttura e impianto della placenta,
  • quantità di liquido amniotico,
  • accrescimento del feto,
  • posizione del feto,
  • possibili malformazioni fetali.

L’ultimo controllo ecografico viene detto “ecografia del benessere fetale”, dal momento che lo scopo principale per cui si effettua è appunto valutare il ritmo di crescita del feto ed il suo stato di salute generale. Si misurano il diametro biparietale (BPD), la circonferenza cranica (CC), la circonferenza addominale (CA) e la lunghezza di un femore per valutare se la crescita è adeguata alla sua età.

Inoltre si esamina la quantità di liquido amniotico e la posizione e struttura della placenta.

Il ginecologo inoltre osserva la posizione del feto, utile alla programmazione del parto.

Di solito il feto si presenta in posizione cefalica, cioè a testa in giù; tuttavia talvolta si può presentare podalico, cioè con la testa in alto e le natiche in basso oppure in posizione trasversa (non si presenta né di testa né di piedi). In questi ultimi casi, nelle ultime settimane di gestazione, il ginecologo solitamente effettua una manovra di rivolgimento con lo scopo di aiutare il bambino ad assumere spontaneamente la posizione cefalica più favorevole per un parto naturale. In caso contrario, si opterà per un parto cesareo.

Il terzo trimestre è anche la fase gestazionale che permette di riconoscere possibili malformazioni fetali che prima non sarebbe stato possibile vedere, a causa di un non completo sviluppo degli organi interessati. Si tratta di anomalie congenite rare (come forme di nanismo, difetti cardiaci, gastrointestinali, renali e della corteccia cerebrale) o tumori fetali.

Al termine dell’ultimo trimestre, il feto è pronto a nascere: ha raggiunto una lunghezza media di 48-50 cm ed il peso è di 3-3.5 Kg. Inoltre:

  • all’inizio dell’ultimo trimestre ha sviluppato le ciglia, sopracciglia e capelli,
  • il cervello ha continuato a svilupparsi,
  • i suoi sensi sono diventati più reattivi alla luce, ai rumori, agli odori ed al gusto (e pare che ami il dolce),
  • ingoia molto liquido amniotico e “fa pipì”,
  • il suo corpo è diventato più morbido, roseo e grasso e si muove meno perché ha meno spazio disponibile,
  • alla 34 ª settimana è già a testa in giù,
  • alla 36ª settimana tutti i suoi organi hanno completato lo sviluppo, tranne i polmoni un po’ ritardatari, ed è possibile intravederlo: può comparire sotto la pelle del pancione il suo gomito o un piede quando si stiracchia un pochino,
  • alla 37ª-38ª settimana i polmoni funzionano bene per cui potrebbe già essere pronto per nascere,
  • alla 40ª settimana la gravidanza si conclude ed avviene il parto.

Quando è necessario fare più di 3 ecografie?

È possibile individuare alcuni fattori di rischio nella storia clinica materna o riscontrati ad un controllo ecografico o in corso della gravidanza, che possono giustificare il ricorso a maggiori controlli ecografici (oltre ai 2/3 comunemente riservati ad una gravidanza fisiologica secondo linee guida), tra cui:

  • ipertensione cronica o gestazionale (pressione alta),
  • diabete preesistente o gestazionale,
  • malattie renali croniche,
  • sindrome da anticorpi anti-fosfolipidi,
  • età materna superiore ai 40 anni,
  • presenza di miomi uterini o altre patologie della sfera genitale femminile,
  • stati di estrema magrezza o obesità (valutabili attraverso il calcolo del BMI, Body Mass Index, inferiore a 18 o superiore a 30),
  • gravidanza da tecniche di fecondazione assistita,
  • fumatrice o dipendenza da sostanze stupefacenti/alcool,
  • precedente morte endouterina,
  • precedente figlio nato con un basso peso alla nascita,
  • valutazione ecografica di un utero più grande o più piccolo rispetto all’età gestazionale,
  • perdite ematiche vaginali,
  • sospette anomalie del liquido amniotico,
  • difetti di impianto placentare,
  • sospette malformazioni fetali.

Test di screening in gravidanza & Diagnosi Prenatale

Ad oggi in media su 3 bambini ogni 100 nascite si osserva una malformazione fetale maggiore o una malattia ereditaria: nel 25% dei casi questa è responsabile della morte del neonato a poche ore dalla nascita e nel 45% dei casi della morte a distanza di qualche mese o anno di vita.

Durante il 1º e 2º trimestre di gravidanza è possibile offrire alla donna alcuni test di screening per la ricerca di possibili malformazioni fetali ed anomalie cromosomiche, in particolare la sindrome di Down e le trisomie 13 e 18. L’accettazione dei test avviene con firma di un consenso informato.

La donna in attesa va informata sul fatto che i test di screening

  • si effettuano con tecniche non invasive,
  • sono indolori,
  • non comportano alcun pericolo di vita per la madre o il nascituro,
  • non sono esami diagnostici, ossia non diranno con certezza se il bambino ha o meno una malformazione o un’anomalia cromosomica ma, indicheranno solo la percentuale di rischio che il nascituro possa essere malato.

I test di screening ricercano anomalie cromosomiche o malformazioni fetali maggiori.

Le anomalie cromosomiche sono malattie caratterizzate dalla presenza di un cromosoma in più rispetto alla coppia di cromosomi normalmente presenti nelle persone sane.

  • Nella sindrome di Down (detta anche trisomia 21) il cromosoma soprannumerario è il 21. Il rischio che il feto sia affetto da questa sindrome aumenta con l’aumentare dell’età della donna (su 1500 madri ventenni una di loro, ovvero lo 0,07 % avrà un bambino down, mentre a 40 anni tale rischio è di 1 nascita su 100). La trisomia 21 causa alla nascita ritardo mentale, fisico e motorio di varia gravità e nella metà dei casi si associa a malformazioni a carico degli organi (in particolare del cuore). La sopravvivenza media dei bambini affetti da sindrome di Down è ad oggi 60 anni.
  • Le trisomie 13 e 18 sono più rare e gravi, causano gravissimi ritardi di sviluppo fisico e cognitivo che vanno a compromettere la possibilità di sopravvivenza dei bambini affetti.

Ecco una panoramica dei test di screening effettuabili nel 1º e 2º trimestre di gravidanza:

  • Valutazione della translucenza nucale fetale (NT): si effettua con un’ecografia tra la 11ª e 13ª settimana di gestazione. Si esamina la raccolta di liquido presente nella regione nucale del feto: più grande è il valore dello spessore nucale, maggiore è il rischio di una trisomia o di una malformazione congenita.
  • Test combinato: consiste in un algoritmo che tiene conto sia del risultato del test della translucenza nucale fetale sia del valore di due sostanze dosate nel siero materno, ossia il PAPP-A (proteina plasmatica A associata alla gravidanza) e la subunità beta libera della hCG (free beta-hCG)
  • Test integrato: si fa in due tempi: a 11-13 settimane si eseguono l’esame ecografico con misura di NT e il dosaggio di PAPP-A; a 15-16 settimane i risultati vengono “integrati” (in un algoritmo) con il tritest; si richiede ad esempio per la valutazione della spina bifida.
  • Tritest (o triplotest) si può effettuare fino a 20º settimane di gestazione; consiste in un prelievo di sangue materno di 3 sostanze prodotte dal metabolismo feto-placentare, cioè alfa-fetoproteina (AFP), estriolo libero (uE3) e gonadotropinica corionina totale (HGC).

Negli ultimi anni a questi test di screening, se ne è associato uno ulteriore che ricerca il DNA fetale circolante nel sangue materno: il test si chiama NIPT, Non Invasive Prenatal Testing, ed è’ più preciso rispetto agli altri test, specie per l’identificazione del rischio della sindrome di Down, trisomia 13 e 18 ed eventuali anomalie dei cromosomi sessuali, ma perché funzioni bene è importante che venga eseguito nel corretto periodo di gestazione (dalla 10ª settimana di gestazione fino al massimo alla 24ª settimana) e che il peso della donna sia pari o inferiore a 70 Kg.

Se un test di screening rivela una probabile malattia fetale, il ginecologo proporrà un test diagnostico :

  • che consente di fare diagnosi prenatale, in particolare consente ai futuri genitori di sapere prima che il figlio nasca se il bambino ha la sindrome di Down o un’anomalia cromosomica o una malformazione fetale maggiore,
  • attraverso procedure mediche invasive, come ad esempio l’amniocentesi (prelievo di liquido amniotico) o il prelievo di villi coriali della placenta per lo studio del patrimonio genetico del feto. Questi esami si effettuano inserendo un lungo ago nella pancia della donna e si associano ad un rischio di aborto legato alla procedura dell’1% o inferiore (variabile a seconda degli studi presi in esame, delle strutture, …).

È bene sottolineare che è la donna a scegliere liberamente, dopo essere stata adeguatamente e chiaramente informata dal proprio ginecologo, se effettuare o meno un test diagnostico invasivo, soppesando liberamente rischi e conseguenze tra la possibilità di conoscere in anticipo un’eventuale condizione di malattia (e poter valutare liberamente un aborto terapeutico) e i piccoli ma misurabili rischi di complicazioni legate alla procedura.

Fonti e bibliografia

A cura della Dr.ssa Tiziana Bruno

Gravidanza e disturbi della tiroide

Introduzione

L’organismo talvolta produce quantità non corrette di ormoni tiroidei, sostanze che regolano il metabolismo (il modo in cui il corpo usa l’energia) e interagiscono praticamente con tutti gli organi del corpo.

  • Un eccesso di ormoni tiroidei viene definito ipertiroidismo e può determinare un’accelerazione di varie funzioni corporee.
  • Una quantità insufficiente di ormoni tiroidei viene chiamata ipotiroidismo e può determinare un rallentamento di varie funzioni corporee.

Durante la gravidanza gli ormoni tiroidei svolgono un ruolo essenziale sia per lo sviluppo di un feto sano che per la salvaguardia della salute materna, per questo è importante

  • conoscere gli effetti dello stato di gravidanza sulla tiroide,
  • monitorare la funzionalità della ghiandola
  • e assumere eventualmente i farmaci necessari se prescritti.

Le donne affette da problemi tiroidei possono comunque avere gravidanze normali e proteggere la salute del nascituro, ma è di grande importanza una diagnosi tempestiva e un trattamento adeguato.

La produzione degli ormoni tiroidei (T3 e T4) è controllata dal TSH, ormone secreto dalla ghiandola pituitaria (ipofisi), che in base alle più recenti linee guida americane deve essere inferiore a 4.0 (2.5 nelle linee guida del 2011).

In questo articolo verrà affrontato l’argomento da un punto di vista generale, mentre si rimanda alle schede specifiche per la trattazione delle diverse condizioni:

Fotografia di una specialista che visita una donna in gravidanza per rilevare eventuali anomalie della tiroide.

iStock.com/justme_yo

Tiroide

La tiroide è una ghiandola a forma di farfalla, lunga circa 5 cm e con un peso di meno di 85 g. Si trova davanti nel collo, anteriormente alla laringe (l’origine della voce); ha due lobi, uno su ciascun lato della trachea. È una delle ghiandole che costituiscono il sistema endocrino. Le ghiandole del sistema endocrino producono e immagazzinano ormoni che rilasciano nel circolo sanguigno. Gli ormoni si distribuiscono quindi nel corpo e dirigono le attività delle cellule dell’organismo.

La tiroide produce due ormoni, la triiodiotironina (T3) e la tiroxina (T4). T3 è l’ormone attivo, derivato da T4. Gli ormoni tiroidei regolano il metabolismo e agiscono su

La loro produzione è regolata dall’ormone tireostimolante (TSH), secreto dalla ghiandola pituitaria, o ipofisi, situata nel cervello.

  • Quando i livelli ormonali sono bassi, l’ipofisi rilascia più TSH.
  • Quando i livelli sono alti, l’ipofisi riduce la produzione di TSH.
Ricostruzione grafica della tiroide

iStock.com/ChrisChrisW

Gravidanza e funzione tiroidea

Due ormoni caratteristici della gravidanza, la gonadotropina umana corionica (hCG) e gli estrogeni, stimolano la produzione degli ormoni tiroidei, che quindi vedono aumentare i rispettivi livelli ematici circolanti.

  • Secreta dalla placenta, l’hCG ha un’azione analoga al TSH, stimolando la tiroide a produrre modeste quantità aggiuntive di ormoni.
  • L’incremento di estrogeni genera livelli maggiori di globulina legante la tiroxina, la proteina adibita al trasporto degli ormoni tiroidei nel sangue.

Queste normali variazioni ormonali possono talvolta rendere di difficile interpretazione gli esami tiroidei in gravidanza.

L’ormone tiroideo è critico ai fini dello sviluppo normale del cervello e del sistema nervoso del feto. Durante il primo trimestre l’ormone tiroideo viene fornito direttamente dalla mamma, attraverso la placenta. Intorno alla 12° settimana, inizia a funzionare la tiroide fetale.

Durante la gravidanza la tiroide aumenta leggermente di dimensioni nelle donne sane, ma non in maniera tale da risultare evidente a un esame obiettivo. Una tiroide chiaramente ingrossata può essere segno di tiroidopatia e dovrà essere studiata. I problemi tiroidei in gravidanza possono essere difficili da diagnosticare a causa dei maggiori livelli ormonali, delle dimensioni ghiandolari aumentate, della stanchezza e altri sintomi tipici sia della gravidanza che di una tiroidopatia.

Cibo, dieta e nutrizione

Durante la gravidanza il corpo necessita di quantità maggiori di alcuni nutrienti per mantenere in salute la madre e il feto in gestazione. Gli esperti raccomandano che una donna incinta mantenga una dieta bilanciata e il ginecologo valuterà se necessario l’eventuale integrazione di iodio attraverso integratori prenatali multivitaminici e minerali, in modo da assicurare la salute della tiroide.

Integratori alimentari

Poiché la tiroide usa lo iodio per produrre gli ormoni tiroidei, questo minerale diventa ancora più importante in gravidanza. Il feto ottiene lo iodio dall’alimentazione materna e quindi in gravidanza sono richieste quantità maggiori di iodio, nella misura di circa 200 microgrammi al giorno.

Le donne incinte dovrebbero scegliere sale arricchito di iodio rispetto al sale semplice e valutare con il ginecologo se sia necessario assumere composti vitaminici prenatali contenenti iodio per garantirsi un apporto adeguato.

È tuttavia da notare che soggetti con malattie tiroidee autoimmuni possono essere sensibili a effetti collaterali dello iodio, che può causare o peggiorare condizioni di iper o ipotiroidismo; sarà quindi importante discutere con il proprio medico l’impiego di terapie alternative e complementari, inclusi gli integratori alimentari, in modo da garantirsi cure coordinate e sicure.

Fonti e bibliografia

Adattamento a cura della Dr.ssa Greppi Barbara, medico chirurgo

Ipotiroidismo in gravidanza: sintomi, cause, complicazioni e cure

Introduzione

L’ipotiroidismo è una condizione caratterizzata da un’insufficiente produzione di ormoni tiroidei e si verifica in circa lo 0.3-0.5% delle gravidanze, mentre la percentuale sale al 2-3% se consideriamo anche i casi di ipotiroidismo subclinico, ossia senza sintomi evidenti.

Durante la gravidanza è del tutto normale osservare un leggero aumento della quantità circolante di ormone tiroideo, che incrementa progressivamente fino alla 16ª-20ª settimana circa (quando cioè la tiroide del feto inizia a diventare autonoma), ma in alcune donne questo non succede e si verifica al contrario una riduzione più o meno marcata.

La causa più comune di ipotiroidismo è una malattia autoimmune nota come tiroidite di Hashimoto, ma tra le altre possibili cause ricordiamo anche un trattamento insufficiente di un ipotiroidismo pre-esistente o un sovradosaggio da farmaci in caso di ipertiroidismo.

Mantenere una corretta concentrazione della quantità di ormoni tiroidei in circolo, eventualmente ricorrendo alla somministrazione di farmaci, è di fondamentale importanza per garantire uno sviluppo corretto del feto, soprattutto dal punto di vista del sistema nervoso centrale ed evitare così la comparsa di deficit cognitivi.

Se l’ipotiroidismo non viene trattato aumenta inoltre la probabilità di andare incontro a complicazioni sia materne che fetali.

Fotografia di una specialista che visita una donna in gravidanza per rilevare eventuali anomalie della tiroide.

iStock.com/justme_yo

Cause

L’ipotiroidismo in gravidanza è in genere dovuto al morbo di Hashimoto, una forma di infiammazione cronica della ghiandola tiroidea. Si tratta di un disturbo autoimmune, in cui il sistema immunitario attacca la tiroide causandone l’infiammazione e interferendo con la sua capacità di produrre gli ormoni tiroidei.

L’ipotiroidismo in gravidanza può anche dipendere da una forma preesistente non adeguatamente trattata o dalla distruzione / rimozione terapeutica della ghiandola per ipertiroidismo.

Sintomi

Una condizione di ipotiroidismo durante la gravidanza in genere non causa alcun sintomo, soprattutto quando subclinica.

Quando presenti, i sintomi tipici dell’ipotiroidismo comprendono:

  • aumento di peso altrimenti inspiegabile,
  • intolleranza al freddo,
  • pelle secca,

Sono poi spesso presenti altri disturbi, che tuttavia si sovrappongono a quelli tipici della gravidanza (stitichezza, affaticamento e sonnolenza).

Complicazioni

L’ipotiroidismo causa in parte gli stessi problemi dell’ipertiroidismo in gravidanza, come ad esempio:

Poiché gli ormoni tiroidei sono cruciali per lo sviluppo del cervello e del sistema nervoso del feto, un ipotiroidismo non controllato, specialmente durante il primo trimestre, può alterare la crescita e lo sviluppo del cervello fetale.

Diagnosi

Come l’ipertiroidismo, anche l’ipotiroidismo viene diagnosticato tramite un’attenta analisi dei sintomi e la misurazione dei livelli di TSH e T4.

I sintomi di ipotiroidismo in gravidanza includono

La condizione è contrassegnata da livelli alti di TSH e valori bassi di T4 libero. Viste le normali modifiche della funzionalità tiroidea legata alla gravidanza, i risultati degli esami devono essere interpretati con grande attenzione.

L’esame del TSH può anche identificare stati subclinici di ipotiroidismo, ossia situazioni lievi senza sintomatologia apparente. L’ipotiroidismo subclinico si manifesta nel 2 – 5% delle gravidanze. I risultati degli esami evidenziano livelli elevati di TSH con una T4 libera normale.

Non c’è ancora consenso sulla necessità di uno screening di routine dell’ipotiroidismo nelle donne incinte asintomatiche. Se tuttavia la condizione viene rilevata, ne è raccomandato il trattamento per contribuire a una gravidanza sana.

Cura e trattamento

L’ipotiroidismo viene trattato somministrando un ormone di sintesi, chiamato tiroxina, identico alla T4 prodotta dalla tiroide.

Le donne con ipotiroidismo preesistente dovranno aumentare le dosi pregravidiche di tiroxina per mantenere una funzionalità tiroidea normale. In gravidanza, quest’ultima andrà controllata ogni 6 – 8 settimane. La tiroxina sintetica è sicura e necessaria per il benessere fetale in caso di ipotiroidismo materno.

Tiroidite post-partum

Si tratta di un’infiammazione della tiroide che colpisce circa 4 – 10% delle donne nel primo anno dopo un parto. La tiroidite causa la fuoriuscita di ormoni dalla ghiandola infiammata e quindi l’aumento dei loro livelli nel sangue.

La tiroidite post-partum è considerata una condizione autoimmune; è causa di un ipertiroidismo moderato che in genere dura 1 – 2 mesi. Molte donne quindi sviluppano un ipotiroidismo per circa 6 – 12 mesi prima che la ghiandola recuperi il proprio normale funzionamento.

In alcuni casi, la tiroide è troppo danneggiata per recuperare; l’ipotiroidismo diventa quindi permanente e richiede il trattamento a vita con l’ormone sintetico tiroxina. La tiroidite post-partum tende a recidivare nelle gravidanze successive.

Spesso passa inosservata perché i sintomi vengono scambiati per lo stato depressivo che talvolta segue il parto. Se i sintomi di stanchezza e letargia non regrediscono entro qualche mese o in caso di depressione post-partum, bisognerà affrontare la questione in termini medici. Se i sintomi di ipotiroidismi sono fastidiosi, possono essere trattati con tiroxina.

Fonti e bibliografia

Adattamento a cura della Dr.ssa Greppi Barbara, medico chirurgo

Ipertiroidismo in gravidanza: sintomi, cause, complicazioni e cure

Introduzione

L’ipertiroidismo è una condizione caratterizzata da una produzione eccessiva di ormoni tiroidei.

Mantenere un corretto equilibrio di questi ormoni durante la gestazione è di fondamentale importanza per permettere uno sviluppo del feto privo di complicazioni.

Tendenzialmente si osserva la comparsa del disturbo, o un peggioramento in caso di condizione pre-esistente, nei primi tre mesi di gravidanza, cui fa seguito uno spontaneo miglioramento (o addirittura una completa remissione) dei sintomi e dei valori relativi agli esami del sangue nei mesi successivi.

La causa più comune va cercata in una presistente presenza del morbo di Basedow-Graves, ma talvolta l’ipertiroidismo in gravidanza è legato anche all’iperemesi gravidica, ossia nausea e vomito così gravi da indurre perdita di peso e disidratazione. Questa condizione di nausea e vomito estremi potrebbe dipendere da livelli elevati di hCG, che possono anche indurre un ipertiroidismo temporaneo che regredisce durante la seconda metà della gravidanza.

L’ipertiroidismo clinico interessa circa lo 0.1-1% delle donne in gravidanza.

Fotografia di una specialista che visita una donna in gravidanza per rilevare eventuali anomalie della tiroide.

iStock.com/IuriiSokolov

Cause

La gravidanza induce fisiologicamente (cioè normalmente) una serie di importanti cambiamenti ormonali che alterano la funzione tiroidea e questo succede essenzialmente per due ragioni, l’azione ormonale della gonadotropina corionica umana (hCG, l’ormone che viene misurato nel test di gravidanza) e degli estrogeni, i principali ormoni femminili.

  • L’hCG può debolmente attivare la tiroide e gli elevati livelli circolanti nel primo trimestre possono determinare una leggera modifica degli esami del sangue che misurano l’attività della ghiandola (il TSH sarà leggermente inferiore), determinando il cosiddetto ipertiroidismo subclinico, cioè privo di sintomi evidenti. La condizione tende a rientrare nei due restanti trimestri.
  • L’estrogeno aumenta la quantità di proteine ​​leganti gli ormoni tiroidei nel siero, con la conseguenza di un aumento dei livelli totali di ormoni tiroidei nel sangue.

Sotto l’azione di questi ormoni è quindi possibile osservare occasionalmente una condizione di ipertiroidismo temporaneo, soprattutto in donne con gravi problemi di nausea e vomito, o tra quelle in attesa di gemelli; questa condizione è indicata con il termine di tireotossicosi gestazionale transitoria ed è legata agli elevati livelli dell’ormone della gravidanza (betaHCG); si parla di “transitorio” in quanto normalmente si risolve attorno alla 14-18 settimana di gravidanza, senza necessità di trattamento.

In genere l’ipertiroidismo in gravidanza è invece dovuto al morbo di Basedow-Graves e insorge in circa una gravidanza su 500. Si tratta di una malattia autoimmune. In condizioni normali il sistema immunitario protegge l’organismo dalle infezioni, riconoscendo e distruggendo batteri, virus e altre sostanze estranee potenzialmente pericolose. Nelle malattie autoimmuni, al contrario, il sistema attacca le cellule dei propri organi.

Nel morbo di Basedow-Graves, il sistema immunitario produce un anticorpo, detto immunoglobulina tireostimolante (TSI) o, più raramente, anticorpo antirecettori TSH, che emula il TSH e causa una sovraproduzione di ormoni tiroidei. In alcuni casi di Basedow-Graves, questo anticorpo si associa anche a problemi oculari, come

  • irritazione,
  • protrusione
  • e gonfiore.

Benché il morbo possa manifestarsi per la prima volta in gravidanza, un Basedow-Graves preesistente può di fatto migliorare nel secondo o terzo trimestre. Una remissione (scomparsa di segni e sintomi) nelle fasi avanzate della gravidanza può essere legata alla generale soppressione del sistema immunitario che la accompagna. La malattia in genere peggiora di nuovo nei primi mesi successivi al parto. Donne affette da morbo di Basedow-Graves dovranno essere controllate mensilmente durante una gravidanza.

L’ipertiroidismo infine può esordire in gravidanza anche a causa della presenza di piccoli noduli nella tiroide, che iniziano a produrre eccessive quantità di ormoni tiroidei.

Sintomi e complicazioni

In gravidanza, un ipertiroidismo non controllato può essere causa di:

Una donna affetta o trattata in precedenza per Basedow-Graves con la chirurgia o lo iodio radioattivo può ancora avere anticorpi TSI in circolo, pur avendo livelli ormonali normali. Questi anticorpi possono attraversare la placenta entrando nel circolo fetale e stimolare la tiroide fetale. Se la madre è in trattamento con farmaci antitiroidei, l’ipertiroidismo fetale è meno probabile, perché anche tali farmaci superano la placenta.

Donne trattate chirurgicamente o con iodio radioattivo per Basedow-Graves dovranno informare il proprio medico, in modo da monitorare la funzione tiroidea fetale in gravidanza.

Nel neonato l’ipertiroidismo può determinare

  • un’elevata frequenza cardiaca, portando a insufficienza cardiaca,
  • chiusura precoce delle fontanelle craniche,
  • aumento del peso insufficiente
  • e talvolta difficoltà respiratorie dovute all’ingrossamento della ghiandola che comprime le vie respiratorie.

Le donne con Basedow-Graves e i loro neonati vanno quindi seguiti con estrema attenzione.

Diagnosi

La diagnosi di ipertiroidismo in gravidanza richiede l’analisi dei sintomi e il dosaggio dei livelli ematici di TSH, T3 e T4.

Alcuni sintomi di ipertiroidismo sono caratteristiche normali in gravidanza, per esempio l’aumento della frequenza cardiaca, l’intolleranza al caldo e la stanchezza.

Altri sintomi sono meglio correlati all’ipertiroidismo:

  • frequenza cardiaca rapida e irregolare,
  • lieve tremore,
  • perdita di peso inspiegabile o mancato aumento del peso corporeo,
  • nausea e vomito gravi associati con l’iperemesi gravidarum.

L’esame del sangue implica il prelievo di un campione presso un ambulatorio o un laboratorio di analisi.

TSH

In caso di sospetto ipertiroidismo in gravidanza, il medico ricorre in genere come primo passo alla misurazione ultrasensibile del TSH. Questo test rileva anche quantità infinitesimali di TSH nel sangue ed è la più accurata misura di attività tiroidea disponibile.

Di norma, livelli di TSH sotto la norma indicano ipertiroidismo. In gravidanza, però, i livelli di TSH possono essere bassi anche in assenza di malattia, specialmente nel primo trimestre, per via del modesto incremento di ormoni tiroidei dovuto all’ormone hCG.

T3 e T4

In caso di TSH basso, vengono misurati i livelli ematici di T3 e T4. Livelli aumentati di T4 libera (la componente di ormone tiroideo non legata all’apposita proteina) confermano la diagnosi.

Raramente, nella donna con ipertiroidismo si possono riscontrare livelli di T4 libera normali ma livelli di T3 elevati. Viste le normali modifiche della funzionalità tiroidea legata alla gravidanza, i risultati degli esami devono essere interpretati con grande attenzione.

TSI

In caso di Basedow-Graves, o di pregresso trattamento chirurgico – radioterapico del morbo, il medico può anche ricorrere alla ricerca degli anticorpi TSI nel sangue.

Trattamento

In gravidanza, un riscontro di ipertiroidismo lieve (TSH basso, T4 libera normale) non richiede alcun trattamento. Forme più gravi vengono invece curate con farmaci antitiroidei, che agiscono interferendo con la produzione dell’ormone.

Il trattamento con iodio radioattivo non è perseguibile in gravidanza, perché può essere dannoso per la tiroide fetale. In rari casi, in cui la donna non riesca a tollerare i farmaci antitiroidei, deve essere considerata la chirurgia con rimozione parziale o totale della ghiandola.

I farmaci antitiroidei attraversano la placenta in piccole quantità e possono ridurre la produzione di ormoni fetali, quindi devono essere adoperati dosaggi minimi per evitare di causare ipotiroidismo nel neonato.

Talvolta, i farmaci antitiroidei possono avere effetti collaterali, in particolare:

  • reazioni allergiche, come eruzioni cutanee e prurito,
  • riduzione del numero dei leucociti ematici, con possibile minor resistenza alle infezioni,
  • insufficienza epatica (molto raramente).

La comparsa di uno qualunque tra i seguenti sintomi deve far interrompere il trattamento e contattare il medico:

Negli Stati Uniti la maggior parte dei tipi di ipertiroidismo viene trattata con il metimazolo, farmaco non disponibile in Italia, dove la molecole più simile è il tiamazolo (Tapazole).

Esiste tuttavia un diffuso consenso sul fatto che durante il primo trimestre di gravidanza questo farmaco vada evitato, per possibili, anche se rari, danni fetali; è invece spesso preferito il propiltiouracile (Propycil) in assenza di alternative terapeutiche, che tuttavia deve in genere essere ordinato attraverso farmacie internazionali.

In caso di problemi al fegato materno dovuti al PTU (0.1% di adulti trattati) è possibile passare a partire dal secondo trimestre al Metimazolo (MMI)/Carbimazolo (CMZ); se necessario può inoltre essere somministrato il beta-bloccante Propranololo

Alcune donne possono fare a meno di terapia antitiroidea nelle ultime 4 – 8 settimane di gravidanza, periodo in cui l’ipertiroidismo può andare in remissione. Queste donne devono però continuare a monitorare l’attività della ghiandola dopo il parto.

È stato dimostrato che i farmaci antitiroidei possono essere assunti con sicurezza durante l’allattamento al seno. Vanno però assunti solo a dosi moderate (meno di 10 – 20 milligrammi al giorno per il metimazolo). Le dosi devono essere frazionate e assunte dopo le poppate, così come è necessario tenere sotto controllo eventuali effetti collaterali nel lattante.

Nel caso siano necessarie dosi più alte di farmaci antitiroidei, occorre invece evitare l’allattamento al seno.

Fonte principale

Adattamento a cura della Dr.ssa Greppi Barbara, medico chirurgo

Streptococco in gravidanza

Introduzione

Lo streptococco beta emolitico di gruppo B (Streptococco Agalactiae, diverso dallo streptococco che colonizza la gola) è un batterio presente nell’organismo di circa un terzo della popolazione, principalmente nell’intestino, ma rilevabile anche nel 25% delle donne a livello vaginale; di norma prolifera in equilibrio con le altre specie presenti senza essere causa di alcun sintomo o malattia.

Molte donne si chiedono come si prenda lo streptococco in gravidanza, ma in realtà è come detto una presenza comune e del tutto fisiologica (non si prende quindi con rapporti sessuali, né attraverso il cibo, per esempio).

Alle donne in gravidanza viene in genere offerto un tampone vaginale da eseguire dopo la 35esima settimana di gravidanza volto alla ricerca della presenza del batterio, perché durante il parto può diventare una minaccia il neonato.

Il tampone viene consigliato a tutte le donne, indipendentemente dal fatto che siano o meno alla prima gravidanza o che si siano già sottoposte in passato al test; il tampone vaginale è stato incluso tra i test gratuiti solo nel 2017, pur essendo previsto dalle linee guida per una gravidanza fisiologica da anni.

Secondo i CDC americani una donna incinta che risulti positiva per la presenza di streptococco del gruppo B e che riceva la necessaria terapia antibiotica durante il parto è associata a una probabilità su 4000 che il neonato manifesti l’infezione; se al contrario una donna incinta risultata positiva non viene trattata il rischio aumenta a uno su 200.

Questo significa che la rinuncia alla copertura antibiotica quando consigliata aumenta di oltre 20 volte il rischio di sviluppare malattie potenzialmente fatali.

Primo piano di una donna incinta appoggiata al muro

iStock.com/Minerva Studio

Fattori di rischio

Ogni donna può essere portatrice (sana!) dello streptococco di gruppo B, ma con la ricerca sono stati individuati alcuni importanti fattori di rischio che possono aumentare la possibilità di contagio del neonato:

  • madri con precedenti esperienze di neonati colpiti da infezione (rischio aumentato di 10 volte),
  • madri in cui lo streptococco sia stato individuato nelle urine in un qualsiasi momento della presente gravidanza (aumento di 4 volte),
  • madri risultate positive al tampone durante l’attuale gravidanza (aumento di 3 volte),
  • madri che manifestino un aumento patologico della temperatura (febbre, quantificata in 37.8° o superiore) durante il parto,
  • parto pretermine,
  • infezioni del liquido amniotico,
  • giovane età materna,
  • rottura delle acque che anticipa di più di 18 ore il parto.

Da notare che il contagio può avvenire anche in assenza di tutti questi fattori, così come la contemporanea presenza di uno o più di uno non indica che il bambino verrà contagiato sicuramente.

Come avviene l’esame

Il tampone vaginale è un esame rapido e indolore, che non comporta alcun rischio né per la gestante né per il neonato; il campione viene in genere raccolto nell’ambulatorio del ginecologo dove il medico (o l’ostetrica) procederà a prelevare con una sorta di cotton-fioc qualche cellula dalla vagina e dal retto, per poi inviare il reperto a un laboratorio che si occuperà di verificare l’eventuale presenza dello streptococco.

L’esame non richiede convalescenza e la donna potrà tornare immediatamente alle proprie attività.

Se il tampone è positivo?

Nel caso di esito positivo verranno prescritti antibiotici da assumere durante il parto, per ridurre la carica batterica presente e impedire così un contagio del neonato.

Gli antibiotici, in genere facenti parte del gruppo delle penicilline, possono venire somministrati per endovena e sono assolutamente innocui sia per la madre che il feto; in caso di pregressa allergia a questo gruppo di farmaci sono ovviamente disponibili alternative.

Assumere antibiotici tempo prima è invece inutile, in quanto l’elevato tasso di proliferazione dello streptococco sarebbe causa di una nuova e rapida ri-colonizzazione di vagina e/o retto.

È da notare che un esito positivo non significa presenza di infezione, è solo la testimonianza della presenza di questi specifici batteri nell’organismo, che come detto per l’ospite risultano innocui nella maggior parte dei casi.

Inoltre un test positivo NON significa:

  • scarsa pulizia,
  • presenza di malattie trasmesse sessualmente,
  • consumo di alimenti o bevande contaminate.

Un tampone positivo NON preclude inoltre la possibilità di allattare al seno.

Se il tampone è negativo?

Nel caso in cui invece il tampone per lo streptococco fosse negativo non è necessario fare altro; in alcuni casi, quando presenti uno o più fattori di rischio, è possibile che il ginecologo opti ugualmente per una copertura antibiotica (così come quanto per qualsiasi ragione il tampone non sia stato fatto).

Rischi per il feto

Anche se la sola presenza dello streptococco non rende scontato il contagio del neonato, le pericolose conseguenze che ne possono derivare hanno portato le principali società mediche mondiali a pianificare ed offrire in modo routinario questo controllo.

Il contagio può avvenire al momento del parto nel passaggio attraverso la vagina, oppure per contagio all’interno dell’utero; in caso di infezione neonatale entro 7 giorni dal parto l’infezione può manifestarsi attraverso i seguenti sintomi (generalmente con comparsa entro qualche ora):

  • ridotta risposta agli stimoli esterni,
  • riduzione dell’appetito,
  • alterazione della temperatura corporea,
  • alterazione del battito cardiaco,
  • alterazione della frequenza di respirazione,
  • irritabilità.

In caso di trattamento tempestivo la prognosi è in genere buona con un completo recupero, ma purtroppo in alcuni casi il neonato può andare incontro a complicazioni potenzialmente fatali come:

Circa il 10% dei neonati colpiti dall’infezione vanno incontro a morte, mentre in un caso su 5 si verificano danni permanenti (quali ad esempio paralisi cerebrale, sordità, cecità, …).

Fonti e bibliografia

Stanchezza e insonnia in gravidanza: come dormire?

È normale sentirsi stanche in gravidanza?

Sì, è assolutamente comune sentirsi stanche o addirittura esaurite durante i 9 mesi della gravidanza, in particolar modo nel primo trimestre e nelle ultime settimane.

I cambiamenti ormonali tipiche di questa condizione possono causare tra l’altro

Più occasionalmente l’insonnia, se accompagnata da altri sintomi, può essere segno di depressione; in presenza di sensazioni come

  • perdita di interesse verso le attività ritenute piacevoli,
  • sensazione di vuoto e senza speranza,

si raccomanda di avvertire il ginecologo.

La più importante risposta a queste sensazioni è cercare di

  • riposare il più possibile,
  • trovare il tempo per sedersi periodicamente,
  • accettare senza remore un’offerta di aiuto da parte di colleghi e familiari.

In questa fase è più che mai importante prendersi cura di sé stesse, assicurandosi di seguire una dieta sana (compatibilmente con le nausee) e riposarsi in modo adeguato.

Nelle ultime settimane di gravidanza la stanchezza aumenta invece a causa del peso extra che l’organismo deve gestire; purtroppo anche a causa del pancione sempre più grande può essere difficile riuscire a riposarsi adeguatamente di notte, potrebbe essere difficile trovare la posizione e spesso è necessario alzarsi di notte per urinare.

L’aspetto importante è che la stanchezza non è un pericolo né per la mamma né per il bambino, ma certamente rende la vita più difficile.

Donna in gravidanza che dorme

iStock.com/Helios8

Sogni durante la gravidanza

Alcune donne possono avere sogni strani o anche incubi sul bambino o sul parto.

È normale.

Se dovesse succedere se può parlare serenamente con il partner, il ginecologo o l’ostetrica, ma soprattutto è bene ricordare che che, solo perché si sogna qualcosa, non significa che debba succedere.

Il rilassamento, la meditazione e le tecniche di respirazione possono essere utili per ridurre qualsiasi ansia che possa insorgere in proposito.

In che posizione dormire?

Dormire supina (appoggiando la schiena) potrebbe non rappresentare più la scelta ottimale dopo le 16 settimane di gravidanza, la posizione può diventare scomoda e inoltre l’utero può andare a ridurre l’afflusso di sangue apportato dalla vena cava inferiore al cuore, determinando un possibile abbassamento di pressione e conseguente senso di debolezza.

Dormire sul fianco da questo punto di vista è quindi sicuramente preferibile, meglio se quello sinistro.

Si può provare a sostenere il pancione con l’aiuto di un cuscino e/o mettendone uno anche tra le ginocchia.

Verso la fine della gravidanza alcune donne preferiscono usare i cuscini per sollevare il busto, arrivando a dormire in posizione quasi seduta, posizione che aiuta anche a ridurre il frequente bruciore di stomaco e reflusso che affligge molte donne in gravidanza.

Rimedi per insonnia in gravidanza

È importante non lasciarsi innervosire dalle difficoltà a prendere sonno, anche con la consapevolezza che il bambino da questo punto di vista non corre rischi.

Se possibile può aiutare riposare di giorno e provare ad andare a dormire prima alla sera; molto importante evitare il consumo di tè, caffè o cola la sera, perchè la caffeina può peggiorare l’insonnia. Gli alcolici e il fumo sono ovviamente da evitare totalmente a prescindere, ma un motivo in più per farlo è che potrebbero peggiorare la qualità del sonno.

È molto importante cercare di rilassarsi prima di andare a dormire e in questo senso possono aiutare le tecniche di respirazione e di rilassamento. Molte donne per esempio traggono beneficio dalla pratica di yoga e pilates, in alcuni casi è possibile trovare corsi incentrati proprio sulla gravidanza (diversamente è fondamentale avvertire sempre l’insegnante della propria condizione).

L’esercizio fisico paradossalmente può aiutare a sentirsi meno stanchi, quindi vale la pena di provare a praticare una leggera attività fisica concordata con il proprio ginecologo, per esempio:

  • passeggiare,
  • nuotare,

Anche in questo non è difficile trovare corsi specifici per donne in gravidanza, o magari amiche che condividono il periodo di gestazione con cui effettuare qualche passeggiata.

In caso di gravi difficoltà non bisogna aver paura di parlarne con la propria ostetrica o con il ginecologo.

Valgono infine le regole generali per una corretta igiene del sonno:

  1. Sforzarsi di mantenere una routine regolare, andando a dormire più o meno sempre alla stessa ora.
  2. Una doccia o un bagno caldo (non bollente!) prima di coricarsi può aiutare a rilassarsi.
  3. Scrivere una lista delle cose da fare il giorno successivo può aiutare a organizzare i pensieri.
  4. L’ascolto di una musica rilassante può aiutare a prendere sonno, così come leggere qualche pagina di un libro.
  5. Evitare in camera da letto l’uso di dispositivi elettrici (televisione, tablet, smartphone, …).
  6. Utilizzare la camera da letto solo per il riposo e per trovare intimità con il partner (a differenza di tutte le altre attività fisiche i rapporti sessuali possono conciliare il sonno).
  7. La camera deve essere buia, silenziosa e possibilmente a una temperatura compresa tra i 18° e i 24°.

Fonte principale: NHS, licensed under the OGL

Diarrea in gravidanza: cause e pericoli

Introduzione

Durante la gravidanza il sistema immunitario della donna risulta indebolito e questo la espone a una probabilità più elevata di contrarre infezioni più o meno gravi causate da

  • batteri,
  • virus,
  • funghi
  • e parassiti di vario genere.

Se a questo aggiungiamo l’azione di

  • ormoni,
  • stress,
  • cambi dietetici
  • e altri fattori

è comprensibile come durante la gestazione si possano verificare più spesso del solito attacchi di diarrea.

La diarrea, definita come un disturbo dell’evacuazione caratterizzato dall’emissione di abbondanti quantità di feci poco formate o addirittura liquide, è un fenomeno che può capitare sempre a chiunque, ma vediamo le cause più frequenti della diarrea in gravidanza e quando la situazione può essere preoccupante.

Prima di addentrarci nella descrizione, ricordiamo infine che la dissenteria rappresenta un fenomeno diverso rispetto alla diarrea, in quanto caratterizzata dalla presenza di sangue nelle feci.

Donna in gravidanza con dolore alla pancia causato dalla diarrea

iStock.com/dragana991

Cause non pericolose

Tra le cause specifiche che possono condurre alla comparsa di diarrea in gravidanza annoveriamo la possibilità di cambi dietetici imprevisti, per esempio a causa delle voglie o a seguito di indicazione del ginecologo, che potrebbe aver consigliato (giustamente!) di aumentare il consumo di frutta e verdura. Il consumo di abbondanti quantità di fibra è sicuramente utile e sempre condivisibile, ma lo è maggior ragione in gravidanza, quando aumenta il rischio di andare incontro a problemi di stitichezza.

In caso di aumento improvviso della quantità di frutta e verdura consumata è tuttavia possibile che l’organismo reagisca con la comparsa di diarrea; In questi casi è sufficiente ridurre il consumo, per poi aumentarlo nuovamente, ma in modo più graduale.

Raramente può succedere che la condizione di gravidanza, probabilmente per cause ormonali, induca una sorta di ipersensibilità verso alcune sostanze e cibi altrimenti ben tollerate; a titolo di curiosità segnaliamo invece che un’eventuale intolleranza al lattosio tende invece a migliorare durante la gravidanza, anche se esagerando ovviamente può comunque essere causa di diarrea.

Una causa comune di diarrea in gravidanza è poi il possibile effetto collaterale di multivitaminici e farmaci; molto spesso è per esempio la supplementazione di ferro a causare problemi intestinali, in questi casi è in genere sufficiente segnalarlo al ginecologo per valutare una formulazione diversa.

Le ragioni più comuni rimangono in ogni caso gastroenteriti e intossicazioni alimentari, come d’altra parte succede a tutti; è per esempio molto comune contrarre durante il periodo invernale un’infezione virale (influenza intestinale) in grado di causare diarrea più o meno grave.

Ricordiamo infine che potenzialmente anche i cambiamenti ormonali tipici della gestazione possono essere causa di disturbi intestinali, anche se più spesso trattasi di stitichezza.

In alcuni casi la diarrea può essere causata da condizioni pre-esistenti rispetto alla gravidanza, per esempio:

Pericoli

A meno di casi particolari, che vedremo tra poco, il rischio maggiore legato alla diarrea è la disidratazione, ossia la perdita eccessiva di liquidi e sali minerali, che può manifestarsi con i seguenti sintomi:

Cause pericolose

Esistono alcune condizioni infettive che in gravidanza possono causare gravi conseguenze al feto; si tratta di infezione fortunatamente rare, ma che devono indurre alla massima prudenza le donne in gravidanza.

  • Campylobacter: È una delle cause più comuni di gatroenterite batterica nel mondo ed è causa di grave diarrea; nella maggior parte dei casi la coppia madre-feto supera senza grossi problemi l’infezioni, ma occasionalmente può essere causa di aborti e parto prematuro. Il contagio avviene attraverso il consumo di alimenti contaminati.
  • Listeria: Questo batterio contagia attraverso il consumo di alimenti contaminati, oltre a una possibile diarrea, può causare sintomi simil-influenzali. Può avere conseguenze gravissime sul feto (morte, aborto, parto prematuro, …).
  • Salmonella: Si tratta di una tossinfezione alimentare che ha come sintomo principale una severa diarrea; normalmente può essere debilitante, ma tende a risolversi senza sequele; in gravidanza invece può essere causa di meningiti e altre gravi complicazioni, perchè può esserne contagiato anche il feto.
  • Epatite B: Anche contrarre l’epatite B può avere come conseguenza, tra le altre, la comparsa di nausea, vomito e diarrea. L’infezione può essere trasmessa dalla mamma al bambino, con una probabilità molto altra di andare così incontro a infezione cronica e drammatiche conseguenze sul fegato.

Come abbiamo visto in precedenza sono numerose le cause NON preoccupanti di diarrea in gravidanza e l’esperienza ci insegna che fortunatamente con qualche attenzione non è così facile contrarre infezioni gravi, ma è importante non abbassare mai la guardia sull’igiene e su cosa si mangia in gravidanza. Uno scrupolo in più durante la gravidanza può davvero fare la differenza.

Cosa fare

In caso di diarrea in gravidanza innanzi tutto è bene non allarmarsi, si tratta di un sintomo comune e nella maggior parte dei casi destinato a risolversi spontaneamente in qualche giorno.

A meno che non ci siano fondati motivi per ritenere di essere di fronte a un problema potenzialmente serio (consumo di alimenti a rischio) in presenza di sintomi seri (come la febbre), in genere si consiglia di:

  • Bere abbondantemente, possibilmente soluzioni reidratanti e non solo acqua, per evitare il rischio di disidratazione;
  • Non assumere farmaci se non espressamente avallati dal ginecologo;
  • Contattare il ginecologo per pianificare con lui se e cosa assumere (in genere viene fissata una visita nel caso di mancata risoluzione entro 2-3 giorni);
  • Evitare alimenti a rischio di peggioramento (ridurre il consumo di fibra, evitare latte e latticini, evitare cibi piccanti e grassi).

In caso di diarrea, nel dubbio, contattare telefonicamente il ginecologo.

Fonti principali: