Immunità di gregge e coronavirus in parole semplici

Ultima modifica 07.04.2020

Introduzione

La pandemia di COVID-19, complici le recenti dichiarazioni del Premier inglese Boris Johnson, ha portato sotto i riflettori il concetto di “immunità di gregge”. Nonostante si tratti di un modello scientifico comprovato, occorre fare chiarezza sul perché l’immunità di gregge non vada vista come una panacea miracolosa e soprattutto sul costo umano di questa possibile soluzione.

Cos’è l’immunità di gregge?

L’immunità di gregge, in inglese “herd immunity”, è un fenomeno di protezione indiretta da una malattia infettiva che si verifica nella popolazione quando la copertura anticorpale (numero dei soggetti vaccinati, oppure naturalmente immunizzati al patogeno responsabile) supera una soglia critica tale per cui anche gli individui non vaccinati si possono considerare ragionevolmente “al sicuro”.

Il meccanismo alla base di questo concetto ricorda proprio quello di un gregge: le pecore si spostano in gruppo, addossate l’una all’altra e proteggendosi a vicenda; in chiave metaforica possiamo paragonare le pecore centrali agli individui non immunizzati (vulnerabili), e quelle più periferiche agli individui che invece dispongono di protezione anticorpale: se un grande numero di individui è immune ad un patogeno, la sua circolazione complessiva viene limitata.

Immunità di gregge, schema semplificato

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Un numero di soggetti vaccinati sufficientemente elevato rende il rischio di contagio per i soggetti non vaccinati talmente basso da poter essere considerato trascurabile.

In corso di epidemia ciò rappresenta un vantaggio fondamentale per le fasce della popolazione che non possono essere sottoposte alla vaccinazione, ad esempio per problemi di salute, ma nel caso di SARS-CoV-2 esistono diversi interrogativi sull’effettiva applicabilità di questo concetto.

Come si raggiunge l’immunità di gregge?

Il concetto di soglia critica varia a seconda del tipo di agente patogeno considerato, ma si tratta in qualsiasi caso di una fetta molto importante della popolazione.

L’immunizzazione, come si è detto, può avvenire in due modi:

  • vaccinazione
  • superamento della malattia con anticorpi propri

Il primo caso è senz’altro il più auspicabile, ma è gravato da tempi tecnici di sviluppo difficilmente aggirabili. Secondo una recente nota dell’European Medicines Agency, infatti, per lo sviluppo di un vaccino contro SARS-CoV-2 servirà almeno un altro anno:

“L’Agenzia è inoltre in contatto con gli sviluppatori di circa dodici potenziali vaccini contro COVID-19. Per due di questi sono già stati avviati gli studi clinici di fase I, che rappresentano i primi studi necessari e sono condotti su volontari sani. In generale, le tempistiche per mettere a punto i medicinali sono difficili da prevedere. Sulla base delle informazioni al momento disponibili e dell’esperienza precedente sui tempi di sviluppo dei vaccini, l’EMA stima che potrebbe essere necessario almeno un anno prima che un vaccino contro COVID-19 sia pronto per essere approvato e sia disponibile in quantità sufficienti per consentirne un utilizzo diffuso.

Per quanto riguarda invece la cosiddetta immunizzazione naturale, si tratta di una strada potenzialmente più breve ma con un costo umano altissimo: consentire libera circolazione al virus, in modo da selezionare una popolazione di “sopravvissuti-immunizzati”, significherebbe infatti causare l’infezione di milioni di cittadini, il completo tracollo delle Unità di Terapia Intensiva e la morte di centinaia di migliaia di persone.

Come se ciò non bastasse, ad oggi mancano in letteratura informazioni comprovate sullo stato immunologico degli individui guariti da COVID-19 e sul tasso di mutazione del virus. Per queste ragioni si tratta pertanto di un’ipotesi difficilmente percorribile.

In che cosa consiste il “modello britannico”?

Il “modello britannico” inizialmente proposto, ma poi rapidamente accantonato, similmente a quello tedesco impronta in estrema sintesi la strategia di lotta all’epidemia concentrando le risorse sulla cura dei malati, e non sul contrasto del contagio (misure di contenimento).

Secondo un’analisi di Roberto Buffagni l’adozione di questo approccio è quella più pragmatica da un punto di vista economico, in quanto risultato di un accurato calcolo costi/benefici che sacrifica una quota della propria popolazione a beneficio dell’erario con diversi vantaggi:

  • Gli strati sociali “sacrificati” sono per larga parte composti da persone anziane o già malate, pertanto la loro scomparsa allevierebbe i costi della sanità e del sistema assistenziale-pensionistico.
  • In un’ottica di potenza internazionale, la scelta di questo modello “brilla” rispetto ai Paesi che hanno adottato costosissime politiche di contenimento con devastanti danni economici.
  • Il grande risparmio sulle misure per la ripresa ad epidemia terminata consentirebbe una crescita molto rapida che andrebbe a confermare l’egemonia economico-politica di questi Paesi (Regno Unito, Germania e in parte Francia).

Il “modello italiano”, viceversa, mette in secondo piano l’economia ed ha come priorità la sopravvivenza del cittadino, a prescindere dal costo economico che avranno le misure.

L’immunità di gregge funziona?

Dimostrare per via diretta l’esistenza dell’immunità di gregge non è immediato. Sono stati condotti diversi lavori scientifici in tal senso che ne hanno evidenziato la plausibilità, ma tutti si rifanno ad una rilevazione di tipo indiretto.

La Germania, ad esempio, è riuscita ad estirpare completamente il virus della rabbia attraverso un programma di vaccinazione “a tappeto” sull’uomo, sugli animali domestici e sulle volpi selvatiche presenti nel territorio. L’estensione del programma di immunizzazione agli animali selvatici avrebbe infatti garantito una copertura anche agli individui che per qualsiasi motivo non fossero stati sottoposti a vaccinazione, secondo il concetto di immunità di gregge. L’operazione, svolta tra gli anni Ottanta e Duemila, fu un successo completo: nel 2008 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la Germania esente da rabbia.

Quali sono i vantaggi dell’immunità di gregge?

Un’immunizzazione collettiva dovuta all’effetto gregge ha un valore complessivo superiore all’immunizzazione individuale, perché una ridotta trasmissione della malattia determina una riduzione della circolazione del ceppo infettivo, che può arrivare in un’ottica a lungo termine fino alla sua completa estinzione.

Inoltre, l’effetto gregge consente di ottenere una protezione anche in quelle fasce di popolazione non vaccinate o non vaccinabili: vantaggio inestimabile in un’ottica di salute collettiva.

Fonti e bibliografia

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