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08 gennaio 2020, è vero che il vaccino Pfizer contiene una sostanza presente nell’iniezione letale usata negli USA?

[Segue il testo del video]

Sì, è vero, il vaccino anti-COVID della Pfizer contiene potassio cloruro, una sostanza presente anche nel cocktail di farmaci usati per la somministrazione dell’iniezione letale negli USA.

Non è una fake-news, è la realtà, e magari ne avete già letto in proposito sui social, ma chi diffonde la segnalazione omette di specificare di dosi in gioco, aspetto cruciale per valutare il reale impatto della sostanza.

Il vaccino Comirnaty, quello prodotto da BioNTech/Pfizer e già in uso in Italia, contiene 39 mg di potassio, mentre possiamo tranquillamente tralasciare il cloruro, non è quello ad essere pericoloso.

Una banana contiene circa 350 mg di potassio, anche di più se particolarmente grande, ma ci sono alimenti che ne contengono anche dosi superiori (la banana per inciso non ne è così ricca come si pensa).

Numerosi integratori salini di magnesio potassio arrivano a consigliare dosi pari a 600 mg di potassio al giorno, 40 volte superiore a quella del vaccino!

L’OMS, infine, consiglia di consumare 3500 mg di potassio al giorno.

Gli esempi fatti riguardano in effetti l’assunzione orale, mentre il vaccino richiede di essere iniettato, spostiamo quindi l’attenzione su questa via di somministrazione.

Il potassio cloruro in fiale è un farmaco normalmente disponibile in ogni ospedale e che consente di trattare efficacemente i casi gravi e potenzialmente fatali di ipokaliemia (carenza di potassio); richiede di essere infuso lentamente nel paziente, ma si tratta di dosi molto più elevate di 39 mg.

Valutando la dose necessaria nei protocolli di eutanasia animale troviamo in letteratura un intervallo compreso tra 75 e150 mg, ma per CHILO DI PESO DELL’ANIMALE, quindi è una dose da moltiplicare per il peso .

Nell’uomo il potassio cloruro iniettato ad una dose superiore di 30 mg per chilo porta ad una grave ed eccessiva concentrazione di potassio nel sangue (iperkaliemia) e qui arriviamo all’iniezione letale, in cui sono presenti 7500 mg di potassio cloruro, una dose quasi 100 volte superiore a quella del vaccino (tenuto conto anche del peso del cloro), che induce l’arresto cardiaco dopo la somministrazione di altri principi attivi.

Spero sia ora più chiaro perché non valga nemmeno la pena di sollevare l’argomento.

Anche il warfarin, per esempio è una sostanza che viene usata come topicida,
ciononostante è un farmaco salvavita per milioni di persone nel mondo, purché usato alle dosi opportune.

Anche l’acqua può essere un veleno quando viene consumata in quantità eccessive e/o troppo rapidamente.

Insomma, penso che ormai sia più chiara una verità che era già evidenziata da Paracelso 6 secoli fa:

Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto.

E noi siamo ancora qui a parlarne adesso…

1° dicembre 2020, la pressione alta e perché non possiamo trascurarla

Segue trascrizione del video

Introduzione

Più del 10% delle morti nel mondo sono dovute alla pressione alta, tanto da farle godere del triste primato di più importante fattore di rischio di morte.

L’ipertensione, il nome medico con cui si indica la pressione alta, è responsabile di milioni di morti ogni anno, perché in grado di danneggiare praticamente ogni organo del corpo, ma la buona notizia è che controllarla è molto più facile di quanto si pensi… ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di inquadrare meglio la questione.

Cos’è la pressione del sangue

Le arterie sono i vasi che si occupano di portare il sangue ricco di ossigeno dal cuore al resto dell’organismo; la pressione del sangue è una misura della forza applicata contro le pareti delle arterie dal sangue che scorre.

Sappiamo già che se è troppo alta è pericolosa, ma perché è un problema anche se è troppo bassa?

Immaginatevi di essere in giardino e di dover bagnare l’orto con una pompa… se aprite troppo poco il rubinetto la pressione sarà insufficiente per raggiungere le piante più lontane, ma se lo aprire tutto quanto la pressione dell’acqua aumenterà e riuscirete a bagnare anche la carote, quelle là in fondo…

Nel nostro organismo vale la stessa cosa, il cuore si occupa instancabilmente di pompare il sangue nell’organismo, facendo in modo che anche la punta dell’alluce riceva tutto il sangue che gli serve, per trarne ossigeno e sostanze necessarie.

Cosa succede però se alziamo troppo la pressione? Succede la stessa cosa che ti è capitata quando hai gonfiato troppo un palloncino… le pareti cedono fino alla rottura.

Qualcosa di molto simile succede nel nostro corpo, ad esempio quando si rompe un aneurisma o in caso di ictus emorragico. Ma il nostro corpo è infinitamente più complesso di un palloncino e in realtà ancora prima di arrivare alla rottura si verificano altre complicazioni altrettanto gravi, come ad esempio un inutile affaticamento del cuore, perché tutto parte da lì, anche se poi ci sono altri fattori come un progressivo indurimento dei vasi che possono peggiorare la situazione innescando un pericoloso circolo vizioso.

Facciamo un altro esempio e pensiamo ad un condominio: sia la cortese e anziana Signora Maria del primo piano, quanto il molesto inquilino, Roberto, del decimo, hanno un uguale diritto di avere l’acqua che esce dal rubinetto, a prescindere dalla loro simpatia. Per fare in modo che anche quell’antipatico di Roberto abbia abbastanza acqua per farsi la doccia, è necessario che la pressione dell’acqua sia sufficiente a portarla così in alto, ma non troppo alta da rischiare di rompere i tubi del condominio.

Per questo è così importante che la pressione sia corretta, né troppo alta, né troppo bassa.

E allora forza, andiamo a misurarla.

Cosa significano i due valori?

Quando misuriamo la pressione, quello che otteniamo sono però due numeri, perché?

Il numero più alto, quella chiamiamo pressione massima, è la pressione esercitata dal sangue nel momento del battito del cuore; tra un battito e l’altro, quando il cuore riprende fiato, la pressione diminuisce fino al valore che chiamiamo pressione minima, il numero più basso.

Qual è il più importante dei due?

L’ampia letteratura scientifica disponibile permette di affermare con sicurezza che generalmente una sistolica (massima) alta è più pericolosa di una diastolica (minima) alta, in quanto maggiormente correlata al rischio di sviluppo di eventi cardiovascolari.

Si tratta però di considerazioni generali, che vanno poi calate caso per caso in base all’anamnesi del singolo paziente (valori pressori, storia clinica, età, …) e pressione differenziale, ossia la differenza tra i due valori.

Perché c’importa così tanto?

Quali sono le complicazioni legate ad una pressione troppo alta?

Abbiamo già accennato al rischio di rottura del vaso sanguigno costantemente esposto ad una pressione eccessiva, ma elencare i rischi cui si va incontro è qualcosa che fa venire i brividi:

  • malattie cardiache
  • infarto
  • ictus
  • aneurismi
  • insufficienza renale
  • demenza, sì, ho detto demenza…

e potremmo continuare

Quanto deve essere? Quali sono i valori normali della pressione?

Vi sento… sento che c’è qualcuno che sta dicendo Questa la so, questa la so… 80 più l’età…

Assolutamente no, i valori ottimali di pressione sono gli stessi per un ventenne e per un novantenne; l’aumento della pressione arteriosa con l’età non è un meccanismo naturale, ma è nella maggior parte dei casi la conseguenza di uno stile di vita sbagliato, questo lo sappiamo grazie allo studio di popolazioni rurali rimaste immuni ai cambiamenti dello stile di vita del mondo occidentale.

I valori normali di pressione son stati inizialmente definiti sulla base dei valori compresi tra due deviazioni standard relative alla media delle pressioni rilevate in una popolazione numericamente consistente…

questa la spiegazione che ne dà Wikipedia, ma che possiamo riassumere così:

prendiamo qualche decina di migliaia di persone in buona salute, ne misuriamo la pressione e vediamo sostanzialmente quale sia l’intervallo numerico che ne comprenda la maggior parte.

In realtà però, detto tra noi, è più complicato di così… anzi, è davvero un casino…

La pressione del sangue infatti varia a seconda della distanza dal cuore (vi ricordate il condominio… la signora Maria e il sig. Roberto?), aumenta nelle prime ore del mattino e diminuisce con il passare della giornata (non è un caso che la maggior parte degli episodi di ictus si verifichi in questi orari) e poi ancora in base ad età, sesso, etnia e tanti altri fattori.

Nel tempo poi i ricercatori hanno iniziato a tenere conto non tanto della media della popolazione, ma di quello che sembra essere il valore ottimale in termini di prevenzione.

Questo approccio d’altra parte presta il fianco ad alcune critiche, perché c’è chi sostiene che sulla base di quest’idea le case farmaceutiche spingano sempre più prepotentemente i valori verso il basso per poter dare la pastiglietta a tutti…

Le ultime linee guida europee hanno un approccio che mi piace di più, secondo cui l’ipertensione è definita come il livello di pressione arteriosa per il quale i benefici del trattamento, che si tratti di interventi sullo stile di vita o farmaci, superino inequivocabilmente i rischi del trattamento.

Per tutte queste ragioni le linee guida non sono perfettamente sovrapponibili nei valori considerati normali e insomma, è un vero pasticcio, ma mettiamola così:

a patto di non avere disturbi come capogiri, stanchezza, debolezza, … più è bassa e meglio è., più è bassa e meglio è, un po’ come il battito cardiaco, vi ricordate?

Quasi tutte le linee guida indicano come *ideali* valori inferiori a 120/80.

Il nostro Istituto Superiore di Sanità, come anche l’OMS, considera tuttavia normali valori inferiori a 140/90 ma di nuovo, un po’ per i battiti, normali non significa ottimali; sempre citando l’ISS “si parla di pressione arteriosa elevata (ipertensione arteriosa) quando misurazioni effettuate

  • ad entrambe le braccia,
  • più volte consecutive
  • e in giorni differenti,

evidenzino valori superiori a 140 per la massima e/o 90 per la minima.

Questa è una generalizzazione, perché è necessario rendere in qualche modo facilmente comprensibile un concetto che come abbiamo visto è tanto semplice, quanto complesso nelle sue sfaccettature; quindi i valori e l’interpretazione cambieranno drasticamente in base agli eventuali altri fattori di rischio del paziente, oltre che la sua storia clinica, la familiarità per eventi cardiovascolari come ictus e infarti, etc.

Quali sono i sintomi della pressione alta

L’antipatico soprannome della pressione alta è killer silenzioso, perché è tanto letale quanto invisibile nella sua azione. Quando la pressione inizia a salire non causa alcun sintomo, nessun disturbo, nulla che possa far sospettare che qualcosa non vada.

In alcuni casi, soprattutto quando è passato già molto tempo senza che il paziente si sia accorto di nulla, periodo durante il quale probabilmente la pressione è progressivamente cresciuta, possono alla fine comparire disturbi quali

  • mal di testa
  • disturbi della visione
  • perdita di sangue dal naso o una frequente rottura dei capillari degli occhi
  • ronzio percepito nelle orecchie
  • una sempre più severa disfunzione erettile per noi ometti

Ma lo ripeto, sono sintomi indicativi di valori elevatissimi, propri della cosiddetta crisi ipertensiva, oppure sintomi che si manifestano a distanza di anni da quando è iniziato il problema.

Quali sono le cause della pressione alta

E le cause? Perché si alza la pressione?

Questa la smarchiamo abbastanza velocemente… i casi in cui ci sia una malattia di base a causare un pericoloso aumento della pressione sono davvero pochissimi rispetto alla quantità di soggetti interessati dal problema. E allora malattie renali, diabete, alcune malattie ormonali ed anche un effetto collaterale di alcuni farmaci possono effettivamente essere una spiegazione, ma secondo l’NHS inglese questo avviene solo in un paziente su 20, mentre per tutti gli altri la ragione va probabilmente cercata nello stile di vita:

  • troppo sale nella dieta
  • troppe calorie e quindi problemi di sovrappeso o franca obesità
  • troppi grassi di origine animale (pesce escluso)
  • sedentarietà
  • fumo
  • alcolici
  • stress cronico
  • sonno insufficiente e/o di cattiva qualità

Poi c’è la genetica, qualcuno è più fortunato e qualcuno meno da questo punto di vista, ma in genere lo stile di vita ha un effetto preponderante.

Rimane infine una parte di pazienti in cui l’aumento appare inspiegabile, che definiamo ipertensione idiopatica o essenziale.

Come abbassarla

Come la abbassiamo?

La pressione arteriosa elevata, se scoperta per caso in assenza di disturbi o altre patologie, deve essere inizialmente tenuta sotto controllo per almeno 6 mesi misurandola regolarmente e modificando lo stile di vita:

  • perdere peso se necessario
  • alimentazione, ne parliamo meglio tra poco
  • esercizio fisico, compatibile con il proprio stato di salute, ma almeno, almeno, 150 minuti alla settimana
  • abolizione dell’abitudine al fumo
  • riduzione o eliminazione gli alcolici
  • riduzione della caffeina, anche se in realtà questo è dibattuto, soprattutto per i soggetti in cui il consumo sia abituale, ma in ogni caso si fa in fretta a provare

Quando lavoravo in farmacia spesso sentivo dire

“Dottore, non voglio iniziare a prendere farmaci perché so che poi dovrò prenderlo per sempre”… ma questo NON è vero in senso assoluto, perché se cambiano le condizioni che hanno portato allo sviluppo dell’ipertensione, la pastiglietta in molti casi si può sospendere eccome.

Vi faccio qualche esempio pratico:

  • In caso di sovrappeso, perdere 10 kg si traduce in una riduzione della pressione che può raggiungere anche i 10 mmHg
  • Una dieta particolarmente attenta e mirata può consentire di ridurla anche di 14 mmHg
  • L’attività fisica praticata quotidianamente, e non sto parlando di correre maratone, ma di mezzoretta di camminata veloce, quasi altri 10 mmHg

Spesso inoltre i risultati sono sinergici tra loro, significa che l’abbassamento totale diventa maggiore rispetto alla semplice somma delle parti.

Ecco perché l’orientamento attuale prevede di osservare l’andamento per qualche mese, correggendo lo stile di vita, prima di passare ai farmaci… però dobbiamo metterci del nostro ed impegnarci davvero; a questo proposito vi ricordo che è molto più facile introdurre gradualmente nuove abitudini, piuttosto che pensare di voltare pagina da un giorno all’altro dopo una vita di stravizi.

Intendo dire che non riuscirete a mangiare un’insalata senza sale se fino a ieri ne spargevate a mo di bufera di neve in montagna… ma riducendolo gradualmente il gusto si abituerà senza troppa fatica, soprattutto se ci aiuteremo con spezie ed altri condimenti.

Ti dirò di più, ci sono studi che dimostrano che anche solo iniziare a mangiare più frutta e verdura senza modificare nient’altro permette di abbassare la pressione, probabilmente grazie all’aumento dell’introito di potassio e fibra.

Su questo tema servirebbe un video tipo corazzata Potiomkin, ma il punto chiave che vorrei che ti rimanesse è questo:

Anche piccoli cambiamenti, se mantenuti nel tempo, possono portare a grandi differenze.

  • Se sei obeso non serve raggiungere il peso ideale per vedere migliorare la pressione, i valori cominciano a scendere già dai primi chili persi,
  • se fumi un pacchetto al giorno, scendere a 15 aiuta già.
  • Se non fai alcun movimento fisico, anche solo fare un paio di piani di scale due volte al giorno aiuta.

Ovviamente si tratta di punti di partenza, non di arrivo, ma vedere da subito un risultato ti stimolerà a migliorare giorno dopo giorno.

Cosa mangiare?

Dicevamo del mangiare…

Non sono un nutrizionista, quindi mi limiterò a elencarvi alcune linee guida:

  • Limitare il sale, in tutte le sue forme, quindi non solo quello che aggiungiamo noi a tavola su cui tutto sommato se lo vogliamo possiamo avere un buon controllo, ma attenzione anche e soprattutto a quello presente negli alimenti industriali. Abituatevi a leggere le etichette, dove il sale è riportato per legge. Secondo l’OMS non andrebbero superati i 5 g al giorno totali, mentre mediamente in Italia ne consumiamo circa il doppio.
  • Aumentiamo il consumo di potassio, ma per farlo è sufficiente consumare abbondanti quantità di frutta, verdura, legumi e cereali integrali.
  • Impostiamo la nostra dieta su questi 4 gruppi, frutta, verdura, legumi e cereali integrali, questo ci renderà anche molto più semplice perdere peso, altro fattore chiave nella lotta alla pressione alta.
  • Riduciamo la quantità di grassi animali, quindi attenzione a carni rossi, salumi e latticini, mentre il pesce fa eccezione e soprattutto quello azzurro di piccola taglia è considerato nutrizionalmente prezioso, anche se dal punto di vista ambientale pone purtroppo dei problemi. Io caldeggio fortemente una scelta vegetariana o vegana, ma non è una cosa che si può improvvisare, serve farlo con un minimo di giudizio per evitare pericolose carenze, ma è ormai fatto accertato che una dieta incentrata sul mondo vegetale, anche se non necessariamente vegana, sia una scelta salutare tanto per noi quanto per l’ambiente.
  • E infine attenzione agli alcolici, da limitare drasticamente.

Cosa fare subito in caso di pressione alta

Purtroppo al di là dei farmaci non c’è molto che si possa fare per abbassare rapidamente valori di pressione alta, vi consiglio quindi di mettervi in contatto con il medico per avere indicazioni su cosa assumere e, nel frattempo, cercate di rilassarvi, anche perché si ritiene che il rischio a breve termine di un singolo episodio non sia tale da giustificare necessariamente una corsa al Pronto Soccorso, anche in caso di crisi ipertensiva, ossia di valori superiori a 180-110.

Quando andare al Pronto Soccorso

E quindi? Quando andare in PS?

Argomento spinoso… per questo vi riporto le indicazioni dell’American Heart Association.

In genere sarà il medico curante ad inviare il paziente in Pronto Soccorso quando sussista un rischio immediato di danno d’organo. Non sono quindi solo i numeri della pressione a permettere di distinguere tra *urgenza ed emergenza*, ma una valutazione più a 360° dello stato di salute dell’individuo.

Se la pressione del sangue è 180/120 o superiore, attendere circa cinque minuti e riprovare.

Se la seconda lettura è altrettanto elevata ma non si verificano altri sintomi associati, contatta immediatamente il medico per un aggiustamento dei farmaci in uso o una prima prescrizione; in caso di altri sintomi

  • dolore toracico,
  • mancanza di respiro,
  • mal di schiena,
  • debolezza,
  • disturbi della visione o del linguaggio,

rivolgersi immediatamente ad un Pronto Soccorso (chiamando il numero unico delle emergenze e non mettendosi alla guida).

Conclusione

Come avrai capito è un argomento che mi sta particolarmente a cuore e ci sarebbero tantissime altre cose da dire, ma se sei stato tanto impavido da ascoltarmi fin qui non voglie mettere ulteriormente alla prova la tua pazienza e mi fermo qui, ma non prima di averti ricordato che prevenire o eventualmente controllare la pressione dipende molto più da noi di quanto si pensi.

Non spaventarti, segui i consigli del medico e sono sicuro che un piccolo cambiamento alla volta raggiungerai risultati straordinari.

Grazie, grazie grazie per la tua attenzione! Per errori, refusi, domande e suggerimenti sono come sempre a disposizione nei commenti qua sotto e se ti va t’invito a iscriverti al canale e a mettermi un like per supportare il progetto.

E se vi capita di trovare la pressione alta, non allarmatevi: cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile

Fonti

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22157565/
https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/i/ipertensione-arteriosa-o-pressione-alta
https://www.nhs.uk/conditions/high-blood-pressure-hypertension/causes/
https://www.escardio.org/Guidelines/Clinical-Practice-Guidelines/Arterial-Hypertension-Management-of
https://www.heart.org/en/health-topics/high-blood-pressure/understanding-blood-pressure-readings/hypertensive-crisis-when-you-should-call-911-for-high-blood-pressure

27 novembre 2020, qual è la vera mortalità da COVID-19?

Segue la trascrizione del video

7.75%, questo è l’attuale mortalità in Italia per COVID, ma fermarci a questo numero sarebbe un grave errore di superficialità ed in questo video vi spiegherò il motivo, ma non prima di aver ringraziato il Dr. Cantele, Medico Chirurgo, per la preziosa e insostituibile ricerca bibliografica e stesura della traccia di quello che andrò a raccontarvi.

La pandemia da nuovo coronavirus ha rappresentato un punto di svolta per i mezzi stampa del mondo intero: attraverso bollettini giornalieri e rassegne strutturate ogni giorno si tenta di stimare l’entità dell’emergenza, di formulare previsioni sul futuro e di quantificarne in qualche modo il costo umano.

La rapidità con cui viaggia l’informazione, e spesso anche la disinformazione, rende infatti piuttosto semplice la diffusione dei dati del contagio; termini come incidenza, prevalenza, mortalità, indice rt sono entrati nel gergo comune, ci sentiamo tutti un po’ virologi almeno quanto ci sentiamo allenatori durante i Mondiali, anche se l’utilizzo che facciamo di queste parole è spesso improprio e in alcuni casi proprio fuorviante.

È proprio sul concetto di mortalità che si sono accesi i dibattiti e le polemiche più accese: pensiamo ad esempio a quante volte abbiamo sentito dire

…chi muore con il coronavirus non necessariamente muore per il coronavirus…

Interpretare con lucidità e criticità analitica i dati grezzi di un’epidemia mondiale non è una sfida semplice, per cui prima di approfondire quelle che sono le attuali evidenze in letteratura sulla mortalità da nuovo coronavirus è senz’altro utile fare chiarezza sul corretto utilizzo di certe denominazioni ed indicatori.

Tasso di letalità

Quando si sente parlare in maniera generica di “mortalità” ciò che viene inteso è quello che più propriamente si definisce tasso di letalità (in inglese case fatality rate). Questo indice viene calcolato dividendo il numero di morti tra i casi accertati di COVID-19 per il numero totale dei casi di COVID-19, moltiplicato per 100:

Per fare un esempio pratico, se il totale ipotetico dei casi di COVID-19 fosse 100 e tra questi fossero morti in 10, il tasso di letalità sarebbe pari a 10%.

Ci sono alcune accortezze cui prestare attenzione nel calcolo, ma per i nostri scopi ci basti sottolineare che un grande limite di questo indice è che rapporta il numero di morti con quello dei casi confermati — non con quello dei casi totali!

Questo ha come ovvia conseguenza la distorsione della stima del rischio di morte reale, che in situazioni di rapida evoluzione come la pandemia che stiamo vivendo può essere molto lontano dal tasso di letalità. Se facessimo pochi tamponi il numero di casi diagnosticati sarebbe inferiore a quello reale, quindi l’indice apparirebbe più elevato. Se per assurdo testassimo i pazienti solo a morte avvenuta, l’indice sarebbe del 100%, ma chiaramente non è quello che stiamo cercando.

Si può quindi affermare, in altre parole, che il tasso di letalità non va letto come il rischio di morire a seguito di contagio.

Tasso grezzo di mortalità

Il tasso grezzo di mortalità è un altro indice molto semplice che potrebbe sembrare di facile comprensione ed intuitivo, anche se in realtà presenta sfumature sottili che lo rendono poco adatto alla reale stima del rischio di morire da COVID-19.

Vediamo perché.

Il tasso grezzo di mortalità misura la probabilità di morire a causa del coronavirus in un individuo qualsiasi della popolazione, quindi non solo più tra i positivi, ma in riferimento alla popolazione nel complesso. Si calcola quindi come rapporto tra il numero totale di morti per COVID-19 e il numero totale di abitanti della popolazione considerata, moltiplicato per 100:

Di nuovo, per fare un esempio, se il totale dei morti da COVID-19 fosse 1 e la popolazione totale fosse 100, il tasso grezzo di mortalità sarebbe 1%.

Tasso di mortalità per infezione

L’indice statistico-epidemiologico che con tutta probabilità è più vicino al concetto “reale” di mortalità che andiamo cercando su siti ed altri media è invece quello del tasso di mortalità per infezione, che rappresenta la quantità di morti calcolata tra tutti gli individui affetti, non solo quelli diagnosticati, considerando ad esempio anche i soggetti asintomatici.

La formula diventa quindi numero di morti da coronavirus in rapporto a tutti i soggetti che ne sono stati contagiati, a prescindere che abbiamo manifestato sintomi o che si siano sottoposti al test.

Come facciamo a calcolare il numero totale di contagiati?

Il problema di questo rapporto è proprio questo, è impossibile calcolarlo esattamente, soprattutto in corso di pandemia; idealmente dovremmo infatti testare nello stesso momento l’intera popolazione mondiale, e poi ancora ci sarebbero complicazioni legate ai tempi, perché la morte non avviene nell’istante di contagio, ma dopo alcuni giorni, durante i quali la situazione legata alla diffusione sarebbe ulteriormente cambiata.

Attraverso modelli statistici avanzati è tuttavia possibile stimare, anche con una buona approssimazione, il totale “istantaneo” degli individui affetti, come se scattassimo una fotografia per fermare il tempo: in tale lavoro si cimentano gli specialisti epidemiologi e statistici, e secondo i più recenti dati si è confermata una certa differenza tra l’indice di mortalità “semplice” e quello di mortalità per infezione.

Riassumendo

Abbiamo semplificato molto alcuni concetti, ma per comprendere le difficoltà e le criticità presenti sia nelle fasi di misurazione che in quelle di interpretazione dei dati è necessario sottolineare almeno tre aspetti:

  1. La mortalità non è immutabile,
    ma varia a seconda del contesto sociale e temporale — i dati rilevati in un paese sviluppato come l’Italia, dove l’età media della popolazione è purtroppo come sappiamo elevata, saranno senz’altro diversi rispetto a quelli di un paese del terzo mondo, così come il periodo estivo è risultato molto diverso da quello invernale per varie ragioni.
  2. La mortalità varia a seconda della preparazione del sistema sanitario
    i dati registrati nelle primissime settimane di epidemia hanno avuto un impatto drammatico perché ci siamo trovati improvvisamente di fronte ad una minaccia sconosciuta, che ci ha colti impreparati per esempio in relazione a protocolli terapeutici e di bio-contenimento dell’epidemia; l’esperienza maturata rappresenta quindi un fattore protettivo per la malattia, se si traduce in un miglioramento degli indici statistici.
  3. Alcuni indici, come il tasso di letalità, variano sulla base del numero di diagnosi confermate
    quindi in alcune fasi è plausibile pensare che quella calcolata possa essere stata inferiore a quella reale.

La mortalità da COVID-19 al giorno d’oggi

Arriviamo finalmente a parlare di numeri; come abbiamo visto la mortalità da COVID-19 è un dato che possiamo definire fluido, dinamico, che varia soprattutto in base alla popolazione geografica di riferimento. I dati più recenti di cui disponiamo, sto registrando questo video alla fine del mese di novembre 2020, configurano una situazione antitetica, ad esempio, tra due Paesi vicini come la Germania e l’Italia:

  • nella prima il tasso di letalità, ossia il numero di morti in rapporto a quelli diagnosticati, è pari allo 0.2%,
  • da noi è di 7.75%.

Ma a questo punto disponiamo delle conoscenze per capire che questo valore non è necessariamente proporzionale alla mortalità “reale” da COVID-19, e di conseguenza questa enorme discrepanza non significa che in Italia ci sia una maggiore probabilità di morte da coronavirus; una possibile spiegazione della disparità può invece essere legata alla diversa campagna di screening tra i paesi.

Alla luce di tutte le considerazioni fatte, non resta che un ultimo passo per concludere questa disamina, ossia confrontare la letalità, ossia il rapporto tra morti e casi confermati, con altre infezioni epidemiche che hanno colpito l’età contemporanea al fine di metterne in prospettiva la gravità.

Epidemia di SARS del 2002-2003 10% – Munster et al. (2020)
Sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus
(MERS)
34% – Munster et al. (2020)
Influenza stagionale 0.1-0.2% – CDC (2020)
Ebola 40-50% Shultz et al. (2016)

Il nostro 7.75% è tanto? È poco? Lascio a voi qualsiasi considerazione in questo senso, con la speranza che adesso i numeri che spesso vengono frettolosamente rilasciati su media non specializzati possano adesso essere interpretati con maggior cognizione di causa.
Ringrazio nuovamente il Dr. Cantele per la ricerca bibliografica e la stesura di questo testo, ma soprattutto ringrazio voi per l’attenzione e come sempre vi chiedo di condividere il video se pensate che possa essere utile, e magari mettere un mi piace o meglio ancora iscrivervi al canale per non perdere i prossimi video.

11 novembre 2020, cosa fare se si viene contagiati?

Testo del video

Ciao a tutti e ben ritrovati! Mi è capitato di leggere qualche giorno fa alcune utili riflessioni scritte dal Dr. Nicastri, specialista infettivologo nonché direttore dell’Unità operativa complessa Malattie Infettive Ad Alta Intensità Di Cura Ed Altamente Contagiose dello Spallanzani di Roma… insomma, uno che qualcosa ci capisce di COVID… Dicevo, ho letto su medicitalia.it alcuni suoi pensieri formulati pensando ai medici di base, ma che a mio parere possono tornare utili anche a noi.

Sperando di fare cosa utile ho quindi pensato di leggerle con voi per trarre alcune indicazioni pratiche nel caso dovessimo trovarci a casa con un’infezione da COVID diagnosticata con certezza o comunque ragionevolmente certa sulla base dei sintomi e di eventuali contatti avuti. Cosa fare per massimizzare le possibilità di recupero senza necessità di ricorrere all’ospedale? Cosa fare e cosa non fare per ridurre il rischio di complicazioni e velocizzare la ripresa?

Partiamo dal presupposto che meno di una persona su 10 necessita di ospedale, questo lo scrive lo specialista probabilmente per rimarcare la necessità di evitare invii inappropriati, proprio quando molti ospedali sono sotto forte pressione a causa dell’elevato numero di ricoveri, ma a noi deve invece servire per affrontare l’infezione con un lucido ottimismo: non abbassiamo la guardia su eventuali sintomi anomali, ma a meno di fattori di rischio importanti possiamo razionalmente aspettarci un decorso privo di grandi intoppi.

L’aspetto probabilmente più importante è rappresentato dal monitoraggio della saturazione dell’ossigeno (vedi i due video seguenti), che rappresenta un importante campanello d’allarme di un eventuale ed imminente peggioramento; lo specialista indica come limite minimo accettabile il 95% e poi parla di un 93% in caso di test del cammino… di cosa si tratta esattamente?

Il test del cammino consiste in una valutazione empirica di come l’organismo riesce a gestire un modesto sforzo fisico, che idealmente è basato sul camminare per 6 minuti consecutivi, per esempio su e giù per un corridoio che idealmente dovrebbe essere di almeno 30 m. Non essendo sempre possibile in una casa privata disporre di tali spazi, in genere si ricorre a varie alternative, come girare in una stanza (le svolte richieste nel nostro caso avrebbero un impatto limitato su quello che c’interessa) o salire e scendere un paio di scalini per un tempo inferiore. L’idea di fondo è quella di rilevare la saturazione durante il test, ma soprattutto al termine dello stesso dopo aver sottoposto sottoponendo l’organismo ad uno stress relativamente modesto per valutarne la risposta in termini di saturazione; in questo caso sono accettabili valori fino al 93%, almeno nel paziente adulto che, COVID a parte, è ragionevolmente in buona salute.

Si tratta di un test semplice ma altamente informativo nella sua capacità di evidenziare in anticipo eventuali diminuzioni dei valori di saturazione, che come abbiamo visto nel video precedente sono spesso predittive di pericolose e soprattutto prossime complicazioni.

Evitate però il fai da te, eseguendolo solo previo consenso ed indicazioni sulle modalità di esecuzione dal parte del vostro medico, e per nessuna ragione se siete soli in casa.

Nella seconda parte della lettera troviamo poi indicazioni estremamente pratiche sulla gestione del paziente COVID a casa, vediamole insieme perché come sempre potrebbero essere disattese perché considerate troppo banali per fare davvero la differenza, ma ormai dovremmo averlo imparato, per aver cura del nostro corpo alla fine ciò che conta veramente sono sempre quei 3-4 concetti che ricorrono ogni volta…

Se possibile manteniamo un minimo livello di attività fisica, compatibile ovviamente con lo stato di salute, ma non state tutto il giorno coricati a letto. In questo senso meglio seduto, per favorire la respirazione. Ovviamente lo specialista non sta consigliando di saltare la corda o uscire a correre, ma continuare a muoversi nei limiti delle proprie condizioni aiuta la ripresa, sia psicologicamente che fisicamente.

Alimentarsi bene… Non mi stancherò mai di ripeterlo, è la base di tutto, e vi faccio notare gli alimenti portati ad esempio dallo specialista: frutta e verdura, ovviamente, ma poi nomina due alimenti fermentati ed il pesce, fonte di proteine sane ed omega 3. Per i vegetariani/vegani come me ritengo che soia e legumi siano soluzioni altrettanto valide, continuando anche regolarmente con l’integrazione della B12 e con l’olio di lino per gli omega 3, utili a ridurre lo stato infiammatorio dell’organismo. Ovviamente poi i cereali integrali per tutti per fornire il carburante di base, ma il vostro medico saprà comunque darvi consigli più specifici in base al vostro singolo caso. Ovviamente non è necessario sforzarci di consumare tutti i pasti con le quantità che assumiamo quando siamo in forma, con la febbre è normale che l’appetito venga meno, ma dobbiamo comunque cercare di fornire un aiuto dall’esterno almeno in termini di qualità degli alimenti scelti. Vi consiglio poi di provare a consumare frequenti piccoli spuntini, che spesso vengono tollerati meglio rispetto a 2-3 grandi pasti.

E poi bevete, mi raccomando, è utile non solo per l’organismo, ma anche per i reni, che purtroppo in alcuni casi possono andare incontro a complicazioni legate al virus.

Anche in questo caso poco alla volta ma spesso: con l’acqua non si sbaglia mai, ma ad esempio il tè non zuccherato e qualche spremuta di agrumi possono diventare piacevoli variazioni (attenzione solo al pompelmo nel caso in cui steste assumendo farmaci, verificate prima eventuali interazioni e chiedetemi nei commenti se avete dubbi in proposito).

Viene poi suggerito di mantenere una posizione prona, ossia a pancia in giù, per ricordarvi pensate ai cecchini dei film di guerra oppure a come si tuffano i nuotatori… a pancia in giù … in questo modo viene favorita la respirazione; ad onor del vero in merito a questo argomento c’è un vivace dibattito nella comunità scientifica, ma i contrari si basano fondamentalmente su alcuni studi legati a possibili complicazioni registrate in terapia intensiva e relativi a pazienti intubati, mentre a livello domiciliare, non restando per giorni interi nella stessa posizione, sostanzialmente non ci sono controindicazioni.

Per gli ometti taglio della barba, che rende più efficace la ventilazione con mascherina se questa dovesse rendersi necessaria; a questo proposito mi permetto di aggiungere la necessità di rimozione di eventuali smalti e se possibile unghie finte per le signore, così da consentire un’efficace rilevazione della saturazione e la possibilità di accorgersi tempestivamente di eventuali segnali di cianosi.

Capitolo farmaci: solo paracetamolo, ossia Tachipirina o generici relativi, in caso di febbre e/o dolori, ma soprattutto e sono contento di poterlo leggere letteralmente, “Tutto il resto della terapia in questa fase non ha alcuna evidenza scientifica, anzi, in alcuni casi è dannosa.”

Vanno ovviamente continuati, a meno di diverso parere medico, i farmaci assunti cronicamente.

Non iniziare il cortisone se non espressamente prescritto dal medico: non fatevelo dare da vostro cugino “che lui è guarito in due giorni”, se usato nel momento sbagliato può essere controproducente per l’organismo.

Il cortisone è un farmaco meraviglioso, non per niente l’abbiamo scoperto prima di tutto nella versione prodotta dal nostro stesso organismo, ma ha purtroppo un rapporto rischio beneficio molto, troppo variabile in rapporto alla situazione e la finestra terapeutica in cui i vantaggi superano i rischi è piuttosto ristretta.

L’ultimo punto riguarda infine il ricovero, ma per noi direi che è sufficiente così.

E allora, per riassumere, cosa ci portiamo a casa? A mio avviso sostanzialmente tre cose:

  1. Saturimetro a disposizione e usato regolarmente.
  2. No al fai da te, rimanete in contatto con il vostro medico, ma ricordatevi che in questo periodo sono estremamente sotto pressione e quindi non abusiamo della loro disponibilità, valutando anche quando una mail può efficacemente sostituire il telefono.
  3. Aiutiamo il nostro corpo continuando a mangiare come si deve, magari poco, ma scegliendo con cura, ed evitando di restare a letto o sul divano per tutto il giorno.

01 novembre 2020, come si usa un saturimetro?

Testo del video

Ciao a tutti, come promesso oggi facciamo qualche prova con il saturimetro Mel Link AM-806, che ho personalmente acquistato e pagato su Amazon in data 26 ottobre 2020 per circa € 40.

Prima di iniziare vi ricordo che venerdì è uscito un video più teorico sulla saturazione dell’ossigeno, lo trovate scrollando la pagina verso il basso, che vi invito a guardare per avere un’introduzione all’argomento, ma mi preme sottolineare che potete applicare la gran parte delle considerazioni che faremo a qualsiasi altro saturimetro da dito.

Perché ho scelto proprio questo? Non ho approfondito troppo, ma sostanzialmente ho proceduto così: ne ho individuati 4-5 che avessero un discreto numero di recensioni con una buona media, ho verificato che fosse presente anche l’indice di perfusione, ve ne parlerò meglio dopo, e poi ho fatto un rapido giro sui siti ufficiali dei produttori, escludendo ad esempio quelli in cui non fosse chiara l’origine del prodotto, o chi non fosse focalizzato esclusivamente su prodotti medicali.

A differenza di altri saturimetri poi di questo era disponibile la precisione dichiarata, ossia dal 90% al 100%: ± 2%, intervallo dal 70% all’89%: ± 3%, indicazione che mi faceva sperare in qualche forma di validazione clinica.

L’alternativa era ovviamente spendere qualcosa di più e spostare l’attenzione su prodotti di gamma superiore, ce ne sono alcuni di origine tedesca ad esempio, ma non volevo spendere eccessivamente e m’interessava farmi un’idea dei prodotti di fascia più bassa, per capirne qualità e limiti.

Nella confezione è presente il dispositivo, un piccolo laccetto, il sensore per la misurazione della temperatura corporea e un manualetto, purtroppo solo in inglese, ma era già segnalato sul sito; vi lascio comunque il link per scaricarlo in italiano, si tratta di un PDF in cui sono disponibili 4-5 lingue, dovrete quindi scorrere verso il basso per trovare la nostra.

Non mi soffermerò sulla misurazione della temperatura, come indicato sul sensore sono necessari diversi minuti per una misurazione accurata e quindi ritengo che non sia la scelta ideale, anche se può comunque risultare utile nel caso di monitoraggio continuo.

Il saturimetro funziona ovviamente a batteria, le classiche ministilo, e vi segnalo che NON sono incluse nella confezione; anche in questo caso lo sapevo perché era evidenziato in alcune recensioni che ho letto, quindi ho provveduto a preparare delle ricaricabili che avevo in casa, così da averle pronte.

Iniziamo ora a vederne il funzionamento in pratica; questa non vuole essere una recensione approfondita, mi preme di più farvi vedere come usarlo, quindi prima di un eventuale acquisto vi invito a leggere il manuale linkato, che tutto sommato mi sembra abbastanza chiaro e approfondito, più di quanto mi aspettassi se devo essere sincero. Mi ha per esempio piacevolmente colpito trovare le curve di validazione con cui è stato testato il prodotto, anche se mi ha un po’ agghiacciato scoprire che i soggetti coinvolti sono stati solo 12…

Per chi fosse affetto da allergia al lattice segnalo che il dispositivo ne è privo, come riportato sul manuale.

Il pulsiossimetro è concepito per essere usato sia per misurazioni spot, ossia rilevo e poi spengo, sia in continuo, ossia lasciato in posizione, ma in questo caso si consiglia di cambiare periodicamente il dito e soprattutto bisognerebbe usare una sonda da acquistare a parte che onestamente non saprei dove trovare, non so se sia importata.

È in grado di misurare la saturazione dell’emoglobina nell’intervallo 70-100, ma come detto sotto i 90 perde un pochino in precisione; è in grado di misurare anche il battito cardiaco nell’intervallo 30-245, con un’accuratezza di più o meno 3 battiti al minuto.

Può essere usato anche sui bambini e, prima di vedere come misurare la saturazione, vi ricordo alcune importanti precauzioni:

Durante il monitoraggio domiciliare della saturazione, il soggetto dovrebbe idealmente

  • essere a riposo,
  • avendo avuto la possibilità di respirare tranquillamente e senza parlare per diversi minuti prima di eseguire la misurazione,
  • misurazione che dovrebbe sempre avvenire all’interno di una stanza con una temperatura ambientale non fredda.

Si consiglia di usare preferibilmente il dito medio della mano dominante, che dovrà essere calda, rilassata e tenuta al di sotto del livello del cuore, in modo che il sangue arterioso ossigenato non debba combattere contro la forza di gravità.

Per misurare non devo fare altro che inserire il dito nella pinza, appoggiandolo in fondo, e poi accendere lo strumento con il tasto a forma di cuore. L’altro tasto serve invece e ruotare il display per favorire la lettura a prescindere dalla mano usata e dalla posizione della stessa.

Una volta iniziata la misurazione è consigliabile non limitarsi ad una lettura rapida, ma al contrario osservare l’andamento dei valori per 30-60 secondi per attendere che la misura si stabilizzi.

Purtroppo i fumatori potrebbero leggere valori più alti della realtà, in quanto lo strumento non è in grado di distinguere l’emoglobina legata all’ossigeno da quella legata al monossido di carbonio e ricordiamo inoltre gli altri fattori più comuni in grado di falsare la rilevazione:

  • Presenza di smalti, unghie finte, lividi o semplicemente dita sporche
  • Mani fredde
  • Uno stato anemia o di pressione bassa

Nel frattempo la misurazione si è stabilizzata (vedi video) e ne approfitto quindi per farvi notare alcune cose:

  • troviamo a sinistra il valore di saturazione dell’ossigeno, nel mio caso 99
  • a destra i battiti cardiaci al minuto (ebbene sì, sono un po’ bradicardico come potete vedere…)
  • al centro troviamo invece il cosiddetto indice di perfusione, un parametro che sostanzialmente ci permette di valutare l’intensità del polso e, almeno in teoria, l’affidabilità della misurazione. In genere ci si aspetta di trovare valori superiori a 4, mentre per valori inferiori la misura della saturazione potrebbe non essere affidabile.

Nel mio caso come vedete l’indice raramente supera l’uno e questo è probabilmente legato al fatto che la mano fosse fredda, purtroppo ne soffro in inverno, ho invece provato con mia figlia e come vedete l’indice di perfusione era decisamente più elevato; ho poi provato dopo pranzo a scaldare la mano in una bacinella di acqua calda e vedete? Anche nel mio caso l’indice è salito.

Vi segnalo che è possibile impostare degli allarmi sonori, legati al battito e/o saturazione, che consentono di segnalare in modo incisivo eventuali valori anomali; possono essere utili magari nel caso di anziani, che così possono aiutarsi con effetto sonoro senza doversi ricordare troppi numeri.

30 ottobre 2020, saturazione dell’ossigeno in tempi di COVID-19

 

In chimica una soluzione si dice satura, quando è così piena di una qualche sostanza, da non essere più in grado di scioglierne ancora. Pensiamo ora ai globuli rossi, piccole cellule presenti nel sangue che si occupano instancabilmente di prelevare l’ossigeno che respiriamo dai polmoni per poi portarlo a tutto l’organismo.

Semplificando possiamo immaginare che, in condizioni ideali, ogni globulo rosso che arriva ai polmoni sia in grado di prendere un po’ di ossigeno ed iniziare il suo viaggio verso la periferia.

Bene, sempre semplificando, il sangue possiamo quindi immaginarlo saturo di ossigeno, perché ogni globulo rosso si è fatto carico della quantità massima possibile.

La saturazione dell’ossigeno nel sangue è quindi una misura che ci consente di stimare la quantità di ossigeno presente in circolo, in rapporto a quella massima possibile.

Può succedere che in presenza di malattie che colpiscono polmoni o cuore questo meccanismo diventi meno efficace, con il risultato che alcuni globuli rossi inizieranno a girare con il loro zainetto vuoto, privi di ossigeno; nella periferia dell’organismo non arriverà più la quantità sufficiente di sangue e nella maggior parte dei casi ce ne accorgeremmo rapidamente, perché ci verrebbe il fiatone per attività che normalmente svolgeremmo senza problemi.

Piccolo inciso: sarebbe più corretto parlare di saturazione dell’emoglobina, la molecola che fa da zainetto ai globuli rossi, anziché di saturazione dell’ossigeno, ma ormai è entrato nell’uso comune questa denominazione impropria.

Abbiamo capito cosa sia la saturazione dell’ossigeno, ma come la misuriamo?

Cos’è il saturimetro?

Il saturimetro, anche noto come pulsiossimetro, è un dispositivo medico che permette di misurare la quantità di ossigeno nel sangue; esistono diverse tipologie saturimetri, ma tutte accomunate dal fatto di consentire una misurazione non invasiva e indolore, tipicamente con una piccola pinza da applicare a livello di un dito della mano, oppure sul lobo dell’orecchio o ancora su un dito del piede; il razionale è che se l’ossigeno arriva in quantità sufficiente a questa distanza dal cuore, possiamo presumere che l’intero organismo sia sufficientemente ossigenato.

Da un punto di vista pratico all’interno di questa pinza troviamo un emettitore di luce e una sonda in grado di rilevare in che misura questa luce riesce attraversare il dito; più nel dettaglio il pulsossimetro emette 2 diverse luci, una luce rossa e una luce a infrarossi. A seconda che l’emoglobina, il nostro zainetto, contenga o meno ossigeno, verrà assorbita maggiormente una luce rispetto all’altra, così è possibile per differenza calcolare quanto ossigeno ci sia in circolo negli zainetti.

Questa valutazione viene poi trasformata nel valore di saturazione vero e proprio attraverso algortimi e funzioni matematiche relativamente semplici.

Quando è utile l’uso del saturimetro?

Il suo utilizzo è la norma durante gli interventi chirurgici, soprattutto se praticati in anestesia totale, dove rappresenta uno dei numerosi parametri costantemente tenuti sotto controllo dal medico anestesista.

Trova tuttavia applicazione anche in altri contesti, come la verifica dell’efficacia di specifici farmaci, come misura della capacità di una persona di gestire sforzi fisici e ad esempio nella rilevazione di eventuali apnee notturne.

È poi di grandissima utilità in tutti quei pazienti affetti da condizioni note per la loro influenza sull’ossigenazione del sangue, come ad esempio infarto, insufficienza cardiaca, anemia, asma, polmonite, Malattia Polmonare Ostruttiva Cronica, etc

Quanto deve essere la saturazione dell’ossigeno nel sangue? Quali sono i valori normali?

I valori normali della saturazione di ossigeno oscillano tra 97% e 99% nei soggetti sani, ma una saturazione di ossigeno pari o superiore al 95% è in genere considerata clinicamente accettabile.

Non vi sarà sfuggito che abbiamo scritto 99% e non 100%, e non è un errore, è infatti normale che una piccola frazione di globuli rossi abbia lo zainetto vuoto; misuriamo infatti un valore del 100% in condizioni di iperventilazione, quando cioè iniziamo a respirare affannosamente e superficialmente, come nel caso di ansia o attacchi di panico, oppure nei pazienti in ossigenoterapia.

Il limite che definisce un’insufficienza respiratoria è 91-92% a seconda delle linee guida cui facciamo riferimento, i valori che stanno nel mezzo indicano una condizione di ipossia comunque meritevole di attenzione medica; attenzione però, lo dico se avete un saturimetro in casa e magari lo state usando per la valutazione di una possibile infezione da COVID: il valore va sempre contestualizzato insieme ai sintomi caratteristici.

Quali sintomi sono associati all’ipossia?

A seconda della gravità della situazione e della condizione responsabile possono comparire uno o più dei seguenti sintomi:

  • Capogiri,
  • fiato corto,
  • mal di testa,
  • tachicardia,
  • aumento della frequenza respiratoria,
  • problemi di vista,
  • confusione,
  • cianosi
  • ossia un colorito blu della pelle, tipicamente a partire proprio dalle dita.

[Per sapere se ho la Covid-19 posso misurare l’ossigenazione del sangue?

Diversi studi hanno mostrato l’importanza di monitorare l’ossigenazione del sangue nei pazienti con Covid-19, perché la carenza di ossigeno è un potenziale segnale di allarme legato allo sviluppo di una polmonite grave, ma questo non significa che sia utile ai fini della diagnosi d’infezione in assenza di altri sintomi o di esami positivi.

Ciononostante è utile conoscere il concetto della cosiddetta ipossia felice, ossia una condizione in cui la saturazione del sangue è già a livelli inferiori alla norma, pur non presentandone ancora i sintomi caratteristici, una situazione relativamente comune in alcuni malati di COVID e che si manifesta poco prima di un improvviso peggioramento delle condizioni di salute; a questo proposito alcuni autori suggeriscono che sarebbe più opportuno cercare assistenza in presenza di un costante andamento decrescente dei valori nella giornata, piuttosto che attendere un vero valore sotto la soglia di normalità.

In un paziente con diagnosi di COVID, verificata o presunta, si consiglia quindi di procedere a regolari misurazioni ogni 8-12 ore.

E concludiamo dicendo che quindi NO, la saturazione dell’ossigeno nel sangue non serve a diagnosticare il COVID, ma è uno strumento utile per monitorare le condizioni di un paziente risultato positivo e magari non ospedalizzato, soprattutto nel caso di presenza di fattori di rischio come malattie polmonari preesistenti, cardiopatie, obesità e abitudine al fumo.

Rischi ed effetti collaterali

Sono sostanzialmente due i possibili rischi associati all’uso del saturimetro, peraltro piuttosto banali:

  1. Irritazione della pelle per il contatto con la pinza,
    soprattutto quando si usano quelle di tipo adesivo per il monitoraggio continuo
  2. Ansia e spavento ingiustificati nel caso di misurazioni errate, purtroppo comuni con la combinazione esplosiva di dispositivi economici e pazienti non addestrati ad un corretto utilizzo.

Le ragioni di una misurazione errata

Le cause più comuni sono un’applicazione non corretta della sonda e la misurazione su un dito con smalto o magari addirittura un’unghia finta, così come la presenza di un livido o semplicemente di un dito sporco; si tratta di varianti accomunate tutte da un unico problema, che la luce emesse verrebbe filtrata artificialmente.

Ma anche la temperatura del dito può influire, se siete appena rientrati in casa e avete le mani fredde potreste rilevare una misura errata, a causa della vasocostrizione dei capillari.

In alcuni casi, soprattutto se il sensore non si applica correttamente, anche la luce ambientale potrebbe influire.

L’altitudine può significativamente influenzare i valori di saturazione dell’ossigeno nel sangue, pensate per esempio che tra i 5.000 e i 5.500 m di altitudine, la saturazione di ossigeno scende fisiologicamente addirittura fino a valori attorno all’85%!

Le misure rilevate possono variare con i movimenti del paziente (che dovrebbe quindi rimanere immobile), con il suo livello di coscienza (sonno/veglia) e la posizione del sensore.

Ci sono poi altre condizioni più specialistiche in grado d’influire, ad esempio una pressione del sangue bassa e anemia, ma si tratta di casi meno comuni; verificate invece sempre di usare batterie sufficientemente cariche.

Come si usa?

Durante il monitoraggio domiciliare della saturazione, il soggetto dovrebbe idealmente essere a riposo, avendo avuto la possibilità di respirare tranquillamente e senza parlare per diversi minuti prima di eseguire la misurazione, misurazione che dovrebbe sempre avvenire all’interno di una stanza con una temperatura ambientale non fredda.

Si consiglia di usare preferibilmente il dito medio della mano dominante, che dovrà essere calda, rilassata e tenuta al di sotto del livello del cuore, in modo che il sangue arterioso ossigenato non debba combattere contro la forza di gravità.

Una volta iniziata la misurazione è consigliabile non limitarsi ad una lettura rapida, ma al contrario osservare l’andamento dei valori per 30-60 secondi per identificare il risultato rilevato più comunemente.

Purtroppo i fumatori potrebbero leggere valori più alti della realtà, in quanto lo strumento non è in grado di distinguere l’emoglobina legata all’ossigeno da quella legata al monossido di carbonio.

Quanto è preciso il pulsossimetro?

Il livello di ossigeno misurto da un pulsossimetro è ragionevolmente accurato, lo dice l’American Thoracic Society sul proprio sito, soprattutto per valori nella fascia alta (dall’80% in su).

Altroconsumo suggerisce inoltre che per l’uso casalingo pulsossimetri che abbiano un prezzo attorno ai 30 euro sono in genere più che adeguati.

Da notare che la maggior parte dei saturimetri fornisce un’accuretazza con un possibile scarto dell’1-2%, quindi un valore letto pari a 94% potrebbe in realtà essere un qualunque numero compreso tra 92 e 96.

Quale comprare?

Ho provato a cercare una qualche linea guida in Rete, ma nessuna società scientifica si sbilancia in proposito; condivido tuttavia il parere di chi sostiene che si tratti ormai di una tecnologia economica e quindi non necessariamente spendere di più significa acquistare un dispositivo più preciso.

È invece prematuro affidarsi alle app per cellulari, che ad oggi non hanno dimostrato una sufficiente accuratezza.

Fonti:

https://www.hopkinsmedicine.org/health/treatment-tests-and-therapies/pulse-oximetry
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK470348/
https://www.omicsonline.org/open-access/spo2-how-low-is-too-low.php?aid=93121&view=mobile
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4627972/
https://www.thoracic.org/patients/patient-resources/resources/pulse-oximetry.pdf
https://www.altroconsumo.it/hi-tech/dispositivi-portatili/news/coronavirus-saturimetro
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7462317/
https://science.sciencemag.org/content/368/6490/455

Per approfondire:

27 settembre 2020, Vitamina D: dieta, sole o integratori?

“Non so definire la pornografia, ma la so riconoscere.”

Questa è una frase pronunciata da un giudice della Suprema Corte americana negli anni 60 e che secondo me calza a pennello anche per le vitamine.

Diversi Autori definiscono infatti le vitamine come un gruppo eterogeneo di molecole organiche essenziali per l’organismo. Vi ricordo che il termine “essenziale” in questi contesti indica la necessità di introdurre il nutriente attraverso la dieta, perché diversamente l’organismo non sarebbe in grado di sintetizzarlo autonomamente pur avendone bisogno. A parte che questa definizione si espone ad alcuni limiti, come il fatto che ad esempio la vitamina C sia essenziale per l’essere umano, ma non per cane e gatto, che sono capaci di sintetizzarla, ma proprio nella vitamina D troviamo una sorta di contraddizione: noi infatti siamo capaci eccome di sintetizzarcela da soli, ma lo facciamo attraverso l’esposizione al sole.

Non abbiamo ancora iniziato a parlare degli effetti della vitamina e già ci siamo incastrati sulla definizione e questo non è che l’antipasto della confusione che regna su questo argomento, anche tra gli stessi addetti ai lavori.

Non passa giorno senza che si legga su qualche sito dei poteri quasi taumaturgici che avrebbe la vitamina D, tanto da spingere molti esperti improvvisati, ma devo dire anche molti medici autorevoli, a suggerirne un’integrazione a tappeto. Per non parlare poi di chi invita a esporsi al sole come se non ci fosse un domani, in barba a qualsiasi avvertimento legato al rischio tumore della pelle.

E quindi, cosa dovremmo fare? Vi do un minimo di contesto, poi vi dico cosa ne penso io. Attenzione però, io sono solo uno dei tanti là fuori che ha presunzione di volervi spiegare qualcosa sulla salute, ma la mia laurea in farmacia non fa di me un esperto, a maggior ragione in un ambito in cui nemmeno gli esperti si mettono d’accordo…

Il nostro organismo ha bisogno della vitamina D per funzionare correttamente e le fonti possibili sono due:

  1. la dieta, attraverso pesci come le sardine e il salmone e poco altro, che tuttavia ci permette di raggiungere circa il 10% del nostro fabbisogno a meno di non assumere olio di fegato di merluzzo, l’unica vera fonte alimentare ad alto dosaggio escludendo eventuali alimenti fortificati;
  2. il sole, dalla cui esposizione traiamo, o dovremmo trarre, il restante 90%.

Sull’esposizione al sole si dice e si legge tutto e il contrario di tutto, ma bene o male quasi l’intera comunità scientifica concorda su alcuni punti essenziali, ben riassunti dal Dr. Maestri, un endocrinologo di cui vi lascio linkata nelle fonti una presentazione interessante.

  • Quantificare con esattezza l’efficienza della sintesi di vitamina D dall’esposizione al sole è impossibile, perché ci sono numerosi fattori che ne modulano i risultati.
  • Alle nostri latitudini, in Italia, si ritiene che l’esposizione di viso, collo e arti per 10-15 minuti per 2-3 volte alla settimana nella fascia oraria 10-15 porti ad produzione sufficiente di vitamina D.
  • La vitamina D è liposolubile, si scioglie nei grassi, quindi il nostro organismo è capace di farsene scorta annuale durante l’estate; sempre secondo l’endocrinologo una settimana di sole al mare è sufficiente a ridurre il rischio di carenza durante l’anno

Ma come la mettiamo con il rischio tumore le protezioni solari?

Non è vero che blocchino completamente la sintesi a livello cutaneo, anche se sicuramente la riducono di molto; ma senza dilungarci troppo, la Skin Cancer Foundanton americana ci ricorda che non esiste evidenza che un utilizzo quotidiano di protezione solare sia causa di carenza di vitamina D.

Invece l’esposizione attraverso un vetro purtroppo è un limite enorme; e poi ancora, la capacità di sintesi si riduce nelle giornate velate e anche con l’età diventiamo meno efficienti, ma sembra che l’attività fisica svolta all’aria aperta invece promuova il raggiungimento di valori nella norma.

Ma perché dannarci tanto per questa vitamina? A cosa serve?

Beh, è essenziale per salute delle ossa, per il funzionamento dei muscoli e per la salute del sistema immunitario, quindi sì, ci serve proprio, ma la vera esplosione d’interesse che si è verificata negli ultimi anni è legata a possibili coinvolgimenti anche in termini di prevenzione da… beh, praticamente da tutto secondo alcuni: tumori, malattie cardiovascolari, depressione, …

E proprio da queste premesse nascono infinite discussioni sui social:

  • La vitamina costa poco, le aziende ci nascondono la verità perché guadagnerebbero pochissimo.
  • Sì, ma intanto cuba n mila miliardi nel mondo.
  • Le aziende farmaceutiche non vogliono darcela per farci ammalare, ma intanto qualcuna ha perso un sacco di soldi da quanto il SSN ne ha ridotto la prescrivibilità.
  • Gli integratori sono utili a prescindere, no, non è vero, è sufficiente evitare carenze.
  • Basta esporci al sole per produrla… sì, ma così ci viene un tumore della pelle, …
  • No, basta usare le protezioni solari… no, così non viene prodotta

E ad aggiungere confusione alla confusione ovviamente ci si mettono siti e giornali, che trasformano studi osservazionali in evidenze fondamentali sull’efficacia degli integratori. Eh sì, perché spesso e volentieri quando leggete “La vitamina riduce il rischio di COVID”, in realtà quello che si è scoperto è che i soggetti carenti sembrano ammalarsi più frequentemente, ma se ci pensate bene NON è la stessa cosa che dire che dare più vitamina D significa proteggersi, perché per esempio, tanto per semplificare il concetto, potrebbe essere l’esposizione al sole il fattore chiave per spiegare la correlazione tra carenza e rischio di infezione… E questo vale per quasi tutte le malattie che negli anni sono state associate alla vitamina D, tanto che qualche autore inizia a ritenerla più un indicatore dello stato generale di salute che non la vera causa di queste malattie

E quindi? Che facciamo? Integriamo oppure no?

A mio avviso, sulla base delle evidenze che abbiamo oggi, settembre 2020, quello che serve è solo un po’ di buon senso; dopo aver letto un po’ tutte le opinioni, quelle basate sui fatti ovviamente, ritengo che:

  • I soggetti in stato di carenza devono necessariamente integrarla e su questo punto credo che tutti, ma proprio tutti siano d’accordo. Cosa significa carenza? Manco a dirlo c’è dibattito, ma tendenzialmente si ritengono normali valori compresi tra 20 e 40 ng/mL, non sembrano esserci vantaggi ad avere concentrazioni superiori.
  • I soggetti che non sono carenti non hanno ad oggi alcun motivo basato sull’evidenza per assumere integratori.

Come sappiamo se siamo carenti? L’unico modo certo è con un esame del sangue, ma se lo stato di salute è buono, non ci sono sintomi caratteristici di carenza (come stanchezza e dolori muscolari) e sappiamo di avere un minimo di esposizione regolare al sole possiamo ragionevolmente aspettarci di non essere carenti.

Se volessimo cautelarci potremmo prendere due strade, io vi consiglio senza dubbio alcuno la prima, ossia

  1. attraverso un’esposizione di buon senso al sole: abbiamo visto che basta poco per creare una buona scorta e se praticate almeno 2-3 volte alla settimana un po’ di attività fisica all’aperto prendete due piccioni con una fava. Ricordiamoci la crema solare, come abbiamo detto non rappresenta affatto un problema così grosso se l’esposizione è regolare.
  2. Se proprio volete prendervi un integratore ad oggi, con buon senso, non sembrano esserci rischi tali da renderlo controindicato. In questo caso il buon senso è legato alla dose. L’NHS inglese consiglia per la popolazione del Regno Unito, che vive ad una latitudine a minor esposizione solare, l’assunzione di 10 mcg/day. Tendenzialmente molti autori ritengono che si possa anche alzare un po’ il tiro, ad esempio la nostra AIFA consente la vendita di integratori senza necessità di ricetta medica con dosi quotidiane fino a 50 mcg, corrispondenti a 2000 unità internazionali, ma onestamente in molti casi non sembrano davvero giustificate e ricordate che dosi eccessive, anche se in genere più alte di queste, sono associate a rischi di salute anche gravi, come ipercalcemia, fratture ossee e formazione di calcoli renali.

 

E ricordatevi che in medicina, così come in nutrizione, il troppo è nemico del bene.

Fonti e bibliografia