Diabete di tipo 2: cause, evoluzione, pericoli e guarigione

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Introduzione

Il numero di pazienti diabetici nel mondo è quadruplicato negli ultimi 40 anni.

Nel solo 2019 l’OMS stima un milione e mezzo di morti causate direttamente dalla malattia, che è tra l’altro responsabile di cecità, insufficienza renale, infarto, ictus ed amputazione degli arti inferiori.

Ti confesso che sono sempre stato molto impaurito dal diabete e non so spiegarti esattamente la ragione; in fondo non ho avuto casi in famiglia e questa mia paura, ai limiti della fobia, è insorta ben prima di aver approfondito questi numeri spaventosi, ma probabilmente l’aver osservato direttamente in farmacia, nei miei primi anni di esperienza professionale, l’impatto che la malattia ha sul quotidiano è stato in qualche modo determinante.

  • Ho visto il disagio causato da disturbi banali ma fastidiosi, come la perdita di sensibilità alle dita,
  • sapere che è un fattore di rischio per alcune forme di demenza,
  • l’idea di perdere la possibilità di scelta su cosa, come e quanto mangiare,
  • il pensiero di avvertire costantemente dolore a causa della neuropatia,
  • o ancora la consapevolezza di tutte le possibili complicazioni, tra cui aver visto direttamente pazienti che trascinano per anni, per anni la necessità di medicazioni quotidiane ad ulcere aperte che semplicemente non guariscono più.

In termini di mortalità la pressione alta rappresenta probabilmente un rischio maggiore di per sé ma, come si dice, è un killer silenzioso, privo di sintomi.

Anche il diabete di tipo 2 è così all’inizio, ma quando ti frana addosso rischia di travolgerti, ma ecco la buona notizia:

  • il diabete di tipo 2 si può quasi sempre prevenire,
  • spesso curare,
  • a volte persino guarire, e quest’ultima affermazione fino a pochi anni fa sarebbe stata un’eresia.

Sì, alcuni pazienti diabetici possono guarire.

Cos’è il diabete

Iniziamo con una definizione, per meglio comprendere di cosa parlerò in questo video: il diabete è una malattia metabolica cronica.

  • Metabolica perché strettamente correlata a come il corpo tratta lo zucchero che gli mettiamo a disposizione come fonte di energia.
  • Cronica perché in molti casi è una malattia non solo a lungo termine, ma molto spesso incurabile.

Ne esistono diverse forme, ma le due principali sono il diabete di tipo 1 e il diabete di tipo 2; entrambe hanno in comune una qualche difficoltà dell’organismo a gestire lo zucchero circolante, ma le ragioni, o meglio ancora le cause, non potrebbero essere più diverse:

  • Quando mangiamo qualcosa, diciamo ad esempio un piatto di patatine fritte, lo zucchero contenuto passa rapidamente in circolo nel sangue, facendo schizzare la glicemia verso l’alto.
  • Nel sangue c’è quindi ora molto più zucchero, che continua ad aumentare con il progressivo assorbimento delle patatine digerite.
  • In risposta a questo l’organismo produce insulina, una sorta di chiave che consente alle nostre cellule muscolari di prelevare al volo lo zucchero circolante, così da abbassare la glicemia e prevenire i danni che ne deriverebbero.

Il paziente diabetico di tipo 1 è incapace di produrre insulina, quindi deve necessariamente somministrarla dall’esterno in forma di iniezioni.

Il paziente diabetico di tipo 2 è invece capace eccome di produrla, salvo che nelle fasi finali della malattia, ma la produzione è stata così frequente e così elevata per così tanto tempo che le cellule muscolari non sono più in grado di rispondere adeguatamente. La chiave, non funziona più bene come dovrebbe.

È un po’ come se prendessimo uno sportivo e lo sottoponessimo ad allenamenti quotidiani per anni, per decenni, senza mai una pausa e senza mai periodi di scarico, inevitabilmente presto o tardi ci sarebbe un crollo irreversibile delle sue prestazioni, l’avremmo in qualche modo bruciato.

In questo articolo parleremo di diabete di tipo 2, che rende conto di circa 9 casi su 10 di diabete, e probabilmente hai già capito le cause principali, che sono ovviamente legate allo stile di vita, anche se in realtà ci sono ancora alcuni aspetti un po’ controversi e poco chiari, anche nella letteratura più recente.

Perché si sviluppa il diabete

Parafrasando la Società Italiana di Diabetologia non è lontano dalla verità dire che ogni singolo paziente con diabete tipo 2 ha cause diverse all’origine della propria malattia; storicamente veniva in genere diagnosticata dopo i 40 anni, ma a causa di obesità e stili di vita impropri si sta registrando un progressivo abbassamento dell’età d’insorgenza.

L’obesità è probabilmente il fattore di rischio più rilevante, la gran parte dei pazienti diabetici sono sovrappeso, ma non tutti. Sempre secondo la SID gli obesi hanno un rischio di 10 volte più alto rispetto alla popolazione con peso nella norma.

Tra gli altri fattori modificabili ricordiamo ovviamente l’alimentazione, quando troppo ricca di zuccheri semplici e grassi saturi, quelli presenti soprattutto negli alimenti di origine animale, e poi sedentarietà e fumo.

Diverse malattie costituiscono un fattore di rischio per lo sviluppo di diabete, ad esempio la pressione alta, le iperlipidemie (ovvero avere livelli di colesterolo e trigliceridi troppo alti), la gotta ed un precedente di diabete gestazionale in gravidanza, ma se ci fai caso sono di fatto tutte condizioni in qualche modo legate allo stile di vita.

E poi ci sono i fattori non modificabili, come età, un peso alla nascita eccessivo o troppo basso e la familiarità.

La familiarità, cioè una qualche predisposizione genetica, viene spesso fraintesa con interpretazioni di comodo o catastrofiste. Sento cioè troppo spesso dire:

1. Non ho parenti diabetici, quindi non rischio nemmeno io.
2. Un mio parente stretto è diabetico, quindi verrà sicuramente anche a me.

E poi di solito entrambe le frasi terminano con qualcosa del tipo “E quindi non vale la pena di fare alcun sacrificio, tanto non cambierebbe nulla”.

Non è vero, non è vero!

La genetica è solo uno dei tanti fattori coinvolti che certamente ha il suo peso, anche piuttosto rilevante, ma come direbbe la mia professoressa di matematica non è condizione né necessaria, né sufficiente, senza contare che tra un diabete con glicemia appena sopra la norma e un diabete con glicemia alle stesse c’è tutta la differenza del mondo, e il decorso della malattia è anche questo in gran parte in mano nostra.

Secondo l’American Diabetes Association in presenza di gemelli omozigoti, che condividono cioè esattamente lo stesso patrimonio genetico, se uno dei due sviluppa diabete di tipo 2 il rischio del fratello è indicativamente del 75%: rischio alto, certamente, ma non una condanna ineluttabile, soprattutto alla luce del fatto che come abbiamo detto prima ogni paziente è storia a sé ed una prevenzione attiva giocata sul campo dello stile di vita può letteralmente stravolgere la progressione della malattia. Oltretutto vale la pena notare che è difficile distinguere nettamente l’influenza del DNA dalle abitudini familiari in termini di alimentazione ed attività fisica, quindi in realtà il legame potrebbe essere anche inferiore.

Ma abbiamo parlato di gemelli identici, se invece ci riferiamo ad un genitore diabetico, il rischio per il figlio è nettamente inferiore, 10-15%.

Sviluppo e decorso del diabete di tipo 2

Per capire come viene diagnosticato, al di là dei freddi numeri legati all’esito degli esami del sangue, ritengo sia ora utile offrire una rapida panoramica dell’evoluzione della malattia; a questo proposito non posso fare a meno di sottolineare che mi prenderò la libertà di semplificare alcuni concetti a beneficio di una migliore comprensione. Ti parlerò quindi dei diversi passaggi possibili, ma è importante tenere presente che questo percorso può cambiare sensibilmente da un paziente all’altro, non è scolpito nella pietra.

La glicemia, ovvero la quantità di zucchero circolante nel sangue, richiede di essere mantenuta in uno stretto intervallo di normalità:

1. Superiore a 60-70 mg/dL affinché ci sia abbastanza energia disponibile per le necessità di organi come cervello ed occhio,
2. Ma d’altra dobbiamo fare in modo che superi il meno possibile e per meno tempo possibile il valore di 100 mg/dL, per evitare pericolose complicazioni.

L’effetto dell’insulina, l’ormone usato dall’organismo per contenere l’aumento della glicemia dopo il pasto, può essere riassunto nei seguenti punti:

  • Il cibo consumato arriva nell’intestino,
  • lo zucchero contenuto viene assorbito,
  • aumenta la glicemia,
  • il pancreas se ne accorge e produce insulina,
  • l’insulina accende un interruttore presente sulle cellule muscolari che iniziano così ad estrarre zucchero dal sangue,
  • la glicemia si abbassa,
  • anche la produzione di insulina si riduce fino a tornare alla situazione di partenza.

L’insulina, quando prodotta in eccesso, ha purtroppo anche diversi effetti secondari, tra cui un aumento di

È quindi perfettamente comprensibile di quanto sia importante evitare inutili eccessi di produzione, principalmente mediante la dieta.

Pensiamo ora invece ad un’alimentazione da fast-food, che rappresenta una delle peggiori combinazioni possibili in termini di prevenzione cardiometabolica: tanto buona, quanto distruttiva.

Hamburger e patatine

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Dominic Lipinski – PA Images

Iniziamo il nostro pasto da un bel panino accompagnato da patatine fritte: stiamo assumendo amidi a rapido assorbimento, quelli del pane fatto con farine raffinate e quelli delle patatine, carni iperlavorate ricchissime di grassi saturi e sale, sorvoliamo sui possibili cancerogeni da carne e fritture. Il tutto accompagnato da zuccheri semplici della bibita extralarge e magari da un dolce finale, altro concentrato di grassi saturi e zuccheri.

Il risultato netto è che la glicemia schizza verso l’alto perché gli zuccheri sono tanti ed assorbiti in modo rapidissimo; più la glicemia è alta, maggiore è la quantità di insulina che il pancreas dovrà produrre, ma a complicare la situazione intervengono i grassi saturi, che come delle gomme da masticare si attaccano alle serrature dove si suppone dovrebbe legarsi l’insulina, che quindi non riesce a fare il suo lavoro come previsto.
I tempi si allungano e la produzione deve aumentare.

Se un pasto di questo tipo ce lo concediamo occasionalmente e nel contesto di uno stile di vita sano è accettabile, siamo umani ed abbiamo bisogno anche di questo tipo di gratificazione, che ha peraltro anche dei risvolti sociali e psicologici importanti (anche se in realtà basterebbe poco a renderlo un pasto migliore, acqua al posto della bibita, pane integrale, patatine fritte con la buccia, carni di migliore qualità, un po’ di insalata di accompagnamento)

Se invece questo diventa bene o male un’abitudine giornaliera, penso a

  • pasta costantemente raffinata,
  • abuso di sale,
  • piatti pronti industriali ricchissimi di zucchero e grassi,
  • carne tutti i giorni,

negli anni l’organismo viene sottoposto ad un carico di lavoro metabolico che alla lunga può diventare incapace di sostenere; una volta si pensava che il problema fossero i carboidrati, e certamente quando assunti in forma di zuccheri o amidi raffinati rappresentano un lavoro piuttosto oneroso, ma più recentemente l’attenzione si è spostata su grassi, che come abbiamo visto ostacolano il lavoro dell’insulina. Grassi saturi che assumiamo con la dieta, quindi nel contesto stesso del pasto, ma anche grassi già presenti nell’organismo, dispersi nel sangue, molto comuni in caso di sovrappeso ed obesità.

Insulino-resistenza ed iperinsulinemia

Le difficoltà incontrate dall’insulina nell’esercitare il suo effetto sono il primo passo verso lo sviluppo del diabete e prendono il nome di insulino-resistenza: le cellule diventano gradualmente resistenti all’azione dell’ormone.

La glicemia però non può rimanere alta, quindi per il pancreas la strada è una e una sola, produrre più insulina per aggirare la ridotta sensibilità delle cellule.

Secondo passo verso una condizione di diabete, iperinsulinemia.

Non avvertiamo sintomi, non percepiamo alcuna differenza e la glicemia sia a digiuno che dopo un pasto è ancora sostanzialmente normale, ma se misurassimo la quantità di insulina prodotta dopo un pasto sarebbe già possibile rilevare i primi segnali di sofferenza.

Però come detto non ce ne accorgiamo e quindi non sentiamo alcun bisogno di modificare la nostra alimentazione e le quantità di insulina necessarie continuano ad aumentare ancora ed ancora, fino ad un punto in cui l’insulino resistenza è tale che il pancreas, nonostante tutti gli sforzi possibili, non è più in grado di produrre un’adeguata quantità di insulina per ottenere un efficace controllo della glicemia, che quindi inizia gradualmente ad aumentare.

Pre-diabete

Questo può verificarsi sostanzialmente in due modi:

  • Alterata glicemia a digiuno, ovvero una glicemia a digiuno che adesso supera i valori normali e che è compresa tra 100 e 125 mg/dL
  • Ridotta tolleranza glucidica, ovvero una glicemia che dopo il pasto supera i valori normali, ovvero compresa tra 140 e 199 mg/dL.

Ovviamente una condizione non esclude l’altra ed insieme rientrano in quella che una volta era chiamato pre-diabete, una condizione ancora non propriamente patologica, ma che tuttavia rappresenta di per sé un elevato rischio di sviluppare diabete di tipo 2. Qui le statistiche variano un pochino da una fonte all’altra, ma diciamo che indicativamente un soggetto ogni 5, in queste condizioni, sviluppa diabete entro 5 anni.

Diagnosi di diabete di tipo 2

Siamo ora quindi in grado di definire meglio la diagnosi di diabete di tipo 2, che prevede il riscontro di una o più delle seguenti condizioni:

  • Una glicemia a digiuno pari o superiore a 126 mg/dL misurata in almeno due occasioni
    oppure
  • Una glicemia superiore a 200 mg/dL in qualsiasi momento, purché in presenza dei sintomi tipici della malattia.
  • Glicemia è uguale o superiore a 200 mg/dl alla seconda ora dopo un carico orale di glucosio (in due circostanze).
  • Emoglobina glicata (HbA1c) è uguale o superiore a 6.5% (in due circostanze).

Cosa fare subito in caso di glicemia alta

Il problema è che non c’è nulla che si possa fare autonomamente in caso di glicemia alta o altissima, l’unica strada è rappresentata dai farmaci per bocca, o insulina per valori così alti da determinare il rischio di convulsioni o coma; se quindi hai trovato un valore molto alto, che tu sia diabetico o meno, contatta immediatamente il medico, oppure Pronto Soccorso nel caso di sintomi gravi come respiro accelerato, senso di confusione o difficoltà a stare sveglia (letargia).

Cosa fare dopo una diagnosi di diabete di tipo 2

Ogni paziente è però un caso a sé, non sempre si verificano tutti i passaggi descritti, a volte sono più o meno veloci, alcuni pazienti manifestano una maggior insulino resistenza di altri, ma quello che mi preme farti capire è la possibile progressione, perché ci sono due importanti concetti da comprendere:

  1. Ogni passaggio successivo aumenta il rischio di sviluppare diabete,
  2. la buona notizia è che qualsiasi sia la tua condizione è in teoria possibile tornare indietro, in alcuni casi anche dopo la diagnosi di diabete, ma questo sostanzialmente richiede di intervenire sullo stile di vita:

Dieta per il paziente diabetico

Parlando di diabete viene spontaneo pensare ad una dieta povera di carboidrati, vero? ed in effetti ci sono diversi studi che hanno indagato questo approccio, ma con risultati contrastanti; molto più promettente sembra invece essere un intervento volto alla scelta, razionalizzazione ed in qualche caso limitazione dei grassi, associata ad un consumo sostanzialmente libero di cereali integrali e più in generale una dieta votata al consumo più o meno esclusivo di derivati vegetali. I risultati sono stati straordinari e ben documentati, come punti di partenza ti consiglio ad esempio tutta la letteratura del Dr. Neil Barnard, di cui esistono anche diversi libri scritti con in mente il paziente ed in particolare uno proprio sul diabete, oppure tutta l’opera di divulgazione del Dr. Greger, che riporta con ammirevole precisione tutta la letteratura su cui basa il suo messaggio.

Certamente si tratta di percorsi che richiedono l’affiancamento di personale estremamente competente, perché una dieta più o meno strettamente vegana non è semplicemente una dieta da cui si tolga la carne, ma richiede qualche attenzione in più per evitare carenze.

Ma soprattutto

  1. Inizialmente i farmaci non devono essere toccati, si continua regolarmente,
  2. poiché alcuni di questi medicinali potrebbero diventare causa di pericolose ipoglicemie (ovvero abbassamenti eccessivi della glicemia), dev’esserci un medico a monitorare strettamente i miglioramento per decidere quando e di quanto ridurre le dosi.

È poiché con le stesse modifiche, dieta e attività fisica, possono migliorare anche pressione del sangue, colesterolo e trigliceridi, anche eventuali farmaci diretti a questi disturbi andranno ricalibrati, ma sempre e soltanto DOPO aver registrato il miglioramento.

I sintomi del diabete

Prima abbiamo accennato agli eventuali sintomi del diabete, vale quindi la pena chiarire meglio quali potrebbero essere; nella stragrande maggioranza dei casi, purtroppo, nessuno. Non è raro infatti che un paziente non si accorga di un diabete conclamato se non in fasi già molto avanzate; abbiamo detto che un valore di glicemia superiore a 200 mg/dL in qualsiasi momento della giornata è diabete, ma i primi sintomi potrebbero non comparire fino a 250, anche 300 mg/dL.

La classica triade di sintomi tipica del diabetico comprende

  1. fame, perché l’organismo ha bisogno di zuccheri e pur essendocene una vagonata in circolo non è in grado di prenderli,
  2. aumento della quantità di urina prodotta, perché i reni tentano disperatamente di eliminare quanto più zucchero possibile per limitare i danni,
  3. sete, perché i liquidi persi attraverso l’urina pongono l’organismo in uno stato di costante disidratazione.

E poi ancora

Complicazioni

Il problema è che i sintomi sembrano tanto chiari quanto sgradevoli, ma immagina che se ne manifestino solo alcuni, magari in forma inizialmente molto sfumata, intermittente, non è così immediata la sensazione di doversi rivolgere al medico… e intanto la glicemia fa danni, per mesi, a volte per anni prima di essere diagnosticata, danni che sono irreversibili e che possono riguardare:

  • la vista, fino alla completa cecità,
  • i reni, fino alla necessità di dialisi a vita,
  • i nervi, con dolori, perdita della sensibilità, formicolii costanti,
  • sistema immunitario, con ulcere che non si riescono a curare e che possono arrivare a richiedere un’amputazione del piede o della gamba,
  • arterie e cuore, con un aumento del rischio di infarti e ictus.

Mi aveva molto colpito leggere di come raramente in realtà il paziente diabetico finisca in dialisi, perché di solito si verifica prima un evento cardiovascolare fatale.

Conclusione

Il diabete si può quasi sempre prevenire, spesso curare, a volte addirittura guarire, ma serve volontà, serve un pizzico di spirito di sacrificio perché non è mai semplice rinunciare a quell’hamburger così buono per la maggior parte del tempo, è faticoso uscire a camminare o meglio a correre quando fuori è buio e ci sono pochi gradi sopra lo zero, ma ne vale la pena, perché l’obiettivo non è invecchiare a qualsiasi costo, ma invecchiare in salute.

Ricordo con tanto affetto una paziente che ho servito per anni in farmacia, prima che il diabete la portasse via, e che ogni volta mi raccontava di come prendesse tutti i giorni 19 farmaci, tra pastiglie e insulina. Era qualche anno fa, quando ancora non erano molto diffuse le associazioni dei principi attivi, così assumeva 4-5 compresse per la pressione alta resistente ai farmaci, un paio per il colesterolo, trigliceridi, diversi per il diabete, antibiotici per ulcere aperte da anni, antidepressivi e probabilmente qualcos’altro ancora.

I farmaci le hanno regalato anni di vita rispetto all’aspettativa che avrebbe potuto avere anche solo 30 o 40 anni fa, ma a quale costo? Certamente la possibilità di veder crescere i nipoti non ha prezzo, ma oggi sappiamo che qualche sacrificio fatto adesso ci consente di raccogliere i frutti negli anni che seguiranno, un po’ come per gli investimenti: investire anche poco, ma tutti i giorni, con costanza ed iniziando il prima possibile, ci permette di aumentare la probabilità di un ritorno tanto più ricco quanto più è l’impegno che andremo a riversarvi.

Ho parlato di probabilità perché purtroppo sì, è una probabilità e non una certezza, ma io sono fermamente convinto che il costo valga sempre il beneficio. Non è mai troppo presto e non mai troppo tardi per iniziare ad investire sul tuo futuro, anche e soprattutto quando si parla di salute.