Corea di Huntington: cause, sintomi, prognosi

Ultima modifica 16.10.2019

Introduzione

La corea di Huntington (anche nota come “morbo o malattia di Huntington”) è una rara patologia genetica neurodegenerativa a carico del sistema nervoso centrale che interessa ugualmente entrambi i sessi e colpisce meno di 1 persona ogni 100000.

L’esordio avviene solitamente tra i 30 e i 50 anni (tuttavia esistono forme giovanili di malattia) e il decorso è di solito fatale, con la morte che sopraggiunge dopo circa 15-20 anni dalla comparsa dei primi sintomi.

È caratterizzata clinicamente da:

  • presenza di movimenti involontari patologici,
  • gravi alterazioni del comportamento,
  • progressivo deterioramento cognitivo.

La malattia di Huntington è ereditaria e trasmessa con modalità autosomica dominante, questo significa che un genitore affetto ha una probabilità del 50% di trasmettere la malattia ai suoi figli, a prescindere dal sesso.

La diagnosi è posta dopo l’esecuzione di test genetici e approfondimenti strumentali (come immagini del cervello ottenute attraverso TAC e risonanza magnetica nucleare); attualmente, purtroppo, non esiste un trattamento risolutivo e la prognosi risulta dunque sfavorevole.

Cause e trasmissione

La malattia di Huntington è una patologia ereditaria che provoca la degenerazione di alcuni neuroni localizzati in specifiche aree del cervello, a livello di strutture poste in profondità chiamate gangli della base (in particolar modo caudato e putamen), ma anche in corrispondenza della parte esterna del cervello (la corteccia cerebrale).

Il caratteristico quadro clinico deriva dalla degenerazione progressiva delle cellule del cervello (i neuroni) situate in queste strutture e comprende

  • le alterazioni motorie,
  • la riduzione delle capacità cognitive (pensieri, percezione, memoria),
  • nonché le alterazioni del tono dell’umore, tipiche della malattia.

Un genitore affetto ha una probabilità pari al 50% di trasmettere la malattia, a prescindere dal sesso di ciascun figlio e dall’ordine di genitura (primogenito, secondogenito, …), poiché la mutazione responsabile della malattia è trasmessa con modalità autosomica dominante.

Nel 1983 il gene collegato alla malattia fu localizzato sul braccio corto del cromosoma 4, ma solo nel 1993, grazie al suo isolamento, fu possibile chiarire esattamente quale fosse il meccanismo genetico responsabile della comparsa di questa malattia.

Questo gene, denominato IT-15, è responsabile della produzione di una proteina, detta huntingtina, che svolge importanti funzioni nell’organismo, molte delle quali ancora ignote; quando non è colpito dalla mutazione, il gene IT-15 presenta al suo interno una specifica sequenza amminoacidica CAG che si ripete circa 10-30 volte mentre, se è presente la mutazione, tale sequenza amminoacidica si ripete per un numero eccessivo (da 39 a oltre 100 volte), causando la degenerazione neuronale che è alla base della malattia.

Sintomi

I sintomi della corea di Huntington sono ampiamente variabili da persona a persona, anche all’interno di uno stesso nucleo familiare (per esempio la malattia può esordire con comparsa di movimenti involontari in un soggetto e manifestarsi in altri prettamente con sintomi emotivi e comportamentali); un’altra caratteristica importante è il fenomeno dell’anticipazione, per cui il disturbo tende ad insorgere sempre più precocemente (riguarda quindi soggetti più giovani) quando si trasmette di generazione in generazione all’interno di una stessa famiglia.

I sintomi, che compaiono tra i 30 e i 50 anni e tendono a peggiorare con il progredire della malattia, possono essere suddivisi principalmente in 3 gruppi:

  • Sintomi emotivo-comportamentali, che comprendono quadri caratteristici di:
    • depressione (talvolta può precedere di anni o di mesi la comparsa dei sintomi motori),
    • irritabilità,
    • ansia,
    • apatia,
    • cambiamenti comportamentali (aggressività, cambiamenti di personalità, comparsa di isolamento sociale),
    • accentuazione di tratti della personalità preesistenti (una persona irritabile, per esempio, può divenire improvvisamente aggressiva),
    • altri disturbi (più rari, includono problemi psichiatrici e alterazioni di tipo schizofrenico).
  • Sintomi cognitivi\ intellettivi, che includono:
    • cambiamenti intellettivi (ridotta capacità di organizzare la routine o riduzione della capacità di affrontare nuove situazioni),
    • riduzione della memoria (è intaccata di solito la memoria a breve termine, mentre quella a lungo termine resta intatta),
    • incapacità di sostenere sforzi lavorativi.
  • Sintomi motori, molto variabili, ma facilmente riconoscibili e che tendono ad aumentare durante gli sforzi volontari, stress o eccitamento e a diminuire a riposo e durante il sonno. Tra questi:
    • impaccio motorio generico,
    • comparsa di tic,
    • alterazioni nella scrittura,
    • smorfie facciali involontarie,
    • difficoltà nella guida e nella coordinazione,
    • movimenti involontari di testa, tronco, arti (si ha difficoltà nel camminare e nello svolgimento di azioni volontarie),
    • problemi nell’articolazione del linguaggio,
    • difficoltà nella deglutizione.

Come evolve la malattia?

Il decorso della malattia è suddivisibile in alcune fasi:

  • Prima fase (stadio 1 e 2): comprende manifestazioni lievi come cambiamenti della coordinazione, comparsa di movimenti involontari, depressione o irritabilità. In questa fase i farmaci possono essere utilizzati per alleviare lo stato depressivo e i cambiamenti umorali.
  • Fase intermedia (stadio 2 e 3): si ha un peggioramento dei movimenti involontari che possono diventare molto pronunciati. Il paziente assume un’andatura barcollante che può essere confusa come la manifestazione di un abuso di alcool o droghe. Esordiscono disturbi nel linguaggio e nella deglutizione. L’autonomia funzionale del paziente si riduce (ha difficoltà anche nello svolgimento delle faccende domestiche). Anche in questi casi, possono essere adottate strategie farmacologiche per ridurre il senso di frustrazione.
  • Fase avanzata (stadio 4 e 5): i movimenti involontari aumentano di frequenza e di ampiezza (corea grave) ed evolvono in distonia (contratture muscolari persistenti) e rigidità. Il paziente perde peso perché ha difficoltà ad alimentarsi; non riesce ad esprimersi verbalmente ed è totalmente dipendente da altri per lo svolgimento delle attività quotidiane. Nonostante sia colpita la sfera cognitiva, è comunque in grado di comprendere il linguaggio e di esternare i propri sentimenti.

Le cause più frequenti di morte sono costituite da:

  • complicazioni cardiache,
  • polmonite ab ingestis,
  • ematomi da traumi cranici (per via dei movimenti involontari che possono causare una perdita dell’equilibrio);
  • suicidio (può rappresentare un grave rischio di morte, soprattutto nelle fasi precoci di malattia).

Come viene diagnosticata la malattia?

Nella sua fase iniziale la corea di Huntington può essere difficile da diagnosticare, in quanto i sintomi sono impercettibili.

Viene sospettata in base all’anamnesi familiare e al quadro clinico, ponendo attenzione all’eventuale presenza di parenti a cui sia stata fatta diagnosi di disturbi neurologici o psichiatrici, perché potrebbero aver avuto una malattia di Huntington non diagnosticata.

Test genetici possono essere eseguiti, dopo attenta consulenza genetica, per confermare la diagnosi (per il test viene prelevato e analizzato un campione di sangue).

Esami strumentali, come TAC o risonanza magnetica per immagini, possono essere svolti per controllare la degenerazione dei gangli basali e delle altre aree del cervello colpite dalla malattia, ma anche per escludere altri disturbi cerebrali.

Qual è il trattamento?

Purtroppo ancora oggi non è possibile trattare in maniera risolutiva la corea di Huntington e la prognosi è infausta, con morte che sopraggiunge dopo circa 15-20 anni dalla comparsa dei primi sintomi.

Dopo la diagnosi le persone affette dovrebbero redigere delle direttive anticipate, dando disposizione sul tipo di cura medica a cui vogliono essere sottoposti nella fase terminale.

Possono essere utilizzati antidepressivi per trattare la depressione.

Farmaci antipsicotici (come clorpromazina, aloperidolo, risperidone, olanzapina ) e farmaci che riducono la quantità di dopamina (come tetrabenazina e l’antipertensivo reserpina), possono essere impiegati, sotto controllo medico, per ridurre sintomi quali movimenti anomali e agitazione.

Fonti e bibliografia

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