Coronavirus: sintomi, contagio, diagnosi e cura

Ultima modifica 17.09.2020

Introduzione

I nomi con cui vengono ufficialmente identificati virus e malattia responsabili dell’attuale pandemia sono rispettivamente

  • SARS-CoV-2 (Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2)
  • COVID-19 (secondo il comitato responsabile della denominazione questo virus è fratello di quello responsabile della precedente epidemia Sars (SARS-CoVs) del 2003).

Il nome della malattia (COVID-19), invece, viene interpretato come segue:

  • COrona,
  • VIrus,
  • Disease (malattia in lingua inglese)
  • 2019, anno di scoperta.

Per la maggior parte delle persone l’infezione da COVID-19 causa una sintomatologia lieve, tuttavia altri pazienti potrebbero sviluppare manifestazioni più gravi che in una minoranza di casi hanno esito fatale; sono in particolare le persone anziane e quelle affette da condizioni mediche preesistenti (come malattie cardiovascolari, malattie respiratorie croniche o
diabete) ad essere esposte ad un maggior rischio di malattia grave.

Fonte OMS

Fonti ufficiali

Numero telefonico di pubblica utilità: 1500, elenco dei numeri regionali disponibile sul sito del Ministero.

 

Grafica con i tre sintomi più comuni causati dal coronavirus (tosse, febbre, polmonite)

Tosse, febbre e polmonite sono i sintomi più comuni nei pazienti ospedalizzati in seguito alla diagnosi /iStock.com/Nataliia Polianskaia)

 

Casi in Italia

Situazione nel mondo

Fonte: John Hopkins University

Sintomi

Il periodo d’incubazione del COVID-19, ossia il periodo che intercorre tra l’infezione e la comparsa dei sintomi, è variabile tra 1 e 14 giorni, ma tipicamente pari a 5-6 giorni.

La malattia può essere contratta anche in forma asintomatica, priva cioè di sintomi (in Italia circa il 44% dei casi confermati in laboratorio è risultato asintomatico, ma le stime possono variare sensibilmente da un Paese all’altro in virtù delle diverse strategie di screening).

I sintomi che caratterizzano l’infezione sono:

Aumentano le segnalazioni relative alla perdita del senso dell’olfatto (e di conseguenza del gusto), mentre in alcuni pazienti sono stati registrati inoltre

Meno comunemente compaiono sintomi gastrointestinali come diarrea (4%) e vomito (5%).

 

Questi sintomi sono in genere lievi e tendono a risolversi gradualmente in quattro pazienti su cinque; il 20% dei pazienti sviluppa successivamente complicazioni, come una sindrome da distress respiratorio acuto.

Secondo l’OMS circa un paziente su 6 sviluppa complicazioni gravi come una severa difficoltà respiratoria, tali da richiedere cure in terapia intensiva (più comunemente in caso di presenza di malattie croniche come diabete, cardiopatie o ipertensione, oltre che nei pazienti anziani); tra le possibili complicazioni si registra anche l’insufficienza renale acuta.

Secondo l’ISS nei casi fatali passano mediamente:

  • 8 giorni dall’insorgenza dei sintomi al decesso
  • 4 giorni dall’insorgenza dei sintomi al ricovero in ospedale,
  • 4 giorni dal ricovero al decesso.

Il recupero per le persone con sintomatologia lieve avviene in circa 2 settimane, mentre i casi più gravi possono richiedere fino a 6 settimane.

Sintomi nei bambini

I bambini mostrano un rischio di contagio ridotto rispetto agli adulti, ma soprattutto è molto comune il decorso dell’infezione senza la manifestazione di sintomi; quando presenti sono sostanzialmente gli stessi degli adulti ed i più comuni e caratteristici sono febbre e tosse.

Tra le altre possibili manifestazioni ricordiamo inoltre:

  • stanchezza,
  • brividi,
  • modifica o perdita dell’olfatto,
  • mal di testa,
  • dolori muscolari,
  • mal di gola,
  • naso che cola o naso chiuso,
  • diarrea,
  • nausea e/o vomito,
  • riduzione dell’appetito,
  • comparsa di rash cutanei.

Una grossa differenza nell’evoluzione della malattia consiste nel possibile sviluppo della cosiddetta Sindrome Infiammatoria Multisistemica Pediatrica, una pericolosa complicazione caratterizzata da uno stato infiammatorio che può arrivare ad interessare l’intero organismo del bambino (per ulteriori dettagli sui sintomi e su quando rivolgersi in Pronto Soccorso fare riferimento al video sopra, in particolare dal minuto 5:20).

Quando contattare il Pronto Soccorso

Come da indicazioni del CDC americano, i sintomi che espongono il paziente ad un immediato rischio di vita sono principalmente:

  • difficoltà respiratorie,
  • senso di persistente oppressione al petto,
  • confusione mentale
  • colorito bluastro di viso, labbra o dita (indicatore di una ridotta saturazione di ossigeno nel sangue).

Come distinguere l’influenza dal COVID-19?

Tra gennaio e febbraio numerosi esperti hanno in qualche modo paragonato influenza e sindrome da coronavirus, ma spesso con conclusioni ed interpretazioni anche sensibilmente differenti tra loro; l’OMS è intervenuta chiarendo differenze e punti in comune:

  • Entrambi i virus causano malattie respiratorie.
  • Entrambe le condizioni possono manifestarsi con gravità sensibilmente variabile, da soggetti privi di sintomi fino al possibile decesso.
  • Entrambi i virus vengono trasmessi attraverso le goccioline emesse dai pazienti attraverso colpi di tosse, starnuti, … È inoltre dimostrata la possibilità di contagio attraverso fomiti (oggetti su cui si depositano le goccioline, che in un secondo momento sono portate a contatto con un mucosa, spesso attraverso le mani). Per questa ragione le misure di prevenzione individuale sono comuni e particolarmente efficaci (frequente lavaggio delle mani, per esempio).

Tra le differenze fondamentali si annoverano invece:

  • Benché i possibili sintomi siano in gran parte sovrapponibili, la modifica o la perdita del senso dell’olfatto è caratteristico della sola infezione da coronavirus;
  • velocità di diffusione:
    • l’influenza ha un tempo d’incubazione mediano minore,  circa 3 giorni;
    • la COVID-19 ha un tempo d’incubazione mediano leggermente superiore, circa 5 giorni, questo significa che l’influenza si diffonde più rapidamente;
  • capacità di trasmissione prima dei sintomi:
    • il virus influenzale viene trasmesso principalmente durante il periodo in cui il paziente manifesta i sintomi della malattia e nei giorni che lo precedono,
    • anche il coronavirus ha la stessa capacità di contagiare nel periodo d’incubazione (24-48 prima), ma attualmente l’OMS non la ritiene altrettanto significativa;
  • il numero medio di pazienti contagiati da ciascun soggetto (R0) è superiore nel caso del COVID-19 (stimato tra 2 e 2.5);
  • se nel caso dell’influenza stagionale la popolazione pediatrica (bambini) rappresenta un importante serbatoio d’infezione, nel caso del coronavirus gli studi preliminari indicano che bimbi e ragazzi sono meno colpiti degli adulti e che la direzione di trasmissione è più comunemente dalla popolazione adulta a quella pediatrica;
  • la gamma dei possibili sintomi con cui si presentano le due infezioni è sostanzialmente sovrapponibile, ma è tristemente noto che cambia la percentuale di pazienti che sviluppa complicazioni: i pazienti affetti da COVID-19 vanno incontro ad un’infezione grave nel 15% dei casi (tanto da richiedere la somministrazione di ossigeno) e nel 5% dei pazienti è richiesta una ventilazione assistita. Si tratta di valori superiori a quelli di una tipica stagione influenzale.
  • L’inevitabile conseguenza è che la mortalità da COVID-19 è anch’essa superiore a quella influenzale, rispettivamente stimata ad oggi attorno al 3-4% contro lo 0.1% dell’influenza.
  • Non esiste ad oggi vaccino contro il coronavirus, mentre l’introduzione dell’antinfluenzale conta ormai numerosi anni alle spalle.

Non viene citato nel documento OMS, ma ritengo che si tratti un fattore chiave, anche il fatto che trattandosi di un virus nuovo la frazione di individui immuni è trascurabile, mentre nel caso dell’influenza il virus non è in grado di attaccare l’intera popolazione mondiale grazie alla presenza di anticorpi sviluppati negli anni passati.

Diagnosi

Alcuni studi condotti sui pazienti cinesi riportano tra le alterazioni più comuni relative ad esami del sangue

La diagnosi di certezza viene tuttavia posta solo a seguito dell’isolamento del virus attraverso il tampone.

Esame sierologico

Mortalità

La mortalità non è di per sé elevatissima; l’OMS la stima compresa tra il 3 e il 4% circa (in Italia il valore è superiore, a causa dell’anzianità della popolazione e dello stato di forte pressione cui sono sottoposte le strutture ospedaliere).

Sono a maggior rischio soprattutto pazienti fragili (anziani e/o affetti da malattie croniche).

Caratteristiche dei pazienti deceduti in Italia

Il report pubblicato in data 26 marzo sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità permette di capire il profilo del paziente a rischio di complicazioni gravi ed eventuale esito fatale.

L’analisi è stata condotta su poco meno di 7000 pazienti deceduti (e positivi a COVID-19) sul suolo italiano (nel momento in cui scrivo, 29 marzo, risultano purtroppo più 10000), numeri quindi che consentono una fotografia abbastanza affidabile.

L’età media dei pazienti è risultata pari a 78 anni, per circa due terzi uomini.

Il dato probabilmente più interessante è tuttavia il numero delle patologie preesistenti, che in circa metà dei casi erano tre o più (anche se in realtà questo dato è calcolato purtroppo su un campione di pazienti molto più ridotto); se prendiamo in considerazione pazienti con due o più patologie la percentuale sale addirittura oltre il 75% (tre casi su quattro). Tra le patologie osservate troviamo:

I sintomi più osservati prima del ricovero (ricordiamolo, con successivo esito fatale) sono febbre e dispnea (circa il 75% dei casi) e tosse (40% dei pazienti).

Dall’insorgenza dei sintomi al ricovero trascorrono in media 4 giorni, dal ricovero al decesso altri 5 giorni.

Contagio e trasmissione

La maggior parte delle patologie respiratorie, compresa questa, si diffonde tramite goccioline che rimangono nell’aria quando le persone malate tossiscono, starnutiscono o parlano. La goccioline si diffondono a breve distanza (fino a 1 metro circa) e si possono andare a depositare sulle mucose della bocca, del naso o degli occhi delle persone vicine.

Si ritiene che anche il coronavirus si diffonda perlopiù tramite contatto tra le persone, ma potrebbe anche diffondersi attraverso il contatto con gli oggetti, contaminando ad esempio le maniglie, i telefoni e i pulsanti degli ascensori. Il contagio può quindi avvenire quando una persona tocca una superficie o un oggetto contaminato dalle goccioline e poi si porta le mani sulla bocca, sul naso o sugli occhi.

Nel corso dell’infezione il virus è stato identificato nei campioni prelevati dalle vie respiratorie da 1-2 giorni prima dell’insorgenza dei sintomi e per un totale di 7-12 giorni in casi moderati e fino a 2 settimane in casi più gravi gravi; questo significa purtroppo che il contagio può avvenire anche da parte di pazienti privi di sintomi (già durante la fase d’incubazione, nella fase terminale), ma fortunatamente l’infezione non è contagiosa quanto altre (come morbillo e varicella); l’attuale valore di R0 (il numero medio d’individui contagiati da un singolo paziente) è compreso tra 2 e 3, questo significa che ogni soggetto infetto ne contagerà mediamente almeno 2, questi due ne contageranno a loro volta due ciascuno (e saremmo a 1+2+4 = 7 infetti) e così via, con andamento esponenziale. A titolo di paragona la varicella ha valore R0 compreso tra 3.7 e 5.

Non si contano forme gravi d’infezione in soggetti al di sotto dei 15 anni.

L’OMS segnala inoltre che ad oggi non esistono evidenze di rischio legate agli animali domestici (ad esempio cani e gatti).

Purtroppo segnaliamo infine la possibilità di contagio anche da parte di soggetti infetti ma con un decorso totalmente asintomatico (che peraltro secondo l’Imperial College di Londra potrebbero rappresentare una frazione particolarmente rilevante della popolazione, di fatto sconosciuta alle statistiche italiane diffuse quotidianamente).

In casi rari il contagio può avvenire attraverso contaminazione fecale (questo aspetto potrebbe avere implicazioni importanti nelle scelte per il contenimento dell’infezione); nelle feci la presenza del virus è stata rilevata a partire dal quinto giorno dopo l’inizio dei sintomi e fino a 4-5 settimane in casi moderati.

Non si sa ancora se il superamento della malattia induca nel paziente lo sviluppo di immunità, oppure se sia possibile ripetere l’infezione.

Quanto sopravvive il virus nell’ambiente?

La ricerca per dare risposta a questa domanda è ancora in pieno svolgimento, ma finalmente stanno iniziando ad essere pubblicati i primi lavori realmente affidabili; ne è un esempio un articolo del NEJM che conclude che il virus è in grado di resistere in condizioni ideali in sospensione nell’aria per circa tre ore e su superfici solide fino a 2-3 giorni.

Queste sono tempistiche massime, legate alla presenza di condizioni favorevoli per il virus (ad esempio per umidità e temperatura), ciononostante significa che qualsiasi oggetto è considerabile come possibile fonte di contaminazione (da cui l’importanza di un frequente lavaggio delle mani).

Gravidanza

Un primo studio pubblicato su Lancet, una prestigiosa rivisita scientifica, porta a sperare che in caso di contagio per una donna incinta non sussistano rischi aggiuntivi di complicazioni e, almeno in caso di parto cesareo, la trasmissione verticale (da madre a figlio) non sia scontata.

Si tratta quindi di ottime notizie, purtroppo legate alla consapevolezza di almeno due grossi limiti:

  • lo studio è basato su appena 9 donne,
  • l’esposizione al virus è necessariamente avvenuta nel terzo trimestre, mentre nei prossimi mesi si aggiungeranno dati sui contagi nei mesi di gestazione precedenti.

Al passare dei giorni stanno tuttavia crescendo le evidenze che il virus in qualche modo sia per i neonati meno pericoloso che per altri soggetti fragili come gli anziani, in quanto si ritiene che:

  • non ci sia trasmissione verticale (da madre a figlio, durante la gestazione),
  • l’infezione non aumenti il rischio di complicazioni respiratorie per la donna in gravidanza,
  • non sia di per sé necessario il taglio cesareo in caso d’infezione,
  • il latte materno non sia veicolo di contagio.

Per quanto riguarda il parto, in caso donne con infezione probabile od accertata viene in genere raccomandato, quando possibile, di rimandare i cesarei e le induzioni programmate, al fine di ridurre il rischio di trasmissione dell’infezione nell’ambiente ospedaliero.

S’invitano quindi le donne ad optare per l’allattamento al seno, avendo cura di indossare la mascherina e lavarsi bene le mani prima della poppata, in quanto crescono le evidenze di un’assenza di trasmissione verticale attraverso il latte materno.

Per rimanere aggiornati sul tema si segnala la pagina dedicata sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità.

Prevenzione

Non esiste alcun vaccino utile alla prevenzione della polmonite da coronavirus (purtroppo i vaccini contro alcune forme di polmonite virale, pneumococco e haemophilus non proteggono dal coronavirus.); ad oggi è quindi necessario ricorrere ad alcune procedure d’isolamento dei casi diagnosticati.

Come da indicazioni Ministeriali è ad oggi sufficiente:

  • lavarsi frequentemente le mani con acqua e sapone, fregando per almeno 20 secondi,
    • farlo ogni volta che si torna a casa e prima di maneggiare del cibo,
  • utilizzare gel disinfettante per le mani se non sono disponibili acqua e sapone,
  • porre attenzione all’igiene delle superfici (la disinfezione con alcol o candeggina è sufficiente ad inattivare il virus),
  • evitare i contratti stretti e protratti con persone con sintomi simil influenzali,
  • coprire la bocca e il naso con un fazzoletto o con la manica all’altezza dell’interno gomito (non con le mani) in caso di tosse o starnuti,

ovvero suggerimenti del tutto sovrapponibili a quella della comune influenza stagionale ed ampiamente sufficienti a garantire un adeguato margine di sicurezza relativamente all’attuale situazione nel nostro Paese.

Non è invece di alcuna utilità il ricorso a soluzioni saline nasali, come si legge su alcuni social network, né il risciacquo con collutori o il consumo di aglio (senza nulla togliere ai benefici di un’alimentazione che preveda anche questo vegetale).

Quale mascherina usare?

Un position paper emesso da dall’Associazione dei produttori e distributori dei dispositivi di protezione individuali e collettivi chiarisce che le mascherine realmente utili alla protezione da virus posseggono specifiche caratteristiche; premesso che allo stato attuale in Italia sono pochi i casi in cui sia realmente necessario il ricorso a questi dispositivi in ottica coronavirus, è necessario verificare che la confezione sia conforme alla norma EN 149 con valida marcatura CE seguita dal numero dell’Organismo di Controllo che ne autorizza la commercializzazione (Fonte: QuotidianoSanità).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda in ogni caso di indossare una mascherina solo nel caso in cui esista il sospetto di aver contratto l’infezione, o quando si assista un soggetto infetto; un corretto utilizzo prevede inoltre i seguenti accorgimenti:

  1. prima di indossare la mascherina, lavarsii le mani con acqua e sapone o con una soluzione alcolica,
  2. coprire bocca e naso con la mascherina assicurandosi che aderisca bene al volto
  3. evitare di toccare la mascherina mentre la si indossa,
  4. quando umida, sostituirla con una nuova e non riutilizzarla;
  5. togliere la mascherina prendendola dall’elastico e non toccare la parte anteriore;
  6. gettarla immediatamente in un sacchetto chiuso e lavarsi le mani.

Cura e terapia

L’approccio terapeutico al malato è prettamente sintomatico e di supporto alle funzioni vitali, in quanto non sono disponibili farmaci antivirali efficaci contro il virus.

Generalmente controindicati i farmaci cortisonici, perché causa di depressione del sistema immunitario, a meno che fattori specifici non facciano tendere il rapporto rischio-beneficio verso una loro utilità.

Discorso analogo per gli antibiotici, inutili verso il virus, possono diventare importanti nel caso di sovrainfezioni batteriche.

 

In caso di sintomi dubbi, cosa fare con i famigliari (o conviventi in genere)?

I CDC americani consigliano di:

  • Isolarsi in una camera della casa e limitare il più possibile ogni contatto.
  • Se possibile utilizzare un bagno differente da quello utilizzato dagli altri componenti del nucleo famigliare.
  • Evitare la condivisione di asciugamani, posate, piatti, …
  • Pulire e disinfettare giornalmente le superfici della stanza occupata e del bagno; prestare grande attenzione anche ad oggetti come cellulari, libri, telecomandi, …
  • L’isolamento verso i famigliari può essere interrotto seguendo scrupolosamente le indicazioni del proprio medico; a titolo informativo i CDC americani consigliano, in assenza di tampone, di interrompere l’isolamento non prima che si siano verificate tutte e tre le condizioni seguenti:
    1. Risoluzione della febbre da almeno 3 giorni,
    2. Miglioramento significativo degli altri sintomi (tosse, mancanza di fiato, …),
    3. Almeno 7 giorni dalla comparsa dei sintomi.

Per approfondire l’isolamento in famiglia fare riferimento all’opuscolo predisposto dall’Istituto Superiore di Sanità.

Ibuprofene e coronavirus, è davvero pericoloso?

L’ibuprofene è uno degli antinfiammatori più usati al mondo, grazie alla sua efficacia ed all’ottimo profilo di tollerabilità; in virtù della sua azione antidolorifica, antinfiammatoria ed antifebbrile trova indicazione sia nel trattamento delle diverse forme di dolore (muscolare ed articolare) che nel trattamento nelle patologie invernali, dove permette di ottenere sollievo sia dal senso di malessere che dalla febbre.

Tra i farmaci in vendita in Italia più noti che lo contengono troviamo sia medicinali da banco (Moment, Moment-Act, Nurofen, Cibalgina 2 Fast, …) che in vendita dietro prescrizione medica (Brufen, Spidifen, …), a seconda del dosaggio contenuto.

È altrettanto comune anche in pediatria, tipicamente usato in forma di sciroppo (Nurofen Febbre e Dolore, Moment-Kid, Antalfebal, …).

Circola soprattutto sui social l’invito a non usare FANS (antinfiammatori non steroidei, proprio come l’ibuprofene) in caso di possibile infezione COVID-19, ipotizzando un possibile aumento del rischio di complicazioni.

Ad oggi NON ci sono prove che gli antinfiammatori peggiorino il quadro dell’infezione da coronavirus, lo sostengono tutte le principali società scientifiche ed enti regolatori sanitari mondiali, tra cui:

Questa indicazione circola da quando è stato pubblicata su una prestigiosa rivista scientifica (The Lancet Medical Journal) l’ipotesi che uno specifico enzima (una proteina che l’organismo usa per favorire la buona e rapida riuscita delle reazioni biochimiche) sia prodotto in quantità maggiore durante la terapia antinfiammatoria e diventi capace di peggiorare il quadro della malattia, cui ha fatto seguito un avviso emesso dal governo francese (a seguito di un caso di gravi complicazioni in un paziente che ne ha fatto uso).

La ricerca si sta muovendo per approfondire l’osservazione, ma come ben conosciuto da tutti i medici è noto da tempo che gli antinfiammatori possano per loro stessa natura ridurre l’entità dei sintomi utilizzati durante la fase di diagnosi (sui foglietti illustrativi si legge “Come altri FANS, ibuprofene può mascherare segni di infezione.”) e questo ad oggi è l’unico reale fattore da tenere in considerazione nella valutazione sulla sua appropriatezza di utilizzo nel caso di infezione da coronavirus.

Cosa fare? È consigliabile assumerlo ugualmente o no?

Il nostro Ministero rileva che “[a]ll’inizio del trattamento della febbre o del dolore in corso di malattia da COVID-19 i pazienti e gli operatori sanitari devono considerare tutte le opzioni di trattamento disponibili, incluso il paracetamolo e i FANS. Ogni medicinale ha i suoi benefici e i suoi rischi come descritto nelle informazioni del prodotto e che devono essere prese in considerazione insieme alle linee guida europee, molte delle quali raccomandano il paracetamolo come opzione di primo trattamento nella febbre e nel dolore.”

In altre parole viene considerato come farmaco di prima scelta il paracetamolo (Tachipirina, Acetamol, …), ma soprattutto in virtù di linee guida e conoscenze pre-esistenti e indipendenti dal possibile legame con l’aumento del rischio in caso di infezione da coronavirus; ibuprofene ed altri farmaci antinfiammatori (come il ketoprofene, nome commerciale Oki) rimangono scelte plausibili e addirittura preferibili in alcuni pazienti (per esempio in caso di allergia al paracetamolo).

Lo stesso Ministero continua infatti sottolineando come “non ci [siano] ragioni per interrompere il trattamento con ibuprofene [, soprattutto] per i pazienti che assumono ibuprofene o altri FANS per malattie croniche.”

Per una trattazione più approfondita si segnala l’articolo pubblicato su MedScape, che ricostruisce più nel dettaglio la cronistoria e aggiunge ulteriori autorevoli pareri al dibattito.

Articoli di approfondimento

Risorse utili

(S’invitano i lettori a segnalare risorse utili utilizzando il modulo dei contatti; la pubblicazione è a discrezione della redazione)

Video utili

Introduzione al virus

Video creato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità

Preparare un disinfettante per mani

Si ricorda che la preparazione casalinga dev’essere un’extrema ratio, in quanto è generalmente sufficiente un corretto lavaggio delle mani.

Modello matematico di diffusione del virus

Video in lingua inglese che spiega la matematica dell’epidemia in parole semplici; attivare i sottotitoli in italiano se necessario.

Fonti e bibliografia

Domande e risposte

Cos'è il coronavirus?
Coronavirus (CoV) è il nome di una famiglia di virus responsabili di malattie di gravità variabile, da lieve (come il raffreddore) a gravi come sindromi respiratorie potenzialmente fatali.
Perchè si chiama coronavirus?
Perché i virus appartenenti a questa famiglia, quando osservati al microscopio, mostrano delle punte a forma di corona sulla loro superficie.
Cos'è la COVID-19?
COVID-19 è il nome della malattia causata dal virus SARS-CoV-2 (Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2), responsabile dell'attuale pandemia. Il termine significa:
  • COrona,
  • VIrus,
  • Disease (malattia in lingua inglese)
  • 2019, anno di scoperta.
Qual è il periodo d'incubazione?
Il periodo d'incubazione della malattia, ossia il tempo che passa dal momento dell'infezione e la comparsa dei sintomi, è tipicamente di 5 giorni circa (variabile in casi particolari tra 1 14 giorni).
Quali sono i sintomi iniziali della malattia? Come si manifesta?
I sintomi d'esordio della COVID-19 sono febbre e tosse secca ad esordio improvviso, spesso accompagnati da stanchezza e difficoltà respiratorie.
Molti pazienti presentano i caratteristici sintomi influenzali (dolori muscolari, mal di gola, ...) e diarrea.
Da notare che alcuni soggetti contraggono l'infezione senza manifestare alcun sintomo, o superandola con disturbi molto lievi.
Perché può essere mortale?
Perché alcuni pazienti sviluppano una grave infiammazione dei polmoni o, meno comunemente, altre complicazioni.
Come si prende?
La trasmissione è prevalentemente respiratoria, attraverso minuscole goccioline emesse in caso di starnuti, tosse, ... Il contagio può avvenire direttamente (respirando le goccioline dell'interlocutore) o indirettamente (attraverso oggetti contaminati).
Chi colpisce?
Il virus può interessare chiunque, anche se i soggetti fragili (anziani e pazienti con patologie croniche) sembrano più soggette allo sviluppo di forme gravi e complicazioni.
Quanto dura?
Il recupero per le persone con sintomatologia lieve avviene in circa 2 settimane, mentre i casi più gravi possono richiedere fino a 6 settimane; la mortalità è stimata pari a circa 3.5% dei casi, ma risulta marcatamente più spiccata nei pazienti anziani e con altre patologie croniche.
Come si cura?
Sono ad oggi in studio numerosi farmaci, ma al di là delle sperimentazioni non esistono purtroppo medicinali specifici; il trattamento è quindi volto alla gestione dei sintomi ed al supporto respiratorio quando necessario.
Quando chiamare il medico?
Si raccomanda di chiamare telefonicamente il medico, o di fare riferimento ai numeri verdi regionali nel caso di comparsa di tosse secca, febbre, od altri sintomi dubbi. È indispensabile non recarsi in Pronto Soccorso se non per gravi necessità, per evitare di favorire la diffusione del virus.
Quando fare il tampone?
La necessità o meno di sottoporsi al tampone viene valutata da personale medico, ma ad oggi è in genere limitata a soggetti che presentino sintomi compatibili con la malattia.

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