Incontinenza urinaria femminile: cause e rimedi

Ultima modifica 09.02.2020

Introduzione

L’incontinenza urinaria consiste nella perdita involontaria di urina (pipì); per definizione questa perdita dev’essere osservabile e di entità tale da creare un disagio psicofisico in grado di ripercuotersi concretamente sulla qualità di vita della paziente.

Di norma le perdite involontarie di urina inizialmente vengono vissute come dei semplici malesseri, ma sul lungo periodo e di solito a seguito di peggioramento si trasformano in disagio psicologico profondo, che alimenta un sentimento di inadeguatezza, imbarazzo e vergogna.

Il paziente colpito arriva pian piano ad isolarsi perché il problema si dimostra fortemente condizionante.

Inoltre la diffusa credenza, peraltro sbagliata, che l’incontinenza sia associata solo all’invecchiamento, contribuisce a tenere nascosta la problematica. Il soggetto evita magari i luoghi sconosciuti in cui non ha la certezza della disponibilità dei servizi igienici, spesso limita i rapporti sociali perché ha paura di avere odore di urina, oppure limita o rifugge i rapporti sessuali, o semplicemente il dovere portare il pannolone diventa causa di depressione.

Se è vero che l’incontinenza urinaria non è di per sé pericolosa per la salute (in casi rari può essere sintomi di condizioni gravi), si può tuttavia affermare con certezza che abbassa significativamente la qualità della vita.

Diagnosticando in tempo questo disturbo si possono ridurre drasticamente i disagi ed in molti casi lo si può risolvere efficacemente.

Non esistono statistiche ufficiali in merito, tuttavia alcune stime parlano di 2,5 milioni di persone, solo in Italia, che soffrirebbero di incontinenza; ed inoltre si stima che almeno il 50% della popolazione anziana ne sia colpita.

Il sesso femminile è quello maggiormente interessato dal problema.

Primo piano del ventre di una donna con le mani incrociate a causa della necessità impellente di urinare

iStock.com/Tharakorn

Tipi di incontinenza

La vescica funziona come un serbatoio le cui funzioni sono quelle di raccogliere ed espellere le urine.

Normalmente un individuo:

  1. avverte lo stimolo ad urinare,
  2. trattiene l’urina,
  3. cerca un servizio igienico oppure un luogo adatto,
  4. raggiunge il luogo
  5. rilascia volontariamente l’urina (minzione).

Il paziente che soffre di incontinenza urinaria non riesce ad effettuare questi passaggi. Ma vediamo in sintesi come viene classificata l’incontinenza:

  • incontinenza da sforzo si ha quando la perdita di urina sopraggiunge in presenza di uno sforzo fisico che aumenta la pressione addominale;
  • incontinenza da urgenza si ha perdita di urina quando si presenta un desiderio improvviso ed impellente di urinare;
  • incontinenza mista che si può manifestare sia per sforzo e sia per urgenza.

Queste forme sono le più comuni, tuttavia ne esistono di altre, anche se più rare:

  • enuresi ,di solito notturna, rara nell’adulto;
  • incontinenza continua goccia a goccia, condizione caratterizzata dall’urina che continua a fuoriuscire dall’uretra; di solito dipende da una lesione dello sfintere uretrale o da una vescica distrofica;
  • incontinenza da rigurgito o iscuria paradossa, quando le normali minzioni sono sostituite dal traboccamento di urina tramite l’uretra a causa di una vescica molto distesa che ha perso completamente la sua tonicità (tipica per esempio di una vescica iperattiva).

È possibile anche che si verifichi uno sgocciolio appena dopo avere terminato la minzione.

Perché l’incontinenza colpisce soprattutto le donne?

Abbiamo visto che il disturbo colpisce soprattutto in età avanzata, cioè sopra i 60 anni, tuttavia si può presentare a qualsiasi età: infatti un significativo 20% dei casi riguarda le donne al di sotto dei 30 anni e ben il 40% riguarda donne con età compresa tra i 30 e i 50 anni.

Cerchiamo ora di fare luce sugli aspetti e sui fattori che determinano una così alta percentuale di casi di incontinenza urinaria fra le donne. Sicuramente una serie di fattori sono legati all’anatomia femminile, ma tra le cause che facilitano l’insorgenza del disturbo possiamo elencare:

  • stitichezza cronica, problema che colpisce soprattutto le donne,
  • scarsa attività fisica che contribuisce all’aumento del peso corporeo, una delle condizioni favorenti l’insorgere del disturbo: anche fra i soggetti giovani che lasciano bruscamente un’attività fisica o sportiva può manifestarsi il problema,
  • infezioni ricorrenti delle vie urinarie (cui le donne sono più soggette),
  • depressione endogena,
  • menopausa dove il calo degli estrogeni, che sono in parte responsabili della tonicità muscolare, ne favorisce l’abbassamento del tono anche a livello pelvico,
  • alcuni farmaci, in particolare gli antidepressivi, gli antipsicotici, gli anticolinergici, i diuretici, gli analgesici, i narcotici centrali, i sedativi, …
  • fumo,
  • alcuni sostanze alimentari e cibi come mele, caffè, uva, ananas, fragole, limone, zucchero, aceto, pomodoro,  e bevande gassate (in particolare se a base di caffeina).

Esistono poi fattori che aumentano il grado di incontinenza:

  • il parto per via naturale è un fattore che predispone la donna a soffrire del disturbo, in quanto la regione pelvica risulta molto stressata, si pensi alla zona del perineo che spesso è anche incisa tramite episiotomia (incisione chirurgica durante il parto),
  • interventi chirurgici nella zona pelvica, prima fra tutte l’isterectomia (rimozione dell’utero).

Oltre a questi tipi di fattori ne esistono altri più legati alla predisposizione dell’individuo:

  • ereditarietà, le figlie di madri incontinenti hanno un rischio 3 volte più grande di soffrire del disturbo,
  • malattie neurologiche, ad es. l’85% delle donne malate di Parkinson ne soffre così come il 50-80% di quelle affette da sclerosi multipla,
  • prolasso genitale (per esempio della vescica).

Come viene diagnosticata l’incontinenza femminile?

Per quanto riguarda il sesso femminile la competenza medica del disturbo si spartisce tra la figura del ginecologo e quella dell’urologo. In realtà da un po’ di anni è stata creata la figura dell’uroginecologo, che risulta essere lo specialista di riferimento nei casi ci sia necessità di intervenire con un approccio diagnostico e terapeutico impegnativo.

In altre parole le pazienti possono essere divise in due categorie:

  • incontinenza semplice, in cui le donne sono prevalentemente colpite da incontinenza da sforzo, da urgenza o da incontinenza di tipo misto,
  • e l’altra in cui le pazienti soffrono di incontinenza associata ad altri sintomi significativi che necessitano di una diagnosi ed una terapia più mirata.

Esistono quindi due ordini di percorso diagnostico, raccomandati dalla Società Italiana di Urologia:

  1. il primo, più semplice, può essere gestito tranquillamente dal ginecologo o dall’urologo perché non invasivo,
  2. il secondo invece, essendo più invasivo (si parla anche di terapia chirurgica), dovrebbe essere gestito dallo specialista uroginecologo o l’urologo con specializzazione specifica.

Incontinenza semplice

Il primo passo consiste in una scrupolosa anamnesi patologica che mira a scoprire se la paziente

  • soffra di una patologia di base, come può essere l’ipertensione,
  • se assuma farmaci particolari,
  • se abbia mai subito interventi uro-ginecologici, anche per incontinenza già conclamata: di solito in quest’ultimo caso si rimanda la paziente dallo specialista.

Il processo continua con la descrizione e la quantificazione dei sintomi, sottoponendo alla paziente questionari specifici atti a valutare anche il grado di benessere della persona, dal punto di vista

  • fisico,
  • psichico
  • e sociale.

Dai questionari emerge anche il grado d’importanza che ha per la paziente la risoluzione del problema, cioè la motivazione a trovare un rimedio.

Il passo successivo, spesso quello più complesso, è l’esame obiettivo, che ha lo scopo di rilevare praticamente l’incontinenza, di dimostrare la presenza di un prolasso genitale o di individuare un’eventuale patologia correlata.

L’esame obiettivo consiste nell’esame pelvico, durante il quale si osservano ed esplorano le pareti vaginali per determinare la presenza di un eventuale prolasso, quindi si quantifica se presente.

L’esame pelvico viene condotto con la paziente in posizione ginecologica e mentre le si chiede di spingere l’esaminatore ha cura di ricercare eventuali perdite di urina esplorando la regione vulvare e successivamente le pareti vaginali tramite speculum per controllare la presenza di prolasso.

Il prolasso genitale si manifesta in diversi modi, tuttavia il sintomo più comune è il senso di fastidio e di pesantezza al basso ventre accompagnato spesso, oppure si ha solo la sensazione che questo avvenga, da una protrusione all’esterno della vagina, soprattutto in condizioni di sforzo o semplicemente dopo essere state molto tempo in piedi o in bagno.

Successivamente si valuta la mobilità uretrale, la tonicità e la forza contrattile del muscolo elevatore dell’ano tramite il test pubococcigeo e la sensibilità perineale ed il tono del muscolo sfinterico anale.

Infine, tramite lo stress test a vescica piena, la paziente è invitata a tossire sia in posizione ginecologica che in posizione eretta e l’esaminatore ricerca l’eventuale perdita di urina. Questo test risulta essere positivo nel 90% di casi di donne che soffrono di incontinenza da sforzo, quindi risulta abbastanza attendibile.

Fanno parte dell’esame obiettivo anche

  • esami del sangue, esame delle urine e urinocoltura,
  • l’ecografia delle vie urinarie,
  • il diario delle minzioni in cui vengono registrate il numero, il volume e l’orario appunto delle minzioni in relazione anche ai volumi dei liquidi ingeriti,
  • ed il test del pannolino (la paziente indossa un pannolino dal peso noto e viene invitata ad esegue una serie di esercizi e di sforzi; in seguito il pannolino viene pesato per misurare quantitativamente l’entità dell’incontinenza).

In alcuni casi selezionati possono essere richiesti esami più approfonditi e specifici, come ad esempio:

Terapia e rimedi

I farmaci consigliati per l’incontinenza da urgenza e per la sindrome della vescica iperattiva sono appartenenti alla classe degli anticolinergici:

  • solifenacina (Vesiker®),
  • tolterodina (Detrusitol®).

Queste molecole agiscono durante la fase di riempimento della vescica impedendone le contrazioni. Tra i possibili effetti collaterali ricordiamo

Per il trattamento dell’incontinenza modesta da sforzo sono indicati i farmaci inibitori della ricaptazione della noradrenalina e della serotonina (più conosciuti come antidepressivi) a base di duloxetina (Cymbalta®, Xeristar®, Yentreve®). Dopo la loro assunzione si registra un aumento di serotonina e di noradrenalina a livello del midollo spinale che, sollecitando il nervo pudendo, aumenta la contrazione dello sfintere uretrale impedendo così la fuori uscita accidentale di urina.

Gli effetti collaterali possibili sono

L’intervento chirurgico è da considerarsi un trattamento avanzato e deve essere deciso dopo un esame diagnostico approfondito e possibilmente eseguito da uno specialista; in questo caso, oltre alla ricerca del prolasso, si effettueranno esami strumentali specifici come la cistoscopia e la cistouretrografia minzionale.

Il trattamento dell’incontinenza urinaria di I livello, quella appunto più comune e non grave, trova un ausilio importante nella terapia conservativa, terapia che si avvale di un processo di counseling e di riabilitazione.

Il counseling è una relazione d’aiuto in cui il counselor, con la sua attitudine ed esperienza, riesce a portare la persona verso un cambiamento positivo del suo modo di vivere generando benessere totale e nello specifico l’attenzione sarà rivolta al regime alimentare, allo stile di vita familiare e sociale.

Ad esempio alcune buone norme da osservare per le pazienti che soffrono di incontinenza riguardano proprio la dieta e le abitudini sbagliate:

  • i cibi piccanti sono da evitare,
  • come pure il fumo, gli alcolici ed il caffè
  • e l’ingestione di acqua prima di dormire.
  • Anche il controllo del peso corporeo,
  • e la corretta funzione intestinale sono d’aiuto,
  • come del resto la rinuncia ad effettuare tutti quegli sforzi fisici eccessivi che peggiorano la situazione.

Molto importante è l’aspetto riabilitativo, che mira a rendere di nuovo la persona capace di controllare la ritenzione dell’urina. È un processo che deve essere personalizzato e consiste nel riallenare i muscoli del perineo, cioè la zona che si trova tra l’ano e la vagina, tramite alcuni esercizi che vengono già proposti in alcuni corsi preparto e consigliati anche nel periodo del post partum.

Il 60-70% delle pazienti riscontra un miglioramento e, nel caso di incontinenza lieve, si ha quasi sempre una risoluzione totale del problema. Nei casi gravi tramite la terapia riabilitativa si può arrivare ad evitare l’intervento chirurgico.

In particolare la fisiochinesiterapia si avvale di esercizi sia attivi che passivi che agiscono sulla muscolatura del pavimento pelvico: gli esercizi vanno eseguiti cercando di coordinare la postura ed il respiro.

L’obiettivo è quello di tonificare i muscoli, di migliorare il riflesso della chiusura perineale in seguito a sforzo, di migliorare la sensibilità nel perineo in generale. Questi esercizi possono e devono essere eseguiti quotidianamente dalla paziente, anche da sola. Sono di solito necessari almeno 2 mesi prima di vedere qualche risultato, è comunque indispensabile l’impegno e la costanza della persona nell’effettuare gli esercizi consigliati.

Il bladder training (ginnastica della vescica) è un processo educativo costituito da esercizi simili a quelli già utilizzati nella fisiochinesiterapia, che però sono accompagnati anche dalla redazione di un diario in cui la paziente registra le minzioni e dall’insegnamento a regolarizzare l’ingestione di liquidi con il fine di ridurre il numero complessivo delle minzioni.

Il diario è un elemento importante perché serve a coinvolgere attivamente la paziente ed è un ottimo strumento di autoverifica dell’andamento della terapia ,che agisce di solito nell’arco di 2 o 3 mesi. Il bladder training è indicato nei casi di incontinenza mista e nella Sindrome della Vescica Iperattiva.

Esistono poi altre tecniche strumentali che però hanno alcune controindicazioni, ad esempio non possono essere praticate in gravidanza, in caso di malattie infiammatorie dell’apparato urogenitale o di neoplasie locali non trattate. Vediamo in sintesi queste tecniche:

  • Biofeedback, un metodo in cui tramite il posizionamento di alcuni elettrodi la paziente è in grado di percepire a livello visivo e/o uditivo le contrazioni muscolari del pavimento pelvico. È una sorta di rieducazione all’attività muscolare tramite un processo di consapevolezza. Gli elettrodi vengono posti sull’addome e sul perineo, questi rilevano l’attività muscolare della zona e la trasmettono ad un monitor attraverso il quale la paziente è in grado di riconoscere dei movimenti che magari fino ad allora aveva ignorato. Così facendo la persona acquista una conoscenza sempre maggiore del funzionamento dei muscoli pelvici, imparando a correggere la propria incontinenza tramite la contrazione del perineo.
  • Elettro-stimolazione e stimolazione magnetica, mentre la prima utilizza degli stimoli elettrici per fare contrarre la muscolatura del perineo, la seconda è una tecnica più innovativa ed utilizza dei campi magnetici in grado di intervenire in modo più mirato in quanto agiscono direttamente sulle polarità delle fasce muscolari. L’obbiettivo di queste due tecniche è uguale a quello delle precedenti e le modalità di esecuzione possono essere diverse a seconda di dove si posizionano gli elettrodi e dell’intensità di corrente o del campo magnetico applicato.

Tutte queste tecniche in sostanza mirano a:

  • correggere le cattive abitudini come l’elevata frequenza delle minzioni;
  • migliorare la capacità di controllo dell’urgenza;
  • aumentare la capacità della vescica
  • restituire alla paziente la fiducia nelle proprie capacità di controllo e la serenità nel proprio quotidiano e nella propria vita sociale.

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Domande e risposte
  1. Domanda

    A chi rivolgersi in caso d’incontinenza?

    1. Dr. Roberto Gindro

      Per quanto riguarda il sesso femminile la competenza si spartisce tra ginecologo e urologo; da qualche anno è inoltre nata la figura dell’uroginecologo, specialista di riferimento nei casi più gravi.

  2. Domanda

    Come curare l’incontinenza?

    1. Dr.ssa Fabiani (Medico Chirurgo)

      Inizialmente il trattamento può essere conservativo, fondato esclusivamente sullo stile di vita ed alcune pratiche non invasive come gli esercizi di Kegel e l’addestramento della vescica; qualora non fosse sufficiente è possibile ricorrere a farmaci specifici e, limitatamente a casi particolari, a soluzioni chirurgiche.

  3. Domanda

    Quali sono le cause più comuni?

    1. Dr. Roberto Gindro

      Tra i fattori di rischio che possono esporre al rischio di sviluppare incontienza ricordiamo:

      • gravidanza e parto vaginale,
      • età,
      • obesità,
      • famigliarità.

      A seconda della tipologia d’incontinenza urinaria si possono poi individuare alcune cause più specifiche.

  4. Domanda

    Come prevenire le perdite da incontinenza?

    1. Dr. Roberto Gindro
      1. Praticare con costanza gli esercizi di Kegel (i risultati sono tangibili, ma richiedono almeno tre mesi di pratica.
      2. Smettere di fumare se necessario.
      3. Sostituire attività sportive ad alto impatto con esercizi più adatti.
      4. Evitare di sollevare pesi.
      5. Perdere peso se necessario.
      6. Prevenire la stitichezza con l’alimentazione e una vita attiva.
      7. Abolire il consumo di caffeina.
      8. Abolire il consumo di alcolici.
      9. Bere la corretta quantità di acqua (ridurla eccessivamente può peggiorare i disturbo).
      10. Evitare cibi piccanti e acidi.