Parto naturale e cesareo: cosa succede, il dopo, complicazioni

Ultima modifica 03.07.2020

Introduzione

Il parto è un processo naturale che può essere affrontato e portato a termine senza complicazioni dalla maggior parte delle donne, ma le statistiche dimostrano che ancora una significativa percentuale di gestanti sane subisce almeno un intervento esterno durante il travaglio e/o il parto, quando invece le ultime linee guida OMS indicano la necessità di intervenire solo e soltanto in casi specifici.

Ogni parto è caratterizzato da un andamento unico e continuo, ma da un punto di vista puramente divulgativo possiamo immaginarlo suddiviso in 3 fasi:

  • fase prodromica e dilatante,
  • fase espulsiva,
  • secondamento.

La prima fase è quella che comunemente viene chiamata “travaglio“, ed è caratterizzata da

In caso di comparsa di uno o più di questi sintomi è ora di farsi portare in ospedale, più o meno rapidamente a seconda dei casi.

Nella fase dilatante del travaglio le contrazioni diventano più forti e frequenti, tanto da stimolare una progressiva dilatazione della cervice, ossia la parte dell’utero che sporge in vagina e che dovrà allargarsi al punto da permettere il passaggio del bambino.

La fase espulsiva inizia quando la dilatazione è completa e si entra nel parto vero e proprio, quando è necessario che mamma e bimbo diventino un unico team e collaborino tra loro per la nascita.

Il secondamento, infine, inizia subito dopo l’espulsione del feto dall’utero materno e termina con l’espulsione degli annessi fetali:

  • placenta,
  • cordone,
  • membrane amniocoriali.

Madri e bambini vengono seguiti da vicino durante tutto il travaglio da un ginecologo e da una o più ostetriche; la maggior parte delle donne è in grado di partorire attraverso un parto naturale, un processo plasmato dalla Natura in migliaia di anni di evoluzione, mentre in caso di complicazioni il bambino potrebbe essere fatto nascere chirurgicamente attraverso un parto cesareo.

Donna che sta partorendo

iStock.com/gorodenkoff

Anatomia

Al fine di comprendere il travaglio (che comprende le prime 2 fasi del parto), è importante conoscere almeno superficialmente l’anatomia degli organi del sistema riproduttivo femminile, che sono localizzati nella pelvi, tra la vescica e il retto, che comprendono:

  • vagina,
  • cervice,
  • utero,
  • tube di Falloppio,
  • ovaie.
Anatomia semplificata dell'apparato riproduttore femminile

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Quando l’ovaia rilascia un ovocita, questo attraversa la tuba di Falloppio verso l’utero. Se viene fecondato lungo il percorso la donna rimane incinta ed il feto si sviluppa nell’utero fino al parto. L’utero è quindi in grado di dilatarsi in molto rilevante.

La parte più bassa dell’utero si chiama cervice e si apre nella vagina, che a sua volta rappresenta lo sbocco verso l’esterno del corpo (tra l’uretra, da cui esce l’urina, e il retto).

Gravidanza

Durante tutta la gravidanza il bambino si trova in uno speciale fluido detto liquido amniotico, a sua volta contenuto in una struttura detta “sacco amniotico” all’interno dell’utero.

Anatomia semplificata della donna incinta

iStock.com/nmfotograf

La placenta, che trova posto tra il sacco amniotico e l’utero e che cresce con il bambino durante la gravidanza, è l’organo che gestisce gli scambi di nutrimento, ossigeno e sostanze di rifiuto tra la mamma e il feto; il sangue materno trasporta ossigeno e nutrienti al sangue fetale attraverso la placenta e contemporaneamente ne rimuove i rifiuti, che verranno poi smaltiti da reni e fegato della mamma.

Da notare che non c’è mai contatto diretto tra sangue fetale e sangue materno, ma solo un continuo scambio di sostanze tra i due.

Travaglio e parto

Avvicinandosi alla data del parto è normale per una donna iniziare a prestare grande attenzione a ogni piccolo segnale del proprio corpo, alla ricerca di sintomi che possano indicare l’avvio del travaglio.

Ci si può accorgere per esempio che la posizione del bimbo si è fatta più bassa, che è cioè “sceso” più in basso nell’addome materno; il ginecologo inizierà a rilevare cambiamenti nella cervice e alcune donne iniziano a manifestare il cosiddetto istinto del nido, ossia il desiderio impulsivo e quasi irrefrenabile di pulire la casa per prepararla al meglio per il nuovo arrivo.

I sintomi caratteristici, quelli che dovrebbero indurvi a prepararvi per farvi portare in ospedale (o a chiamare il ginecologo nel caso in cui fosse troppo presto e ci fosse quindi il rischio di parto pretermine) sono:

  • contrazioni che diventano più forti e a cadenza regolare, con la frequenza che gradualmente va aumentando,
  • dolore alla schiena e crampi addominali che non passano,
  • rottura delle acque,
  • perdita del tappo mucoso.

Quando iniziano, le contrazioni in genere si ripetono ogni 20 minuti, ma col passare del tempo aumenta la frequenza con cui si verificano (cioè il tempo fra una e la successiva si riduce progressivamente). Il corpo è pronto a spingere fuori il bambino quando l’intervallo tra le contrazioni è di soli 5 minuti.

Da notare che non sempre le acque si rompono prima di arrivare in ospedale.

A scopo esplicativo distinguiamo 3 fasi nel parto:

  1. Fase di dilatazione e assottigliamento.
  2. Fase del parto.
  3. Fase di fuoriuscita della placenta.

Durante la fase di dilatazione e assottigliamento la cervice lentamente si dilata fino a 10 cm, questo è il momento della dilatazione. Contemporaneamente a questo processo la cervice si assottiglia (assottigliamento): quando la cervice è completamente dilatata e assottigliata, alla madre viene chiesto di iniziare a spingere durante le contrazioni.

Dopo che è stato partorito il bambino comincia la fase dell’espulsione della placenta. Questo è il momento in cui fuoriesce o viene espulsa la placenta.

Fase 1

La prima fase inizia con l’inizio del travaglio e finisce quando la cervice è completamente aperta.

Secondo l’OMS mediamente questa fase del travaglio in donne primipare in genere non supera le 12 ore, in quelli successivi le 10 ore; è tuttavia la fase più lunga del parto e purtroppo in alcune donne la durata può raggiungere e superare le 19 ore. Molte donne trascorrono la prima parte a casa, per esempio riposando, guardando la TV o anche facendo una passeggiata; si può mangiare e bere e questa può essere una buona idea per avere più energia in seguito, per affrontare le fasi più difficili (anche se in alcuni casi il ginecologo potrebbe consigliare di evitare alimenti solidi, in caso di possibile necessità di cesareo).

Quando le contrazioni diventano più forti e ravvicinate è ora di farsi portare in ospedale, dove il ginecologo monitorerà il progresso del travaglio verificano periodicamente la cervice, oltre che la posizione del bambino. La maggior parte delle testine dei neonati entra nel bacino rivolto verso un lato e poi ruota verso il basso. Più raramente il bimbo arriva rivolto verso l’alto.

Con l’avvicinarsi della fine di questa prima fase le contrazioni diventano più lunghe, più forti e più ravvicinate, è quindi ora di mettere in pratica i suggerimenti appresi durante il corso preparto:

  • trovare la posizione più comoda durante le contrazioni e lasciare che i muscoli si rilassino tra due contrazioni successive;
  • se presente, non aver paura di chiedere aiuto al padre (tenendo la mano, parlando, attraverso un massaggio della schiena, …).

In alcuni casi potrà essere fatto ricorso a farmaci per accelerare il parto, oppure in alcune pazienti si procederà alla rottura artificiale delle membrane (anche se in base alla letteratura disponibile questo non sembra avere impatto sui tempi). Potrà inoltre essere utile (per esempio quando il parto viene indotto) il ricorso a una speciale cintura posta intorno all’addome della donna per misurare la forza delle contrazioni e da quanto tempo durano (tracciato cardiotocografico);  è utile anche a misurare il battito cardiaco del bambino per evidenziare eventuali criticità.

La donna si trova ora nella fase più difficile: le contrazioni sono molto forti, con pochissimo tempo per rilassarsi tra una e l’altra; possono comparire agitazione e nausea, ma la cervice è ormai completamente dilatata (10 centimetri).

Fase 2

La seconda fase prevede le spinte e la successiva nascita del bambino.

Di solito dura da 20 minuti a due ore; l’ostetrica affiancherà donna e bambino guidando la mamma ed aiutandola a spingere durante le contrazioni e riposare tra una e l’altra, così da massimizzare l’efficacia dello sforzo.

“Spingere” è un atto davvero durissimo e avere uno sostegno accanto può davvero fare la differenza; il parto vero e proprio può avvenire in molte posizioni, la donna infatti può

  • accovacciarsi,
  • sedersi,
  • inginocchiarsi
  • o sdraiarsi.

La nascita in posizione verticale, per esempio da seduta, sembra avere alcuni vantaggi, tra cui la rapidità e una probabilità maggiore di evitare rotture dei tessuti vaginali, ma ogni donna è un caso e sé e verrà invitata dall’ostetrica a provare diverse posizioni fino a trovare quella più adatta.

Quando la testa del bimbo sarà finalmente visibile ginecologo e/o ostetrica diranno quando dare l’ultima spinta; in questa fase, soprattutto se il bambino è grande ed il medico pensa che si possa strappare o lacerare la vagina, può decidere di praticare un’incisione chirurgica nella vagina (episiotomia). Questa aiuta il bambino a venire fuori più facilmente senza danneggiare la vagina e i tessuti circostanti. L’episiotomia è praticata tra l’altro per prevenire future complicazioni, come l’incontinenza, oltre a rendere più semplice il processo di cicatrizzazione e guarigione rispetto ad una lacerazione traumatica

A volte sono usate particolari pinze (forcipe) per aiutare il bimbo ad uscire più velocemente, ma una possibile alternativa a questo dispositivo consiste nel ricorso ad una speciale ventosa in grado di fare presa sulla testa del bambino.

Dopo la nascita il bimbo viene lasciato in braccio alla mamma e il cordone ombelicale viene tagliato (in alcuni casi è possibile che sia data la possibilità al papà di farlo).

Fase 3

La terza e conclusiva fase prevede l’espulsione della placenta; è la fase più breve, di durata compresa tra 5 e 30 minuti. Verrà chiesto di spingere un’ultima volta, ma ormai il dolore sarà passato (in alcuni casi possono comparire brividi) e poco dopo il medico provvederà a cucire l’eventuale episiotomia, se praticata.

Controllo del dolore

Praticamente tutte le donne si preoccupano del dolore che si troveranno ad affrontare durante il parto, ma di fatto per ogni donna è diverso e nessuno potrà prevedere con certezza sensazioni ed emozioni di quel momento.

L’entità del dolore che una donna prova durante il travaglio dipende in parte dalla dimensione e dalla posizione del bambino, ma anche dalla dimensione del bacino, dalle sue emozioni e dalla forza delle contrazioni.

Alcune donne riescono a affrontare il percorso ricorrendo esclusivamente ai metodi naturali di sollievo dal dolore, in altri casi può essere necessario ricorrere a farmaci in grado di alleviare la sofferenza.

È importante rendersi conto che il dolore del travaglio non è come il dolore percepito a causa di malattie o lesioni, si tratta invece di contrazioni dell’utero che spingono il bambino fino a farlo nascere. In altre parole, in questo caso il dolore ha uno scopo ben preciso.

Molti metodi naturali aiutano le donne a rilassarsi e rendere il dolore più gestibile, per esempio:

  • tecniche di respirazione e rilassamento,
  • doccia o bagno caldo,
  • massaggi,
  • utilizzando calore e freddo, come il calore sul fondo della schiena e il freddo sulla fronte,
  • provare diverse posizioni durante il travaglio,
  • ricorrendo a una palla da parto,
  • ascoltando della musica.

Acqua e parto

Sempre più donne scelgono di partorire in acqua, in speciali vasche diffuse nella maggior parte degli ospedali; l’acqua contribuisce a dare l’impressione di sostenere il corpo e il caldo permette un profondo rilassamento dei muscoli. È inoltre più facile muoversi e trovare una posizione confortevole.

È bene tuttavia notare che in letteratura mancano conferme definitive sulla sicurezza di questa pratica e si raccomanda quindi di valutarla sempre preventivamente con il proprio ginecologo.

Farmaci

Alcune donne, specialmente quelle con uno o più parti alle spalle, non hanno bisogno di farmaci per controllare il dolore, ma chi lo desiderasse sono oggi disponibili numerose tecniche anestetiche particolarmente efficaci:

  1. farmaci oppioidi,
  2. anestesia spinale e blocco epidurale,
  3. blocco del pudendo.

I rischi legati a questa scelta sono di norma ragionevolmente bassi e, anche se non tutte le opzioni sono sempre disponibili in ogni struttura, la scelta andrà sempre fatta con il consiglio del ginecologo che valuterà in base a stato di salute, complicazioni avute in gravidanza, …

Oppioidi

La prima opzione è rappresentata da farmaci narcotici somministrati per via endovenosa o intramuscolare; riducono il dolore, ma non la capacità di spingere.

Gli oppioidi hanno l’efficacia più limitata tra le diverse opzioni disponibili e possono causare sonnolenza, nausea e vomito.

Anestesia epidurale e spinale

L’epidurale prevede inserimento di un piccolo catetere nella schiena, attraverso cui viene costantemente dosato il farmaco anestetico; nel caso del blocco spinale invece è necessaria un’unica iniezioni (sempre a livello della schiena).

I vantaggi sono legati al fatto che la donna rimane perfettamente sveglia e cosciente, azzerando o quasi il dolore percepito.

Tra i possibili svantaggi ricordiamo:

  • potrebbe non essere più possibile camminare (per qualche ora),
  • potrebbe essere causa di abbassamento della pressione,
  • in alcuni casi compare un forte mal di testa e/o mal di schiena,
  • l’epidurale potrebbe allungare i tempi del travaglio.

Blocco del pudendo

Si tratta di un approccio scarsamente utilizzato che prevede un’iniezione a livello vaginale per anestetizzare il nervo pudendo, responsabile delle sensazioni di vagina e tessuti circostanti.

Pressoché nulli i rischi, viene tuttavia utilizzato solo nelle fasi finali del parto.

Taglio cesareo

Il parto cesareo è un intervento chirurgico che sostituisce il parto naturale, attraverso il prelievo del bambino dall’addome della madre.

Nella maggior parte dei casi sia mamma che bimbo non vanno incontro ad alcuna complicazione, ma di fatto si tratta di un intervento di chirurgia maggiore e questo porta inevitabilmente con sé dei rischi. Da notare inoltre che la convalescenza sarà significativamente più lunga rispetto a un parto vaginale.

È ormai noto che negli ultimi anni sia avvenuta un’eccessiva medicalizzazione del parto e moltissimi cesarei siano in realtà inutili, è quindi importante essere il più possibile consapevoli di ragioni e rischi legati a questa scelta per una valutazione consapevole (fanno ovviamente eccezione i parti cesarei d’urgenza, in cui l’intervento diventa indispensabile).

Tra le ragioni più comuni che dovrebbero indurre a optare per un parto cesareo troviamo:

  • gravidanza gemellare,
  • madre affetta da specifici problemi di salute come HIV, herpes o le malattie cardiache,
  • pressione alta materna,
  • presenza di controindicazioni di tipo anatomico (per esempio legate alla forma del bacino),
  • problemi con la placenta o con il cordone ombelicale,
  • posizione errata del feto,
  • segnali di sofferenza fetale,
  • precedente cesareo (anche se un parto vaginale dopo un cesareo è possibile).

Post parto

Le prime due ore a seguito dell’espulsione della placenta sono definite post-partum per i drastici cambiamenti che intervengono nell’organismo femminile, che passa improvvisamente dallo stato gravidico a quello puerperale dopo 9 mesi di preparazione.

Il puerperio è invece definito come il tempo che intercorre tra l’espletamento del parto e il ritorno alla normalità degli organi genitali femminili; in genere la durata prevista è di circa 6 settimane, ma possono ovviamente esserci variazioni individuali anche significative.

L’inizio del puerperio è una fase particolarmente delicata per la donna, sia dal punto di vista fisico che psicologico; ci si ritrova improvvisamente calati in una nuova realtà, dopo quasi un anno di progetti, pensieri, emozioni e paure.

Dal punto di vista fisico la donna viene seguita in ospedale nei primi giorni a seguito del parto, per la valutazione clinica relativa a

È bene tuttavia essere consapevoli che durante il puerperio è possibile manifestare piccoli disturbi benigni, da segnalare comunque sempre al medico per verificare, tra cui:

  • leggere contrazioni uterine,
  • disturbi della minzione,
  • sudorazione abbondante,
  • perdite vaginali,
  • caduta dei capelli

Da un punto di vista psicologico è invece essenziale essere coscienti del fatto che l’adattamento al nuovo tipo di vita può essere fonte di qualche difficoltà che, associate al crollo ormonale che si verifica nell’organismo, può diventa causa di sensazioni quali stanchezza, leggero malessere, irritabilità e malinconia. Questa condizione (baby-blues o depressione post-partum), che può essere più o meno accentuata, generalmente raggiunge l’apice 3-4 giorni dopo il parto e tende a sfumare nel giro di 1-2 settimane.

  1. Le donne dovrebbero scendere dal letto e camminare subito dopo il parto, questo aiuta la circolazione del sangue e previene la formazione di coaguli di sangue (trombi) che in alcuni casi possono essere fatali.
  2. In molti ospedali viene avviato l’allattamento immediatamente dopo il parto, questo è approccio è sicuramente il migliore possibile per ridurre il rischio di difficoltà.
  3. Dopo il parto sono normali perdite e sanguinamento vaginale; inizialmente è di colore rosso vivo, poi diventerà più chiaro fino a sparire nelle settimane successive. Contattare il medico in caso di perdite anomale e/o cattivo odore (segnale di infezione).
  4. È piuttosto comune avvertire un certo gonfiore a gambe e piedi, può aiutare tenerle sollevate durante la notte.
  5. Bere molta acqua e mangiare frutta e verdura aiuterà a prevenire la stitichezza.
  6. Piccoli crampi mestruali sono del tutto normali, soprattutto in caso di allattamento.
  7. È in genere consigliabile aspettare circa 6 settimane prima di avere rapporti sessuali a seguito di parto vaginale.
  8. È normale per una donna essere giù di corda dopo un parto (depressione post-parto), ma in caso di dubbi non aver paura a parlarne con il medico per evitare peggioramenti.

Fonti e bibliografia

Domande e risposte

In quanto tempo l'utero recupera la dimensione originale dopo il parto?
L'utero recupererà la sua dimensione finale entro 4-6 settimane, sebbene a seguito del primo parto rimarrà comunque leggermente più grande rispetto alle donne ma rimaste incinte. Fonte.
Come cambia la vagina dopo il parto?
La vagina va fisiologicamente incontro ad alcuni cambiamenti dopo il parto, in particolare potrebbe essere avvertita una sensazione di secchezza e di dolore, oltre a presentarsi con un'apertura verso l'esterno leggermente più ampia rispetto a prima.
Questo è del tutto normale e segni e sintomi tenderanno a regredire e normalizzarsi nell'arco di pochi giorni; è tuttavia molto probabile che la forma cambi leggermente rispetto alla situazione preparto, sebbene questo non rappresenti in alcun modo un problema. Risultano di grande utilità gli esercizi di Kegel, un'attività muscolare volta a prevenire spiacevoli complicazioni (come l'incontinenza) raffornzando il pavimento pelvico.

Fonte: NHS

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