Zafferano: proprietà, utilizzi, controindicazioni

Ultima modifica 01.01.2020

Introduzione

Conosciuto e apprezzato sulle nostre tavole per il suo sapore caratteristico e il colore inconfondibile, lo zafferano (Crocus Sativus L.) è utilizzato da secoli nella tradizione popolare – dall’antica Grecia (esistono testimonianze risalenti a 3600 anni fa), all’Europa, al Medio Oriente, alla Cina – sia come spezia che come medicinale. Il noto medico persiano Avicenna (980-1037 d.C.) – considerato il padre della medicina moderna – descrive lo zafferano nel suo Canone di Medicina e ne elenca le proprietà terapeutiche come antidepressivo, antinfiammatorio, epatoprotettivo, broncodilatatore e afrodisiaco [1]. Le proprietà antidepressive dello zafferano erano note anche nella Medicina Tradizionale Cinese: un testo della dinastia Mongola riporta che “l’assunzione cronica di zafferano rende il cuore felice” [2].

Come vederemo di seguito molte delle proprietà terapeutiche attribuite dalla tradizione allo zafferano sono state effettivamente confermate dalla medicina moderna, anche se numerosi studi sono ancora in fase preliminare e necessitano di ulteriori conferme.

Attualmente lo zafferano è coltivato in Europa, Iran, Turchia, Asia centrale, India, Cina. Algeria, Australia e Nuova Zelanda ed è considerato la spezia più costosa al mondo (15-30 euro al grammo).

Della pianta si utilizzano lo stimma e i petali: si calcola che per ottenere 450 g di zafferano occorrano 225 mila stimmi oppure 75 mila fiori!

Primo piano di un fiore di zafferano e una tazza con la spezia

iStock.com/Vingeran

Composizione chimica

Sono stati individuati più di 150 composti, volatili e non, nello zafferano. I più importanti, responsabili dell’azione terapeutica sono

  • Crocina e crocetina, due carotenoidi, responsabili anche del colore dello zafferano
  • Safranale, un’aldeide monoterpenica, responsabile dell’aroma caratteristico

La crocina viene trasformata in crocetina a livello intestinale e quest’ultima, una volta raggiunto il circolo sanguigno, si distribuisce nei vari tessuti; grazie ad un meccanismo di diffusione passiva transcellulare può oltrepassare la barriera ematoencefalica e raggiungere il cervello – il che ne spiega l’effetto centrale e il possibile utilizzo in caso di malattie neurodegenerative [1,3,5].

Crocina, crocetina e safranale hanno dimostrato, secondo quanto riportato da numerosi studi in vitro e in vivo su animali, attività

  • Antinfiammatoria
  • Antiossidante
  • Immunostimolante

[22,23,24].

Proprietà terapeutiche dello zafferano

A parte la classica bustina reperibile nei supermercati e usata a scopo alimentare, lo zafferano è presente in commercio sotto forma di estratto secco in capsule proposto come integratore per svariati disturbi, da quelli digestivi, alla sindrome premestruale, alla depressione, all’insonnia.

Riportiamo qui di seguito alcuni degli studi più interessanti condotti sull’utilizzo dello zafferano come integratore – che differisce da quello comunemente utilizzato a scopo alimentare solo per la dose maggiore utilizzata.

Alcuni studi si sono rivelati molto promettenti mentre altri, al contrario, per quanto interessanti sono ancora a livello preliminare e necessitano di ulteriori conferme. Molti degli studi pubblicati, peraltro, sono stati condotti in un solo paese, l’Iran, e quindi su una popolazione non sufficientemente eterogenea – il che potrebbe limitare la valenza “globale” dei risultati ottenuti (persone con stesse abitudini alimentari, stesso stile di vita, stesse caratteristiche genetiche, …).

Depressione

Lo zafferano è stato utilizzato contro la depressione sin dall’antichità. Negli ultimi anni sono stati condotti numerosi studi clinici controllati per verificarne l’efficacia, con risultati più che positivi (anche se mancano ancora degli studi a lungo termine, superiori alle 6-8 settimane di trattamento): l’efficacia dello zafferano si è infatti dimostrata superiore al placebo e paragonabile a quella di comuni antidepressivi, quali fluoxetina e imipramina – ma con minori effetti collaterali [1,6].

Uno studio in doppio cieco versus placebo condotto su 40 soggetti sofferenti di depressione maggiore ha evidenziato un effetto significativo dello zafferano (30 mg/die) nel miglioramento del tono dell’umore già dopo le prime 2 settimane di utilizzo; al termine delle 6 settimane di prova, i sintomi legati alla depressione erano diminuiti del 60% (su scala HAM-D, Hamilton Depression Rating Scale) – contro il 20% del gruppo trattato con placebo.

Stesso risultato è stato ottenuto somministrando 30 mg/die di zafferano a 40 pazienti con depressione da lieve a moderata: al termine delle 6 settimane di studio si è raggiunta una riduzione dei sintomi del 54%, contro il 23% ottenuta col placebo.

Oltre che con placebo, l’efficacia dello zafferano è stata confrontata con quella della terapia farmacologica standard: in uno studio condotto in doppio cieco su 40 pazienti con depressione da lieve a moderata, 30 mg/die di zafferano sono stati confrontati con 40 mg/die di Fluoxetina, per 6 settimane. Sia dopo 3 settimane che al termine dello studio non sono state evidenziate differenze significative tra i due trattamenti, né in termini di efficacia né in termini di eventuale comparsa di effetti collaterali: in entrambi i casi si è avuta remissione dei sintomi e nessuna differenza in termini di tollerabilità della terapia.

Stesso risultato in un altro studio condotto per 8 settimane su pazienti con diagnosi di depressione maggiore.

Anche il confronto con un altro farmaco antidepressivo, l’Imipramina, non ha evidenziato differenze significative in termini di efficacia terapeutica: 55% di riduzione dei sintomi con lo zafferano (30mg/die) e 58% con l’imipramina (100mg/die). Il gruppo trattato con imipramina, però, ha manifestato effetti collaterali anticolinergici – tra cui secchezza delle fauci ed eccessiva sedazione (sonnolenza) – molto più pronunciati rispetto al gruppo trattato con zafferano [1].

Un ambito particolare è quello che riguarda i disturbi depressivi nella popolazione anziana, sempre più frequenti e spesso sottovalutati – e di conseguenza maggiormente a rischio di cronicizzazione. La depressione senile si manifesta con sintomi analoghi a quelli del giovane adulto, ma con l’aggravio della frequente compresenza di problemi fisici e soprattutto dell’isolamento sociale, che crea un circolo vizioso spesso di difficile soluzione.

In aggiunta a ciò, i pazienti anziani si dimostrano spesso riluttanti ad assumere farmaci antidepressivi, mentre si dimostrano più collaborativi nei confronti di rimedi che considerano meno aggressivi, come quelli di origine fitoterapica.

Queste considerazioni hanno costituito il punto di partenza di uno studio in doppio cieco pubblicato nel 2019, che ha coinvolto 50 persone anziane affette da depressione maggiore (diagnosticata in seguito a valutazione psichiatrica), divise in modo casuale in due gruppi: ad uno è stato somministrato zafferano in capsule (60 mg/die), all’altro la sertralina (100 mg/die), un farmaco antidepressivo. I pazienti sono stati valutati dopo 2,4 e 6 settimane di cura con risultati più che buoni: in entrambi i casi, sia col farmaco che con l’integratore, si è avuto un analogo miglioramento dei sintomi (valutati con la scala di Hamilton), a fronte di minori effetti collaterali nel gruppo trattato con l’estratto di zafferano [9].

Secondo alcuni studi preliminari, il meccanismo d’azione alla base dell’effetto antidepressivo sarebbe dovuto all’inibizione dell’uptake di dopamina e noradrenalina da parte della crocina e all’azione serotoninergica del safranale [4].

Ansia

Ad oggi gli studi sull’effetto ansiolitico dello zafferano sono meno numerosi rispetto a quelli sull’effetto antidepressivo, ma comunque interessanti per i risultati ottenuti.

Uno studio pubblicato nel 2016 ha coinvolto 102 pazienti, trattati con estratto secco di zafferano (25 mg/die) oppure con diazepam (5 mg/die), un farmaco ansiolitico di sintesi. Lo studio è stato condotto in doppio cieco per 8 mesi, al termine dei quali gli autori hanno riportato un effetto addirittura maggiore dello zafferano rispetto al farmaco [7].

In un altro studio è stato valutato l’effetto dello zafferano (estratto secco in capsule, 50 mg) su 60 pazienti sofferenti sia di ansia che di depressione, a confronto con placebo. Al termine delle 12 settimane previste, i pazienti coinvolti hanno riferito un miglioramento di entrambe le sintomatologie (valutazione tramite questionari BDI e BAI, per l’autovalutazione dei sintomi di ansia e depressione) [8].

Morbo di Alzheimer e decadimento cognitivo

In diversi studi preliminari su modelli animali, lo zafferano si è dimostrato in grado di attenuare i sintomi di decadimento cognitivo e deficit della memoria. I successivi studi clinici, seppur ancora limitati, hanno fornito risultati altrettanto incoraggianti.

In due studi a confronto con placebo, condotti in doppio cieco su pazienti affetti da lieve o moderata sindrome di Alzheimer, lo zafferano si è dimostrato efficace nel migliorare le capacità cognitive in un periodo di 16 settimane, al dosaggio di 15 mg due volte al dì, senza comparsa di effetti collaterali significativi.

In un altro studio clinico condotto in doppio cieco per 22 settimane su 54 pazienti con sindrome da lieve a moderata, lo zafferano (30 mg/die) si è dimostrato di efficacia pari al donepezil (5mg due volte al dì), un farmaco utilizzato nella terapia del morbo di Alzheimer, col vantaggio di una maggiore tollerabilità (nessun episodio di vomito, al contrario del trattamento con donepezil).

[1,10]

Il cosiddetto Decadimento Cognitivo Lieve (MCI, Mild Cognitive Impairment) è un insieme di sintomi caratterizzati da diminuzione delle capacità cognitive senza tuttavia che le normali attività quotidiane siano intaccate. Le persone che soffrono di MCI hanno più possibilità di sviluppare nel tempo qualche forma di demenza senile. Sfortunatamente, non esiste una terapia farmacologica per rallentare il processo e prevenire l’eventuale peggioramento: i test sui farmaci utilizzati per alcune forme di demenza, come gli inibitori delle colinesterasi (donepezil) e gli antagonisti del recettore del glutammato (memantina), non hanno dato risultati soddisfacenti.

Sulla base di queste premesse, alcuni ricercatori hanno condotto uno studio pilota per sperimentare una preparazione standardizzata a base di estratto di zafferano, ginseng e ginkgo biloba (Sailuotong, SLT), su 80 soggetti anziani (età superiore ai 60 anni) con diagnosi di MCI, confrontandola con placebo. Dopo 12 settimane di studio sono stati valutati parametri cognitivi quali memoria e capacità logiche, insieme a elettroencefalogramma, pressione carotidea (per valutare la pressione encefalica) e livello di infiammazione (tramite misurazione delle citochine infiammatorie ematiche): la somministrazione di SLT ha effettivamente mostrato una buona efficacia nel migliorare le performance cognitive, l’attività neuronale e il flusso sanguigno cerebrale. In aggiunta a ciò, l’SLT si è dimostrato ben tollerato, senza comparsa di effetti collaterali rilevanti. Lo studio, iniziato nel 2017, è ancora in corso [11].

Degenerazione maculare senile e malattie della vista

In virtù dell’elevato contenuto in carotenoidi, noti per l’effetto positivo sulla vista, è stata valutata l’efficacia dello zafferano in caso di patologie a carico del sistema visivo, come il glaucoma, la maculopatia diabetica (una comune complicanza del diabete mellito) e la degenerazione maculare senile – una patologia legata all’invecchiamento, che colpisce la parte più centrale della retina e causa perdita della capacità visiva [12].

I risultati ottenuti sinora indicano una potenziale efficacia dello zafferano nel trattamento delle patologie a carico dell’occhio. Tuttavia gli studi sono ancora troppo limitati e non esistono valutazioni dell’efficacia della terapia a lungo termine.

Uno studio condotto su 25 soggetti affetti da degenerazione maculare senile ha evidenziato un miglioramento della sensibilità visiva grazie all’integrazione di zafferano per 3 mesi, alla dose di 20mg/die. Stesso risultato in un altro test, condotto con identiche modalità su 33 soggetti – ove peraltro il miglioramento risultava ancora presente dopo 8 mesi dal termine dello studio, suggerendo un’efficacia anche nel lungo periodo [1].

Per quanto riguarda il glaucoma, ad oggi esiste un solo studio clinico che ha valutato l’efficacia dell’integrazione con estratto di zafferano (30 mg/die) in pazienti affetti da glaucoma ad angolo aperto (la forma più comune di tale patologia). Dopo un mese dall’inizio della terapia, la somministrazione orale di zafferano, in aggiunta al trattamento topico con i farmaci timololo e dorzolamide, si è dimostrata più efficace rispetto al trattamento topico addizionato a placebo; tuttavia l’effetto ipotensivo tendeva a scomparire dopo 4 settimane dalla sospensione dell’integrazione [13].

Infine, in merito alla maculopatia diabetica, anche in questo caso esiste un solo studio clinico randomizzato controllato, condotto su 60 pazienti utilizzando un integratore orale di crocina a due diversi dosaggi (5 mg/die e 15 mg/die): al dosaggio più elevato si è osservato un miglioramento dell’acuità visiva, mentre al dosaggio inferiore l’effetto è risultato paragonabile al placebo. La crocina ha dimostrato inoltre un effetto ipoglicemizzante (anch’esso dose-dipendente) [14].

ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività)

Esistono alcuni studi clinici preliminari sul possibile effetto dell’integrazione con lo zafferano per migliorare i sintomi comportamentali nella sindrome ADHD.

Il deficit dell’attenzione associato a iperattività (ADHD) è uno dei più comuni tra i problemi neuropsichiatrici dell’infanzia e dell’adolescenza. Inoltre, si calcola che circa il 30% dei pazienti non risponda alla terapia farmacologica o non sia in grado di tollerarne gli effetti collaterali. Da qui l’esigenza di indagare terapie alternative, come quelle di derivazione naturale, che possano essere altrettanto efficaci ma più tollerabili.

In uno studio pubblicato nel 2019, 54 giovani di età compresa tra 6 e 17 anni con disturbo ADHD sono stati divisi in modo casuale tra due gruppi: al primo è stato somministrato il metilfenidato – un farmaco psicostimolante, usato per il trattamento dell’ADHD-, alla dose di 20-30 mg/die, a seconda del peso; al secondo un estratto di zafferano, allo stesso dosaggio. Lo studio si è protratto per 6 settimane e i sintomi sono stati monitorati e valutati utilizzando la scala DSM-IV, un questionario che viene compilato da genitori e insegnanti, appositamente studiato per la diagnosi e lo screening dell’ADHD. Al termine dello studio, il profilo di efficacia dello zafferano è risultato pressoché sovrapponibile a quello del farmaco [15]. Lo studio presenta il limite del numero di soggetti coinvolti e della mancanza di confronto con un gruppo placebo, ma i risultati sono promettenti, sia in termini di efficacia che di tollerabilità.

Sindrome metabolica, diabete, dislipidemie

Diabete, dislipidemie (colesterolo e/o trigliceridi alti), sindrome metabolica sono tra le malattie croniche più diffuse e maggiormente invalidanti, specialmente se si tiene conto delle frequenti complicanze cardiovascolari e cerebrali.

Esistono studi interessanti che, sebbene non esaustivi e in attesa di ulteriori conferme (in alcuni di essi i risultati sono talvolta discordanti), suggeriscono un effetto positivo dello zafferano su

[16, 17,18,19,20,21]

Cancro

Diversi esperimenti in vitro hanno evidenziato l’azione citotossica della crocetina e del safranale, estratti dallo zafferano, nei confronti delle cellule di molteplici linee tumorali (osteosarcoma, leucemia, tumori al seno, utero, ovaio, polmone, prostata, pelle, fegato, pancreas, …). Il meccanismo d’azione non è ancora chiaro (induzione dell’apoptosi, inibizione della proliferazione cellulare, stimolazione del sistema immunitario sono quelli più ipotizzati), ma i risultati aprono le porte alla possibilità di utilizzare queste molecole sia nella prevenzione che eventualmente nel trattamento dei tumori [25,26,27,28].

Dose

In base agli studi clinici pubblicati sinora, i dosaggi consigliati risultano i seguenti:

  • Per la depressione lieve o moderata: 15 mg due volte al dì o 30 mg/die in un’unica somministrazione; l’effetto insorge dopo 2 settimane di trattamento
  • Morbo di Alzheimer: 15 mg due volte al dì, con uso continuativo
  • Degenerazione maculare senile: 20 mg/die, per uso cronico
    [1]

Effetti collaterali, controindicazioni, interazioni coi farmaci

L’LD50 (Lethal Dose 50) è la dose di una sostanza che, in un’unica somministrazione, è in grado di provocare la morte del 50% della popolazione di cavie presa come campione: lo zafferano ha un valore di LD50 molto elevato, pari a 20 g/kg, il che rende conto del perché sia considerato assolutamente sicuro per uso umano.

Alle dosi riportate nel paragrafo precedente (dell’ordine dei mg/die) non sono noti effetti indesiderati. In caso di somministrazione di dosi maggiori, comprese tra 1,2 e 2 g/die, possono manifestarsi effetti collaterali quali

Non sono stati condotti studi approfonditi sulle possibili interazioni dello zafferano con i farmaci. Tenuto conto, tuttavia, del dimostrato effetto antidepressivo, si raccomanda prudenza in caso di uso cronico di farmaci contro la depressione [1]. Attenzione anche in caso di patologie renali o di uso concomitante di farmaci antiaggreganti, poiché l’integrazione con zafferano potrebbe ridurre ulteriormente l’aggregazione piastrinica [12].

Si raccomanda di evitare l’integrazione in gravidanza (si parla di dosaggi superiori al comune uso alimentare sporadico), poiché da studi su animali si è evidenziato un possibile effetto teratogeno della crocetina (malformazioni embrionali) [5,29,30].

Fonti e bibliografia

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