Vaccino per il coronavirus: quando?

Ultima modifica 13.04.2020

Introduzione

Secondo gli ultimi dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ad oggi (13 aprile) sono più di un milione e settecentomila i casi confermati di COVID-19 nel mondo. Questa rapida espansione dell’epidemia sta mettendo a dura prova la comunità scientifica, che allegoricamente rappresenta un flebile barlume in fondo al tunnel. Molti sono gli interrogativi a cui non è ancora possibile dare risposta certa, tra cui spiccano i dubbi sulla durata delle misure di contenimento e la disponibilità di un vaccino.

Per quanto riguarda quest’ultimo, in particolare, occorre fare chiarezza: i ricercatori ritengono (più o meno unanimemente, e in via ottimistica) che un vaccino per COVID-19 non esisterà prima di 12-18 mesi. È pertanto plausibile ritenere che fino ad allora il trattamento della malattia passerà per l’utilizzo di terapie mediche, e che l’immunità di gregge verrà raggiunta in tempi molto dilatati.

Sono diversi i farmaci in corso di studio per il trattamento della polmonite interstiziale da SARS-CoV-2, ma molto probabilmente i primi ad essere approvati ufficialmente per l’utilizzo nei pazienti COVID-19 saranno farmaci conosciuti e già utilizzati in altre condizioni, mentre il completamento delle sperimentazioni sulle nuove molecole richiederà molto più tempo.

Questo periodo di studio e sperimentazione è dettato da tempi tecnici che difficilmente potranno essere ridotti; l’adozione responsabile di misure di contenimento rappresenterà pertanto l’unico approccio fino a quando verranno stabilite linee guida per un trattamento efficace di COVID-19.

Primo piano di una siringa che estrae del liquido da un flaconcino

iStock.com/MarianVejcik

Cos’è un vaccino?

Un vaccino è una preparazione artificiale, costituita da patogeni inattivati o da loro componenti, che consente di scatenare una risposta immunitaria contro un antigene senza contrarne la malattia. Tale pratica consente di sviluppare la cosiddetta immunità acquisita, ossia la capacità da parte del sistema immunitario di produrre anticorpi che combattano efficacemente un patogeno specifico quando si entra in contatto con esso.

La vaccinazione non è un inoculo di anticorpi contro un patogeno: nonostante questo sia un luogo comune diffuso, tale pratica prende il nome di immunizzazione passiva e presenta ambiti di applicazione molto diversi da quelli della vaccinazione standard (tra le più comuni ricordiamo la somministrazione di immunoglobuline nei pazienti a rischio di tetano).

L’introduzione dei vaccini ha migliorato drasticamente la salute collettiva, in quanto ha consentito di proteggere individui fragili (soprattutto bambini ed anziani) da condizioni gravissime e in alcuni casi ha reso possibile lo sviluppo dell’immunità di gregge (che ha peraltro portato alla completa scomparsa di malattie come il vaiolo).

A che punto è il vaccino per COVID-19?

Diversi gruppi di ricerca stanno lavorando allo sviluppo di un vaccino per SARS-CoV-2, molti dei quali hanno iniziato poco dopo il completo sequenziamento del virus.

Tra questi, quelli più promettenti al momento sono:

  • Inovio — azienda che stava già lavorando ad un vaccino a DNA per la MERS (malattia causata da un altro coronavirus)
  • Moderna — azienda che ha già iniziato la fase I del trial per un vaccino a mRNA contro SARS-CoV-2
  • University of Queensland — gruppo australiano indipendente i cui trial stanno iniziando in questi giorni

Nonostante gli avanzamenti tecnologici nell’ambito del sequenziamento genico abbiano consentito di velocizzare immensamente i tempi della ricerca, secondo il Dott. Fauci (immunologo di fama internazionale) serviranno dai 12 ai 18 mesi per disporre di un vaccino sicuro ed efficace – e si tratta di una previsione ottimistica: tali tempistiche infatti riflettono la durata delle tre fasi di sperimentazione del farmaco, ma nulla esclude che i vaccini in corso di testing si rivelino poco efficaci.

Come si sviluppa un vaccino?

La grande sfida nello sviluppo di un vaccino è legata alla creazione di un prodotto che, una volta inoculato, stimoli il sistema immunitario a produrre specifici anticorpi senza determinare una malattia. In passato tale obiettivo poteva essere incredibilmente difficile e frustrante da raggiungere, ma oggi i laboratori godono di almeno due grandi vantaggi:

  • esperienza accumulata con gli studi passati
  • sequenziamento genomico completo di SARS-CoV-2

Ciononostante si tratta di un lavoro che richiederà molto tempo e che non offre garanzie, almeno a breve termine, di un esito positivo.

Cosa significa che un virus “sta mutando”?

SARS-CoV-2 è basato su di un genoma a RNA: questo particolare tipo di virus è legato ad un forte tasso mutazionale, ossia a dei cambiamenti nel codice genetico che ne determinano piccole variazioni strutturali.

In questo senso il nuovo coronavirus è atipico: infatti, nel corso dei mesi in cui è stato oggetto di studi, è mutato ad un ritmo molto lento. Le sequenze più recentemente analizzate sono infatti estremamente simili a quelle del virus che a dicembre ha colpito la regione di Wuhan; pertanto, si può dire che nel corso degli ultimi mesi il virus sia rimasto molto simile a sé stesso.

Le mutazioni potrebbero rendere COVID-19 più pericoloso?

La parola “mutazione” configura comunemente un quadro dai connotati sconosciuti e temibili. In realtà, le probabilità che una mutazione renda SARS-CoV-2 ancora più pericoloso di quanto non lo sia già sono davvero risibili; anzi, l’esperienza sviluppata nell’ambito dei virus a RNA insegna che di solito le mutazioni indeboliscono i virus e li rendono meno aggressivi.

A supporto di tale fatto c’è evidenza per cui il virus in Cina, in Italia e recentemente negli Stati Uniti sembra avere un profilo di rischio molto simile nonostante dall’esplosione della pandemia siano ormai passati quasi cinque mesi (un periodo sufficiente per osservare appunto delle mutazioni).

Fonti e bibliografia

  • Immunologia cellulare e molecolare (Abdul K. Abbas, Andrew H. Lichtman e Shiv Pillai)
  • Vaiolo su ISS

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