COVID, quanto dura la protezione del vaccino?

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Immunità da vaccino

La campagna vaccinale contro la COVID è in pieno svolgimento un po’ in tutto il mondo, purtroppo con alcune tristi eccezioni nei Paesi più poveri in cui la disponibilità di dosi è davvero troppo scarsa, ed è quindi naturale chiedersi quanto possa durare l’immunità sviluppata a seguito della vaccinazione.

La risposta è che non lo sappiamo ancora con esattezza, ma le prime caute stime iniziali che ipotizzavano almeno 6 mesi sono state rivedute alla luce della più recente letteratura e portate a circa 8-9 mesi, al netto di fattori quali

  • possibili future varianti (da quelle attuali i vaccini sembrano proteggere adeguatamente bene),
  • differenze tra le tecnologie con cui sono sviluppati i vaccini, c’è ad esempio grande speranza ed ottimismo sui vaccini ad mRNA (Pfizer e Moderna) su cui di fatto abbiamo esperienza molto più limitata,
  • risposte individuali soggettive, che potrebbero rendere conto di differenze più o meno marcate.

C’è un’altra questione aperta in merito al vaccino, ovvero se la risposta immunitaria sia paragonabile a quella prodotta da un’infezione naturale; anche in questo caso la risposta è tutt’altro che certa, ma l’impressione è che sì, sia altrettanto robusta, ma soprattutto paragonabile a quella legata ai casi più gravi di malattia, rispetto invece a chi la contrae in forma leggera o addirittura asintomatica che sembra invece essere associato ad una risposta più debole.

Vaccino COVID

Getty/Luis Alvarez

Immunità da malattia

Le persone che sono guarite da COVID-19 sono protette dalla futura infezione da SARS-CoV-2?

Purtroppo nemmeno a questa altrettanto legittima domanda siamo in grado di rispondere con certezza, anche se un interessante lavoro pubblicato su Science a febbraio rileva come a distanza di 6-8 mesi diversi soggetti presentino ancora quantità misurabili di anticorpi in circolo, sebbene con qualche differenza soggettiva.

Se è noto che per alcuni virus, si pensi ad esempio al morbillo così come ad altre malattie esantematiche, la prima infezione garantisce l’acquisizione di una capacità di risposta con durata sostanzialmente permanente, questo non vale per l’influenza stagionale, che proprio per lo stesso motivo richiede un’annuale vaccinazione a chi decide di optare per questa strada. Una delle principali ragioni di questa differenza è la facilità e rapidità con cui il virus influenzale muta, caratteristica purtroppo che sembra essere condivisa anche dal nuovo coronavirus.

Tuttavia, citando testualmente le parole di un gruppo italiano che ha poco prodotto un interessante lavoro di revisione in merito

Ad oggi, se paragonati all’enorme numero di contagiati, sono stati segnalati in tutto il mondo così pochi casi di reinfezione da COVID-19 da potersi ritenere che tali segnalazioni siano “aneddotiche” e specialmente concentrate negli operatori sanitari che sono riesposti al virus molto intensamente.

Considerando che il virus è in circolazione da quasi un anno e mezzo appare quindi un’osservazione ragionevolmente confortante, anche se purtroppo non ci consente di fare predizioni certe.

Sulla base di precedenti lavori di ricerca condotti su altre forme di coronavirus sembrano esserci alcuni motivi che autorizzano ad un cauto ottimismo, in quanto l’immunità acquisita in alcuni casi dura anni e protegge da reinfezione o, nella peggiore delle ipotesi, dallo sviluppo di malattia conclamata (ovvero si può verificare una nuova infezione, si diventa contagiosi, ma non si sviluppano i sintomi né tanto meno le complicazioni), sebbene purtroppo non dobbiamo dimenticare che lo stesso raffreddore è causato da numerosi virus tipicamente invernali, tra cui proprio diversi coronavirus, e chiaramente in questo caso l’acquisizione di immunità è decisamente più breve.

Nello stesso abstract viene inoltre raccontato, seppure si tratti ovviamente di rilevazioni più limitate e quindi non necessariamente generalizzabili, che nella struttura ospedaliera dove lavorano gli autori diversi operatori sanitari precedentemente contagiati e poi guariti vadano talvolta incontro ad una improvvisa risalita degli anticorpi, senza tuttavia mostrare positività al tampone molecolare. L’ipotesi è che le cosiddette cellule di memoria rimangano in circolo in quantità ridotte, purtuttavia capaci in qualsiasi momento di garantire una pronta ed adeguata risposta anticorpale in caso di nuovo contatto, come succede ad esempio nel caso di malattie come la varicella. Addirittura alcuni autori sono convinti che queste cellule, i cosiddetti linfociti B memoria, potrebbero essere anche in grado di adattarsi in pochi giorni a nuove varianti.

I motivi di ottimismo quindi ci sono ed è bene ribadire che gli attuali dati sono di fatto temporanei, basati sul periodo di osservazione necessariamente limitato dalla giovane età del virus che ci troviamo ad affrontare.

Cosa ci aspetta quindi per il futuro?

Si sta consolidando, almeno in una parte della comunità scientifica, l’ipotesi che l’infezione da nuovo coronavirus possa diventare una malattia che ci accompagnerà a lungo, necessitando di un periodico richiamo del vaccino un po’ come succede per l’influenza stagionale, e sono orgoglioso di ricordare che ho sentito per la prima volta questa ipotesi per bocca della nostra Ilaria Capua, circa un anno fa.

Questa prospettiva si basa principalmente sull’osservazione di due fattori chiave:

  • la facilità con cui il virus muta, superiore all’influenza stessa, ma inferiore ad altre malattie come l’HIV,
  • la possibile ridotta durata dell’immunità naturale o da vaccino, anche se come abbiamo visto si tratta di una domanda ancora aperta.

Si tratta per ora di ipotesi, perché non mancano visioni più ottimistiche che predicono, o quantomeno ritengono ancora plausibile:

  • una lunga durata dell’immunità, di fatto ad oggi stiamo ancora osservando cosa succede mentre succede,
  • e/o addirittura il raggiungimento di un’immunità di gregge, che consentirebbe di eradicare l’infezione in modo definitivo o quasi, ma ammesso e non concesso che questo sia possibile è necessario dare una mano ai Paesi più in difficoltà.

Nel frattempo la comunità scientifica è ovviamente tutt’altro che ferma a guardare, sono ad esempio allo studio diversi approcci al problema della possibile durata limitata dell’immunità, che prevedono tipicamente dosi di richiamo, studiando la risposta che si ottiene al variare non solo dei tempi, ma in alcuni casi anche ricorrendo a formulazioni diverse da quelle del primo ciclo vaccinale.

Fonti e bibliografia

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