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IUI e fecondazione assistita

Introduzione

L’inseminazione intrauterina (IUI, dall’inglese IntraUterine Insemination) è una tecnica di fecondazione assistita utilizzata nel trattamento dell’infertilità.

Gli spermatozoi, sottoposti a lavaggio e concentrati, vengono introdotti direttamente nell’utero nel periodo corrispondente al rilascio di uno o più ovociti da parte delle ovaie. In passato, lo sperma veniva inserito nella vagina. Era una procedura più facile, ma con minor probabilità di successo della tecnica attuale.

Il risultato desiderato dall’inseminazione intrauterina è che gli spermatozoi raggiungano le salpingi e fecondino l’ovocita in attesa, originando una gravidanza normale. Secondo i motivi dell’infertilità, l’IUI può venire coordinata con il ciclo normale o con cicli indotti farmacologicamente.

Indicazioni

La fertilità di una coppia dipende da parecchi fattori. L’inseminazione intrauterina è usata soprattutto nelle seguenti situazioni:

  • Sperma da donatore; in genere, viene adottata l’IUI per fecondare una donna che ricorra a sperma di donatore. I campioni congelati di sperma vengono forniti da laboratori certificati e scongelati prima della procedura IUI.
  • Infertilità di origini non spiegate; l’IUI, insieme a farmaci inducenti l’ovulazione, viene frequentemente usata come prima metodica di trattamento in casi di infertilità senza cause identificate.
  • Infertilità dovuta a endometriosi; in questi casi, l’IUI associata al trattamento farmacologico per favorire la generazione di ovociti di buona qualità è spesso il primo approccio terapeutico.
  • Lieve infertilità maschile (ipofertilità); l’analisi dello sperma del partner, uno dei primi passi nell’inquadramento medico dell’infertilità, può mostrare una concentrazione di spermatozoi sotto la media, con poca motilità o con anomalie delle dimensioni e della forma (morfologia). L’IUI può riuscire a compensare questi problemi, perché la preparazione dello sperma propedeutica alla procedura aiuta a separare gli spermatozoi normali, con motilità conservata, rispetto a quelli di qualità inferiore.
  • Infertilità di origine cervicale; la cervice, ossia il tratto inferiore dell’utero, collega quest’ultimo alla vagina. Il muco prodotto dalla cervice nel periodo dell’ovulazione costituisce un ambiente ideale per il viaggio degli spermatozoi dalla vagina alle salpingi. Se però il muco cervicale è troppo denso, può ostacolarne lo spostamento. L’IUI supera la cervice, depositando lo sperma direttamente all’interno dell’utero e aumentando il numero di spermatozoi disponibili per la fecondazione dell’ovocita in attesa.
  • Allergia allo sperma; raramente, la donna può essere allergica alle proteine contenute nello sperma del partner. L’eiaculazione in vagina causa rossore, bruciore e gonfiore laddove lo sperma entra in contatto con la pelle. I sintomi possono essere prevenuti utilizzando il preservativo, che però impedisce anche la gravidanza. Se l’allergia è grave, si può ricorrere all’IUI, perché molte proteine dello sperma vengono rimosse prima dell’uso.

Inquadramento

Prima di eseguire l’IUI, può essere necessario inquadrare la fertilità della coppia per determinare le cause all’origine delle difficoltà di concepimento e quindi la possibile efficacia dell’inseminazione artificiale.

Per recepire un’IUI, le salpingi della donna (ossia, i condotti che collegano le ovaie all’utero) devono essere aperte e sane, perché è qui che lo sperma feconda l’ovocita ed è da qui che l’embrione così generato migra nell’utero.

È possibile valutare lo stato di salute delle salpingi con uno di questi tre metodi:

  • laparoscopia: un sottile microscopio tubolare viene inserito attraverso una piccola incisione cutanea sulla pancia, permettendo di ispezionare direttamente utero, salpingi e ovaie
  • isterosalpingogramma: viene fatta una radiografia dell’utero e delle salpingi dopo aver iniettato uno speciale mezzo di contrasto
  • isterosalpingoecografia con contrasto (HyCoSy, dall’inglese Hysterosalpingo-Contrast Sonography): richiede l’esecuzione di un’ecografia transvaginale per valutare la pervietà delle salpingi

Tempistica del trattamento

Poiché la tempistica dell’IUI è cruciale, è fondamentale monitorare i segni di un’impellente ovulazione. Per farlo, è possibile usare un kit urinario predittivo per uso domestico (test di ovulazione) che rileva il momento in cui il corpo produce un picco di ormone luteinizzante (LH). In alternativa, si può adottare un metodo per immagini (ecografia transvaginale) che consente al medico di visualizzare ovaie e sviluppo degli ovociti. È anche possibile sottoporsi a iniezioni di gonadotropine umane corioniche per generare al momento giusto uno o più ovociti.

Occasionalmente, vengono usati farmaci per la fertilità per stimolare l’ovulazione. In questi casi, viene usata l’ecografia transvaginale per seguire lo sviluppo degli ovociti. Non appena un ovocita è maturo, verrà somministrato un ormone per stimolare il suo rilascio.

Sperma

Se una coppia decide di ricorrere all’inseminazione con il proprio sperma, l’uomo dovrà fornire alla clinica per la fertilità in un apposito recipiente, in genere lo stesso giorno dell’esecuzione dell’IUI, un campione ottenuto tramite masturbazione.

Il campione di sperma verrà “lavato” e filtrato con speciali macchinari per rimuovere eventuali spermatozoi non vitali e impurità. Saranno mantenuti gli spermatozoi dotati di alta motilità e rimossi quelli ipomobili. Si produce così un concentrato di spermatozoi sani.

Cosa aspettarsi

La visita per l’inseminazione intrauterina richiede circa 15-20 minuti e viene eseguita presso un ambulatorio medico o in clinica. La procedura dell’IUI di per sé dura appena uno o due minuti e non richiede l’assunzione di farmaci particolari, né di antidolorifici. Viene eseguita da un medico o da personale infermieristico appositamente formato.

Procedura

La procedura segue una prassi simile al Pap test: con la paziente supina sul lettino ginecologico e le gambe nelle staffe.

Uno strumento detto speculum viene inserito in vagina per mantenerla aperta. Un catetere, ossia un tubo sottile e flessibile, viene quindi introdotto in vagina e guidato fino all’utero. Questo processo è praticamente indolore, benché alcune donne possano avvertire crampi, di breve durata e lieve entità. Attraverso il catetere, si inserisce poi in utero il campione di sperma.

Questo processo non richiede in genere più di 10 minuti; la coppia può tornare a casa poco dopo la procedura.

Dopo la procedura

Dopo l’inseminazione, la paziente viene fatta sdraiare sulla schiena per un breve periodo. Una volta terminata la procedura, si potrà rivestire e tornare alle proprie normali attività quotidiane. È possibile avere qualche piccola perdita per il paio di giorni successivi alla procedura.

Risultati e tassi di gravidanza

Aspettare due settimane prima di eseguire un test di gravidanza a casa.

L’esecuzione del test troppo presto potrebbe determinare risultati come:

  • falsi negativi; se gli ormoni gravidici non sono ancora a valori misurabili, il risultato del test può essere negativo pur essendo in realtà incinta;
  • falsi positivi; se in terapia con farmaci per l’ovulazione, come l’HCG, le componenti ancora in circolo potrebbero dare una positività non corrispondente a una reale gravidanza.

Il medico potrebbe suggerire di ripresentarsi due settimane dopo l’esecuzione del test a domicilio per eseguire un esame del sangue, più sensibile nell’identificare ormoni della gravidanza dopo inseminazione.

Se l’inseminazione fallisce, si potrà riprovare l’IUI prima di prendere in considerazione altri trattamenti dell’infertilità. Per massimizzare le probabilità di gravidanza, spesso una stessa terapia viene tentata per 3-6 mesi.

Probabilità di successo

Fonte: hfea.gov.uk

È difficile stabilire le percentuali di successo dell’inseminazione intrauterina (IUI), perché il successo dipende dalle cause di infertilità e dall’impiego associato di farmaci per la stimolazione della produzione di ovociti.

Occorre verificare con il proprio medico se tali farmaci fanno al caso proprio. In genere, si può considerare ragionevole il ricorso a 3-6 tentativi di IUI. Sarà il medico a raccomandare la prassi più consona.

Dal 1-1-2008 al 31-12-2008, la percentuale (media nazionale statunitense) di nati vivi da IUI con sperma di donatore è stata:

  • 15,8% (237/1497) nelle donne sotto 35 anni
  • 11,0% (154/1394) nelle donne tra 35 e 39 anni
  • 4,7% (23/492) nelle donne tra 40 e 42 anni
  • 1,2% (2/172) nelle donne tra 43 e 44 anni
  • 0% (0/46) nelle donne sopra 44 anni

I dati indicati tra parentesi sono i cicli IUI risultanti in nati vivi rispetto ai cicli IUI avviati.

Come l’età della donna, le possibilità di successo possono anche essere influenzate dalla conta e dalla qualità spermatica (lo sperma fresco ha maggiori probabilità di successo dello sperma congelato e scongelato), nonché da aspetti tecnici dell’IUI, ad esempio la corretta identificazione della tempistica di ovulazione.

Globalmente, più della metà delle donne sottoposte a IUI rimangono incinte durante i primi sei cicli di trattamento.

Se falliscono diversi tentativi di IUI, secondo l’età il medico potrà raccomandare il ricorso a un altro trattamento come l’inseminazione in vitro (IVF, dall’inglese In Vitro Fertilisation).

Rischi

I rischi collegati all’IUI sono minimi, anche se alcune donne riferiscono lievi crampi simili al dolore mestruale.

Se vengono usati farmaci per stimolare l’ovulazione, esiste un piccolo rischio di reazione ai farmaci, nonché una qualche probabilità di gravidanza multipla (gemelli o trigemini) non intenzionale.

L’ecografia servirà a monitorare la gravidanza per evidenziare un’eventuale gravidanza multipla; per evitarla, il ciclo di trattamento può semmai essere abbandonato.

Fonti:

Gravidanza a rischio: sintomi, cause e rimedi

Introduzione

Ogni gravidanza in cui i rischi di complicanze per la mamma o per il feto sono più alti rispetto al normale è considerata una gravidanza a rischio.

Prima di addentrarci nella discussione delle principali cause, sottolineo l’esigenza di fare sempre il punto con il proprio ginecologo e non farsi prendere dal panico nel caso si riscontrassero su sé stessi uno o più fattori di rischio, spesso un controllo medico continuo ed attento permette di ridurre e/o azzerare i rischi.

Cause

I fattori che mettono a rischio una gravidanza possono essere divisi in quattro categorie:

  • Condizioni di salute esistenti
  • Età
  • Stile di vita
  • Condizioni della gravidanza

Condizioni di salute esistenti

  • Pressione alta; benché l’ipertensione possa essere rischiosa per la madre e per il feto, molte donne ipertese riescono a portare a termine la gravidanza senza complicazioni. Una pressione alta fuori controllo, però, può determinare danni ai reni materni e aumentare il rischio di neonati sotto peso o di preeclampsia.
  • Sindrome dell’ovaio policistico; si tratta di un disordine che può interferire con la fertilità e con la capacità di portare la gravidanza a termine. Questa sindrome può determinare un’alta incidenza di aborti (perdita spontanea del feto entro la ventesima settimana di gravidanza), diabete gestazionale, preeclampsia e parto prematuro.
  • Diabete; è importante che una donna diabetica gestisca bene la glicemia anche prima di restare incinta. Livelli glicemici elevati possono causare difetti congeniti, spesso ancor prima che la donna realizzi di essere incinta. Un buon controllo dei livelli glicemici e l’assunzione di 400 microgrammi di acido folico ogni giorno aiutano a ridurre il rischio.
  • Disturbi renali; le donne con problemi renali spesso hanno difficoltà a rimanere incinte; eventuali gravidanze sono comunque ad alto rischio di aborto. Donne incinte con malattie renali necessitano di ulteriori trattamenti, modifiche nella dieta e nella terapia, nonché controlli medici frequenti.
  • Malattie autoimmuni; si tratta di disturbi come il lupus e la sclerosi multipla. Alcuni disturbi autoimmuni possono rendere più rischiosa una gravidanza. Per esempio, il lupus aumenta il rischio di nascite pretermine e di nati morti. Alcune donne possono avvertire un miglioramento dei sintomi durante la gravidanza, mentre altre subiscono riacutizzazioni e problemi aggiuntivi.
    Anche alcuni farmaci per il trattamento delle malattie autoimmuni possono risultare pericolose per il feto.
  • Malattie della tiroide; malattie della tiroide fuori controllo, con iper o ipoattività di questa piccola ghiandola del collo i cui ormoni regolano la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa, possono causare problemi al feto, come insufficienza cardiaca, peso insufficiente e difetti congeniti.
  • Infertilità; vari studi hanno riscontrato che donne che assumono farmaci che aumentano le probabilità di gravidanza sono significativamente più a rischio di complicanze di quelle che rimangono incinte senza assistenza. Queste complicanze spesso interessano la placenta (l’organo che collega il feto e la madre) e il sanguinamento vaginale.
  • Obesità; l’obesità può rendere una gravidanza più difficile, aumentando le probabilità di sviluppare il diabete in gravidanza, che può esporre a parti difficili. D’altra parte, alcune donne pesano troppo poco per la propria salute e per quella del feto in via di sviluppo. Nel 2009, l’Institute of Medicine (ente statunitense preposto alle raccomandazioni sanitarie) ha aggiornato i dati relativi all’incremento di peso suggerito in gravidanza. Le nuove raccomandazioni dell’American College of Obstetricians and Gynecologists (società americana di ostetricia e ginecologia) indicano che le donne sovrappeso e obese potrebbero addirittura prendere meno peso rispetto a tali indicazioni e dare comunque alla luce bambini sani.
  • HIV/AIDS; questo virus distrugge le cellule del sistema immunitario, riducendo la capacità di resistere alle infezioni e ad alcuni cancri. Il virus può essere trasmesso dalla madre al feto durante la gravidanza; la trasmissione può avvenire anche durante il travaglio, il parto o l’allattamento al seno. Per fortuna, esistono trattamenti efficaci per ridurre la diffusione dell’HIV da madre a feto, neonato o lattante. Le donne con cariche virali molto basse possono partorire per via vaginale con rischi di trasmissione molto bassi. Donne con cariche virali (quantità misurata di HIV attivo nel sangue) maggiori potranno optare per un parto cesareo, che riduce il rischio di trasmettere l’HIV al nascituro durante il travaglio e il parto. Cure prenatali precoci e regolari sono importanti. Le donne che prendono farmaci per l’HIV e ricorrono al parto cesareo possono ridurre il rischio di contagio al 2%.

Età

  • Gravidanza in adolescenti; sotto i venti anni, la gravidanza espone maggiormente al rischio di sviluppare ipertensione arteriosa e anemia (carenza di globuli rossi sani nel sangue) e a partorire prima del termine. Queste donne molto giovani possono anche essere state esposte a malattie o infezioni a trasmissione sessuale che potrebbero incidere sulla gravidanza. In gravidanza, possono ricorrere meno frequentemente alle cure prenatali, non sottoporsi a visite mediche di valutazione dei rischi e controllo dello stato di salute e non capire quali farmaci o sostanze possono usare.
  • Prima gravidanza dopo i 35 anni; primipare con più di 35 anni possono avere gravidanze normali, ma la ricerca scientifica indica che queste donne hanno un rischio maggiore di:
    • Parto cesareo (procedura chirurgica in cui il neonato viene estratto dall’addome materno tramite un’incisione)
    • Complicanze durante il parto, compresi sanguinamenti eccessivi durante il travaglio
    • Travaglio prolungato (oltre 20 ore)
    • Travaglio che non progredisce
    • Neonati con malattie congenite, come la sindrome di Down.

Stile di vita

  • Assunzione di alcolici in gravidanza; l’alcool arriva direttamente al feto tramite il cordone ombelicale. I centri per il controllo e la prevenzione delle malattie raccomandano che le donne incinte evitino bevande alcoliche durante la gravidanza o mentre cercano di rimanere incinte. Durante la gravidanza le donne che bevono sono più a rischio di aborti spontanei o di nati morti. Aumentano anche i rischi di difetti congeniti e di sindromi feto-alcoliche. Queste ultime sono un gruppo di disturbi fetali associati all’assunzione di alcolici in gravidanza.
    Causano caratteristiche facciali anomale, statura piccola e peso corporeo ridotto, disturbi iperattivi, disabilità intellettive e problemi della vista o dell’udito.
  • Fumo di sigaretta in gravidanza; il fumo espone il feto al rischio di nascita pretermine, ad alcuni difetti congeniti e alla sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS, dall’inglese Sudden Infant Death Syndrome). Anche il fumo passivo rappresenta un rischio per la salute della donna e del feto in via di sviluppo.

Condizioni della gravidanza

  • Gravidanza gemellare; una gravidanza con due, tre o più feti, ossia gemellare, aumenta il rischio di parto prematuro (prima di 37 settimane). Gravidanze dopo i 30 anni e l’assunzione di farmaci per la fertilità sono condizioni che sono state associate alle nascite gemellari. Tre o più feti aumentano le probabilità che una donna debba partorire tramite intervento cesareo. Gemelli e trigemini hanno maggiori probabilità di essere più piccoli rispetto a feti singoli. In caso di nascita prematura, saranno a maggior rischio di difficoltà respiratorie.
  • Diabete gestazionale; noto anche come diabete mellito gestazionale o diabete in gravidanza, è la forma di diabete che si sviluppa per la prima volta durante una gravidanza. Molte donne possono avere gravidanze normali se gestiscono il loro diabete seguendo una dieta e il piano di trattamento fornito dal proprio medico. Un diabete gestazionale fuori controllo aumenta il rischio di travaglio e parto pretermine, preeclampsia e ipertensione arteriosa.
  • Preeclampsia e eclampsia; la preeclampsia è una sindrome connotata dall’aumento della pressione arteriosa dopo la ventesima settimana di gravidanza. Può danneggiare reni, fegato e cervello della madre. Se non trattata, può essere fatale per la madre e/o il feto e dare problemi di salute cronici. L’eclampsia è una forma di preeclampsia più grave, caratterizzata da convulsioni e coma della gestante.

Diagnosi

Buone cure prenatali aiuteranno a stabilire il potenziale di una gravidanza ad alto rischio. Il medico raccoglierà la storia medica della donna ed eseguirà una valutazione per determinare se esistono elementi per ritenere che andrà incontro a una gravidanza a rischio. Il continuo monitoraggio della salute fisica e delle abitudini personali aiuterà il medico a identificare eventuali problemi che si manifestino in gravidanza.

Una donna con una gravidanza ad alto rischio sarà inoltre verosimilmente assistita da un team sanitario speciale per assicurare che porti a termine il o i feti.

Più una donna ha fattori di rischio, più è probabile che lei e il suo feto siano a rischio durante la gravidanza e alla nascita. Per alcuni di questi fattori, sono disponibili statistiche.

  • Ipertensione arteriosa: in base alle statistiche elaborate dal National Heart, Lung and Blood Institute (istituto nazionale cuore, polmone e sangue), negli Stati Uniti il 6 – 8% delle donne gravide svilupperà ipertensione arteriosa. Di queste, il 70% sarà alla prima gravidanza.
  • Preeclampsia: negli Stati Uniti, la preeclampsia colpisce circa il 3 – 5% delle gravidanze, e globalmente il 5 – 10% di tutte le gravidanze. La maggioranza dei casi si sviluppa a termine.
  • Nascite gemellari: il National Center for Heart Statistics (centro nazionale per la statistica sanitaria) ha segnalato un aumento delle nascite gemellari del 76% (da 19 a 33 nascite ogni mille) tra il 1980 e il 2009. Nelle donne da 35 a 39 anni, le nascite gemellari sono salite del 100% e, a partire dai 40 anni, di oltre il 200%. L’incremento delle nascite gemellari è dovuto in parte a trattamenti per la fertilità, specie nelle donne dopo i 35 anni.
  • Diabete gestazionale: secondo i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (Centers for Disease Control and Prevention, abbreviati in CDC), il diabete gestazionale interessa il 2 – 10% delle gravidanze.
  • Età tra i 40 e i 44 anni: il CDC ha inoltre riferito che l’incidenza di parti in donne quarantenni è arrivata nel 2010 a 10,2 per mille donne, il dato più alto registrato dal 1967. Questo incremento è attribuibile almeno in parte al maggior ricorso alle tecniche di riproduzione assistita (trattamenti per la fertilità).

Cura

Il trattamento varia secondo i fattori di rischio.

Ipertensione arteriosa

Durante la gravidanza, possono essere necessarie alcune modifiche della terapia anti-ipertensiva. Il medico può inoltre fornire consigli sul modo migliore per tenere la pressione arteriosa sotto controllo. Tra le raccomandazioni, ci possono essere suggerimenti come la riduzione del sale nella dieta e la pratica regolare di attività fisica.

Diabete gestazionale

Il diabete gestazionale (ossia, insorto in gravidanza) aumenta il rischio di complicanze in gravidanza, tuttavia molte donne hanno gravidanze e neonati sani perché si attengono alla dieta e al piano di trattamento stabiliti dal medico. Una donna con diabete gestazionale dovrebbe:

  1. Conoscere e tenere sotto controllo i livelli della glicemia. La glicemia può essere monitorata dalla donna stessa, misurandola varie volte al giorno.
  2. Seguire una dieta sana. Il medico consiglierà lo sviluppo di un piano con la dieta migliore per ogni gestante.
  3. Mantenere un peso corporeo sano. L’incremento sano del peso corporeo dipende dal peso della donna prima della gravidanza. È importante monitorare sia il peso complessivo che il suo incremento settimanale.
  4. Annotare giornalmente la dieta, l’attività fisica e la glicemia. Una donna con diabete gestazionale dovrà segnarsi glicemia, attività fisica e l’assunzione di qualunque cibo o bevanda in un diario giornaliero.

Alcune donne con diabete gestazionale dovranno anche assumere farmaci, come compresse ipoglicemizzanti orali o insulina, per riuscire a gestire il diabete.

Trattamento dell’HIV

L’infezione HIV può essere trasmessa dalla madre al feto durante la gestazione e il parto, nonché durante l’allattamento, ma il trattamento può prevenire il contagio.

Prevenzione della gravidanza ad alto rischio

Mantenersi in salute è il modo migliore di abbassare il rischio di avere una gravidanza difficile. Molti medici raccomandano che le donne che pianificano una gravidanza si sottopongano ad una valutazione per sincerarsi di essere in buona salute preconcezionale. Durante la gravidanza, esistono comunque misure da adottare per ridurre il rischio di problemi specifici:

  • Assumere almeno 400 microgrammi di acido folico (un tipo di vitamina B) al giorno, prima e durante la gravidanza.
  • Procurarsi uno stato immunitario adeguato.
    Mantenere un peso corporeo ideale, seguire una dieta sana, praticare regolarmente attività fisica ed evitare il fumo, l’alcool o l’uso di droghe.
  • Cominciare i controlli medici all’inizio della gravidanza e andare dal medico regolarmente, come pianificato, per tutta la gravidanza.

Gravidanza ad alto rischio: altre domande e risposte

Come sapere se la propria gravidanza sarà o meno ad alto rischio?

Se si sta pianificando una gravidanza o se si è già incinta, consultare il proprio medico. Quest’ultimo controllerà la storia medica ed eseguirà esami per stabilire le probabilità di una gravidanza ad alto rischio.
Il medico aiuterà a stabilire un piano per ridurre i rischi durante la gravidanza.

Come prendersi cura ottimale di sé stesse e del feto durante la gravidanza?

Ci si può prendere cura di sé e del feto durante la gravidanza mangiando sano, evitando droghe, non fumando, non bevendo alcolici, praticando regolarmente attività fisica, assicurandosi buone cure prenatali e seguendo le raccomandazioni del proprio medico.

In caso di diabete gestazionale, il diabete persiste anche dopo la gravidanza?

Generalmente, se il diabete insorge durante la gravidanza, regredirà dopo il parto, tuttavia il diabete gestazionale può aumentare il rischio di sviluppare il diabete nel corso della vita. Uno studio recente, commissionato dal NIH, ha riscontrato che una dieta sana dopo la gravidanza può aiutare a prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 2 nelle donne che hanno avuto diabete gestazionale.

Una primipara con più di 35 abbu ha maggiori probabilità di necessitare il parto cesareo?

Il solo fatto di essere più in là con gli anni non è sinonimo di parto cesareo, tuttavia una donna meno giovane ha maggiori probabilità di avere una gravidanza ad alto rischio

Fonte: nichd.nih.gov, traduzione a cura della Dr.ssa Barbara Greppi

Aborto precoce ed ovulo chiaro: cause e sintomi

Definizione

L’aborto precoce è un’esperienza molto dolorosa, che può essere ancora peggiore se non capite il linguaggio che a volte i medici usano per spiegarvi che cosa sia successo.

La confusione e il disagio possono aumentare ancor di più, perché sono usate diverse espressioni per dire la stessa cosa. Quest’articolo spiega che cosa sia un aborto precoce e quali siano le parole usate dai medici.

L’aborto precoce o gravidanza anembrionica è un aborto che si verifica quando l’ovulo fecondato si impianta nell’utero, ma non si sviluppa e non diventa un embrione.

È anche detto uovo chiaro, perdita dell’embrione o aborto spontaneo precoce, ed è una causa frequente di insuccesso precoce della gravidanza. Spesso si verifica nelle primissime fasi della gestazione, quando ancora non ci si è rese conto di essere incinte (può essere una causa della gravidanza biochimica).

La gravidanza anembrionica è una causa frequente di aborto spontaneo precoce, cioè di aborto che si verifica spontaneamente nelle prime 23 settimane di gravidanza.

Quando si rimane incinta l’ovulo fecondato si attacca alla parete dell’utero e tra le 5-6 settimane di gravidanza l’embrione dovrebbe essersi formato; nella gravidanza anembrionica, invece, il sacco vitellino si forma e cresce, ma al suo interno non c’è l’embrione.

Cause

  • Perché avviene?
  • È possibile prevenirlo?

L’aborto precoce spesso è causato da problemi a livello dei cromosomi, cioè delle strutture che contengono i geni, dovuti a ovuli o spermatozoi di bassa qualità, oppure può anche essere causata da anomalie nella divisione cellulare. In entrambi i casi l’organismo interrompe spontaneamente la gravidanza perché capisce che c’è un’anomalia.

I due terzi circa degli aborti precoci sono causati da anomalie cromosomiche.

È importante sottolineare che l’aborto precoce non avviene perché la gestante sbaglia qualcosa ed è quasi impossibile da prevenire. Nella maggior parte delle donne, la gravidanza anembrionica si verifica una volta sola.

Sintomi

La gravidanza anembrionica all’inizio ha gli stessi segni di una gravidanza normale. Ad esempio il test di gravidanza può essere positivo e possono non esserci le mestruazioni. Nella gravidanza anembrionica, tuttavia, i livelli ormonali continuano a essere elevati per un certo periodo di tempo anche quando l’embrione ha smesso di svilupparsi e non esiste più, quindi i test possono continuare a essere positivi e la gestante può avvertire tutti i segni di una gestazione in atto.

In seguito, però, compaiono i sintomi dell’aborto, ad esempio:

  • Crampi addominali,
  • Spotting o sanguinamento vaginale anomalo,
  • Mestruazione più abbondante del normale.

Se avvertite uno di questi sintomi può essere l’inizio di un aborto precoce, tuttavia non tutti i sanguinamenti vaginali nel corso del primo trimestre sono sintomo di aborto. Se avvertite uno o più di questi sintomi, rivolgetevi comunque al ginecologo od al Pronto Soccorso.

Diagnosi

Un ovulo bianco spesso viene confuso con una gravidanza normale, perché il test di gravidanza rimane positivo e continuano ad esserci i segni di una gravidanza in atto.

Proprio per questo di solito è necessario effettuare un’ecografia per diagnosticare la gravidanza anembrionica, cioè per confermare che il sacco vitellino è vuoto.

Che cosa succede dopo la diagnosi?

Se avete ricevuto la diagnosi di gravidanza anembrionica, dovete concordare con il ginecologo il da farsi.

  • Alcune donne si sottopongo un intervento detto raschiamento (o dilatazione e curettage). Quest’intervento chirurgico consiste nella dilatazione del collo dell’utero e nella rimozione del contenuto per rimuovere immediatamente tutti i tessuti residui, quindi può essere d’aiuto dal punto di vista psicologico e fisico. Può anche essere utile se volete far esaminare i tessuti da un patologo per capire perché si è verificato l’aborto precoce.
  • Un’altra possibilità è l’uso di un farmaco come il misoprostol, a domicilio sotto controllo medico. In questo caso, però, l’organismo può impiegare alcuni giorni per espellere tutti i tessuti. Con questo farmaco, ci può essere un sanguinamento maggiore e maggiori effetti collaterali. Con entrambe le metodologie di intervento la paziente può avvertire dolore o crampi che devono essere curati.
  • Altre donne preferiscono evitare l’intervento chirurgico o medico e scelgono di lasciar espellere i tessuti al proprio organismo naturalmente.

Si tratta di una decisione personale, che va comunque presa con l’aiuto del ginecologo.

Prevenzione

Sfortunatamente nella maggior parte dei casi non è possibile prevenire l’aborto precoce da gravidanza anembrionica.

Alcune coppie eseguono i test genetici, se si verificano diversi casi di aborto precoce, ma si tratta in genere di un episodio che si verifica una volta sola e solo raramente si ripete.

La maggior parte dei medici consiglia di attendere almeno 1-3 cicli mestruali regolari prima di cercare di nuovo di concepire un figlio dopo questo tipo di aborto (se molto precoce può non essere necessario).

Si possono avere diversi aborti precoci?

In teoria sì, ma è un’eventualità rara. La gravidanza anembrionica è un evento raro e la maggior parte delle donne in seguito riesce ad avere un figlio sano con una gravidanza senza problemi.

Mi hanno detto che non c’era nessun bambino. Ma io avevo tutti i segni della gravidanza e il test di gravidanza era positivo.

I sintomi come l’ingrossamento e il dolore al seno, la nausea e la stanchezza sono causati dall’innalzamento del livello degli ormoni della gravidanza nell’organismo. Da soli non sono sufficienti per capire se il bambino si sta sviluppando correttamente oppure no. Sfortunatamente in questo tipo di aborto i livelli ormonali possono continuare a rimanere elevati per diverso tempo dopo che l’embrione ha cessato di svilupparsi, quindi i test di gravidanza possono continuare a essere positivi e possono continuare ad esserci i segni della gravidanza.

Se non c’era nessun bambino, perché mi sento così triste dopo aver abortito?

Non esistono regole che impongono come ci si debba sentire dopo un aborto precoce. Sei stata incinta, e con ogni probabilità avevi iniziato a pensare al bambino e a fare progetti per il futuro. Anche se hai scoperto che il bambino è venuto a mancare proprio all’inizio della gravidanza, la sensazione di perdita e la tristezza sono reali, specialmente se non ti sei resa conto che qualcosa non andava.

Traduzione di Elisa Bruno

Fonti principali:

AIDS ed HIV: rimanere incinta e gestire la gravidanza

Introduzione

Le coppie sierodiscordanti sono quelle composte da due partner con diverso status HIV: uno dei partner è sieropositivo mentre l’altro è sieronegativo. Essere sierodiscordanti non impedisce di avere una relazione di lungo periodo, di amarsi e di avere rapporti. Per descrivere questo tipo di situazione vengono anche usate altre espressioni:

  • coppia discordante,
  • coppia sierodivergente,
  • coppie sieropositiva/sieronegativa.

Le coppie sierodiscordanti possono avere rapporti sicuri?

Nelle coppie sierodiscordanti la possibilità dell’infezione da HIV è una realtà costante. Il rischio è sempre presente, ma è possibile minimizzarlo.

Se fate parte di una coppia sierodiscordante e avete rapportI sessuali (anali, orali o vaginali) potete proteggervi dall’HIV e dalle altre malattie sessualmente trasmissibili usando il preservativo e il dental dam (diga dentale o fazzoletto di lattice) nel modo corretto e a ogni rapporto.

Se siete sieropositivo e il vostro partner è sieronegativo, potete diminuire il rischio di trasmettere l’HIV al partner se seguite la terapia antiretrovirale. Assumere tutti i farmaci indicati dal medico al momento giusto può essere utile per diminuire il carico virale nei fluidi corporei e quindi il rischio di trasmettere l’HIV al partner. Ricordate, però, che il rischio di trasmettere l’HIV al partner continua a esserci anche quando il carico virale è basso, quindi è fondamentale usare sempre il preservativo e avere rapporti sicuri. Se vi iniettate qualche farmaco, non condividete le siringhe, la soluzione o il materiale che usate con altre persone, perché l’HIV si può trasmettere tramite sangue infetto.

Se siete sieronegativo e il vostro partner è sieropositivo, è fondamentale usare sempre il preservativo e avere rapporti sicuri. Se la relazione con il partner è stabile, potete aiutarlo ricordandogli di assumere tutti i farmaci necessari al momento giusto. Se si attiene alla terapia, infatti, riuscirà a diminuire il carico virale e quindi il rischio di trasmissione dell’HIV. Vi consigliamo inoltre di rimanere aggiornati sugli sviluppi della profilassi pre-esposizione (PrEP). Le ricerche non consigliano ancora di usare la PrEP per prevenire l’infezione da HIV, ma le scoperte più recenti indicano che potrebbe diventare un metodo di prevenzione da affiancare al preservativo, ai rapporti sicuri e agli altri metodi di prevenzione già disponibili. Vi ricordiamo, tuttavia, che i metodi di prevenzione attuali sono e rimarranno fondamentali.

Sono sano e il mio partner è sieropositivo. Devo fare regolarmente gli esami per l’HIV? Con quale frequenza?

Sì. Il CDC consiglia a chi è esposto a un alto rischio di contagio di ripetere l’esame almeno una volta all’anno. Il medico però potrebbe consigliarvi di ripetere l’esame con una frequenza maggiore.

Posso condividere i sex toy con il mio partner?

No. Condividere i sex toy fa aumentare il rischio di contagio per le malattie sessualmente trasmissibili (MST), e quindi anche per il virus HIV. Se scegliete di condividerli, è fondamentale coprirli con un preservativo nuovo, pulirli accuratamente seguendo le indicazioni riportate sulla confezione, e cambiare il preservativo prima di cederli al partner. Se sapete che voi o il vostro partner siete sieropositivi o avete una malattia sessualmente trasmessa, è più facile e più sicuro non condividere nulla.

Se sono sieropositivo posso diventare genitore?

La risposta è sì: anche se siete sieropositivi, l’HIV non vi deve impedire di pensare alla maternità o alla paternità. Sia per gli uomini sieropositivi sia per le donne sieropositive, ci sono diverse possibilità per diventare genitori.

  • Se siete una donna sieropositiva e aspettate già un figlio, oppure volete avere un bambino, chiedete consiglio al medico. Esistono farmaci da assumere durante la gravidanza e il parto che sono in grado di impedire la trasmissione dell’HIV al bambino.
  • Se siete un uomo sieropositivo e volete avere un figlio, avete diverse possibilità. La più nota è il lavaggio dello sperma. Le altre possibili tecniche sono l’inseminazione artificiale con lo sperma di un donatore e l’adozione.

HIV e gravidanza

Se siete sieropositiva e aspettate un figlio, andate dal ginecologo il prima possibile. Se non avete mai assunto i farmaci antiretrovirali, potete iniziare ad assumerli in tutta sicurezza all’inizio del secondo trimestre (alla dodicesima settimana).

Se siete già in terapia antiretrovirale e avete appena scoperto di essere incinta, andate immediatamente dal ginecologo per capire se la vostra terapia è quella più sicura per il bambino. In molti casi potrete continuare con la terapia a cui eravate abituate, ma prima, dovete capire insieme al medico quali possibilità avete e scegliere la terapia migliore.

La cosa migliore da fare è continuare la terapia antiretrovirale per tutta la gravidanza, ma la terapia può continuare durante il travaglio e il parto. Ricordate di dire al personale dell’ospedale in cui partorite che siete sieropositive, così potranno darvi una terapia per proteggere il bambino.

Lavaggio dello sperma

Il lavaggio dello sperma è un processo in cui lo sperma viene privato del virus HIV e poi si procede all’inseminazione artificiale. È un modo per aiutare le coppie sierodiscordanti, quelle cioè in cui uno solo dei partner è sieropositivo, a concepire un figlio senza che il padre contagi la madre o il bambino.

Il lavaggio dello sperma sembra in grado di far diminuire in modo significativo il rischio di contagio da HIV dall’uomo sieropositivo alla donna sieronegativa, tuttavia si tratta di una procedura controversa. Nel 1990 il CDC ha sconsigliato di effettuare il lavaggio dello sperma, citando un caso in cui una donna, che prima era sieronegativa, è stata scoperta essere sieropositiva dopo l’inseminazione con lo sperma sottoposto a lavaggio del marito sieropositivo. Questa notizia non è mai stata smentita.

Ricerche più recenti indicano che il lavaggio dello sperma è sicuro, a patto che sia effettuato da personale medico competente. Per ulteriori informazioni, potete consultare il numero di settembre 2007 di AIDS: Official Journal of the International AIDS Society.

Sono sieropositiva: mio figlio sarà sano?

Le madri sieropositive possono contagiare il figlio con il virus HIV. Questa modalità di contagio è detta trasmissione madre-figlio, trasmissione perinatale o verticale. La madre sieropositiva può contagiare il figlio in tre modi:

  • durante la gravidanza,
  • durante il parto naturale,
  • con l’allattamento al seno.

Con una terapia adeguata e sotto lo stretto controllo dei medici, le madri sieropositive possono diminuire in modo significativo il rischio di trasmettere il virus HIV ai figli.

Rischi durante la gravidanza e il parto

Se la madre sieropositiva non riceve la terapia contro il virus HIV durante la gravidanza, il travaglio o il parto, ha il 25% di rischio di trasmettere il virus al figlio. 1 bambino su 4, cioè, rischia di diventare sieropositivo.

Tuttavia non bisogna cedere agli allarmismi: esistono infatti i farmaci antiretrovirali in grado di proteggere i bambini dal contagio. Se la madre sieropositiva riceve i farmaci antiretrovirali durante la gravidanza, il travaglio e il parto, mette al mondo il figlio con il parto cesareo e non lo allatta al seno, il rischio di contagiare il bambino diminuisce fino al 2 per cento massimo, cioè meno di 2 bambini su 100 vengono contagiati. I bambini appena nati, poi, devono ricevere terapie particolari che li proteggono dalla trasmissione del virus.

Ovviamente alcune donne scoprono di essere sieropositive solo poco prima del parto, ma esistono comunque terapie che possono aiutarle a proteggere i loro bambini. Se ricevono la terapia antiretrovirale durante il travaglio e il parto, ed evitano di allattare al seno, il rischio di trasmettere l’infezione al bambino può diminuire in modo significativo.

Mio figlio deve fare il test per l’HIV?

Se siete sieropositiva, anche vostro figlio deve fare il test che, però, è leggermente diverso dai test per l’HIV usati per gli adulti.

La maggior parte dei test per l’HIV riesce a individuare gli anticorpi del virus HIV, e non il virus vero e proprio. Questi esami, però, sono inutili per i bambini nati da madri sieropositive, perché gli anticorpi della madre passano nel sangue del bambino durante la gravidanza. Se la madre è sieropositiva, quindi, gli esami del bambino eseguiti con tecnica standard daranno esito positivo, anche quando il bambino in realtà è sano.

I medici usano test per l’HIV speciali sui bambini di età inferiore ai 18 mesi. Questi esami sono in grado di scoprire una minima quantità di virus nel sangue del bambino. Come minimo i figli di madri sieropositive dovrebbero ripetere l’esame tre volte:

  • Da 14 a 21 giorni dopo la nascita,
  • Da uno a due mesi d’età,
  • Da tre a sei mesi d’età.

In praticamente tutti I casi (95%), l’esame apposito per i bambini è in grado di scoprire se il bambino è stato colpito dall’HIV prima dei tre mesi d’età.

Anche se i risultati degli esami dicono che il bambino è sano e se avete seguito la terapia antiretrovirale durante la gravidanza il bambino deve essere seguito a lungo termine dai medici.

Cura e terapia

Il momento in cui iniziare la terapia contro l’HIV dipende dallo stato di salute generale, dalla compromissione delle funzioni dell’organismo e dalla fase della gravidanza in cui ci si trova.

In generale le donne sieropositive che non aspettano un figlio iniziano ad assumere i farmaci anti-HIV quando la conta dei linfociti T diventa inferiore ai 500/mm3 oppure se iniziano a soffrire di altre infezioni.

Le donne sieropositive che aspettano un figlio dovrebbero anche cercare di capire se hanno bisogno dei farmaci anti-HIV per salvaguardare la loro salute o soltanto per prevenire la trasmissione del virus al figlio. Nel primo caso

  • probabilmente già sono in terapia da prima della gravidanza,
  • probabilmente devono iniziare ad assumere i farmaci anti HIV quando inizia la gravidanza.

Le donne che invece devono assumere i farmaci anti-HIV solo per prevenire la trasmissione del virus al bambino, normalmente ricevono il consiglio di aspettare la fine del primo trimestre di gravidanza per iniziare la terapia; tuttavia iniziare i farmaci prima può essere più utile per diminuire il rischio di trasmissione madre-figlio.

Tutte le donne sieropositive dovrebbero entrare in terapia anti HIV all’inizio del secondo trimestre di gravidanza, mentre le donne che scoprono di essere sieropositive nelle ultime fasi della gravidanza dovrebbero iniziare la terapia il prima possibile.

Farmaci sicuri in gravidanza

Tutte le gestanti sieropositive dovrebbero ricevere un regime terapeutico (combinazione di farmaci) che comprenda almeno tre farmaci anti-HIV, ma i farmaci specifici da assumere dipendono dalle necessità della paziente. Per scegliere la terapia il medico esaminerà la vostra storia clinica e vi prescriverà gli esami del sangue per capire come state e in che stadio è la malattia. Il medico, inoltre, prenderà in considerazione:

  • Il motivo per cui dovete ricorrere alla terapia: per la vostra salute o unicamente per prevenire la trasmissione dell’HIV al bambino,
  • I cambiamenti del modo in cui l’organismo assorbe i farmaci durante la gravidanza,
  • I potenziali effetti collaterali dei farmaci anti-HIV sul bambino e in particolare il rischio di problemi del neonato.

Sono sieropositiva e in terapia. Ho appena scoperto che aspetto un figlio. Che cosa devo fare?

Le donne sieropositive che stanno seguendo una terapia, quando scoprono di essere incinte devono continuare a seguire la terapia fino a quando il medico non le visiterà. Interrompere la terapia può essere pericoloso sia per la futura madre sia per il bambino.

Se siete nel primo trimestre, dite immediatamente al medico se state assumendo il Sustiva (o l’Atripla, un farmaco anti HIV che contiene il Sustiva). Il Sustiva, da solo o come componente dell’Atripla, può causare malformazioni che si sviluppano durante i primi mesi di gravidanza. Il medico può consigliarvi alternative più sicure a questi farmaci. Dopo il primo trimestre, il Sustiva o l’Atripla possono essere usati senza pericolo di controindicazioni.

Chiedete al medico se sia necessario modificare la terapia: la gravidanza, infatti, può modificare il modo in cui l’organismo assorbe i farmaci, e quindi i dosaggi di alcuni farmaci probabilmente dovranno essere diversi nelle ultime fasi della gravidanza.

Se siete in terapia e il carico virale è superiore alle 500 unità/mL, la terapia che state seguendo potrebbe non essere efficace. Il medico vi consiglierà un esame per vedere se i farmaci fanno davvero effetto sul virus (test di farmacoresistenza) e userà i risultati dell’esame per scoprire quali sono i farmaci più efficaci nel vostro caso.

Sono stata in terapia con i farmaci anti HIV, ma poi l’ho interrotta. Che cosa devo fare?

Comunicate al medico il nome di tutti i farmaci anti HIV che avete usato in passato, i risultati dei test di farmacoresistenza e il motivo per cui avete interrotto la terapia. La vostra storia medica, i risultati dei test di farmacoresistenza passati e un’eventuale ripetizione degli esami aiuterà il vostro medico a scegliere una nuova terapia efficace e sicura.

Sia che abbiate seguito la terapia prima della gravidanza e poi l’abbiate interrotta, sia che stiate iniziandola solo ora, il medico:

  • vi spiegherà quali sono i rischi e i benefici dell’assunzione di farmaci anti HIV durante la gravidanza,
  • vi ricorderà che è importante assumere i farmaci seguendo scrupolosamente le sue indicazioni,
  • vi aiuterà a trovare tutti gli aiuti, sia sanitari sia di altro genere, di cui potreste avere bisogno per una gravidanza serena.

Fonti: (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Isterosalpingografia: preparazione, dolore, costo…

Introduzione

L’isterosalpingografia è l’esame radiologico dell’utero e delle tube che si avvale della fluoroscopia e di un mezzo di contrasto.

Le radiografie sono esami non invasivi che aiutano a diagnosticare e curare determinate patologie: le tecniche di diagnostica per immagini che si avvalgono dei raggi X espongono una parte dell’organismo a una dose minima di radiazioni ionizzanti per produrre immagini dell’interno dell’organismo.

La fluoroscopia è una tecnica radiografica particolare che permette di vedere gli organi interni in movimento: durante l’isterosalpingografia l’utero e le tube sono riempiti con un mezzo di contrasto idrosolubile e il radiologo può usare il fluoroscopio per vedere ed esaminare l’anatomia e la funzionalità degli organi.

Il costo dell’isterosalpingografia è molto variabile dal una struttura all’altra, a meno che non venga effettuata attraverso il Sistema Sanitario Nazionale in strutture pubbliche dove si paga esclusivamente un eventuale ticket; indicativamente in forma privata il costo varia tra i € 200 e € 300, ma con eccezioni anche sensibilmente più costose in alcuni centri avanzati.

Perchè viene effettuata

L’isterosalpingografia viene usata soprattutto come esame per le donne che hanno difficoltà a concepire, perché il radiologo può valutare la forma e la struttura dell’utero, l’apertura delle tube e le eventuali lesioni della cavità uterina o peritoneale (addominale).

Quest’esame può essere usato in caso di aborti ripetuti causati da problemi congeniti o acquisiti dell’utero, e per capire la gravità di questi problemi, ad esempio:

L’isterosalpingografia è anche usata per valutare l’apertura delle tube e per controllare gli effetti degli interventi chirurgici sulle tube, ad esempio:

  • blocco delle tube dovuto a infezioni o lesioni,
  • legatura delle tube,
  • chiusura delle tube durante l’intervento di sterilizzazione e di sterilizzazione inversa,
  • riapertura delle tube dopo la sterilizzazione o ostruzioni dovute a determinate patologie.

Preparazione

Si consiglia di eseguire l’isterosalpingografia una settimana dopo il ciclo, ma prima dell’ovulazione, per essere sicuri che la paziente non sia incinta durante l’esame.

L’esame non deve essere eseguito se si soffre di una patologia infiammatoria attiva, quindi se soffrite di un’infezione pelvica cronica o di una malattia sessualmente trasmessa non curata è opportuno informare il medico prima dell’esame.

La sera prima dell’esame dovrete assumere un lassativo o fare un clistere per svuotare l’intestino, in modo che durante l’esame si possano vedere chiaramente l’utero e le strutture circostanti.

Prima dell’esame vi sarà somministrato un leggero sedativo per minimizzare gli eventuali disagi. Alcuni medici prescrivono un antibiotico da assumere prima e/o dopo l’esame.

Dovete comunicare al medico tutti i medicinali che assumete e se soffrite di allergie, specialmente quelle al bario o ai mezzi di contrasto iodati. Informate anche il medico delle malattie di cui avete sofferto recentemente e delle altre eventuali patologie croniche.

Durante l’esame vi potrà essere richiesto di spogliarvi, in parte o completamente, e di indossare un camice. Dovrete anche togliere i gioielli, le protesi dentali, gli occhiali e qualsiasi oggetto di metallo o abito che potrebbe interferire con le immagini radiografiche.

È fondamentale informare il medico e il radiologo se c’è la possibilità di essere incinta, perché molti esami di diagnostica per immagini non vengono eseguiti durante la gravidanza per evitare di esporre il feto alle radiazioni. Se è necessaria una radiografia, verranno prese precauzioni per minimizzare l’esposizione del bambino alle radiazioni.

Attrezzatura

Per quest’esame vengono usati:

  • un tavolo radiografico,
  • un tubo radiografico
  • e un monitor, simile a un televisore, tutti collocati nell’ambulatorio.

Per vedere e guidare l’esame è impiegato il fluoroscopio, che converte i raggi X in immagini video. Il video è prodotto dal monitor e dal demodulatore sospeso sul tavolo su cui il paziente è sdraiato

Come funziona

I raggi X sono un tipo di radiazione, esattamente come la luce visibile o le onde radio. I raggi X sono in grado di attraversare gran parte degli oggetti, compreso il corpo umano. Quando l’attrezzatura concentra i raggi X sulla parte del corpo da esaminare, un leggero fascio di radiazioni attraversa l’organismo, registrando un’immagine su una pellicola fotografica o su un monitor apposito.

Il fluoroscopio impiega un fascio di raggi X continuo o pulsate per creare una sequenza di immagini proiettata su uno schermo a fluorescenza o su un monitor simile a un televisore. Se viene usata con un mezzo di contrasto, che definisce chiaramente la zona sotto esame facendola apparire più scura, questa speciale tecnica radiografica permette al medico di visualizzare le articolazioni o gli organi interni in movimento. Vengono inoltre catturate immagini statiche che vengono poi salvate su pellicola o su computer.

Fino a poco tempo fa le radiografie venivano conservate e consegnate su una pellicola, esattamente come avveniva per i negativi delle fotografie. Attualmente la maggior parte delle immagini viene salvata e consegnata al paziente in formato digitale. Le immagini in questo formato sono più accessibili e possono essere confrontate con più facilità con i risultati degli esami precedenti, per semplificare la diagnosi e la gestione della malattia.

Come avviene l’isterosalpingografia

Di solito quest’esame viene effettuato in ambulatorio.

L’isterosalpingografia assomiglia a una visita ginecologica, la paziente è sdraiata supina sul tavolo, con le gambe piegate e i piedi tenuti in alto da staffe e lo speculum inserito in vagina. Il collo dell’utero viene pulito e al suo interno è inserito un catetere. Lo speculum viene rimosso e la paziente viene collocata sotto il fluoroscopio. Il mezzo di contrasto inizia a riempire la cavità uterina, le tube e la cavità peritoneale, attraversando il catetere, e a questo punto vengono scattate le immagini fluoroscopiche.

In alcuni casi, se si evidenziano anomalie, la paziente viene lasciata a riposo per una mezz’ora, in modo da poter scattare altre immagini in un secondo momento. Questa seconda serie di immagini può essere fondamentale per capire la patologia se le prime immagini con il mezzo di contrasto si rivelano inutili. In alcuni casi può essere necessario ripetere l’esame il giorno successivo per controllare che non ci siano problemi alle ovaie.

Al termine dell’esame, il catetere viene rimosso e la paziente può sedersi.

Alla fine dell’esame, la paziente dovrà aspettare finché il radiologo non le comunicherà di aver acquisito tutte le immagini necessarie.

L’isterosalpingografia di solito dura circa mezz’ora.

E’ doloroso?

L’esame non è doloroso e di solito causa soltanto fastidi molto leggeri.

La paziente può avvertire un lieve disagio e leggeri crampi quando viene inserito il catetere e viene iniettato il mezzo di contrasto, ma di solito i fastidi sono di breve durata.

Ci può inoltre essere una lieve irritazione del peritoneo (la parte della cavità addominale) che provoca un dolore sopportabile al basso ventre: il fastidio comunque è minimo e di breve durata. La maggior parte delle donne presenta spotting vaginale per alcuni giorni dopo l’esame. Non allarmatevi: è normale!

Rapporti

  • E’ possibile avere rapporti dopo l’isterosalpingografia?
  • Quanto tempo serve aspettare?

Consiglio di valutare le risposte a queste domande con il ginecologo; secondo alcuni specialisti non è necessaria alcuna attesa (se non qualche ora per evitare di irritare le mucose) ed anzi avere rapporti immediatamente dopo l’esame può favorire una gravidanza, mentre altri ritengono che anche con la seppur bassa dose di radiazioni sia preferibile aspettare almeno il ciclo successivo prima di cercare nuovamente la gravidanza.

Risultati

Risultato isterosalpingografia

Risultato isterosalpingografia (http://www.flickr.com/photos/jemsweb/36702769/)

Le immagini sono analizzate dal radiologo, lo specialista in grado di esaminare e interpretare i risultati delle radiografie. Il radiologo consegna l’esito firmato al medico di famiglia o al medico di riferimento, con cui potrete parlare dei risultati.

Potrebbero essere necessari esami di follow-up: il medico vi spiegherà perché dovrete eseguirli. In alcuni casi viene eseguito un esame di follow-up per chiarire con ulteriori immagini o con un’altra tecnica di diagnostica per immagini risultati sospetti o non chiari.

In altri casi può servire per tenere sotto controllo i cambiamenti di un problema nel tempo.

Gli esami di follow-up sono quasi sempre il modo migliore per capire se la terapia funziona o se il problema di cui soffrite rimane stabile.

Vantaggi e limiti

Vantaggi

  1. L’isterosalpingografia è un esame poco invasivo che presenta complicazioni solo in rari casi.
  2. E’ un esame relativamente breve che può fornire informazioni utili su un’ampia gamma di problemi che causano infertilità o aborti spontanei.
  3. L’isterosalpingografia, in alcuni casi, può aprire le tube bloccate, permettendo alla paziente di concepire.
  4. Dopo la radiografia non rimangono radiazioni nell’organismo della paziente.
  5. I raggi X di solito non hanno effetti collaterali nel range diagnostico tipico di quest’esame.
  6. L’esposizione eccessiva alle radiazione provoca un leggero aumento del rischio di tumore, tuttavia i benefici ottenuti tramite la diagnosi accurata sono molto superiori ai rischi.

Svantaggi

  1. In caso di patologie infiammatorie croniche, infezioni pelviche o malattie a trasmissione sessuale non curate, ricordate di informare il medico o il radiologo prima dell’esame per evitare che l’infezione peggiori.
  2. In caso di sospetta gravidanza, è fondamentale informare il medico o il radiologo.

Minimizzare l’esposizione alle radiazioni

Durante le radiografie si presta particolare cautela a usare la dose di radiazioni minima per ottenere immagini più accurate possibili. Organismi nazionali e internazionali rivedono e aggiornano costantemente gli standard usati dai radiologi professionisti.

Le moderne apparecchiature radiografiche hanno la possibilità di controllare attentamente i fasci di radiazioni e la loro dose per minimizzare la dispersione delle radiazioni: in questo modo le parti del corpo della paziente che non vengono esaminate ricevono un’esposizione minima alle radiazioni.

Limiti

L’isterosalpingografia serve soltanto per visualizzare l’interno del’utero e delle tube; le anomalie delle ovaie, delle pareti uterine e delle altri organi della zona pelvica devono essere esaminate con la risonanza magnetica o con l’ecografia.

I problemi di infertilità possono essere dovuti a cause non diagnosticabili con l’isterosalpingografia, come ad esempio le anomalie nello spermiogramma o l’impossibilità dell’ovulo fecondato di impiantarsi nell’utero.

Fonte Principale: Radiology.info (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Alimenti vietati e cibi da evitare in gravidanza

Se la futura mamma si alimenta correttamente il bambino riceverà tutte le sostanze nutritive necessarie per crescere e svilupparsi in modo sano.

Una dieta sana e bilanciata comprende:

  • proteine (carni, pollame, pesce, legumi),
  • carboidrati (cereali, pane, pasta, riso),
  • latte e derivati (formaggi),
  • frutta,
  • verdura.

La maggior parte di questi alimenti è sicura e dovrebbe entrare a comporre la dieta sana consigliata per la gravidanza, tuttavia alcuni alimenti (come certi tipi di pesce, alcuni formaggi molli, alcuni tipi di carne pronta ed i germogli crudi) potrebbero presentare dei rischi se consumati durante la gravidanza.

La gestante dovrebbe conoscere i cibi a rischio, in modo da poter scegliere gli alimenti più sicuri per se stessa e per il bambino.

Quali sono gli alimenti vietati durante la gravidanza?

  • Pesce crudo, in particolare i crostacei.
  • Uova strapazzate e alimenti cucinati con uova crude o poco cotte.
  • Succhi di frutta non pastorizzati.
  • Germogli crudi, in particolare quelli di erba medica.
  • Formaggi molli non pastorizzati, come il brie, la feta, il Camembert, il Roquefort, il gorgonzola, le tome e i tomini freschi.
  • Latte non pastorizzato e alimenti a base di latte non pastorizzato.
  • Fegato.
  • Integratori, tisane e tè a base di estratti vegetali (è invece ammesso il tè tradizionale, meglio se decaffeinato).
  • Pesce che potrebbe contenere un’alta quantità di mercurio, come lo squalo, il pesce spada e lo sgombro.
  • Pesce, carne e hot dog crudi o non ben cotti. Gli affettati crudi (come il prosciutto crudo) potrebbero causare intossicazioni alimentari.
  • Paté, salse a base di carne o pesce affumicato, in vendita in gastronomia o nel banco frigo del supermercato. Le versioni confezionate di questi prodotti, invece, sono sicure.

Pesce e mercurio

Il pesce è ricco di proteine e di alcune vitamine, ma povero di grassi.

Ricerche recenti indicano che il pesce (soprattutto i tipi che contengono gli acidi grassi omega 3, come tutte le specie di pesce azzurro) può essere utile per lo sviluppo cerebrale del feto e può diminuire il rischio di parto prematuro, proprio per questo rappresenta una scelta sana per le gestanti.

Il mercurio è un metallo normalmente presente nell’ambiente. Può essere rilasciato nell’aria dagli scarichi industriali inquinanti. Quando il mercurio contamina gli animali acquatici, i batteri lo trasformano in una forma più pericolosa di quella normale (metilmercurio) che si accumula nei tessuti grassi del pesce. Tracce di mercurio sono presenti in quasi tutti i tipi di pesce, tuttavia i pesci predatori più grandi, come il pesce spada e lo squalo, ne accumulano una maggior quantità perché si nutrono di pesci più piccoli e vivono più a lungo rispetto alle loro prede (quindi hanno più tempo per accumulare il mercurio).

Le gestanti non dovrebbero consumare pesce ricco di mercurio, come lo squalo, il pesce spada, il maccarello e lo sgombro. Possono invece consumare fino a 350 grammi a settimana di pesce a basso contenuto di mercurio, come i gamberetti, il salmone, il merlano, il pesce gatto e il tonno in scatola al naturale. Si sconsiglia invece di consumare più di 170 grammi a settimana di tonno bianco, perché questo tipo di pesce contiene più mercurio rispetto al tonno in scatola al naturale.

Tra i tipi di pesce ricchi di omega 3 e poveri di mercurio ricordiamo il salmone, l’aringa, le acciughe, le sardine e la trota. Seguendo questi consigli, le gestanti possono assicurarsi tutti i vantaggi per la salute garantiti dal pesce, riducendo l’esposizione del bambino al mercurio. L’eccesso di mercurio può danneggiare il feto o il sistema nervoso del neonato che si sta sviluppando.

Pesce crudo

Durante la gravidanza è consigliabile non consumare pesce crudo o essiccato (il pesce essiccato di solito non è ben cotto). Il pesce ed i crostacei crudi, come il sushi o il sashimi, o non ben cotti hanno una probabilità maggiore di contenere batteri rispetto a quello cotto.

Il pesce ben cotto si riconosce perché è opaco e si taglia facilmente con una forchetta; in alternativa, per capire se è ben cotto, il termometro da carne deve misurare una temperatura interna di almeno 63 °C.

Attenzione infine ai frutti di mare (ostriche e vongole) che potrebbero essere contaminati dagli scarichi industriali e potrebbero contenere microbi pericolosi, in grado di provocare gravi patologie gastrointestinali.

Latte e derivati, carni e listeriosi

Alcuni formaggi molli, alcuni tipi di piatti pronti a base di carne (ad esempio quelli in vendita in gastronomia e quelli a base di affettati) e il latte non pastorizzato (nonché i prodotti a base di latte non pastorizzato) possono causare la listeriosi, un’intossicazione alimentare. La listeriosi è causata da un batterio (Listeria monocytogenes) ed è particolarmente pericolosa durante la gravidanza.

Se la gestante contrae la listeriosi i rischio per la gravidanza sono molto elevati (aborto spontaneo, un parto prematuro, …). La maggior parte delle persone non avverte disturbi gravi se consuma prodotti contaminati dalla Listeria, tuttavia le donne in gravidanza corrono un rischio maggiore rispetto agli altri adulti sani di contrarre la listeriosi e di ammalarsi gravemente.

La listeriosi spesso si presenta con una serie di disturbi parainfluenzali che comprende febbre, dolori muscolari, brividi e, in alcuni casi, anche nausea o diarrea; può tuttavia evolvere in una forma potenzialmente letale di meningite (infezione delle membrane che rivestono il cervello, con sintomi come forte mal di testa e torcicollo) e in infezioni ematiche potenzialmente letali.

La gestante dovrebbe consultare il medico se avverte uno qualsiasi di questi sintomi. L’esame del sangue può essere utile per diagnosticare la listeriosi e, se la diagnosi venisse confermata, la paziente può essere curata con gli antibiotici, che in alcuni casi sono in grado di prevenire le infezioni letali che potrebbero provocare le gravi conseguenze viste.

La donna in gravidanza può proteggere dalla listeriosi sé stessa ed il bambino seguendo questi consigli della FDA:

  • Non consumare né hot-dog né i piatti pronti in vendita in gastronomia (compresi gli insaccati come il prosciutto, l’arrosto di tacchino, il salame e la mortadella), a meno che non siano ben cotti.
  • Non consumare il latte crudo o gli alimenti a base di latte crudo.
  • Non consumare i formaggi molli come la feta, il brie, il Camembert, il gorgonzola, il Roquefort, le tome e i tomini freschi, a meno che sull’etichetta ci sia scritto che sono prodotti con latte pastorizzato. I formaggi duri, quelli trattati, quelli cremosi e i fiocchi di latte possono essere consumati in tutta sicurezza.
  • Non consumare i paté o le salse a base di carne in vendita in gastronomia, perché la Listeria sopravvive anche alle basse temperature all’interno dei frigoriferi. I prodotti simili, però conservati e in scatola, sono sicuri.
  • Evitare il pesce affumicato in vendita nel banco frigo, a meno che non sia cotto. Il pesce in scatola e conservato, invece, è sicuro.

Germogli crudi e succhi non pastorizzati

I germogli crudi (come quelli di erba medica, di trifoglio, di soia e i rapanelli) e i succhi di frutta e di verdura freschi e non pastorizzati sono ricchissimi di vitamine. Sfortunatamente, però, possono contenere batteri patogeni (come la salmonella e l’E.coli), che li rendono poco sicuri per la gravidanza.

Negli adulti sani le infezioni da Salmonella e da E.coli di solito provocano diarrea, nausea, crampi addominali e febbre che continuano per diversi giorni. Le gestanti, a volte, possono ammalarsi in modo molto grave. In alcuni casi, inoltre, possono trasmettere l’infezione da salmonella o da E.coli al feto, che a sua volta può soffrire di diarrea, febbre e, più raramente, di meningite dopo la nascita.

Le gestanti dovrebbero consumare esclusivamente succhi pastorizzati.

Negli Stati Uniti la FDA impone ai produttori di succhi confezionati e non pastorizzati di apporre un’etichetta che indica che non sono pastorizzati.

Carne cruda e uova

La carne e le uova sono ricche di proteine e di alcuni tipi di vitamine e rappresentano una parte importante della dieta sana che ogni futura mamma dovrebbe seguire, tuttavia le gestanti dovrebbero cercare di non consumare carni e uova crude o non ben cotte perché potrebbero rischiare diverse intossicazioni alimentari (come la listeriosi, l’infezione da E.coli e Campylobacter, la salmonellosi e la toxoplasmosi).

La toxoplasmosi è un’infezione parassitaria che spesso rimane asintomatica, oppure si limita a causare lievi sintomi parainfluenzali; tuttavia, se ci si ammala durante la gravidanza, c’è circa il 50% di rischio di contagio per il feto. Alcuni neonati possono soffrire di problemi alla vista o all’udito, di disabilità intellettive, di convulsioni e di altri problemi. Se la toxoplasmosi è diagnosticata nel corso della gravidanza la terapia antibiotica spesso può essere utile per diminuire la gravità dei sintomi nel neonato.

Le future mamme potrebbero usare un termometro da alimenti per controllare che la carne e il pollame siano ben cotti, le temperature consigliate sono queste:

  • Arrosto o costolette di maiale: cottura ad almeno 63 °C.
  • Arrosto e bistecche di manzo, vitello e agnello: cottura ad almeno 63 °C.
  • Hamburger di manzo, vitello, agnello e maiale: cottura ad almeno 71 °C.
  • Tritata di pollame: cottura ad almeno 74 °C.
  • Petto di pollo: cottura ad almeno 77 °C.
  • Pollo intero: cottura ad almeno 82 °C.

Le uova, che potrebbero essere contaminate dalla salmonella, dovrebbero essere cotte finché sia il tuorlo sia la chiara si induriscono bene. Le gestanti dovrebbero evitare inoltre gli alimenti a base di uova crude o non ben cotte, come lo zabaione ed il tiramisù.

Fegato

Il consumo di fegato durante la gravidanza desta alcune preoccupazioni: è una buona fonte di proteine ed è ricco di alcune vitamine e minerali, tra cui:

  • l’acido folico, vitamina del gruppo B utile per prevenire alcune malformazioni fetali,
  • il ferro che serve per prevenire l’anemia,
  • la vitamina A che è necessaria per la crescita e lo sviluppo del feto.

Tuttavia, anche se la vitamina A è utile, il fegato potrebbe contenerne troppa.

Alcune ricerche indicano che l’eccesso di vitamina A potrebbe causare malformazioni fetali. Secondo l’Institute of Medicine (IOM), la RDA (dose giornaliera consigliata) di vitamina A per le gestanti è di 2.565 UI (unità internazionali) al giorno. In una ricerca del 1995, le donne che hanno assunto più di 10.000 UI di vitamina A al giorno (circa quattro volte la quantità consigliata dall’IOM) nei primi due mesi di gravidanza presentavano un rischio più che doppio del normale di mettere al mondo un figlio affetto da malformazioni. Altre ricerche hanno suggerito che le dosi inferiori alle 30.000 UI al giorno probabilmente non provocano malformazioni, ma la dose minima che potrebbe provocarle non è tuttora nota.

L’organismo sintetizza la vitamina A, se necessaria, a partire dal betacarotene, che si trova nelle verdure di colore giallo e verde. Questa forma naturale di vitamina A è del tutto sana e sicura durante la gravidanza, tuttavia l’eccesso di vitamina A sintetica (retinolo) può causare malformazioni fetali.

Il fegato è l’unico alimento che fornisce quantità molto alte di vitamina A. Ad esempio:

  • Una porzione di 80 g di fegato di manzo può contenerne 27.000 UI,
  • mentre una porzione da 80 g di fegato di pollo può contenerne 12.000 UI.

Se la gestante consuma regolarmente il fegato, può assumere una quantità di vitamina A sufficiente a danneggiare il bambino.

Non è dimostrato che il fegato sia la causa delle malformazioni fetali, ma il consiglio più sicuro per le gestanti è quello di ridurne il consumo al minimo indispensabile.

La futura mamma, inoltre, dovrebbe assicurarsi che l’integratore multivitaminico che assume non contenga più di 5.000 UI di retinolo (vitamina A sintetica).

Preparazione degli alimenti in gravidanza

Tutti dovrebbero fare attenzione alla contaminazione quando maneggiano e preparano gli alimenti, ma questo consiglio vale in particolare per le gestanti. La FDA consiglia di:

  • Lavarsi le mani con acqua calda e sapone prima e dopo aver maneggiato gli alimenti.
  • Lavare i taglieri, i piatti, gli utensili da cucina e i piani di lavoro con acqua calda e sapone dopo che sono entrati in contatto con la carne cruda, il pollame, il pesce, le uova o gli alimenti freschi non lavati.
  • Tenere lontani il pesce, la carne e il pollame crudi dagli alimenti pronti o cotti.
  • Lavare la frutta e la verdura con acqua corrente prima di consumarle. Rimuovere lo sporco in superficie con una spugna ruvida.
  • Togliere e buttare via le foglie più esterne dell’insalata e del cavolo.
  • Togliere le parti marce o non integre della frutta e della verdura (possono contenere batteri)
  • Congelare gli avanzi il prima possibile.
  • Non consumare alimenti cotti che sono stati fuori frigo per più di due ore.
  • Controllare che la temperature del frigo sia di 4 °C al massimo e quella del freezer sia al massimo di -17 °C per rallentare la proliferazione dei batteri.

Fonte principale: March of Dimes (traduzione a cura di Elisa Bruno)

Per rimanere incinta, come si fa?

In molti casi le donne che desiderano rimanere incinta si rivolgono a medici e ginecologi per avere consigli sulle pratiche sessuali e sullo stile di vita da adottare quando la coppia ha problemi di fertilità.

Attualmente non esistono linee guida o consigli basati su prove scientifiche certe, in occasione dell’uscita del mio libro dedicato proprio a questo tema (Scintilla di Vita – Cercare una gravidanza e rimanere incinta in modo naturale) cerchiamo quindi di ragionare sulla base degli studi disponibili nella letteratura scientifica per evidenziare comportamenti ed strategie che permettano di ottimizzare la possibilità di concepimento, nei casi in cui non ci siano motivi particolari per mettere in discussione la fertilità potenziale della coppia.

Introduzione

Per fertilità si intende la capacità di procreare, ossia di concepire una nuova vita.

In una donna, la probabilità di concepire un figlio rimane relativamente uguale da un ciclo all’altro, ma generalmente è maggiore nei primi mesi di rapporti non protetti e tende poi a diminuire in modo graduale; in altre parole, se il concepimento non avviene entro i primi tre mesi, la fecondabilità mensile (la probabilità mensile di avere una gravidanza) diminuisce considerevolmente nelle coppie che continuamo a cercare il concepimento.

Questo concetto all’apparenza un po’ difficile serve in realtà più semplicemente a spiegare che più passano i mesi e più sarà difficile (ma non impossibile!) che la donna rimanga incinta.

Tra età e fertilità

La fertilità non è uguale tra popolazioni diverse, ma per tutte diminuisce invecchiando, sia negli uomini sia nelle donne: gli effetti dell’invecchiamento, però, sono più rilevanti nelle donne. Anche se i parametri del liquido seminale declinano sensibilmente dopo i 35 anni, la fertilità maschile sembra non diminuire apprezzabilmente prima dei 50 anni circa.

Le donne che si avvicinano ai quarant’anni, al contrario, hanno una fertilità praticamente dimezzata rispetto alle donne di poco più di vent’anni.

Per questo motivo per le donne di età superiore ai 35 anni si può giungere ad un dubbio di infertilità dopo 6 mesi di tentativi; se dopo questo periodo non si è verificata una gravidanza, è buona norma rivolgersi al ginecologo (i mesi di attesa diventano invece almeno 12 per donne con meno di 35 anni).

Frequenza dei rapporti

Nell’ultimo decennio sono emerse numerose informazioni che, almeno in teoria, potrebbero essere utili per stabilire una frequenza ottimale dei rapporti.

Gli intervalli di astinenza superiori ai 5 giorni potrebbero avere conseguenze negative sul numero degli spermatozoi, mentre gli intervalli di astinenza di 2 giorni sono connessi a una concentrazione del tutto normale di spermatozoi.

Secondo una credenza molto diffusa, le eiaculazioni frequenti farebbero diminuire la fertilità maschile, tuttavia uno studio che ha analizzato circa 10.000 persone ha concluso che, negli uomini con una qualità dello sperma normale, la concentrazione e la motilità degli spermatozoi sono massimi se si eiacula tutti i giorni (ossia se si hanno rapporti tutti i giorni).

Gli intervalli di astinenza non sembrano influire sulla morfologia degli spermatozoi, anche quando giudicata con criteri particolarmente severi; ma molti studi tuttavia, dopo intervalli di astinenza più lunghi e superiori ai 10 giorni, rilevano che i parametri del liquido seminale iniziano a peggiorare.

A conferma di quanto detto finora, una ricerca su 221 coppie presumibilmente fertili in cerca di una gravidanza ha dimostrato che

  • la fecondabilità massima (37% per ciclo) era connessa con i rapporti quotidiani;
  • se i rapporti avvenivano a giorni alterni il tasso di gravidanza per ciclo era più o meno simile (33%),
  • ma la probabilità di successo diminuiva al 15% per ciclo se i rapporti erano settimanali.

Avere rapporti quotidiani potrebbe quindi dare un leggero vantaggio rispetto ai giorni alterni, a patto che non sia un’ulteriore fonte di stress per la coppia.

Lo stress collegato all’infertilità può infatti diminuire

  • il desiderio sessuale,
  • la soddisfazione,
  • la frequenza dei rapporti,

e si aggrava ulteriormente se il momento di intimità è strettamente legato ai metodi di monitoraggio dell’ovulazione o segue una programmazione rigorosa. Le coppie dovrebbero invece essere informate che l’efficienza riproduttiva è sì proporzionale alla frequenza dei rapporti e massima se questi avvengono ogni giorno o a giorni alterni, ma il medico dovrebbe consigliare loro che, in un contesto del genere, la frequenza ottimale rimane quella stabilita secondo le loro preferenze.

Ovulazione

Il momento mensile di massima fertilità può variare considerevolmente, persino tra le donne che hanno un ciclo regolare, e quest’aspetto è spesso sconosciuto anche a molti medici, che continuano a ritenere che il calendario permetta una buona previsione del periodo fertile.

Secondo alcuni studi, le donne che tengono sotto controllo il ciclo attraverso le variazioni del muco cervicale, del desiderio, del dolore o dell’umore, sono in grado di predire con esattezza l’ovulazione al massimo nel 50% dei casi.

Anche se non ci sono prove definitive che il controllo del ciclo possa aumentarne la fecondabilità, l’intuito vuole che il momento del mese in cui avviene il rapporto sia fondamentale e quindi sia utile ed opportuno determinarlo in qualche modo. Quest’idea ha contribuito molto alla popolarità di vari metodi per determinare o prevedere il momento dell’ovulazione.

Uno degli approcci più utili ed utilizzati è sicuramente l’osservazione del muco cervicale (le secrezioni che fuoriescono dalla vagina): la probabilità di gravidanza è massima quando il muco è trasparente, abbondante ed elastico, ma questo non è assolutamente un prerequisito indispensabile perché la fecondazione avvenga.

Il volume del muco cervicale aumenta insieme alla concentrazione plasmatica dell’estrogeno (un ormone prodotto dalla donna) nei 5 o 6 giorni che precedono l’ovulazione ed è massimo entro 2 o 3 giorni dall’ovulazione. Uno studio su 1.681 cicli mestruali ha osservato che i tassi di gravidanza sono massimi (38% circa) se il rapporto avviene nel giorno in cui la secrezione di muco è massima, e sensibilmente inferiori (15-20% circa) il giorno precedente o successivo al giorno “zero”. Un’altra ricerca effettuata su 2.832 cicli ha osservato che le modifiche delle caratteristiche del muco cervicale sono strettamente connesse alla temperatura basale e sono un predittore più accurato del momento di massima fertilità rispetto al metodo del calendario.

Le apparecchiature per il monitoraggio dell’ovulazione, tra cui i test di ovulazione ed i monitor elettronici, sono ampiamente pubblicizzati come strumenti in grado di aiutare le coppie a determinare il cosiddetto “periodo fertile”. Alcune ricerche indicano che il monitoraggio dell’LH (l’ormone rilevato dai test e dai dispositivi come Persona) potrebbe essere utile per concepire un bambino in tempi più brevi ma è bene sapere che, anche se numerose ricerche hanno convalidato l’accuratezza di questi approcci, l’ovulazione potrebbe verificarsi in qualsiasi momento nei due giorni successivi ed i falsi positivi dell’esame si verificano nel 7 per cento circa dei cicli.

Anche se il monitoraggio dell’LH urinario può essere utile per diminuire il tempo di concepimento nelle coppie che hanno rapporti poco frequenti per scelta o per necessità, una ricerca del 2004 ha scoperto che i cambiamenti del muco cervicale nel periodo fertile predicono la probabilità giornaliera specifica di concepimento con efficacia uguale oppure maggiore rispetto al controllo della temperatura basale o dell’LH urinario (Mucus observations in the fertile window: a better predictor of conception than timing of intercourse).

Come avere rapporti

Posizioni ed altre pratiche legate al rapporto possono diventare una specie di rito per le coppie che stanno cercando di avere un figlio; molte donne pensano che rimanere in posizione supina per un certo tempo dopo il rapporto faciliti la mobilità dello sperma e prevenga le perdite di sperma dalla vagina, ed in effetti una ricerca sembra confermarne in qualche modo la veridicità.

Non esiste ad oggi alcuna prova del fatto che la posizione del coito influisca sulla fecondabilità, è infatti possibile ritrovare gli spermatozoi nel canale cervicale già alcuni secondi dopo l’eiaculazione ed indipendentemente dalla posizione in cui è avvenuto il coito; nonostante questo alcuni esperti suggeriscono che posizioni che consentono una penetrazione più profonda possano dare qualche vantaggio.

L’orgasmo femminile potrebbe facilitare il trasporto degli spermatozoi, tuttavia non è stata dimostrata alcuna relazione tra l’orgasmo e la fertilità.

Non esiste alcuna prova convincente che indichi una relazione tra specifiche pratiche sessuali e il sesso del nascituro.

Quasi tutti i lubrificanti vaginali potrebbero far diminuire la fertilità, stando a quanto osservato sulla sopravvivenza degli spermatozoi in vitro:

  • I lubrificanti a base acquosa disponibili in commercio inibiscono la motilità degli spermatozoi in vitro dal 60 al 100 per cento entro sessanta minuti dall’incubazione.
  • L’olio d’oliva e la saliva, diluiti fino a concentrazioni del 6,25%, influiscono negativamente sulla motilità e sulla velocità degli spermatozoi.

Sembrerebbe che i lubrificanti a base di idrossietilcellulosa possano essere una scelta sicura, ma personalmente consiglio se possibile di farne a meno.

Dieta e stile di vita

Le possibilità di concepimento sono inferiori nelle donne molto magre oppure obese, tuttavia sono pochissimi i dati riguardanti gli effetti delle variazioni normali della dieta sulla fertilità nelle donne in età fertile.

Uno stile di vita sano potrebbe essere utile per migliorare la fertilità nelle donne con disfunzioni ovulatorie, però ci sono poche prove a sostegno del fatto che le modifiche della dieta, ad esempio le diete vegetariane, le diete a basso contenuto di grassi, le diete con integrazione di vitamine o antiossidanti oppure i rimedi erboristici siano realmente in grado di migliorare la fertilità.

Le ricerche invece concordano sulla necessità di consigliare alle donne che stanno cercando di avere un figlio di assumere un integratore di acido folico (almeno 400 mcg/dì) per diminuire il rischio di malformazioni del tubo neurale.

Fonte Principale: Optimizing Natural Fertility (traduzione a cura di Elisa Bruno)

Temperatura basale, ovulazione e ricerca di gravidanza

Il metodo della temperatura basale è un approccio naturale che permette di ottenere preziose informazioni sulla fase del ciclo in cui ci si trova e, in ottica ricerca di gravidanza, sull’ovulazione.

Il principio cardine su cui si basa queso metodo è che a seguito dell’ovulazione (ossia dell’unico giorno fertile della donna) e per circa i 14 giorni successivi la temperatura corporea aumenta di circa 0.2-0.5 °C sotto l’effetto di un particolare ormone (progesterone).

La temperatura basale inizia a crescere dal giorno successivo all’ovulazione, quindi è di fatto un segnale che l’ovulazione è (già) avvenuta. Le più attente si chiederanno a cosa ci serve sapere in ritardo dell’avvenuta ovulazione, visto che eventuali rapporti sarebbero a quel punto inutili (anche se si consiglia di avere ancora almeno un rapporto nel giorno di aumento della temperatura, perchè l’ovulo potrebbe ancora essere disponibile per qualche ora): l’utilità di questa osservazione è legata a diversi aspetti, a partire dalla possibilità di avere una conferma delle previsioni fatte con altri metodi, ma vediamo più nel dettaglio in cosa consiste per capire le informazioni che possiamo trarne.

Temperatura basale

Temperatura basale (http://en.wikipedia.org/wiki/File:MenstrualCycle2_en.svg)

Come si può vedere in figura, dov’è stato riportato un esempio di andamento della temperatura durante l’intero ciclo mestruale, si evidenzia a colpo d’occhio una prima fase in cui la temperatura si assesta su valori pari a circa 36.4 °C, ed una seconda fase in cui i valori superano tale soglia.
Al di là del valore numerico, che può leggermente differire da una donna all’altra, da un termometro all’altro ed a seconda della zona di misurazione, quello che è importante capire è che la temperatura aumenta dal giorno immediatamente successivo all’ovulazione; in altre parole, quando viene rilevato sistematicamente un valore più alto rispetto ai primi giorni del ciclo, significa che l’ovulazione è appena avvenuta.

Una volta superata l’ovulazione la temperatura rimane più elevata per un intervallo di tempo di circa 12-16 giorni, ossia fino al flusso mestruale successivo; nel caso in cui rilevaste che la temperatura non accenna a scendere dopo 18 giorni, la gravidanza è considerata praticamente certa.

Da un punto di vista pratico la misurazione della temperatura dev’essere fatta

  • al mattino appena sveglie,
  • possibilmente sempre più o meno alla stessa ora,
  • prima di uscire dal letto o di aver fatto qualsiasi altra cosa,
  • sempre con la stessa modalità (a scelta in bocca oppure, preferibilmente, per via rettale o vaginale),
  • sempre con lo stesso termometro.

In farmacia si possono acquistare termometri specifici, con una scala di valori adeguata alla lettura di piccole variazioni, ma non è indispensabile l’acquisto di un termometro ad hoc se in casa ne è già presente uno normale di buona qualità (digitale o tradizionale non fa differenza). Non consigliati sono invece quelli da fronte, da orecchio, o senza contatto.

Una piccola attenzione va messa nell’uso di termometri tradizionali a mercurio od ecologici, la cui temperatura prima della misurazione va fatta scendere la sera prima oppure immediatamente dopo la misurazione, per evitare che l’atto di scuoterlo vigorosamente alteri la temperatura corporea prima della rilevazione.

Sottolineiamo che non bisogna diventare schiavi del termometro: misurare la temperatura sempre alla stessa ora è importante, ma se nel week-end volete concedervi qualche ora in più di sonno sarà sufficiente appuntarlo sul grafico, in modo da facilitare l’interpretazione di eventuali valori anomali (il valore tende a crescere leggermente con il passare delle ore). E’ buona norma segnare sul grafico anche tutti gli eventi o le condizioni che possono aver influito sul valore della temperatura (stress, malattia, stanchezza, …).

I valori rilevati dovranno essere annotati consecutivamente, tutti i giorni, per poter stilare un grafico avvalendosi di uno dei diversi modelli disponibili in rete; è molto importante capire che, ai fini della corretta interpretazione, è necessario valutare l’andamento della temperatura basale nel suo complesso e non soffermandosi sui singoli valori. Con un po’ di pratica noterete che prima dell’ovulazione la temperatura andrà un po’ su ed un po’ giù in un intervallo di valori bassi, mentre dopo l’ovulazione l’andamento sarà nuovamente altalenante, ma in un intervallo più elevato; al fine di facilitare la lettura del grafico, può essere utile allontanarsi fisicamente dallo stesso per osservarlo nel suo insieme, anzichè nei singoli valori.

E’ bene ricordare che alcuni fattori possono alterare la temperatura basale, tra i principali ricordiamo:

  • febbre,
  • alcolici,
  • allattamento,
  • malesseri,
  • alternanza dei turni di lavoro giorno/notte,
  • viaggi (sopratutto se verso zone con diverso fuso orario),
  • disturbi vaginali,
  • alcuni farmaci,
  • riposare meno di 6 ore ininterrotte prima della misurazione,
  • riposare molto più del solito.

Ricordiamo infine due possibili eccezioni:

  1. Alcune donne non manifestano una variazione di temperatura sufficiente ad emergere chiaramente dal grafico, nonostante l’ovulazione avvenga correttamente.
  2. Pochissime (fortunate) donne rilevano la temperatura più bassa di tutto il mese proprio nel giorno dell’ovulazione, ma è un’evenienza piuttosto rara.

Ora che abbiamo capito come misurare la temperatura basale, è venuto il momento di rispondere alla domanda fatta in apertura: come può aiutarci sapere che l’ovulazione è appena avvenuta se stiamo cercando di rimanere incinta?

  1. Offre risultati molto precisi,
  2. Permette una valutazione obiettiva e piuttosto semplice,
  3. E’ indipendente dalla regolarità del ciclo mestruale,
  4. Permette di verificare la durata della fase luteale (dall’ovulazione al seguente ciclo mestruale),
  5. E’ l’unico metodo che verifica che il ciclo sia stato ovulatorio.

Mentre i primi 3 punti permettono di confermare sensazioni od ipotesi fatte sulla base di altri sistemi (calendario, muco cervicale, posizione della cervice, mittelschmerz, test di ovulazione, …) ritengo importante soffermarsi sull’importanza degli ultimi 2: quando si cerca una gravidanza, e questa non arriva, rilevare la temperatura basale ci permette di fare alcune prime importanti valutazioni sul corretto andamento del ciclo mestruale.

Innanzi tutto verificare l’aumento di temperatura ci permette di essere sicuri che l’ovulazione avvenga regolarmente, ossia che il ciclo non sia anovulatorio (se non avviene l’ovulazione non è possibile rimanere incinta).

In secondo luogo una regolare rilevazione della temperatura ci permette di verificare che la fase luteale del ciclo, ossia il periodo che va dall’ovulazione al flusso mestruale successivo, sia di circa 14 giorni. In alcune donne questa fase si rivela essere di durata inferiore, non consentendo all’ovulo eventualmente fecondato di impiantarsi regolarmente: inconsapevolmente quindi la donna vive ripetuti aborti spontanei molto precoci, che è un problema molto diverso (e spesso più gestibile) rispetto al non riuscire a rimanere incinta.

Fattore Rh negativo o positivo in gravidanza?

Introduzione

L’incompatibilità del fattore Rh è un disturbo che si manifesta durante la gravidanza se il sangue della futura mamma è Rh-negativo, mentre quello del bambino è Rh-positivo.

  • Se la mamma è Rh-negativo
    • ed il padre del bambino è Rh-positivo,
      • il bambino è potenzialmente a rischio.

Rh-negativo (Rh-) ed Rh positivo (Rh+) sono espressioni riferite alla presenza nel sangue del fattore Rh, una proteina contenuta nei globuli rossi: chi ce l’ha si dice essere Rh-positivo, mentre chi non ce l’ha è Rh-negativo. Il fattore Rh è ereditario, cioè i genitori lo trasmettono ai figli tramite il patrimonio genetico. La maggior parte delle persone è Rh-positiva.

La presenza o l’assenza del fattore Rh non hanno alcuna conseguenza sullo stato di salute generale, ma possono causare problemi durante la gravidanza.

Se siete Rh-negative e vostro figlio è Rh-positivo, il vostro organismo reagirà al sangue del bambino identificandolo come un corpo estraneo.

Il vostro organismo produrrà quindi anticorpi in risposta a questa falsa impressione che andranno ad aggredire il sangue Rh-positivo di vostro figlio. Gli anticorpi di solito non causano problemi durante la prima gravidanza, perché il bambino, nella maggior parte dei casi, nasce prima che gli anticorpi riescano a svilupparsi.

Tuttavia gli anticorpi, una volta sviluppati, rimangono nel vostro organismo, quindi l’incompatibilità dell’Rh rischia di causare problemi nella seconda gravidanza e in quelle successive (se il figlio che state aspettando è Rh- positivo).

Gli anticorpi sono in grado di attraversare la placenta e attaccare i globuli rossi di vostro figlio, provocando l’anemia emolitica nel bambino, è un disturbo in cui l’organismo non riesce a sostituire completamente i globuli rossi distrutti; i globuli rossi sono fondamentali perché trasportano l’ossigeno in tutto l’organismo.

Se il bambino non ha globuli rossi a sufficienza, non riesce a ottenere la giusta quantità di ossigeno, e quindi può avere problemi gravi. L’anemia emolitica grave può essergli addirittura fatale.

Eseguendo in tempo tutti gli esami di screening durante la gravidanza, si possono prevenire i problemi causati dall’incompatibilità dell’Rh. Gli esami di screening permettono al ginecologo di scoprire già nelle prime fasi della gravidanza se siete a rischio ed in questo caso terrà sotto stretto controllo voi e vostro figlio per tutta la gravidanza, ed eventualmente vi prescriverà le terapie necessarie.

Le immunoglobuline Rh sono un farmaco che impedisce all’organismo di produrre gli anticorpi contro il fattore Rh e quindi riescono a prevenire i problemi dovuti all’incompatibilità dell’Rh. Se siete Rh-negative, a ogni gravidanza successiva alla prima dovrete assumerle, tramite iniezioni, se il bambino che starete aspettando sarà Rh-positivo.

Ricordiamo infine che l’esposizione al sangue Rh-positivo può avere anche altre origini, tra cui ricordiamo gli aborti e le trasfusioni di sangue. Se assumete le immunoglobuline Rh subito dopo questi eventi, riuscirete a evitare l’incompatibilità dell’Rh nelle eventuali gravidanze successive.

Cause

L’incompatibilità del fattore Rh è causata dalla differenza del tipo di sangue tra la gestante e suo figlio: la patologia si verifica quando la donna è Rh-negativa e il figlio è Rh-positivo.

Durante la gravidanza il sangue di vostro figlio può mescolarsi con il vostro, soprattutto durante il parto. Se siete Rh-negative e vostro figlio è Rh-positivo, il vostro organismo reagirà al sangue del bambino attaccandolo, perché lo identificherà come corpo estraneo.

Il vostro organismo creerà anticorpi (proteine) che andranno ad aggredire il sangue Rh-positivo di vostro figlio. Gli anticorpi possono attraversare la placenta e attaccare i globuli rossi di vostro figlio, provocando l’anemia emolitica nel bambino.

L’incompatibilità dell’Rh di solito non provoca problemi durante la prima gravidanza, perché il bambino spesso riesce a nascere prima che si sviluppino gli anticorpi.

Tuttavia gli anticorpi contro il fattore Rh, una volta formati, rimangono nel vostro organismo: quindi c’è un maggior rischio di avere problemi durante la seconda gravidanza o in quelle successive, se il figlio che aspetterete sarà Rh-positivo.

Ad ogni ulteriore gravidanza, l’organismo continua a produrre anticorpi contro il fattore Rh: quindi i figli Rh-positivi che concepirete saranno sempre più a rischio di soffrire di problemi gravi, come l’anemia emolitica.

Fattori di rischio

Le donne Rh-negative che concepiscono un figlio con un partner Rh-positivo sono a rischio.

Il fattore Rh è ereditario, cioè viene trasmesso dai genitori al figlio attraverso il patrimonio genetico. Se voi siete Rh- e il padre del bambino è Rh+, il bambino ha il 50 per cento o più di possibilità di essere Rh-.

Per capire se voi e il padre del bambino siete Rh- o Rh+, potete eseguire un semplice esame del sangue.

Se siete Rh-, il rischio di soffrire di problemi derivanti dall’incompatibilità dell’Rh aumenta se, prima della gravidanza, siete state esposte a sangue Rh+, ad esempio con:

  • Una gravidanza precedente (l’esposizione di solito avviene durante il parto).
  • Gravidanza ectopica, aborto spontaneo o provocato (la gravidanza ectopica è una gravidanza in cui l’embrione si impianta all’esterno dell’utero).
  • Trasfusione di sangue errata o trapianto di cellule staminali del midollo osseo
  • Iniezione o contatto accidentale con aghi o altri oggetti che contengono sangue Rh-positivo.
  • Anche alcuni esami, come l’amniocentesi e il prelievo dei villi coriali, possono esporvi al sangue Rh-positivo.
  • Potete essere esposte al sangue Rh-positivo, se avete sofferto di emorragia o di traumi addominali (causati, ad esempio, da un incidente in macchina, durante la gravidanza).

L’amniocentesi è un esame che può essere necessario durante la gravidanza. Il ginecologo usa una siringa per prelevare una minima quantità dei fluidi dal sacco amniotico che circonda il bambino. Il liquido poi viene esaminato per diversi motivi.

Durante la gravidanza può anche essere effettuato il prelievo dei villi coriali. Durante quest’esame il medico inserisce in vagina un tubicino, che va a raggiungere il collo dell’utero e la placenta; poi preleva un campione di tessuto placentare, usando un delicato meccanismo di suzione. Il campione viene esaminato per diversi motivi.

A meno che siate stati curate con le immunoglobuline Rh dopo ciascuno di questi eventi, siete a rischio per quanto riguarda l’incompatibilità del fattore Rh, sia durante la gravidanza in corso sia nelle eventuali gravidanze future.

Sintomi

L’incompatibilità del fattore Rh non provoca alcun sintomo nella gestante. Nel bambino, invece, può causare l’anemia emolitica, cioè un disturbo in cui l’organismo non riesce a reintegrare i globuli rossi che vanno distrutti.

I globuli rossi sono le cellule del sangue che contengono l’emoglobina, una proteina ricca di ferro che si lega all’ossigeno e lo trasporta in tutto l’organismo. Se c’è carenza di globuli rossi e di emoglobina, il bambino non riceve ossigeno a sufficienza.

L’anemia può causare sintomi di gravità variabile nel neonato, che vanno dall’ittero all’edema (accumulo di liquidi).

  • L’ittero è un disturbo in cui la pelle e la parte bianca degli occhi ingialliscono Quando i globuli rossi vengono distrutti, rilasciano l’emoglobina nel sangue. L’emoglobina viene poi demolita, e trasformata in un composto che si chiama bilirubina: è la bilirubina che dà alla pelle e agli occhi il colorito giallastro. L’eccesso di bilirubina può causare lesioni cerebrali al neonato.
  • L’edema è causato dall’insufficienza cardiaca. Se c’è carenza di globuli rossi che trasportano l’emoglobina, il cuore del bambino deve lavorare di più per pompare il sangue ricco di ossigeno in tutto l’organismo: è questo stress che può causare l’insufficienza cardiaca.
    • L’insufficienza cardiaca può far accumulare i fluidi in molte parti diverse dell’organismo. Se l’edema colpisce un feto o un neonato, il disturbo è detto idrope fetale.

L’anemia emolitica grave può essere fatale per il neonato, al momento del parto o nelle fasi immediatamente successive.

Diagnosi

L’incompatibilità del fattore Rh è diagnosticata con gli esami del sangue, mentre per capire se il bambino soffre di anemia emolitica e la gravità dell’anemia i medici possono usare esami più approfonditi, come l’ecografia.

Specialisti coinvolti

L’incompatibilità del fattore Rh di solito è diagnosticata dai ginecologi, cioè dal personale medico specializzato nella cura delle gestanti. Il ginecologo seguirà voi e il bambino durante tutta la gestazione per escludere problemi connessi all’anemia emolitica: sovrintenderà anche alla terapia, per prevenire problemi con le eventuali gravidanze successive.

I bambini affetti dall’anemia emolitica e dai problemi connessi sono curati da un pediatra o da un ematologo. Il pediatra è il medico specializzato nella cura dei bambini, mentre l’ematologo è un medico specializzato nella cura dei pazienti affetti da disturbi e patologie del sangue.

Esami diagnostici

Se aspettate un bambino, il ginecologo, durante la prima visita, vi prescriverà un semplice esame del sangue per sapere se siete Rh+ o Rh-.

Se siete Rh-negative, probabilmente dovrete anche effettuare anche l’esame degli anticorpi, per sapere se nel vostro sangue ci sono gli anticorpi contro il fattore Rh. Se ci sono, significa che in precedenza siete state esposte al sangue Rh-positivo e siete a rischio di incompatibilità con vostro figlio.

Se siete Rh- e non avete gli anticorpi per il fattore Rh, anche il padre del bambino dovrà fare gli esami per scoprire se è Rh- o Rh+. Se anche lui è Rh-, il bambino certamente non sarà Rh+, quindi non ci sarà rischio di incompatibilità.

Tuttavia, se il padre del bambino è Rh-positivo, il bambino ha il 50 per cento o più di probabilità di essere Rh-positivo: quindi c’è un alto rischio di incompatibilità.

Se il padre del bambino è Rh-positivo o non c’è modo di scoprire se lo è, il ginecologo può effettuare un esame detto amniocentesi.

Nell’amniocentesi, il ginecologo inserisce un sottile ago cavo nella parete addominale, per raggiungere l’utero. Preleva un piccolo campione di liquido dal sacco amniotico che circonda il bambino. Il liquido viene esaminato per scoprire se il bambino è Rh-positivo (in casi rarissimi, l’amniocentesi può esporvi al contatto con sangue Rh-positivo).

Il medico può usare quest’esame anche per misurare la bilirubina del bambino. La bilirubina si accumula quando i globuli rossi vengono distrutti troppo velocemente. Più il livello di bilirubina è alto, più il bambino rischia di soffrire di anemia emolitica.

Se si sospetta l’incompatibilità del fattore Rh o se la si diagnostica, dovrete sottoporvi all’esame degli anticorpi anti Rh una o più volte durante la gravidanza. Quest’esame di solito viene eseguito almeno una volta, al sesto o al settimo mese.

I risultati di quest’esame possono dare indicazioni sulla gravità dell’anemia emolitica di vostro figlio. Più gli anticorpi sono alti, più l’anemia emolitica è grave.

Per controllare se vostro figlio soffre di anemia emolitica, il medico può anche usare un esame detto ecodoppler che serve per misurare la velocità con cui il sangue scorre in un’arteria della testa del bambino.

L’ecodoppler usa le onde sonore per misurare la velocità di scorrimento del sangue. Più il sangue scorre velocemente, più il bambino è a rischio di soffrire di anemia emolitica, perché l’anemia costringe il cuore a pompare più sangue.

Cura e terapia

L’incompatibilità del fattore Rh viene curata somministrando alla madre le immunoglobuline Rh, mentre la terapia per i bambini che soffrono di anemia emolitica varia a seconda della gravità del disturbo.

Finalità della terapia

La terapia dell’incompatibilità del fattore Rh viene effettuata per permettervi di mettere al mondo un figlio sano e per diminuire il rischio in eventuali gravidanze future.

Terapia per l’incompatibilità dell’Rh

Se l’incompatibilità del fattore Rh viene diagnosticata durante la gravidanza, riceverete le immunoglobuline Rh al settimo mese di gravidanza e poi entro 72 ore dal parto.

Le immunoglobuline Rh vi saranno somministrate anche nel caso in cui il rischio di contatto tra il vostro sangue e quello del bambino sia alto, ad esempio se in passato avete avuto un aborto, una gravidanza ectopica o emorragie durante una gravidanza.

Le immunoglobuline Rh contengono anticorpi anti Rh che si attaccano alle cellule Rh-positive del vostro sangue: grazie alle immunoglobuline il vostro organismo non reagirà alle cellule Rh-positive di vostro figlio come se fossero un corpo estraneo, cioè non produrrà gli anticorpi anti Rh. Le immunoglobuline, per funzionare correttamente, devono essere somministrate al momento giusto.

Dopo che avrete formato gli anticorpi anti Rh, il farmaco non servirà più a nulla: per questo le donne Rh-negative devono ricevere le immunoglobuline in ogni gravidanza e durante qualsiasi altro evento che può far entrare in contatto il loro sangue con quello Rh-positivo.

Le immunoglobuline Rh sono iniettate nei muscoli del braccio o della coscia. Tra gli effetti collaterali dell’iniezione possiamo avere:

  • dolore nella zona dell’iniezione,
  • febbre leggera.

Il farmaco può anche essere iniettato in vena.

Terapia dell’anemia emolitica

Per curare l’anemia emolitica del bambino ci sono diverse possibilità: nei casi più lievi, può non essere necessaria alcuna terapia, se invece si deve ricorrere alla terapia, al bambino possono essere somministrati l’eritropoietina e gli integratori di ferro, che stimolano la produzione di globuli rossi.

Se l’anemia emolitica è grave il bambino può ricevere una trasfusione di sangue attraverso il cordone ombelicale. Se il bambino è molto malato e sta quasi per nascere, il ginecologo può optare per il parto indotto: in questo modo si riuscirà a iniziare tempestivamente la terapia.

Il neonato affetto da anemia grave deve essere curato con una trasfusione a scambio. Il sangue del neonato viene gradualmente rimosso e sostituito da sangue o da plasma provenienti da un donatore.

I neonati possono anche essere curati con luci speciali per diminuire la quantità di bilirubina nel sangue. L’eccesso di bilirubina può provocare l’ittero, l’ingiallimento della pelle e della parte bianca dell’occhio.

Far diminuire il livello di bilirubina nel sangue è fondamentale, perché l’eccesso di questo composto chimico può causare danni al cervello. Spesso, nei neonati affetti da anemia emolitica, si riscontra un eccesso di bilirubina, perché questo composto si forma quando i globuli rossi vengono distrutti dall’organismo.

Prevenzione

Si può prevenire l’incompatibilità del fattore Rh somministrando le immunoglobuline Rh nei momenti giusti. Una volta formati gli anticorpi anti Rh, il farmaco non serve più a nulla.

Le donne Rh-negative, quindi, devono essere curate con le immunoglobuline Rh

  • durante e dopo la prima gravidanza,
  • durante e dopo le eventuali gravidanze successive,
  • dopo qualsiasi altro evento che fa entrare in contatto il loro sangue con quello Rh-positivo.

Gli esami di screening prenatale, inoltre, sono in grado di prevenire alcuni dei problemi connessi all’incompatibilità dell’Rh, ad esempio il ginecologo può scoprire tempestivamente se voi e vostro figlio siete a rischio.

Se siete a rischio, il ginecologo può tenere la gravidanza sotto stretto controllo per scoprire se il bambino manifesta i sintomi dell’anemia emolitica e per curarlo in caso di necessità.

Fonte Principale: NIH (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Gravidanza extrauterina: sintomi, test, cause, aborto

Introduzione

La diagnosi di gravidanza extrauterina, il caso più frequente di gravidanza ectopica (ossia di impianto dell’embrione in sedi diverse dalla cavità uterina), di solito coglie di sorpresa la paziente e spesso è un vero e proprio trauma. Molte donne stanno godendo pienamente la loro gravidanza quando ricevono la diagnosi, altre invece ancora non sanno di essere incinta ed all’improvviso devono affrontare l’eventualità di un intervento chirurgico non banale e di terapie mediche.

Le gravidanze extrauterine riguardano una percentuale variabile tra l’1 e il 2 per cento dei concepimenti e si verificano quando l’embrione (ovulo fecondato) si impianta all’esterno dell’utero, cioè in una zona diversa da quella dove normalmente dovrebbe avvenire l’impianto.

In un concepimento normale, lo spermatozoo feconda l’ovulo all’interno della tuba; l’embrione, quindi, percorre la tuba e raggiunge l’utero nel giro di tre, quattro giorni.  Se tuttavia la tuba è ostruita o danneggiata, l’embrione non può arrivare nell’utero, e quindi si impianta nella parete della tuba, causando una gravidanza extrauterina (letteralmente “al di fuori dell’utero”). La tuba, però, non può sopportare la crescita dell’embrione e dopo alcune settimane si lacera, provocando un’emorragia potenzialmente letale per la paziente.

Il 99 per cento delle gravidanze ectopiche avviene nelle tube, tuttavia l’embrione si può impiantare anche nel collo dell’utero (gravidanza ectopica intrauterina), nelle ovaie od all’interno dell’addome (gravidanza addominale). Le gravidanze addominali sono rarissime e spesso vengono diagnosticate solo in fase già avanzata. In rare occasioni, a seguito di un intervento in laparotomia per la gravidanza addominale, sono stati messi al mondo feti vivi.

Apparato genitale femminile

Apparato genitale femminile

Riassumendo:

  • Gravidanza normale (con impianto in utero)
  • Gravidanza ectopica
    • Gravidanza intrauterina (impianto in utero, ma non nel posto corretto).
    • Gravidanza extrauterina (impianto al di fuori dell’utero, il caso che analizzeremo principalmente nell’articolo)
      • Impianto nelle tube di Falloppio (è il caso più probabile, fino al 98% dei casi),
      • Impianto nelle ovaie,
      • Impianto nell’addome,
      • […]

Molte donne, al momento della diagnosi di gravidanza extrauterina e soprattutto se hanno cercato per molto tempo di avere un figlio, si chiedono se sia possibile trapiantare l’embrione dalla tuba all’utero, per consentirgli di crescere. Sfortunatamente, allo stato attuale, un intervento del genere non è possibile.

Più che altro a titolo di curiosità ricordiamo che in casi rarissimi si può verificare una gravidanza doppia, con un embrione impiantato nell’utero e un altro nella tuba (gravidanza eterotopica).

Cause

Chi in passato ha riportato lesioni alle tube corre un rischio maggiore di gravidanza ectopica: in realtà, la metà dei casi di gravidanze extrauterine è connessa a problemi preesistenti delle tube, di varia entità.

Le lesioni alle tube di norma sono causate da infezioni ginecologiche, come la gonorrea e la clamidia, o da altre malattie sessualmente trasmissibili. Possono essere provocate anche dall’endometriosi, dall’appendicite, da precedenti interventi chirurgici ginecologici o dall’esposizione al dietilstilbestrolo (DES).

Chi concepisce un figlio dopo la legatura delle tube, dopo l’intervento di riapertura delle tube o dopo altri interventi a carico di questi canali, corre un maggior rischio di gravidanza extrauterina.

Anche chi rimane incinta dopo le terapie contro l’infertilità o la fecondazione in vitro (IVF) corre un rischio leggermente maggiore della norma.

In alcuni casi la gravidanza extrauterina si verifica senza alcun motivo apparente, tuttavia si sa che, se la donna in passato ha già avuto un episodio, corre un rischio maggiore di averne una seconda, e quindi deve essere monitorata attentamente se sta tentando di avere un bambino o se sospetta una gravidanza.

Sintomi

Tra i sintomi precoci della gravidanza extrauterina possiamo ricordare, come per una gravidanza normale, il ritardo o l’irregolarità mestruale.

Si può invece diagnosticare il problema se

  • nelle prime settimane i livelli di HCG (gonadotropina corionica) sono più bassi nel normale,
  • la donna ha dolore al basso ventre,
  • si verificano sanguinamenti irregolari.

Se si sa con certezza, o si sospetta, di essere incinta e si avverte dolore al basso ventre o nella zona pelvica, si dovrebbe andare dal medico, anche se il dolore sembra attenuarsi o cessa completamente.

In alcuni casi si sospetta una gravidanza extrauterina se l’ecografia non riesce a individuare l’impianto all’interno dell’utero.

Pericoli

Dopo una gravidanza extrauterina aumentano il rischio di infertilità e la probabilità di una seconda gravidanza ectopica.

Fortunatamente, secondo le statistiche, più del 50 per cento delle pazienti che hanno avuto una gravidanza extrauterina riuscirà prima o poi a mettere al mondo un figlio sano.

Spesso si consiglia di attendere da tre a sei mesi dopo la terapia prima di cercare un’altra gravidanza.

La gravidanza ectopica spesso è dovuta ad anomalie tubariche preesistenti, e le pazienti corrono un rischio maggiore di infertilità, quindi molti medici potrebbero valutare la necessità di ulteriori accertamenti se la paziente desidera avere un figlio in futuro.

Se la donna in passato ha avuto diverse gravidanze ectopiche, i medici le consiglieranno di ricorrere alla fecondazione in vitro (IVF). La fecondazione in vitro fa diminuire il rischio di gravidanze ectopiche, però rimane un cinque per cento circa di rischio di gravidanza tubarica.

Diagnosi

Fino a poco tempo fa era comune non riuscire a diagnosticare la gravidanza extrauterina fino alla sesta-ottava settimana di gravidanza, quando la paziente già presentava dolore pelvico, sanguinamenti vaginali irregolari, probabile emorragia interna e dolore al basso ventre: con queste premesse la gravidanza extrauterina va sempre trattata come un’emergenza che può mettere in pericolo la vita della gestante e che necessita di un intervento chirurgico non banale (laparotomia) per rimuovere l’embrione e tenere sotto controllo l’emorragia.

Fortunatamente la maggior parte delle gravidanze ectopiche ora è diagnosticata quando ancora è in una fase precoce, spesso addirittura prima che la paziente si renda conto di avere un problema grave. Gli esami ormonali e le tecniche ecografiche più sensibili hanno migliorato considerevolmente la capacità di diagnosi.

Tra i test usati per la diagnosi precoce della gravidanza extrauterina ricordiamo:

  • la misurazione dei livelli ematici della gonadotropina corionica (HCG) e/o del progesterone,
  • l’ecografia,
  • la laparoscopia,
  • la dilatazione e raschiamanto (D&R, o “dilatazione e curettage”)

Gonadotropina corionica umana (HCG)

Nelle gravidanze normali i livelli ematici di HCG, un ormone prodotto dalla placenta, dovrebbero raddoppiare ogni 48 ore circa. Se i livelli di quest’ormone non aumentano normalmente, significa che la gravidanza non sta procedendo regolarmente e potrebbe verificarsi un aborto spontaneo. Se la gravidanza è extrauterina i livelli di HCG aumentano più lentamente del normale, ma prima di arrivare a una diagnosi certa potrebbero essere necessarie diverse misurazioni della quantità di HCG nel sangue.

Progesterone

I livelli di progesterone nel sangue iniziano ad aumentare già nelle primissime fasi della gravidanza, se i livelli di quest’ormone sono inferiori alla norma, spesso c’è un’anomalia nella gravidanza, ad esempio una gravidanza extrauterina od un aborto spontaneo imminente.

Tuttavia i livelli del progesterone, da soli, non riescono sempre a prevedere il luogo in cui si è impiantato l’embrione o la vitalità del feto, quindi di norma non sono usati per diagnosticare la gravidanza ectopica.

Ecografia

Si può fare un’ecografia nelle prime 3-5 settimane dopo il concepimento per capire se l’embrione si è impiantato nella cavità uterina. Per quest’uso l’ecografia transvaginale è molto più sensibile rispetto a quella addominale.

L’ecografia può anche rilevare liquidi o sangue nella cavità addominale, che potrebbero derivare dall’emorragia dovuta alla gravidanza ectopica. In alcuni casi, l’uso dell’ecografia insieme alle misurazioni dell’HCG e/o del progesterone, può confermare la diagnosi di gravidanza ectopica senza dover ricorrere alla laparoscopia o alla dilatazione e curettage. In determinate situazioni, tuttavia, è impossibile visualizzare una gravidanza ectopica usando soltanto l’ecografia.

Laparoscopia

Per confermare la diagnosi di gravidanza extrauterina in alcuni casi è necessaria la laparoscopia, che a volte può anche rivelarsi un intervento curativo. La laparoscopia è un intervento chirurgico eseguito in ospedale in anestesia totale. Un piccolo strumento ottico detto laparoscopio è collocato nella cavità addominale attraverso una piccola incisione a livello dell’ombelico. Se necessario il chirurgo può riuscire a rimuovere il feto inserendo speciali strumenti nel laparoscopio o attraverso piccole incisioni sopra il pube. Dopo la laparoscopia di norma non è necessario rimanere ricoverate in ospedale.

Dilatazione e curettage (D&C)

Se i livelli ormonali e i risultati dell’ecografia indicano una gravidanza non vitale (cioè la presenza di un embrione non si è impiantato normalmente nelle pareti uterine), il medico può decidere di ripulire delicatamente le pareti dell’utero. Quest’intervento, chiamato D&C (dilatazione e curettage), revisione o “raschiamento”, è eseguito in anestesia, in ospedale o in ambulatorio.

Cura e terapia

Terapia farmacologica

In caso di diagnosi precoce può essere usata una terapia farmacologica (non chirurgica) a base di metotrexato. Per essere candidabile alla terapia con il metotrexato la paziente deve essere in buone condizioni, senza alcun segno di emorragia interna né di dolore grave. Durante il protocollo terapeutico la paziente deve mantenersi in contatto regolare con il proprio medico, e dopo la terapia deve eseguire gli esami del sangue di follow-up.

Il metotrexato è un farmaco che all’inizio era usato per curare alcuni tipi di tumori senza metastasi, alcuni dei quali derivanti dal tessuto placentare. È altamente efficace, perché distrugge i tessuti che si formano con la gravidanza e li fa riassorbire dall’organismo.

Il metotrexato viene somministrato come singola iniezione intramuscolare o come serie di iniezioni e compresse su diversi giorni. La maggior parte delle gravidanze ectopiche in fase iniziale può essere curata efficacemente con il metotrexato, e spesso si riesce a lasciare le tube aperte. Il successo di quest’intervento dipende soprattutto dallo stadio raggiunto dalla gravidanza, visualizzato dall’ecografia e diagnosticato dai livelli di HCG negli esami del sangue.

Le donne con gravidanza ectopica già avanzata, con livelli di HCG alti (> 10.000 IU/L) o che aumentano rapidamente hanno meno probabilità di reagire alla dose singola di metotrexato e quindi possono essere candidabili per la terapia con il metotrexato in dosi multiple o per la terapia chirurgica. Per dirsi efficace, la terapia con il metotrexato deve far azzerare i livelli di HCG nel giro di due, sei mesi.

Se i livelli di HCG non diminuiscono, la terapia con il metotrexato probabilmente dovrà essere ripetuta oppure si dovrà procedure per via chirurgica.

Il metotrexato non provoca effetti collaterali sul lungo periodo, mentre quelli sul breve periodo sono pochi; può causare ulcere transitorie sia nel cavo orale sia a livello gastrointestinale e può provocare alterazioni temporanee nella funzionalità epatica. Tra le complicazioni più rare troviamo la polmonite. La diminuzione nella produzione delle piastrine, un’altra complicazione rara, può causare emorragie entro due settimane dall’iniezione. Chi presenta anomalie negli esami della funzionalità epatica, chi soffre di anemia (diminuzione dei globuli rossi) o di disturbi della coagulazione non deve assumere il metotrexato. Per alcuni giorni la paziente può soffrire di dolori addominali, indice che la gravidanza ectopica si sta riassorbendo. Se il dolore è più grave, è necessario consultare immediatamente il proprio medico. Durante la terapia va limitata l’esposizione al sole, perché il metotrexato provoca fotosensibilità, quindi c’è il rischio di scottature. Durante la terapia con il metotrexato, è opportuno non assumere alcolici e integratori vitaminici a base di acido folico (folato).

Terapia chirurgica

Fino allo scorso decennio le gravidanze extrauterine di norma erano curate con la salpingectomia totale (rimozione totale della tuba) eseguita in laparotomia (intervento chirurgico invasivo). Attualmente, invece, la maggior parte degli interventi per le gravidanze ectopiche è effettuato in laparoscopia. La laparotomia di norma è riservata ai casi di gravidanza ectopica complicati da lacerazione, che causano emorragie interne gravi.

Se la diagnosi di gravidanza extrauterina è precoce ed avviene prima che la tuba si laceri, può essere eseguita una salpingotomia laparoscopica: in quest’intervento viene aperta la tuba e il tessuto che si è formato con la gravidanza viene rimosso, lasciando la tuba intatta. La tuba, poi, guarirà spontaneamente. Quest’intervento, però, ha uno svantaggio: parte del tessuto ectopico può rimanere al suo posto e continuare a crescere. Quest’eventualità si verifica in una percentuale variabile dal 5 al 15 per cento delle pazienti e di solito è curata rimuovendo chirurgicamente la tuba o con la terapia a base di metotrexato.

Se le estremità della tuba (le fimbrie) appaiono sane e la gravidanza extrauterina è ancora nelle fasi iniziali, può essere eseguita una salpingectomia parziale (in alcuni casi detta resezione segmentale, perché è rimosso un segmento intermedio della tuba). Se è rimossa solo una piccola parte della tuba, la tuba può essere ricongiunta nelle fasi successive usando la microchirurgia.

Se la tuba è molto danneggiata, se la gravidanza ectopica è già avanzata o l’emorragia è copiosa, viene eseguita una salpingectomia totale. In rari casi, quando la gravidanza ectopica ha origine nell’ovaio, è necessario rimuovere sia l’ovaio che la tuba.

Laparoscopia operativa contro laparotomia per la gravidanza ectopica

Tradizionalmente gli interventi chirurgici ginecologici, sulle tube o sull’apparato riproduttore, richiedevano un intervento in laparotomia, usando un’incisione “bikini” o longitudinale lunga diversi centimetri. Le pazienti di norma dovevano rimanere ricoverate in ospedale per 2-5 giorni dopo l’intervento, e potevano ritornare al lavoro entro 2-6 settimane, a seconda del livello di attività fisica richiesto.

Attualmente, invece, molti interventi di questo tipo possono essere eseguiti in laparoscopia operativa, tecnica che in genere richiede da due a quattro incisioni più piccole, lunghe da mezzo centimetro a un centimetro. Le pazienti di solito possono ritornare a casa nel giorno stesso dell’intervento e la guarigione è più rapida, perché si può ritornare alle attività quotidiane entro 3-7 giorni.

La laparoscopia operativa, nonostante i vantaggi, non può purtroppo essere usata per tutti gli interventi. Le situazioni d’emergenza, complicate da emorragia interna, con ogni probabilità richiedono una laparotomia immediata.

Alcuni tipi di operazioni, inoltre, potrebbero essere troppo rischiosi per poter essere eseguiti in laparoscopia, mentre in altri può non essere chiaro se la laparoscopia dia risultati buoni come quelli della laparotomia.

Infine, anche la preparazione, la capacità e l’esperienza del chirurgo sono significativi quando si tratta di scegliere tra la laparoscopia operativa e la laparotomia. Quando si valuta un intervento nella zona pelvica, il paziente e il medico dovrebbero discutere i vantaggi e gli svantaggi della laparotomia e della laparoscopia operativa e i rischi connessi all’intervento.

Considerazioni psicologiche

La gravidanza extrauterina è un’esperienza traumatica sia dal punto di vista fisico sia da quello emotivo; oltre a dover sopportare la perdita della gravidanza, la paziente può temere di non essere più in grado di concepire in futuro.

Tristezza, rabbia, senso di colpa e depressione sono le emozioni negative che accompagnano la diagnosi di gravidanza extrauterina, che devono essere riconosciute ed espresse. Può essere utile condividere queste emozioni con un gruppo di supporto o con un adeguato sostegno psicologico.

Per la guarigione sia fisica sia psicologica è opportuno lasciar passare tutto il tempo necessario: solo allora la paziente sarà pronta per la ricerca di una nuova gravidanza.

Traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno