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Streptococco in gravidanza

Introduzione

Lo streptococco beta emolitico di gruppo B (Streptococco Agalactiae, diverso dallo streptococco che colonizza la gola) è un batterio presente nell’organismo di circa un terzo della popolazione, principalmente nell’intestino, ma rilevabile anche nel 25% delle donne a livello vaginale; di norma prolifera in equilibrio con le altre specie presenti e non è causa di alcun sintomo o malattia.

Molte donne si chiedono come si prenda lo streptococco in gravidanza, ma in realtà è come detto una presenza comune e del tutto fisiologica (non si prende quindi con rapporti sessuali, né con il cibo, per esempio).

Alle donne in gravidanza viene in genere offerto un tampone vaginale da eseguire dopo la 35esima settimana di gravidanza per la ricerca della presenza del batterio, perchè durante il parto può diventare una minaccia il neonato.

Il tampone viene consigliato a tutte le donne, indipendentemente dal fatto che siano o meno alla prima gravidanza o che si siano già sottoposte in passato al test; il tampone vaginale è stato incluso tra i test gratuiti solo nel 2017, pur essendo previsto dalle linee guida per una gravidanza fisiologica da anni.

Secondo i CDC americani una donna incinta che risulti positiva per la presenza di streptococco del gruppo B e che riceva la prevista somministrazione di antibiotici durante il parto è associata a una probabilità su 4000 che il neonato manifesti l’infezione; se al contrario una donna incinta risultata positiva non viene trattata è associata a un rischio pari a uno su 200.

Questo significa che la rinuncia alla copertura antibiotica quando consigliata aumenta di oltre 20 volte il rischio di sviluppare malattie potenzialmente fatali.

Fattori di rischio

Ogni donna può essere portatrice (sana!) dello streptococco di gruppo B, ma con la ricerca sono stati individuati alcuni importanti fattori di rischio che possono aumentare la possibilità di contagio del neonato:

  • madri con precedenti esperienze di neonati colpiti da infezione (rischio aumentato di 10 volte),
  • madri in cui lo streptococco sia stato individuato nelle urine in un qualsiasi momento della presente gravidanza (aumento di 4 volte),
  • madri risultate positive al tampone durante l’attuale gravidanza (aumento di 3 volte),
  • madri che manifestino un aumento patologico della temperatura (quantificato in 37.8°) durante il parto,
  • parto pretermine,
  • infezioni del liquido amniotico,
  • giovane età materna,
  • rottura delle acque che anticipa di più di 18 ore il parto.

Da notare che il contagio può avvenire anche in assenza di tutti questi fattori, così come la contemporanea presenza di uno o più di uno non indica che il bambino verrà contagiato sicuramente.

Come avviene l’esame

Il tampone vaginale è un esame rapido e indolore, che non comporta alcun rischio né per la gestante né per il neonato; il campione viene in genere raccolto nell’ambulatorio del ginecologo dove il medico (o l’ostetrica) procederà a prelevare con una sorta di cotton-fioc qualche cellula dalla vagina e dal retto, per poi inviare il reperto a un laboratorio che si occuperà di verificare l’eventuale presenza dello streptococco.

L’esame non richiede convalescenza e la donna potrà tornare immediatamente alle proprie attività.

Se il tampone è positivo?

Nel caso di esito positivo verranno prescritti antibiotici da assumere durante il parto, per ridurre la carica batterica presente e impedire così un contagio del neonato.

Gli antibiotici, in genere facenti parte del gruppo delle penicilline, possono venire somministrati per endovena e sono assolutamente innocui sia per la mamma che il feto; in caso di pregressa allergia a questo gruppo di farmaci sono ovviamente disponibili alternative.

Assumere antibiotici tempo prima è invece inutile, in quanto l’elevato tasso di proliferazione dello streptococco sarebbe causa di nuova colonizzazione di vagina e/o retto.

È da notare che un esito positivo non significa presenza di infezione, è solo la testimonianza della presenza di questi specifici batteri nell’organismo, che come detto per l’ospite risultano innocui nella maggior parte dei casi.

Inoltre un test positivo NON significa:

  • scarsa pulizia,
  • presenza di malattie trasmesse sessualmente,
  • consumo di alimenti o bevande contaminate.

Un tampone positivo NON preclude inoltre la possibilità di allattare al seno.

Se il tampone è negativo?

Nel caso in cui invece il tampone per lo streptococco fosse negativo non è necessario fare altro; in alcuni casi, quando presenti uno o più fattori di rischio, è possibile che il ginecologo opti ugualmente per una copertura antibiotica (così come quanto per qualsiasi ragione il tampone non sia stato fatto).

Rischi per il feto

Anche se la sola presenza dello streptococco non rende scontato il contagio verso il neonato, le pericolose conseguenze che ne possono derivare hanno portato le principali società mediche mondiali a pianificare questo controllo.

Il contagio può avvenire al momento del parto nel passaggio attraverso la vagina, oppure per contagio all’interno dell’utero; in caso di infezione neonatale entro 7 giorni dal parto l’infezione può manifestarsi attraverso i seguenti sintomi (generalmente con comparsa entro qualche ora):

  • ridotta risposta agli stimoli esterni,
  • riduzione dell’appetito,
  • alterazione della temperatura corporea,
  • alterazione del battito cardiaco,
  • alterazione della frequenza di respirazione,
  • irritabilità.

In caso di trattamento tempestivo la prognosi è in genere buona con un completo recupero, ma purtroppo in alcuni casi il neonato può andare incontro a complicazioni potenzialmente fatali come:

  • setticemia (grave infezione del sangue),
  • polmonite,
  • meningite.

Circa il 10% dei neonati colpiti dall’infezione vanno incontro a morte, mentre in un caso su 5 si verificano danni permanenti (paralisi cerebrale, sordità, cecità, …).

 

Fonti principali:

Stanchezza e insonnia in gravidanza: come dormire?

È normale sentirsi stanche in gravidanza?

Sì, è assolutamente comune sentirsi stanche o addirittura esaurite durante i 9 mesi della gravidanza, in particolar modo nel primo trimestre e nelle ultime settimane.

I cambiamenti ormonali tipiche di questa condizione possono causare tra l’altro

  • stanchezza,
  • nausea,
  • aumento dell’emotività.

Più occasionalmente l’insonnia, se accompagnata da altri sintomi, può essere segno di depressione; in presenza di sensazioni come

  • perdita di interesse verso le attività ritenute piacevoli,
  • sensazione di vuoto e senza speranza,

avvertire il ginecologo.

L’unica risposta a queste sensazioni è cercare di riposare il più possibile, trovare il tempo per sedersi periodicamente e accettare senza remore un’offerta di aiuto da parte di colleghi e familiari. In questa fase è più che mai importante prendersi cura di sé stesse, assicurandosi di seguire una dieta sana (compatibilmente con le nausee) e riposarsi in modo adeguato.

Nelle ultime settimane di gravidanza la stanchezza aumenta invece a causa del peso extra che l’organismo deve gestire; purtroppo anche a causa del pancione sempre più grande può essere difficile riuscire a riposarsi adeguatamente di notte, potrebbe essere difficile trovare la posizione e spesso è necessario alzarsi di notte per urinare.

L’aspetto importante è che la stanchezza non è un pericolo né per la mamma né per il bambino, ma certamente rende la vita più difficile.

Sogni durante la gravidanza

Alcune donne possono avere sogni strani o anche incubi sul bambino o sul parto.

È normale.

Se dovesse succedere se può parlare serenamente con il partner, il ginecologo o l’ostetrica, ma soprattutto è bene ricordare che che, solo perché si sogna qualcosa, non significa che debba succedere.

Rilassamento e tecniche di respirazione possono essere utili per ridurre qualsiasi ansia che possa insorgere in proposito.

In che posizione dormire?

Dormire supina (appoggiando la schiena) potrebbe non rappresentare più la scelta ottimale dopo le 16 settimane di gravidanza, la posizione può diventare scomoda e inoltre l’utero può andare a ridurre l’afflusso di sangue apportato dalla vena cava inferiore al cuore, determinando un possibile abbassamento di pressione e conseguente senso di debolezza.

Dormire sul fianco da questo punto di vista è quindi sicuramente preferibile, meglio se quello sinistro.

Si può provare a sostenere il pancione con l’aiuto di un cuscino e/o mettendone uno anche tra le ginocchia.

Verso la fine della gravidanza alcune donne preferiscono usare i cuscini per sollevare il busto, arrivando a dormire in posizione quasi seduta, posizione che aiuta anche a ridurre il frequente bruciore di stomaco e reflusso che affligge molte donne in gravidanza.

Rimedi per insonnia in gravidanza

È importante non lasciarsi innervosire dalle difficoltà a dormire, anche con la consapevolezza che il bambino da questo punto di vista non corre rischi.

Se possibile può aiutare riposare di giorno e provare ad andare a dormire prima alla sera; molto importante evitare il consumo di tè, caffè o cola la sera, perchè la caffeina può peggiorare l’insonnia.

È molto importante cercare di rilassarsi prima di andare a dormire e in questo senso possono aiutare le tecniche di respirazione e di rilassamento. Molte donne per esempio traggono beneficio dallo yoga e dal pilates, in alcuni casi è possibile trovare corsi incentrati proprio sulla gravidanza (diversamente è fondamentale avvertire sempre l’insegnante della propria condizione).

L’esercizio fisico paradossalmente può aiutare a sentirsi meno stanchi, quindi vale la pena di provare a praticare una leggera attività fisica concordata con il proprio ginecologo, per esempio:

  • passeggiare,
  • nuotare,

In caso di gravi difficoltà non bisogna aver paura di parlarne con la propria ostetrica o con il ginecologo.

anche se ti senti stanco durante il giorno, prova ad avere qualche attività, come una passeggiata all’ora di pranzo o andare a nuotare. Se la mancanza di sonno vi disturba, parlare con il tuo partner, un amico, un medico o una ostetrica.
Leggi circa la prevenzione dell’insonnia, incluse le abitudini diurne come l’esercizio fisico e le abitudini di andare a letto come evitare la caffeina, l’alcool e il fumo.

Valgono infine le regole generali per una corretta igiene del sonno:

  • Sforzarsi di mantenere una regolare routine, andando a dormire più o meno sempre alla stessa ora.
  • Una doccia o un bagno caldo (non bollente!) prima di coricarsi può aiutare a rilassarsi.
  • Scrivere una lista delle cose da fare il giorno successivo può aiutare a organizzare i pensieri.
  • L’ascolto di una musica rilassante può aiutare a prendere sonno, così come leggere qualche pagina di un libro.
  • Evitare in camera da letto l’uso di dispositivi elettrici (televisione, tablet, smartphone, …).
  • Utilizzare la camera da letto solo per il riposo e per trovare intimità con il partner (a differenza di tutte le altre attività fisiche i rapporti sessuali possono conciliare il sonno).
  • La camera deve essere buia, silenziosa e possibilmente a una temperatura compresa tra i 18° e i 24°.

Fonte principale: NHS, licensed under the OGL

Diarrea in gravidanza: cause e pericoli

Introduzione

Durante la gravidanza il sistema immunitario della donna risulta indebolito e questo la espone a una probabilità più elevata di contrarre infezioni più o meno gravi causate da batteri, virus, funghi e parassiti di vario genere.

Se a questo aggiungiamo l’azione di ormoni, stress, cambi dietetici e altri fattori è comprensibile come durante la gestazione si possano verificare più spesso del solito attacchi di diarrea.

La diarrea, definita come un disturbo dell’evacuazione caratterizzato dall’emissione di abbondanti quantità di feci poco formate o addirittura liquide, è un fenomeno che può capitare sempre a chiunque, ma vediamo le cause più frequenti della diarrea in gravidanza e quando la situazione può essere preoccupante.

Prima di addentrarci nella descrizione, ricordiamo infine che la dissenteria rappresenta un fenomeno diverso rispetto alla diarrea, in quanto caratterizzata dalla presenza di sangue nelle feci.

Cause non pericolose

Tra le cause specifiche della gravidanza annoveriamo la possibilità di cambi dietetici imprevisti, per esempio a causa delle voglie o dietro l’indicazione del ginecologo, che potrebbe aver consigliato (giustamente!) di aumentare il consumo di frutta e verdura. Il consumo di abbondanti quantità di fibra è sicuramente utile e condivisibile sempre, ma lo è maggior ragione in gravidanza, quando aumenta il rischio di andare incontro a problemi di stitichezza. In caso di aumento improvviso della quantità di frutta e verdura consumata è possibile che l’organismo reagisca manifestando diarrea.

In questi casi è sufficiente ridurre il consumo, per poi aumentarlo nuovamente, ma in modo più graduale.

Raramente può succedere che la condizione di gravidanza, probabilmente per cause ormonali, induca una sorta di ipersensibilità verso alcune sostanze e cibi altrimenti ben tollerate; a titolo di curiosità segnaliamo invece che un’eventuale intolleranza al lattosio tende invece a migliorare durante la gravidanza, anche se esagerando ovviamente può comunque essere causa di diarrea.

Una causa comune di diarrea in gravidanza è poi il possibile effetto collaterale di multivitaminici e farmaci; molto spesso è per esempio la supplementazione di ferro a causare problemi intestinali, in questi casi è in genere sufficiente segnalarlo al ginecologo per valutare una formulazione diversa.

Le ragioni più comuni sono probabilmente gastroenteriti e intossicazioni alimentari, come d’altra parte succede a tutti; è per esempio molto comune contrarre durante il periodo invernale un’infezione virale (influenza intestinale) in grado di causare diarrea più o meno grave.

Ricordiamo infine che potenzialmente anche i cambiamenti ormonali tipici della gestazione possono essere causa di disturbi intestinali, anche se più spesso trattasi di stitichezza.

In alcuni casi la diarrea può essere causata da condizioni pre-esistenti rispetto alla gravidanza, per esempio:

Pericoli

A meno di casi particolari, che vedremo tra poco, il rischio maggiore legato alla diarrea è la disidratazione, ossia la perdita eccessiva di liquidi e sali minerali, che può manifestarsi con i seguenti sintomi:

  • sete,
  • bocca secca,
  • diminuzione della produzione di urina, che diventa molto scura,
  • debolezza,
  • vertigini,
  • affaticamento.

Cause pericolose

Esistono alcune condizioni infettive che in gravidanza possono causare gravi conseguenze al feto; si tratta di infezione fortunatamente rare, ma che devono indurre alla massima prudenza le donne in gravidanza.

  • Campylobacter: È una delle cause più comuni di gatroenterite batterica nel mondo ed è causa di grave diarrea; nella maggior parte dei casi la coppia madre-feto supera senza grossi problemi l’infezioni, ma occasionalmente può essere causa di aborti e parto prematuro. Il contagio avviene attraverso il consumo di alimenti contaminati.
  • Listeria: Questo batterio contagia attraverso il consumo di alimenti contaminati, oltre a una possibile diarrea, può causare sintomi simil-influenzali. Può avere conseguenze gravissime sul feto (morte, aborto, parto prematuro, …).
  • Salmonella: Si tratta di una tossinfezione alimentare che ha come sintomo principale una severa diarrea; normalmente può essere debilitante, ma tende a risolversi senza sequele; in gravidanza invece può essere causa di meningiti e altre gravi complicazioni, perchè può esserne contagiato anche il feto.
  • Epatite B: Anche contrarre l’epatite B può avere come conseguenza, tra le altre, la comparsa di nausea, vomito e diarrea. L’infezione può essere trasmessa dalla mamma al bambino, con una probabilità molto altra di andare così incontro a infezione cronica e drammatiche conseguenze sul fegato.

Come abbiamo visto in precedenza sono numerose le cause NON preoccupanti di diarrea in gravidanza e l’esperienza ci insegna che fortunatamente con qualche attenzione non è così facile contrarre infezioni gravi, ma è importante non abbassare mai la guardia sull’igiene e su cosa si mangia in gravidanza. Uno scrupolo in più durante la gravidanza può davvero fare la differenza.

Cosa fare

In caso di diarrea in gravidanza innanzi tutto è bene non allarmarsi, si tratta di un sintomo comune e nella maggior parte dei casi destinato a risolversi spontaneamente in qualche giorno.

A meno che non ci siano fondati motivi per ritenere di essere di fronte a un problema potenzialmente serio (consumo di alimenti a rischio) in presenza di sintomi seri (come la febbre), in genere si consiglia di:

  • Bere abbondantemente, possibilmente soluzioni reidratanti e non solo acqua, per evitare rischi di disidratazione;
  • Non assumere farmaci se non espressamente avallati dal ginecologo;
  • Contattare il ginecologo per pianificare con lui se e cosa assumere (in genere viene fissata una visita nel caso di mancata risoluzione entro 2-3 giorni);
  • Evitare alimenti a rischio di peggioramento (ridurre il consumo di fibra, evitare latte e latticini, evitare cibi piccanti e grassi).

In caso di diarrea, nel dubbio, contattare telefonicamente il ginecologo.

Fonti principali:

Beta HCG: valori, tabella, gemelli e andamento

Valori beta hCG

La seguente tabella mostra i valori indicativi dell’andamento dell’ormone beta HCG in gravidanza.

Epoca gestazione Valori beta HCG
3 settimana 5 – 50 mIU/ml
4 settimana 5 – 426 mIU/ml
5 settimana 18 – 7,340 mIU/ml
6 settimana 1,080 – 56,500 mIU/ml
7 – 8 settimana 7, 650 – 229,000 mIU/ml
9 – 12 settimana 25,700 – 288,000 mIU/ml
13 – 16 settimana 13,300 – 254,000 mIU/ml
17 – 24 settimana 4,060 – 165,400 mIU/ml
25 – 40 settimana 3,640 – 117,000 mIU/ml
  • I livelli circolanti crescono esponenzialmente col passare del tempo, raddoppiando la quantità ogni 2-4 giorni circa per almeno tutto il primo trimestre; dal punto di vista diagnostico possono essere rilevati con i test di routine circa 11 giorni dopo il concepimento per quanto riguarda la ricerca nel sangue, e qualche giorno dopo (di norma 14 giorni dopo la fecondazione) per la ricerca nell’urina.
  • Molto indicativamente:
    • raddoppiano ogni 2 giorni per valori fino a 1200 UI,
    • raddoppiano ogni 3 giorni per valori da 1200 UI a 6000 UI,
    • raddoppiano ogni 4 giorni per valori superiori a 6000 UI.
  • I livelli raggiungono il picco massimo nelle prime 8-11 settimane, per poi decrescere lentamente.
  • In generale si considera che per valori di beta hCG inferiori a 5mUI/ml non ci sia gravidanza, che risulta invece certa per valori oltre i 25 mUI/ml.
  • Indicativamente i valori riscontrati di beta hCG sono i seguenti, calcolati come numero di settimane dall’ultimo ciclo (anche se possono esserci variazioni per cicli di durata variabile, i valori riportati si riferiscono a cicli in cui l’ovulazione compare il 14esimo giorno).
  • La mancanza di un embrione visto con l’ecografia a seguito di valori superiori a 1500 IU/L è fortemente indicativo di gravidanza ectopica.
  • Nel caso di gravidanze gemellare è frequente rilevare valori sensibilmente maggiori.

Esame beta HCG

Beta hCG

Beta hCG (http://en.wikipedia.org/wiki/Human_chorionic_gonadotropin)

La hCG è una glicoproteina composta da due parti, alfa e beta, e proprio questa seconda è quella rilevata nei test di gravidanza.

Questo ormone si rileva nel sangue della neo-mamma dal primo giorno di gravidanza o, meglio, fin dalle prime ore successive all’impianto (che può avvenire fino a 10 giorni a seguito della fecondazione); viene prodotto inizialmente dal trofoblasto, che in seguito si trasforma in placenta e continua a secernere la sostanza. Questo ormone è il segnale per l’organismo che una nuova vita sta nascendo e che è quindi necessario predisporre una serie di eventi biochimici per permettere la prosecuzione della gravidanza.

L’esame del sangue delle beta HCG è quindi il test di gravidanza, che può essere svolto sia sulle urine che sul sangue.

Beta HCG basso

Nella maggior parte dei casi una donna scopre di essere incinta quando un test di gravidanza fatto in casa risulta positivo; a conferma del risultato spesso viene richiesto un esame del sangue quantitativo, per misurare esattamente la quantità di ormone HCG circolante: in caso di valore inferiore al previsto può insorgere qualche preoccupazione, ma un unico valore basso è poco indicativo dell’andamento della gravidanza, perchè potrebbe essere dovuto a un’ovulazione avvenuta più in ritardo rispetto a quanto la donna ipotizza, o anche a un impianto particolarmente lungo.

Quando si usa questo esame per monitorare l’evoluzione della gravidanza sarebbe sempre bene interpretare il valore analizzando l’aumento della concentrazione dell’ormone a distanza di due o tre giorni, per verificare se l’incremento sia sufficientemente consistente. Se la concentrazione non fosse aumentata come ci si aspetta che faccia nei primi giorni effettivamente la gravidanza potrebbe non andare a buon fine.

A parti casi particolari è tuttavia sempre più preferita la verifica ecografica della gravidanza, che risparmia preoccupazioni e spaventi alle future mamme, dovute ad andamenti delle beta poco prevedibili.

Beta HCG e gemelli

In caso di gravidanza gemellare molto spesso si riscontrano valori di beta HCG più elevati rispetto alla norma, ma non è sempre così, e la diagnosi viene in genere fatta con certezza solo attraverso l’ecografia.

Il sito betabase, che raccoglie segnalazioni spontanee dei valori di donne in gravidanza, riporta la seguente tabella:

Giorni post-ovulazione HCG mediana HCG min HCG max
10 23 5 85
11 61 13 1443
12 85 3 2583
13 147 5 4622
14 233 8 8270
15 367 11 14798
16 550 18 3138
17 804 12 5367
18 1167 30 9289
19 1651 40 12979
20 2378 52 13975
21 3441 70 20956
22 4744 152 27554
23 6630 107 36231
24 8828 138 47639
25 11457 177 62640
26 14453 227 82364
27 18045 291 108300
28 23380 374 203398
29 28743 480 394836
30 32012 995 189191

Gravidanza molare: sintomi e pericoli

Introduzione

Si parla di gravidanza molare quando il feto non si sviluppa perché placenta ed embrione non si formano bene.

In una gravidanza normale la placenta provvede a nutrire il feto e a rimuovere le scorie. È costituita da milioni di cellule, i cosiddetti trofoblasti. Nella gravidanza molare queste cellule hanno un comportamento anomalo fin dal momento della fecondazione dell’ovocita. Questa anomalia determina una massa di cellule difettose che possono formare sacchi pieni di liquido (cisti), simili ad acini di uva bianca. Queste cellule si sviluppano rapidamente nell’utero, invece di originare un feto. Vengono identificate con il termine mola, derivata dal latino per massa.

La gravidanza molare viene anche chiamata mola idatiforme; è una forma precancerosa di malattia trofoblastica gestazionale.

È dovuta a uno squilibrio del materiale genetico (cromosomico) nella gravidanza. In genere, si verifica quando uno spermatozoo feconda un ovocita privo di materiale genetico (gravidanza molare completa) o due spermatozoi fecondano un ovocita normale (gravidanza molare parziale).

Nella gravidanza molare completa, l’embrione non si sviluppa per niente. In quella parziale, ci può essere uno sviluppo fetale che non arriva però mai a uno stadio vitale, a causa dello squilibrio tra cromosomi maschili e femminili.

La gravidanza molare non dipende da fattori della coppia.

Si tratta fortunatamente di un evento raro, su 1000 gravidanze all’incirca da una a tre risultano molari.

Fattori di rischio

I fattori di rischio noti sono i seguenti:

  • Età: le gravidanze molari complete sono più frequenti prima dei 20 e dopo i 45 anni di età. L’età non influisce invece sul rischio di gravidanza molare parziale.
  • Gravidanza molare pregressa: dopo una gravidanza molare, il rischio di averne un’altra è 1-2 su 100 rispetto ad un rischio base di 1 su 600. In caso di gravidanze molari ripetute, il rischio sale a circa 15-20%.
  • Etnia: le gravidanze molari sono più frequenti nei paesi asiatici (come Taiwan, Filippine e Giappone) e tra le native americane. Negli ultimi anni, però, le differenze di incidenza della gravidanza molare tra queste comunità e la popolazione generale sono diventate meno evidenti.

Tipi di gravidanza molare

Esistono due tipi principali di gravidanza molare, in funzione della disposizione dei cromosomi nell’ovocita. In particolare:

  • Mola completa: non si forma tessuto placentare normale né c’è sviluppo fetale; di fatto, c’è solo una crescita di cellule anormali
  • Mola parziale: si formano un qualche tessuto placentare e una parvenza di embrione anormali; non c’è sviluppo fetale

In casi molto rari, una gravidanza gemellare può consistere in un feto normale e una mola.

Sintomi e diagnosi

La gravidanza molare spesso non dà alcun segno particolare. Nella maggior parte dei casi il problema viene rilevato durante un controllo ecografico, che potrebbe anche essere la prima ecografia (a seconda dei casi tra la sesta e la quattordicesima settimana).

In caso di sintomi, compaiono in genere tra la quarta e la dodicesima settimana di gravidanza, il sintomo più frequente è il sanguinamento o la perdita vaginale di un liquido marrone-rosso.

Malessere e vomito possono essere più intensi rispetto a una gravidanza normale.

Il sanguinamento in genere porta all’esecuzione di un controllo ecografico. Se l’esame rivela anomalie, viene eseguita un’evacuazione uterina. La procedura consente la rimozione della gravidanza molare e viene in genere praticata chirurgicamente (evacuazione per aspirazione).

Implica l’apertura della cervice (il collo dell’utero) con un piccolo tubo, detto dilatatore, e la rimozione di qualunque residuo tessutale tramite un dispositivo aspirante. Il tessuto gravidico viene quindi sottoposto a esami di laboratorio per confermarne la natura molare.
In caso di aborto o interruzione di gravidanza per altri motivi, il tessuto gravidico può comunque essere sottoposto ad analisi. Ciò può evidenziare una gravidanza di origine molare anche in assenza di indicazioni cliniche.

Trattamento

La gravidanza molare in genere deve essere rimossa chirurgicamente. L’intervento consiste in un’evacuazione per aspirazione, di pertinenza di un ginecologo.
In alcuni casi, la gravidanza molare può essere trattata con la rimozione dell’utero (isterectomia), ma solo nei casi in cui la donna non voglia affrontare ulteriori gravidanze.

Quasi tutti i casi di gravidanza molare posso essere risolti con successo.

Dopo la rimozione chirurgica rimangono comunque alcune cellule nell’utero. Nel tempo queste cellule muoiono spontaneamente in circa il 90% delle donne.

Per sicurezza quasi tutte le donne che hanno avuto una gravidanza molare vengono sottoposte a monitoraggio dell’ormone HCG; l’HGC è prodotto da una placenta normale ma anche da cellule molari ed è l’ormone normalmente utilizzato per i test di gravidanza. Può essere individuato sia nel sangue che nelle urine.

Questo permette di monitorare eventuali segni di malattia trofoblastica gestazionale persistente, possibile complicanza di una gravidanza molare (vedere oltre); in questi casi, i livelli di HCG rimangono costanti o aumentano invece di diminuire. Questa condizione richiede terapie ulteriori a base di chemioterapici.

Complicazioni

In alcuni casi, le cellule molari rimaste dopo evacuazione dell’utero ricrescono invece di morire; si parla allora di malattia persistente.

È una delle forme maligne di malattia trofoblastica gestazionale, che includono la mola invasiva e il coriocarcinoma. Un’ulteriore evacuazione per aspirazione può essere occasionalmente di aiuto, ma in genere è necessario ricorrere alla chemioterapia per risolvere il problema.

Il rischio di trattamento ulteriore è di:

  • 1 su 10 dopo gravidanza molare completa,
  • 1 su 100 dopo gravidanza molare parziale.

La gravidanza molare invasiva in genere è trattata con una chemioterapia a base di metotrexate e acido folinico. Il metotrexate è somministrato per via intramuscolare (iniezione), l’acido folinico per bocca (compresse).

Iniezione e compressa vengono somministrate a giorni alterni per otto giorni, seguiti da un riposo di sei giorni. Il ciclo di otto giorni viene quindi ripetuto. Questa alternanza si protrae fino a sei settimane dopo normalizzazione dei livelli di HCG.

Ogni 100 casi si verificano da una a tre recidive.

La malattia trofoblastica persistente è diversa da altri tipi di cancro; la percentuale di guarigione nelle donne che la sviluppano dopo una gravidanza molare è circa del 100%. Questo significa che in pratica tutte le donne che vanno incontro a malattia trofoblastica persistente dopo gravidanza molare possono guarire.

Mentre la guarigione fisica è spesso relativamente veloce, il recupero emozionale può richiedere più tempo.

Non solo la gravidanza molare implica la perdita di un feto, ma comporta anche un piccolo rischio di crescita cancerosa. Questo può avere un enorme impatto emotivo.
Parlarne con il partner, il medico, uno psicologo o altre donne che abbiano avuto esperienze analoghe potrà essere di aiuto.

Gravidanze successive

Dopo una gravidanza molare, si raccomanda di evitare una nuova gravidanza fino al completamento del monitoraggio dell’ormone HCG. Ciò richiede in genere pochi mesi, ma talvolta può estendersi fino a un anno, sarà quindi il ginecologo a valutare tempi e modi.

Nella maggior parte delle donne in trattamento chemioterapico per malattia trofoblastica persistente il ciclo mestruale riprende sei mesi dopo la terapia.

Fonte principale: NHS, licensed under the OGL

Traduzioni a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

Aborto volontario, tutto quello che bisogna sapere

Descrizione generale

Molte donne vogliono avere figli. Vogliono metterli al mondo quando sono pronte e in grado di prendersene cura al meglio. Ogni anno, però, milioni di donne affrontano gravidanze non pianificate. Di fatto, la metà di tutte le gravidanze negli Stati Uniti non è programmata e probabilmente in Italia la situazione non è dissimile.

In caso di sospetto di gravidanza, il primo passo è fare un apposito test, l’unico modo per avere una risposta certa al dubbio.

La scelta di come avviene un’interruzione di gravidanza volontaria dipende da fattori come l’età gestazionale dell’embrione o del feto, che aumenta di dimensioni con il progredire della gravidanza. Alcune procedure possono essere scelte in base alle leggi in vigore, alla disponibilità dell’ospedale locale o per la preferenza personale della donna.

Un aborto viene clinicamente indicato come terapeutico quando viene eseguito per

  • salvare la vita della donna incinta,
  • per prevenire danni alla sua salute fisica o psichica,
  • per interrompere una gravidanza in cui vi è una forte probabilità che il bambino avrà un alto rischio di morbilità o mortalità
  • o per ridurre selettivamente il numero di feti in modo da ridurre i rischi per la salute associati con una gravidanza multipla.

Un aborto è chiamato invece volontario quando viene effettuata su richiesta della donna per ragioni non mediche.

La scelta ultima spetta solo e soltanto alla donna, ma parlarne con altri può essere di grande aiuto, sia esso il partner, con una persona di famiglia o amica di sua fiducia, oppure il ginecologo in caso di problemi legati alla sfera medica.

È indispensabile prendersi del tempo e soppesare accuratamente la propria decisione, ma bisognerà tuttavia far attenzione a non aspettare troppo a lungo. Se si pensa di dover interrompere la gravidanza, è meglio deciderlo prima possibile, in quanto l’aborto in fase precoce comporta meno rischi.

In attesa di finalizzare una decisione, è necessario prendersi cura di sé per evitare qualsiasi rischio per il feto, quindi:

  • non bere alcolici,
  • non fumare,
  • non assumere droghe,
  • mangiare in modo sano,
  • non assumere farmaci senza prima consultare il medico,
  • riposarsi molto,
  • praticare attività fisica.

Se la decisione è di portar avanti la gravidanza, si dovrà fissare un appuntamento con il medico, andare regolarmente dal ginrcologo durante la gravidanza aiuterà a mantenere sé stesse e il nascituro nelle migliori condizioni possibili.

Ricordiamo inoltre che in Italia è possibile partorire in modo anonimo, in questo modo non è necessario abortire e allo stesso tempo la mamma biologica non dovrà prendersi cura del bimbo dopo la nascita.

Modalità

Prima dell’aborto, si parteciperà a un colloquio in cui si parlerà della propria decisione e di cosa succederà dopo.

Quando applicabile, sarà possibile scegliere come effettuare l’aborto.

Sono disponibili due opzioni:

  • aborto medico (la “pillola abortiva“); l’assunzione di due dosi, in genere intervallate di 24 – 48 ore, induce l’aborto
  • aborto chirurgico; l’aborto viene eseguito tramite un piccolo intervento chirurgico che permette in genere di tornare a casa poco dopo

Dopo un aborto, ci vorrà verosimilmente un periodo di stacco di qualche giorno. È probabile che per un paio di settimane si avverta un po’ di fastidio e che ci sia qualche perdita di sangue dalla vagina.

In genere, non sarà necessario passare la notte in ambiente ospedaliero, ma potrà essere necessario recarsi a vari appuntamenti in giorni diversi anche se gli step possono cambiare leggermente da una struttura all’altra.

In genere, gli aborti medici e chirurgici possono essere eseguiti fino a 24 settimane di gravidanza tuttavia può essere proposto dopo le 24 settimane in casi eccezionali, come per esempio se la donna è in pericolo di vita o se ci sono problemi con lo sviluppo del feto.

Quando possibile, la donna dovrà essere libera di scegliere il metodo preferito.

Rischi

L’aborto è sicuro se eseguito quanto prima nel corso di una gravidanza.

La maggior parte delle donne non avrà problemi, anche se qualche rischio di complicanze c’è, ad esempio:

  • infezione dell’utero, fino a 1 ogni 10 aborti,
  • rimozione incompleta del tessuto gravidico, fino a 1 ogni 20 aborti,
  • sanguinamento eccessivo, fino a 1 ogni 1.000 aborti,
  • danni all’ingresso dell’utero (cervice), fino a 1 ogni 100 aborti chirurgici,
  • danni all’utero, in 1 ogni 250 – 1.000 aborti chirurgici e in meno di 1 ogni 1.000 aborti medici eseguiti a 12 – 24 settimane di gravidanza.

In caso di complicanze possono essere necessari ulteriori trattamenti anche chirurgici.

Dopo un aborto medico, è possibile avere degli effetti collaterali di breve durata, per esempio diarrea e nausea, dovuti ai farmaci. Anche gli anestetici generali e i farmaci per la sedazione cosciente possono avere effetti collaterali.

Qualunque sia il tipo di aborto, è probabile avere anche qualche crampo gastrico e sanguinamenti vaginali. In genere, questi sintomi durano una settimana o due.

Talvolta, dopo un aborto medico, un minimo sanguinamento vaginale può protrarsi anche fino a un mese.

Dopo un aborto, si può:

  • assumere ibuprofene (o quanto prescritto) per aiutarsi a superare dolore o fastidio,
  • usare assorbenti esterni invece dei tamponi fino a cessazione del sanguinamento,
  • avere rapporti sessuali appena ci si sente pronte,
  • vanno usati contraccettivi per evitare una nuova gravidanza, perché la fertilità si ripristina subito dopo l’aborto.

Ricorrere al medico in caso di sanguinamenti abbondanti, dolori intensi, scariche vaginali maleodoranti, febbre o segni di prosecuzione della gravidanza, come nausea e tensione mammaria. Il centro che ha eseguito l’intervento fornirà un contatto attivo 24 ore al giorno per eventuali problemi.

Dopo un aborto, si affronterà una serie di emozioni. Se sembra necessario parlarne, contattare il consultorio o il proprio medico per farsi aiutare.

Un aborto non ridurrà le probabilità di una nuova gravidanza e di successive gravidanze normali; in effetti si potrebbe rimanere incinta immediatamente dopo e si dovrà quindi adottare contraccettivi per evitare una nuova gravidanza.

Aborto medico

L’aborto medico consiste nell’assunzione di farmaci per terminare la gravidanza. Non richiede chirurgia né anestesia.

Viene somministrato il mifepristone, un farmaco che blocca l’ormone che consente alla gravidanza di continuare. Subito dopo, si potrà andare a casa e continuare le proprie attività abituali.

Dopo 24 – 48 ore ci sarà una nuova visita durante la quale si assumerà un secondo farmaco, il misoprostolo. Può essere assunto sotto forma di compressa da ingerire, sciogliere sotto la lingua o tra guance e gengive, oppure inserito in vagina. Entro 4 – 6 ore il rivestimento interno dell’utero si sfalda, causando sanguinamento e distacco con eliminazione del tessuto gravidico. Può essere necessario rimanere in ambiente ospedaliero durante l’eliminazione del tessuto oppure andare a casa.

Se l’aborto medico viene eseguito dopo le 9 settimane di gravidanza, possono essere necessarie più dosi di misoprostolo ed è maggiore la probabilità di dover rimanere in ambiente ospedaliero. Talvolta, la gravidanza non si interrompe ed è necessario un piccolo intervento chirurgico.

Efficacia

Il mifepristone ha un’efficacia di circa 97%. Nei rari casi in cui non funziona, può essere tentato l’aborto chirurgico.

Effetti e rischi

Nella maggior parte delle donne, l’aborto medico viene percepito come una brutta mestruazione, con forti crampi, diarrea e stomaco sotto-sopra. Questi sintomi sono normali. Paracetamolo (Tachipirina®) o ibuprofene (Brufen®) possono aiutare a ridurre i crampi. Il medico vorrà però essere informato in caso di:

  • Sanguinamento tale da richiedere più di due assorbenti in un’ora,
  • Febbre sopra 37,8° per più di 4 ore,
  • Dolore persistente nonostante l’assunzione di paracetamolo o ibuprofene.

Aborto chirurgico

L’aborto chirurgico consiste in una procedura in anestesia locale (viene addormentata l’area dell’intervento) e sedazione cosciente (paziente rilassata ma sveglia), o in anestesia generale (la paziente viene addormentata).

Ci sono due metodi.

Aborto per aspirazione

Può essere usato fino a 15 settimane di gravidanza. Richiede l’inserimento di un tubo nell’utero, attraverso la vagina e la cervice (ingresso dell’utero). Il tessuto gravidico viene quindi rimosso aspirando sotto vuoto.

La cervice verrà dapprima delicatamente allargata (dilatata). Potrà essere inserita una compressa in vagina (o ingerita per bocca) qualche ora prima, in modo da rilassare la cervice e renderne più facile la dilatazione.

Vengono in genere somministrati analgesici per bocca e anestetici locali, ossia farmaci che tolgono le sensazioni iniettati nella cervice. Potrebbero anche venir somministrati dei sedativi tramite iniezione. Non è in genere necessaria l’anestesia generale.

L’aspirazione sotto vuoto richiede circa 5 – 10 minuti; la maggior parte delle donne può andare a casa poche ore dopo.

Dilatazione ed evacuazione

Usato a partire dalle 15 settimane circa di gravidanza.

Richiede l’inserimento nell’utero attraverso la cervice di strumenti speciali, detti forcipi, per rimuovere il tessuto gravidico.

La cervice viene dilatata per diverse ore (fino a un giorno) prima dell’intervento per permettere l’inserimento del forcipe.

La procedura viene eseguita con la paziente in sedazione cosciente o anestesia generale. Richiede di solito circa 10 – 20 minuti; permette solitamente di andare a casa il giorno stesso.

Effetti e rischi

Per molte donne, l’aborto chirurgico risulta come una mestruazione con crampi particolarmente intensi. In genere, vengono somministrati farmaci per contenere il dolore e raccomandato il riposo una volta a casa. Possono essere di aiuto anche paracetamolo o ibuprofene. Il sanguinamento può continuare a intermittenza per qualche settimana.

Efficacia

L’efficacia della procedura è praticamente del 100%.

Effetti sulla fertilità e su successive gravidanze

In genere l’aborto non viene riferito a problemi di fertilità o complicanze di gravidanze successive, tuttavia qualche studio indica un possibile collegamento tra aborto e rischio aumentato di:

  • sanguinamento vaginale in gravidanza,
  • nascite premature,
  • neonati sottopeso,
  • problemi placentari, come la ritenzione.

Raramente, l’aborto chirurgico può causare danni alla cervice dell’utero e solo in tali casi, può essere necessario un intervento di riparazione del danno prima di un nuovo concepimento.

Altrettanto di rado, inoltre, la cervice può risultare indebolita, risultando così incompetente (si potrà dilatare precocemente) in una successiva gravidanza. È più probabile che questo si verifichi in donne sottoposte a più aborti chirurgici.

Rivolgersi al medico dopo un aborto se…

Rivolgersi al medico in caso di:

  • Intensi dolori addominali o alla schiena,
  • Sanguinamento abbondante (risultano imbevuti due maxi-assorbenti all’ora per due ore consecutive),
  • Scariche vaginali maleodoranti,
  • Febbre (sopra 37,8°C).

Quando usare contraccettivi dopo un aborto

Si può rimanere incinta poco dopo un aborto, anche prima che ritornino le mestruazioni. La maggior parte dei metodi contraccettivi può essere iniziata lo stesso giorno dell’aborto, tuttavia è necessario aspettare circa 6 settimane dopo un aborto nel secondo trimestre di gravidanza prima di usare il diaframma per consentire alla cervice di ripristinare le proprie normali dimensioni.

Legge italiana

La legge 194 consente alla donna

  • che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito

di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza (aborto) in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione (ossia nel primo trimestre, iniziando a contare dalla data dell’ultima mestruazione); tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere a questa scelta solo per motivi di natura terapeutica, quando cioè:

  • la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
  • o siano accertate rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per potersi sottoporre a un aborto, ma per tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge prevede anche che (art.12)

“…nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.”

La legge prevede anche che la donna abbia il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare del tutto anonima.

Fonti:

Traduzione a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

ICSI e fecondazione artificiale: tutte le risposte

Introduzione

L’ICSI (dall’inglese IntraCytoplasmic Sperm Injection, ossia iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo) è una tecnica di fecondazione assistita messa a punto negli anni 90 e che consiste nell’iniezione di uno spermatozoo vivo direttamente in un ovocita. Il procedimento è pensato principalmente per le coppie con grave infertilità maschile o in cui precedenti tentativi di inseminazione in vitro (FIVET) non siano andati a buon fine.

Un’alterata funzionalità degli spermatozoi è una delle più importanti cause di infertilità, con basi sia genetiche che, più spesso, ambientali; questa procedura supera questa e la maggior parte degli ostacoli alla fecondazione e negli ultimi 10-15 anni ha permesso a milioni di coppie di concepire un figlio senza ricorrere a donatori esterni; consente quindi anche a coppie con scarse possibilità di procreare di ottenere embrioni fecondati.

La donna si dovrà sottoporre a stimolazione ovarica con farmaci per la fertilità, in modo da favorire lo sviluppo di parecchi ovociti maturi. Gli ovociti saranno quindi aspirati attraverso la vagina tramite la guida di un’ecografia transvaginale e posti in incubazione controllata in un laboratorio di embriologia. Il seme campione viene preparato tramite centrifugazione delle cellule spermatiche in un mezzo speciale. Questo processo separa gli spermatozoi vivi dagli scarti e dalla maggior parte degli spermatozoi morti. L’embriologo preleverà quindi il singolo spermatozoo vivo con un ago di vetro e lo inietterà direttamente nell’ovocita.

L’ICSI crea un’opportunità di fecondazione, ma non ne può garantire il successo.

Indicazioni all’ICSI

L’ICSI trova indicazione nei seguenti casi:

  • infertilità maschile di grado severo,
  • azoospermia (completa assenza di spermatozoi) ostruttiva e secretiva,
  • assenza di risultati con la FIVET,
  • ovociti scongelati;
  • ridotto numero di ovociti;
  • seme crioconservato in relazione alla qualità seminale successiva allo scongelamento.

Spesso, l’ICSI viene scelta anche nelle coppie affette da infertilità sine causa (ossia dove non è stato individuato il motivo del mancato concepimento) o per aver la massima possibilità di successo, anche in assenza di chiare indicazioni mediche, anche se ovviamente non è in questo caso l’approccio consigliato, che al contrario dovrebbe essere piuttosto la FIVET.

Nelle coppie in cui un qualche esame spermatico abbia riscontrato anomalie, sarebbe bene prendere seriamente in considerazione l’ICSI. Nei casi in cui il partner maschile si sia sottoposto a ripristino della fertilità dopo vasectomia, si raccomanda l’ICSI a prescindere dalla qualità dello sperma, perché la fertilità può essere alterata dalla presenza di anticorpi.

Procedura

Prima del trattamento, sarà necessario compilare la modulistica per il consenso informato e potrà essere necessario sottoporsi, eventualmente anche con il partner, a screening per HIV, epatite B e C, …

In genere, il trattamento richiede:

  • Per la donna
    1. È possibile procedere durante un ciclo spontaneo o, più spesso, attraverso l’assunzione di farmaci per la fertilità per stimolare la produzione di ovociti da parte delle ovaie, come nella FIVET.
    2. Attraverso l’ecografia transvaginale ed eventualmente esami del sangue (estradiolo) verrà monitorata la risposta ovarica.
    3. Gli ovociti vengono quindi prelevati per via transvaginale, sotto controllo ecografico, in anestesia locale o sedazione profonda; solo raramente si procede a prelievo per via laparoscopica.
  • Per l’uomo
    1. Prelievo degli spermatozoi, attraverso masturbazione in caso di valori ottimali, oppure in caso di azoospermia:
      • Aspirazione Percutanea di Spermatozoi per via Testicolare (TESA),
      • Estrazione di Spermatozoi per via Testicolare (TESE e micro-TESE),
      • Aspirazione Microchirurgica di Spermatozoi dall’Epididimo (MESA),
      • Aspirazione Percutanea di Spermatozoi dall’Epididimo (PESA);
    2. Nel caso di sperma congelato, verrà scongelato e preparato per il trattamento.

A questo punto un singolo spermatozoo viene iniettato in ciascun ovocita; si procederà poi alla verifica dell’avvenuta fecondazione e gli embrioni verranno coltivati in laboratorio fino a sei giorni, dopodiché quelli di miglior qualità (da uno a tre) verranno trasferiti in utero. Le probabilità di gravidanze gemellari (due o tre feti) aumentano se più di un embrione viene trasferito, quindi, quando possibile, verrà raccomandato il trasferimento di un singolo embrione (SET, dall’inglese Single Embryo Transfer).

Conta spermatica a zero

Se all’esame dello sperma non ci sono spermatozoi (per motivi che non siano la vasectomia), le possibilità di prelevarne con procedure come PESA, TESA o TESE possono essere molto basse.

In questa situazione, si potrebbe provare a eseguire una raccolta chirurgica come “prova di funzionamento” e congelare il campione così ottenuto. Se non si riscontrano spermatozoi, si potrà prendere in considerazione l’inseminazione o l’IVF con donatore.

Probabilità di successo

Molte coppie con problemi di fertilità di origine maschile sono riuscite a procreare negli anni attraverso questa tecnica. Attualmente, si raggiungono percentuali di fecondazione del 70 – 80% di tutti gli ovociti iniettati (equivalenti a quanto avviene con spermatozoi normali) e percentuali di gravidanza confrontabili a quelle ottenute con l’IVF in coppie senza problemi di fertilità maschile.

La capacità femminile di procreare si riduce con l’età. In media, con i propri ovociti, le probabilità di successo sono inversamente proporzionali all’età.

La percentuale di ovociti effettivamente fecondati (PRIMA del trasferimento in utero) è pari a circa il 60%, a causa di:

  • ovociti immaturi,
  • ovociti danneggiati dalla procedura di iniezione,
  • mancata fecondazione da parte dello spermatozoo.

Nel 2010 (anno più recente di cui siano disponibili dati), in Inghilterra la percentuale di cicli avviati, culminati con la nascita di neonati vivi, impiegando per l’IVF i propri embrioni freschi era:

  • 32,2% nelle donne sotto 35 anni
  • 27,7% nelle donne tra 35 e 37 anni
  • 20,8% nelle donne tra 38 e 39 anni
  • 13,6% nelle donne tra 40 e 42 anni
  • 5,0% nelle donne tra 43 e 44 anni
  • 1,9% nelle donne oltre 44 anni

Le percentuali di successo della FIVET e dell’ICSI sono molto simili e non vengono quindi più presentate separatamente. I risultati sopra riportati sono cumulativi.

Rischi

I rischi associati alla procedura sono tanti.

  • Durante l’ICSI un piccolo numero di ovociti (in genere, meno del 5%) può venire danneggiato durante l’introduzione dell’ago.
  • Il rischio globale di avere un bambino con un’anomalia dei cromosomi X o Y è 0,8% (8 ogni 1000), ossia quattro volte più della media osservata nei concepimenti normali. Le cause di questo rischio aumentato allo stato attuale non sono conosciute.

È importante capire che l’alterata produzione di spermatozoi, indicazione tipica che porta a questa scelta, è una condizione che spesso è causata da difetti genetici nell’uomo, difetti che quindi potrebbero essere trasmessi all’embrione.

È inoltre possibile che l’ovulo venga danneggiato dalla procedura di iniezione e questo in teoria potrebbe essere causa di danni all’embrione.

Sono poi stati riportati rischi di:

  • Aumentato rischio di aborto
  • Problemi cardiaci per i nascituri, che potrebbero richiedere la chirurgia
  • Maggior rischio di disturbi comportamentali o di apprendimento
  • Maggior rischio di infertilità dei nascituri
  • Il rischio di anomalie cromosomiche come la sindrome di Down NON aumenta con l’ICSI, bensì con l’età della madre.

Vari studi hanno analizzato il problema dei ritardi di sviluppo dei bambini nati con l’ICSI, non ci sono però dati conclusivi sul rapporto tra le due condizioni e più in generale è ancora troppo ridotta la letteratura scientifica per trarre conclusioni sull’entità reale dei singoli rischi associati alla tecnica ICSI.

Per ulteriori informazioni sulla procedura si rimanda all’articolo sulla FIVET.

Fonti:

(Traduzioni a cura della Dr.ssa Greppi Barbara)

FIVET e fecondazione assistita

Introduzione

La fecondazione in vitro (IVF, dall’inglese In Vitro Fertilization) è una complessa serie di procedure impiegate nel trattamento dei problemi di fertilità o genetici e nell’assistenza al concepimento; ICSI e FIVET (Fertilizzazione In Vitro con Embryo Transfer) sono i due approcci più diffusi.

La tecnica ICSI (iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi) si differenzia dalla FIVET perché la fecondazione viene ulteriormente “aiutata” dall’esterno, in quanto gli spermatozooi vengono direttamente iniettati all’interno dell’ovocita.

Nel corso della fecondazione in vitro vengono raccolti ovociti maturi dalle ovaie e fecondati poi con lo sperma in laboratorio, secondo una delle due tecniche disponibili. L’ovocita o gli ovociti fecondati (embrioni) vengono quindi impiantati nell’utero in un secondo momento.

Si tratta dell’approccio più sofisticato ed efficace per aiutare una coppia infertile e, quando necessario e nei Paesi in cui sia consentito dalla legge, è possibile inoltre procedere con donatori esterni alla coppia:

  • donazione di sperma,
  • donazione di ovociti,
  • donazione di embrioni,
  • impianto in utero di una donna esterna alla coppia.

Entro certi limiti fissati dal legislatore è possibile accedere a questo percorso di fecondazione in vitro attraverso il Sistema Sanitario Nazionale (mutua).

I risultati dipendono da numerosi fattori, primo fra tutti l’età della donna e le cause dell’infertilità; nel caso di impianto di più embrioni è possibile andare incontro a una gravidanza gemellare.

Indicazioni

La FIVET è un trattamento di fecondazione in vitro che può essere utilizzato in caso di:

  • infertilità,
  • o per problemi genetici.

Nel caso in cui venga usata per la procreazione in coppie infertili in genere si tentano prima approcci meno invasivi, come ad esempio la IUI, ma ci sono alcune situazioni in cui può essere il trattamento di prima scelta, per esempio in caso di avanzata età della madre.

Secondo le linee guida italiane la FIVET ha come indicazioni principali:

  • Tube danneggiate o occluse: nel caso in cui l’isterosalpingografia (o esame analogo) abbia decretato la presenza di tube chiuse, non può in alcun modo avvenire un incontro naturale tra spermatozoo e ovulo, di conseguenza si rende necessario il ricorso a una tecnica di fecondazione assistita.
  • Infertilità maschile di grado moderato: quando lo sperma presenta una concentrazione spermatica sotto la media, spermatozoi con scarsa motilità, o con forma e dimensioni anomale, è più difficile che avventa un concepimento naturale; se dopo un certo periodo di tempo di ricerca naturale e/o tentativi farmacologicamente assistiti non ci fossero risultati è possibile ricorrere a questa tecnica.
  • Endometriosi: questa condizione consiste nello sviluppo di tessuto uterino al di fuori dell’utero, con frequenti conseguenze funzionali a carico di ovaie, utero e salpingi. Si tratta di una malattia che può limitare la fertilità femminile e, quando chirurgia e inseminazioni intrauterine non dovessero essere d’aiuto, è possibile ricorrere alla FIVET.
  • Infertilità di origini non spiegate: si tratta di situazioni in cui non si riesce a trovare una causa nonostante attente valutazioni.
  • Utilizzo di seme crioconservato: per esempio in caso di conservazione dello sperma risalente a periodi precedenti a un qualche trattamento medico invasivo e limitante la fertilità maschile.
  • Fallimento dell’iter terapeutico a bassa tecnologia, ossia in tutti i casi in cui stimolazione ormonale, IUI, … non dovesse aver dato risultati, per esempio in caso di (attenzione, nei seguenti casi non sempre è possibile accedervi attraverso il Sistema Sanitario Nazionale):
    • Disturbi dell’ovulazione: se quest’ultima è rara o assente, ci sono pochi ovociti fecondabili e quindi può diventare impossibile rimanere incinta in modo naturale; una delle possibili cause la menopausa precoce, ossia la perdita della normale funzionalità ovarica prima di 40 anni.
    • Fibromi uterini; sono tumori benigni della parete dell’utero, comuni nelle donne tra 30 e 40 anni. Possono interferire con l’impianto di embrioni.

In caso di coppie con problemi legati a malattie genetiche, è possibile prendere in considerazione la FIVET, associata a una diagnosi genetica preimpianto, ossia uno screening per la selezione degli embrioni privi dei difetti genetici cercati.

Rischi

La FIVET è una procedura considerata ragionevolmente sicura, ma non del tutto esente da rischi.

  • Emorragie e infezioni sono eventi rari, ma possibili.
  • L’eventuale ricorso alla stimolazione ovarica, per esempio con la gonadotropina umana corionica (HCG, dall’inglese Human Chorionic Gonadotropin), può causare la sindrome da iperstimolazione ovarica, con gonfiore e dolore delle ovaie. Segni e sintomi durano tipicamente una settimana e includono lieve dolore addominale, senso di gonfiore, nausea, vomito e diarrea.
  • I farmaci ormonali somministrati possono essere causa di vari effetti collaterali non gravi (aumento ponderale, vertigini, nausea, vomito, dolori addominali).

Relativamente agli esiti della procedura il pericolo maggiore è quello di un concepimento multiplo (28% dei casi), che è legato a un maggior rischio di:

  • parto prematuro,
  • basso peso alla nascita rispetto alla gravidanza singola,
  • aborto,
  • pre-eclampsia,
  • anemia,
  • parto cesareo.

La frequenza degli aborti spontanei nelle donne che concepiscono tramite FIVET usando embrioni freschi è paragonabile a quella del concepimento naturale (circa il 15 – 25%), con una percentuale che però aumenta con l’età.

Tra le donne che si sottopongono alla fecondazione artificiale si registra un tasso del 2-5% di gravidanza extrauterina.

Per quanto riguarda i difetti congeniti ad oggi le statistiche indicano che il principale fattore di rischio è l’età della madre, a prescindere dalle modalità del concepimento.

Il ricorso alla FIVET può essere estenuante finanziariamente, fisicamente ed emotivamente e lo stress è sicuramente un fattore da mettere in conto quando si intraprende questo percorso.

Procedura

Soppressione del ciclo mestruale naturale

Il primo passo consiste in genere nella somministrazione di farmaci in grado di bloccare il normale ciclo mestruale, al fine di massimizzare l’efficacia dei medicinali usati in seguito. Questa fase dura all’incirca due settimane.

Induzione dell’ovulazione

Il passo successivo consiste nella stimolazione di un’ovulazione multipla, invece dell’unico esemplare che in genere si sviluppa in ciascun mese. Sono necessari più ovociti perché alcuni non si fecondano o non si sviluppano normalmente dopo fecondazione.

Possono essere necessari più farmaci, quali:

  • farmaci per la stimolazione ovarica,
  • farmaci per la maturazione degli ovociti,
  • farmaci per impedire l’ovulazione prematura,
  • farmaci per la preparazione dell’utero.

Con il medico, si stabilirà quali farmaci usare e quando usarli.

Verifica dell’ovulazione

Tipicamente, serviranno una o due settimane di stimolazione ovarica prima che gli ovociti siano pronti per il prelievo. La paziente viene sottoposta periodicamente a ecografie di controllo e, in alcuni casi, a esami del sangue per valutare la risposta ai farmaci di stimolazione ovarica.

Talvolta, i cicli di IVF devono essere annullati prima del prelievo degli ovociti per uno dei seguenti motivi:

  • numero di follicoli in sviluppo inadeguato,
  • ovulazione prematura,
  • sviluppo di troppi follicoli, con il rischio di sindrome da iperstimolazione ovarica,
  • altre condizioni mediche.

Prelievo degli ovociti

Il prelievo degli ovociti avviene circa 34 – 36 ore prima dell’ovulazione, attraverso aspirazione transvaginale sotto guida ecografica. Una sonda ecografica viene inserita in vagina per localizzare i follicoli. Un ago sottile viene quindi inserito sotto guida ecografica attraverso la vagina fino ai follicoli per il prelievo degli ovociti.

Il prelievo, che dura indicativamente 15-20 minuti, avviene dopo la somministrazione di una leggera anestesia e farmaci antidolorifici.

Prelievo dello sperma

Se si impiega lo sperma del partner, un campione fresco verrà generato mediante masturbazione e raccolto presso l’ambulatorio o l’ospedale la stessa mattina del prelievo degli ovociti. Talvolta, sono necessari altri metodi, come l’aspirazione testicolare (estrazione dello sperma direttamente dal testicolo tramite ago o chirurgia). Può essere usato anche sperma di donatore. Gli spermatozoi vengono separati dal liquido seminale in laboratorio.

Fecondazione

È possibile tentare la fecondazione in due modi:

  • Inseminazione: spermatozoi sani e ovociti maturi vengono mescolati e incubati per una notte (FIVET).
  • Iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo (ICSI, dall’inglese IntraCytoplasmic Sperm Injection): un singolo spermatozoo sano viene iniettato direttamente in ciascun ovocita maturo. L’ICSI è usata spesso quando lo sperma è di cattiva qualità (basso numero di spermatozoi o altre anomalie) o se tentativi di fecondazione con precedenti cicli di IVF non sono riusciti.

Dopo circa 16-20 ore si valuta se e quanti ovociti siano stati fecondati e questi vengono fatti ulteriormente crescere in laboratorio nei 2-6 giorni successivi;

In questa fase è possibile se necessario procedere alla diagnosi genetica pre-impianto.

A questo punto i migliori embrioni (a seconda dei casi da 1 a 3, generalmente) vengono scelti per la fase successiva.

Il numero di embrioni è un aspetto di fondamentale importanza della procedura, perchè per ogni donna è necessario trovare un compromesso tra la possibilità di concepimento e il rischio di parto multiplo; il fattore cardine è spesso l’età, per esempio l’NHS inglese suggerisce un unico embrione per donne sotto i 37 anni, quando presente di ottima qualità, mentre a salire con l’età e con la presenza di difficoltà viene gradualmente aumentato il numero.

Transfer (trasferimento dell’embrione)

La donna viene preparata nei giorni precedenti con la somministrazione di farmaci in grado di favorire il più possibile la creazione di un ambiente uterino ottimale in vista dell’impianto.

La procedura di transfer della FIVET è in genere indolore, anche se in alcuni casi possono comparire lievi crampi. Da un punto di vista pratica avviene con l’inserimento di un catetere (un tubo lungo, sottile e flessibile) in utero, passando attraverso la vagina e la cervice.

All’estremità del catetere, viene collegata una siringa contenente uno o più embrioni in sospensione in una piccola quantità di liquido.

Tramite la siringa, l’embrione o gli embrioni vengono spinti fino all’interno dell’utero.

Se la procedura va a buon fine, uno o più embrione si annidano nella parete dell’utero circa 6-10 giorni dopo il prelievo degli ovociti.

Dopo la procedura

Dopo il trasferimento dell’embrione, è possibile riprendere la propria vita normale. Le ovaie, però, potrebbero ancora essere ingrossate. Converrà evitare attività fisiche intense, che potrebbero causare fastidio.

Sono effetti collaterali tipici:

  • piccole perdite di liquido trasparente o sangue poco dopo la procedura, dovute alla medicazione della cervice prima del trasferimento dell’embrione.
  • tensione mammaria per gli elevati livelli di estrogeni.
  • leggero senso di gonfiore.
  • lievi crampi.
  • costipazione.

In caso di dolore moderato o intenso dopo il trasferimento dell’embrione, è necessario contattare il medico. Questi valuterà l’esistenza di complicanze, come infezioni, torsione dell’ovaio e sindrome da iperstimolazione ovarica grave.

Dopo IVF, ricorrere tempestivamente al medico in caso di:

  • Febbre superiore a 38°C,
  • Dolore pelvico,
  • Intenso sanguinamento dalla vagina,
  • Sangue nell’urina.

Risultati (prognosi)

Le statistiche differiscono da un centro all’altro e dovranno essere esaminate con attenzione.

Qualche giorno dopo il transfer (o circa 2 settimane dopo il prelievo degli ovociti), verrà eseguito un esame del sangue per la diagnosi di gravidanza (beta HCG), in caso di esito negativo verrà sospesa l’eventuale somministrazione di progesterone e le perdite mestruali dovrebbero verificarsi entro qualche giorno.

Le probabilità di partorire un neonato sano dopo IVF dipendono da vari fattori, tra cui:

  • Età della madre, più si è giovani, più è probabile rimanere incinte e partorire neonati sani con i propri ovociti anche in caso di FIVET; strettamente collegato a questo aspetto ricordiamo la riserva ovarica della donna, stimabile attraverso la conta dei follicoli antrali, il dosaggio dell’ormone antimulleriano.
  • Qualità dello sperma.
  • Qualità degli embrioni prodotti.
  • Storia riproduttiva, le donne primipare hanno meno probabilità di rimanere incinte con l’IVF rispetto a quelle che hanno già avuto figli.
  • Precedenti tentativi di IVF, Le percentuali di successo sono inferiori in donne già sottoposte più volte all’IVF con esito negativo.
  • Eventuale presenza di malattie autoimmuni nella madre.
  • Causa di infertilità.
  • Stile di vita:
    • Le donne fumatrici generano meno ovociti prelevabili con l’IVF e potrebbero abortire più spesso. Il fumo può ridurre le probabilità di successo dell’IVF del 34% e aumenta il rischio di aborto del 30%.
    • L’obesità può diminuire le probabilità di rimanere incinta e avere figli; un BMI superiore a 27 riduce del 33% le possibilità di successo rispetto a un peso inferiore. Inoltre le donne con problemi di obesità vanno più facilmente incontro a problemi durante la gravidanza (diabete gestazionale, pressione alta, tromboembolismo, …).
    • Possono essere dannosi anche l’alcool, le droghe, l’eccesso di caffeina e alcuni farmaci.

Le percentuali di gravidanza esprimono il numero di donne che rimangono incinte dopo una FIVET. Non tutte le gravidanze vanno però a buon fine.

Le percentuali di nati vivi riflettono il numero di donne che partoriscono neonati vivi.
Secondo la statunitense SART (Society of Assisted Reproductive Technologies, ossia la società delle tecnologie di riproduzione assistita), le probabilità di partorire neonati vivi dopo IVF sono circa:

  • 41 – 41% nelle donne con meno di 35 anni
  • 33 – 36% nelle donne con 35 – 37 anni
  • 23 – 27% nelle donne con 38 – 40 anni
  • 13 – 18% nelle donne con 41 anni o più

In base a statistiche inglesi relative all’anno 2010:

  • 32.2% per donne sotto i 35 anni,
  • 27.7% per donne di età compresa tra 35-37,
  • 20.8% per donne di età compresa tra 38-39,
  • 13.6% per donne di età compresa tra 40-42,
  • 5% per donne di età compresa tra 43-44,
  • 1.9% per donne di età superiore ai 44 anni.

Fonti:

Traduzioni a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

IUI e fecondazione assistita

Introduzione

L’inseminazione intrauterina (IUI, dall’inglese IntraUterine Insemination) è una tecnica di fecondazione assistita minimamente invasiva utilizzata nel trattamento dell’infertilità.

Consiste nell’inserire gli spermatozoi direttamente in utero, favorendo così il concepimento in due modi:

  • La quantità di spermatozoi in grado di fecondare l’ovulo è spesso sensibilmente superiore rispetto a quella permessa dai rapporti sessuali, in cui parte di essi non riescono a superare vagina e cervice.
  • Gli spermatozoi si trovano più vicini all’ovulo proprio nei giorni migliori (circa 24-36 ore a seguito del picco ormonale dell’LH), verificati attraverso un attento monitoraggio dell’ovulazione (in genere ecografico).

In passato, lo sperma veniva inserito nella vagina; era una procedura più facile, ma con minor probabilità di successo della tecnica attuale.

È una procedura utile per esempio in caso di infertilità inspiegata, qualità del seme leggermente inferiore a quella ideale o problemi legati all’assenza di muco cervicale; può essere eventualmente praticata con l’uso di sperma da donatore.

Il risultato desiderato dall’inseminazione intrauterina è che gli spermatozoi raggiungano le salpingi e fecondino l’ovocita in attesa, originando una gravidanza normale. Secondo i motivi dell’infertilità, l’IUI può venire coordinata con il ciclo normale o con cicli indotti farmacologicamente.

Prima di intraprendere questo percorso va verificata la pervietà tubarica e l’assenza d’infezioni nel tratto genitale maschile e femminile.

Indicazioni

Le indicazioni principali per questo approccio sono principalmente:

  1. Modesta alterazione della qualità dello sperma (una concentrazione di spermatozoi sotto la media, con poca motilità o con anomalie delle dimensioni e della forma). L’IUI può riuscire a compensare questi problemi, perché la preparazione dello sperma propedeutica alla procedura aiuta a separare gli spermatozoi normali, con motilità conservata, rispetto a quelli di qualità inferiore.
  2. Sterilità sine causa (ossia inspiegata).
  3. Ostacoli cervicali, come una ridotta produzione di muco; la cervice, ossia il tratto inferiore dell’utero, collega quest’ultimo alla vagina. Il muco prodotto dalla cervice nel periodo dell’ovulazione costituisce un ambiente ideale per il viaggio degli spermatozoi dalla vagina alle salpingi. Se però il muco cervicale è troppo denso, può ostacolarne lo spostamento. L’IUI supera la cervice, depositando lo sperma direttamente all’interno dell’utero e aumentando il numero di spermatozoi disponibili per la fecondazione dell’ovocita in attesa.
  4. Infertilità dovuta a endometriosi; in questi casi, l’IUI associata al trattamento farmacologico per favorire la generazione di ovociti di buona qualità è spesso il primo approccio terapeutico.
  5. Ripetuti insuccessi di induzione della gravidanza con stimolazione dell’ovulazione (per esempio, ma non solo, con Clomid).
  6. Patologie sessuali e coitali che non hanno trovato giovamento dall’inseminazione intracervicale semplice.
  7. Prevenzione del rischio di trasmissione di malattie infettive in coppie sierodiscordanti (per esempio, ma non solo, in caso di HIV).

Rappresenta poi uno dei modi più semplici quando esiste la necessità di ricorrere a sperma da donatore.

Raramente, la donna può essere allergica alle proteine contenute nello sperma del partner. L’eiaculazione in vagina causa rossore, bruciore e gonfiore laddove lo sperma entra in contatto con la pelle. I sintomi possono essere prevenuti utilizzando il preservativo, che però impedisce anche la gravidanza. Se l’allergia è grave, si può ricorrere all’IUI, perché molte proteine dello sperma vengono rimosse prima dell’uso.

Inquadramento

Prima di eseguire l’IUI, può essere necessario inquadrare la fertilità della coppia per determinare le cause all’origine delle difficoltà di concepimento e quindi la possibile efficacia dell’inseminazione artificiale.

Per recepire un’IUI, le salpingi della donna (ossia, i condotti che collegano le ovaie all’utero) devono essere aperte e sane, perché è qui che lo sperma feconda l’ovocita ed è da qui che l’embrione così generato migra nell’utero.

È possibile valutare lo stato di salute delle salpingi con uno di questi tre metodi:

  • laparoscopia: un sottile microscopio tubolare viene inserito attraverso una piccola incisione cutanea sulla pancia, permettendo di ispezionare direttamente utero, salpingi e ovaie
  • isterosalpingogramma: viene fatta una radiografia dell’utero e delle salpingi dopo aver iniettato uno speciale mezzo di contrasto
  • isterosalpingoecografia con contrasto (HyCoSy, dall’inglese Hysterosalpingo-Contrast Sonography): richiede l’esecuzione di un’ecografia transvaginale per valutare la pervietà delle salpingi

Tempistica del trattamento

Individuare il momento giusto per procedere alla IUI è di fondamentale importanza ai fini del risultati, perchè l’ovulo rilasciato dal follicolo è disponibile alla fecondazione per sole 12-24 ore circa e, intervenire con eccessivo anticipo, potrebbe causare la morte di almeno una parte degli spermatozoi (riducendo così le possibilità di successo).

Per individuare il momento migliore è possibile usare un kit urinario predittivo per uso domestico (test di ovulazione) che rileva il momento in cui il corpo produce un picco di ormone luteinizzante (LH). In alternativa si può adottare un metodo per immagini (ecografia transvaginale) che consente al medico di visualizzare ovaie e sviluppo degli ovociti.

Occasionalmente vengono usati farmaci per la fertilità per stimolare l’ovulazione. In questi casi viene usata l’ecografia transvaginale per seguire lo sviluppo degli ovociti. Non appena un ovocita è maturo, verrà somministrato un ormone (gonadotropine umane corioniche) per stimolare il suo rilascio.

Sperma

Se una coppia decide di ricorrere all’inseminazione con il proprio sperma, l’uomo dovrà fornire alla clinica per la fertilità in un apposito recipiente, in genere lo stesso giorno dell’esecuzione dell’IUI, un campione ottenuto tramite masturbazione.

Il campione di sperma verrà “lavato” e filtrato con speciali macchinari per rimuovere eventuali spermatozoi non vitali e impurità. Saranno mantenuti gli spermatozoi dotati di alta motilità e rimossi quelli ipomobili. Si produce così un concentrato di spermatozoi sani.

Procedura

Verrà probabilmente chiesto di presentarsi a vescica vuota, per favorire l’inserimento degli strumenti necessari in vagina.

La paziente viene fatta accomodare supina sul lettino ginecologico e le gambe nelle staffe.

Uno strumento detto speculum viene inserito in vagina per mantenerla aperta. Un catetere, ossia un tubo sottile e flessibile, viene quindi introdotto in vagina e guidato fino all’utero. Questo processo è praticamente indolore, benché alcune donne possano avvertire crampi, di breve durata e lieve entità. Attraverso il catetere, si inserisce poi in utero il campione di sperma.

Dopo l’inseminazione, la paziente viene fatta sdraiare sulla schiena per un breve periodo, perchè alcuni studi hanno dimostrato che questo può aumentare le chances di concepimento.

L’intera procedura dura 10-20 minuti e non è richiesta l’assunzione di antidolorifici, dopodichè la coppia può tornare immediatamente a casa.

È possibile avere qualche piccola perdita per il paio di giorni successivi alla procedura.

Risultati e tassi di gravidanza

Aspettare due settimane prima di eseguire un test di gravidanza a casa e tenere conto che la maggior parte dei test domestici diventa definitivo a circa 19 giorni dal rapporto (in questo caso dalla IUI). Il medico potrebbe preferire un esame del sangue, più sensibile nell’identificare prima gli ormoni della gravidanza dopo l’inseminazione.

L’esecuzione del test troppo presto potrebbe determinare risultati come:

  • falsi negativi; se gli ormoni gravidici non sono ancora a valori misurabili, il risultato del test può essere negativo pur essendo in realtà incinta;
  • falsi positivi; se in terapia con farmaci per l’ovulazione, come l’HCG, le componenti ancora in circolo potrebbero dare una positività non corrispondente a una reale gravidanza.

Se l’inseminazione dovesse fallire, si potrà riprovare l’IUI prima di prendere in considerazione altri trattamenti dell’infertilità. Per massimizzare le probabilità di gravidanza, spesso una stessa terapia viene tentata per al massimo 3-6 mesi, perchè la letteratura scientifica riporta che l’88% delle gravidanze ottenute con questa tecnica si concepiscono nei primi tre mesi di trattamento e il 95,5 % nei primi sei mesi, proseguire oltre sarebbe quindi inutile.

Probabilità di successo

Fonte: hfea.gov.uk

È difficile stabilire le percentuali di successo dell’inseminazione intrauterina (IUI), perché il successo dipende dalle cause di infertilità e dall’impiego associato di farmaci per la stimolazione della produzione di ovociti.

Occorre verificare con il proprio medico se tali farmaci fanno al caso proprio. In genere, si può considerare ragionevole il ricorso a 3-6 tentativi di IUI. Sarà il medico a raccomandare la prassi più consona.

Dal 1-1-2008 al 31-12-2008, la percentuale (media nazionale inglese) di nati vivi da IUI con sperma di donatore è stata:

  • 15,8% (237/1497) nelle donne sotto 35 anni
  • 11,0% (154/1394) nelle donne tra 35 e 39 anni
  • 4,7% (23/492) nelle donne tra 40 e 42 anni
  • 1,2% (2/172) nelle donne tra 43 e 44 anni
  • 0% (0/46) nelle donne sopra 44 anni

I dati indicati tra parentesi sono i cicli IUI risultanti in nati vivi rispetto ai cicli IUI avviati.

Come l’età della donna, le possibilità di successo possono anche essere influenzate dalla conta e dalla qualità spermatica (lo sperma fresco ha maggiori probabilità di successo dello sperma congelato e scongelato), nonché da aspetti tecnici dell’IUI, ad esempio la corretta identificazione della tempistica di ovulazione.

Globalmente, più della metà delle donne sottoposte a IUI rimangono incinte durante i primi sei cicli di trattamento.

Se falliscono diversi tentativi di IUI, secondo l’età il medico potrà raccomandare il ricorso a un altro trattamento come l’inseminazione in vitro (IVF, dall’inglese In Vitro Fertilisation).

Rischi

I rischi collegati all’IUI sono minimi, anche se alcune donne riferiscono lievi crampi simili al dolore mestruale.

Se vengono usati farmaci per stimolare l’ovulazione, esiste un piccolo rischio di reazione ai farmaci, nonché una qualche probabilità di gravidanza multipla (gemelli o trigemini) non intenzionale. L’ecografia servirà a monitorare la gravidanza per evidenziare un’eventuale gravidanza multipla; per evitarla, il ciclo di trattamento può semmai essere abbandonato.

Fonti:

Gravidanza a rischio: sintomi, cause e rimedi

Introduzione

Ogni gravidanza in cui i rischi di complicanze per la mamma o per il feto sono più alti rispetto al normale è considerata una gravidanza a rischio.

Prima di addentrarci nella discussione delle principali cause, sottolineo l’esigenza di fare sempre il punto con il proprio ginecologo e non farsi prendere dal panico nel caso si riscontrassero su sé stessi uno o più fattori di rischio, spesso un controllo medico continuo ed attento permette di ridurre e/o azzerare i rischi.

Cause

I fattori che mettono a rischio una gravidanza possono essere divisi in quattro categorie:

  • Condizioni di salute esistenti
  • Età
  • Stile di vita
  • Condizioni della gravidanza

Condizioni di salute esistenti

  • Pressione alta; benché l’ipertensione possa essere rischiosa per la madre e per il feto, molte donne ipertese riescono a portare a termine la gravidanza senza complicazioni. Una pressione alta fuori controllo, però, può determinare danni ai reni materni e aumentare il rischio di neonati sotto peso o di preeclampsia.
  • Sindrome dell’ovaio policistico; si tratta di un disordine che può interferire con la fertilità e con la capacità di portare la gravidanza a termine. Questa sindrome può determinare un’alta incidenza di aborti (perdita spontanea del feto entro la ventesima settimana di gravidanza), diabete gestazionale, preeclampsia e parto prematuro.
  • Diabete; è importante che una donna diabetica gestisca bene la glicemia anche prima di restare incinta. Livelli glicemici elevati possono causare difetti congeniti, spesso ancor prima che la donna realizzi di essere incinta. Un buon controllo dei livelli glicemici e l’assunzione di 400 microgrammi di acido folico ogni giorno aiutano a ridurre il rischio.
  • Disturbi renali; le donne con problemi renali spesso hanno difficoltà a rimanere incinte; eventuali gravidanze sono comunque ad alto rischio di aborto. Donne incinte con malattie renali necessitano di ulteriori trattamenti, modifiche nella dieta e nella terapia, nonché controlli medici frequenti.
  • Malattie autoimmuni; si tratta di disturbi come il lupus e la sclerosi multipla. Alcuni disturbi autoimmuni possono rendere più rischiosa una gravidanza. Per esempio, il lupus aumenta il rischio di nascite pretermine e di nati morti. Alcune donne possono avvertire un miglioramento dei sintomi durante la gravidanza, mentre altre subiscono riacutizzazioni e problemi aggiuntivi.
    Anche alcuni farmaci per il trattamento delle malattie autoimmuni possono risultare pericolose per il feto.
  • Malattie della tiroide; malattie della tiroide fuori controllo, con iper o ipoattività di questa piccola ghiandola del collo i cui ormoni regolano la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa, possono causare problemi al feto, come insufficienza cardiaca, peso insufficiente e difetti congeniti.
  • Infertilità; vari studi hanno riscontrato che donne che assumono farmaci che aumentano le probabilità di gravidanza sono significativamente più a rischio di complicanze di quelle che rimangono incinte senza assistenza. Queste complicanze spesso interessano la placenta (l’organo che collega il feto e la madre) e il sanguinamento vaginale.
  • Obesità; l’obesità può rendere una gravidanza più difficile, aumentando le probabilità di sviluppare il diabete in gravidanza, che può esporre a parti difficili. D’altra parte, alcune donne pesano troppo poco per la propria salute e per quella del feto in via di sviluppo. Nel 2009, l’Institute of Medicine (ente statunitense preposto alle raccomandazioni sanitarie) ha aggiornato i dati relativi all’incremento di peso suggerito in gravidanza. Le nuove raccomandazioni dell’American College of Obstetricians and Gynecologists (società americana di ostetricia e ginecologia) indicano che le donne sovrappeso e obese potrebbero addirittura prendere meno peso rispetto a tali indicazioni e dare comunque alla luce bambini sani.
  • HIV/AIDS; questo virus distrugge le cellule del sistema immunitario, riducendo la capacità di resistere alle infezioni e ad alcuni cancri. Il virus può essere trasmesso dalla madre al feto durante la gravidanza; la trasmissione può avvenire anche durante il travaglio, il parto o l’allattamento al seno. Per fortuna, esistono trattamenti efficaci per ridurre la diffusione dell’HIV da madre a feto, neonato o lattante. Le donne con cariche virali molto basse possono partorire per via vaginale con rischi di trasmissione molto bassi. Donne con cariche virali (quantità misurata di HIV attivo nel sangue) maggiori potranno optare per un parto cesareo, che riduce il rischio di trasmettere l’HIV al nascituro durante il travaglio e il parto. Cure prenatali precoci e regolari sono importanti. Le donne che prendono farmaci per l’HIV e ricorrono al parto cesareo possono ridurre il rischio di contagio al 2%.

Età

  • Gravidanza in adolescenti; sotto i venti anni, la gravidanza espone maggiormente al rischio di sviluppare ipertensione arteriosa e anemia (carenza di globuli rossi sani nel sangue) e a partorire prima del termine. Queste donne molto giovani possono anche essere state esposte a malattie o infezioni a trasmissione sessuale che potrebbero incidere sulla gravidanza. In gravidanza, possono ricorrere meno frequentemente alle cure prenatali, non sottoporsi a visite mediche di valutazione dei rischi e controllo dello stato di salute e non capire quali farmaci o sostanze possono usare.
  • Prima gravidanza dopo i 35 anni; primipare con più di 35 anni possono avere gravidanze normali, ma la ricerca scientifica indica che queste donne hanno un rischio maggiore di:
    • Parto cesareo (procedura chirurgica in cui il neonato viene estratto dall’addome materno tramite un’incisione)
    • Complicanze durante il parto, compresi sanguinamenti eccessivi durante il travaglio
    • Travaglio prolungato (oltre 20 ore)
    • Travaglio che non progredisce
    • Neonati con malattie congenite, come la sindrome di Down.

Stile di vita

  • Assunzione di alcolici in gravidanza; l’alcool arriva direttamente al feto tramite il cordone ombelicale. I centri per il controllo e la prevenzione delle malattie raccomandano che le donne incinte evitino bevande alcoliche durante la gravidanza o mentre cercano di rimanere incinte. Durante la gravidanza le donne che bevono sono più a rischio di aborti spontanei o di nati morti. Aumentano anche i rischi di difetti congeniti e di sindromi feto-alcoliche. Queste ultime sono un gruppo di disturbi fetali associati all’assunzione di alcolici in gravidanza.
    Causano caratteristiche facciali anomale, statura piccola e peso corporeo ridotto, disturbi iperattivi, disabilità intellettive e problemi della vista o dell’udito.
  • Fumo di sigaretta in gravidanza; il fumo espone il feto al rischio di nascita pretermine, ad alcuni difetti congeniti e alla sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS, dall’inglese Sudden Infant Death Syndrome). Anche il fumo passivo rappresenta un rischio per la salute della donna e del feto in via di sviluppo.

Condizioni della gravidanza

  • Gravidanza gemellare; una gravidanza con due, tre o più feti, ossia gemellare, aumenta il rischio di parto prematuro (prima di 37 settimane). Gravidanze dopo i 30 anni e l’assunzione di farmaci per la fertilità sono condizioni che sono state associate alle nascite gemellari. Tre o più feti aumentano le probabilità che una donna debba partorire tramite intervento cesareo. Gemelli e trigemini hanno maggiori probabilità di essere più piccoli rispetto a feti singoli. In caso di nascita prematura, saranno a maggior rischio di difficoltà respiratorie.
  • Diabete gestazionale; noto anche come diabete mellito gestazionale o diabete in gravidanza, è la forma di diabete che si sviluppa per la prima volta durante una gravidanza. Molte donne possono avere gravidanze normali se gestiscono il loro diabete seguendo una dieta e il piano di trattamento fornito dal proprio medico. Un diabete gestazionale fuori controllo aumenta il rischio di travaglio e parto pretermine, preeclampsia e ipertensione arteriosa.
  • Preeclampsia e eclampsia; la preeclampsia è una sindrome connotata dall’aumento della pressione arteriosa dopo la ventesima settimana di gravidanza. Può danneggiare reni, fegato e cervello della madre. Se non trattata, può essere fatale per la madre e/o il feto e dare problemi di salute cronici. L’eclampsia è una forma di preeclampsia più grave, caratterizzata da convulsioni e coma della gestante.

Diagnosi

Buone cure prenatali aiuteranno a stabilire il potenziale di una gravidanza ad alto rischio. Il medico raccoglierà la storia medica della donna ed eseguirà una valutazione per determinare se esistono elementi per ritenere che andrà incontro a una gravidanza a rischio. Il continuo monitoraggio della salute fisica e delle abitudini personali aiuterà il medico a identificare eventuali problemi che si manifestino in gravidanza.

Una donna con una gravidanza ad alto rischio sarà inoltre verosimilmente assistita da un team sanitario speciale per assicurare che porti a termine il o i feti.

Più una donna ha fattori di rischio, più è probabile che lei e il suo feto siano a rischio durante la gravidanza e alla nascita. Per alcuni di questi fattori, sono disponibili statistiche.

  • Ipertensione arteriosa: in base alle statistiche elaborate dal National Heart, Lung and Blood Institute (istituto nazionale cuore, polmone e sangue), negli Stati Uniti il 6 – 8% delle donne gravide svilupperà ipertensione arteriosa. Di queste, il 70% sarà alla prima gravidanza.
  • Preeclampsia: negli Stati Uniti, la preeclampsia colpisce circa il 3 – 5% delle gravidanze, e globalmente il 5 – 10% di tutte le gravidanze. La maggioranza dei casi si sviluppa a termine.
  • Nascite gemellari: il National Center for Heart Statistics (centro nazionale per la statistica sanitaria) ha segnalato un aumento delle nascite gemellari del 76% (da 19 a 33 nascite ogni mille) tra il 1980 e il 2009. Nelle donne da 35 a 39 anni, le nascite gemellari sono salite del 100% e, a partire dai 40 anni, di oltre il 200%. L’incremento delle nascite gemellari è dovuto in parte a trattamenti per la fertilità, specie nelle donne dopo i 35 anni.
  • Diabete gestazionale: secondo i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (Centers for Disease Control and Prevention, abbreviati in CDC), il diabete gestazionale interessa il 2 – 10% delle gravidanze.
  • Età tra i 40 e i 44 anni: il CDC ha inoltre riferito che l’incidenza di parti in donne quarantenni è arrivata nel 2010 a 10,2 per mille donne, il dato più alto registrato dal 1967. Questo incremento è attribuibile almeno in parte al maggior ricorso alle tecniche di riproduzione assistita (trattamenti per la fertilità).

Cura

Il trattamento varia secondo i fattori di rischio.

Ipertensione arteriosa

Durante la gravidanza, possono essere necessarie alcune modifiche della terapia anti-ipertensiva. Il medico può inoltre fornire consigli sul modo migliore per tenere la pressione arteriosa sotto controllo. Tra le raccomandazioni, ci possono essere suggerimenti come la riduzione del sale nella dieta e la pratica regolare di attività fisica.

Diabete gestazionale

Il diabete gestazionale (ossia, insorto in gravidanza) aumenta il rischio di complicanze in gravidanza, tuttavia molte donne hanno gravidanze e neonati sani perché si attengono alla dieta e al piano di trattamento stabiliti dal medico. Una donna con diabete gestazionale dovrebbe:

  1. Conoscere e tenere sotto controllo i livelli della glicemia. La glicemia può essere monitorata dalla donna stessa, misurandola varie volte al giorno.
  2. Seguire una dieta sana. Il medico consiglierà lo sviluppo di un piano con la dieta migliore per ogni gestante.
  3. Mantenere un peso corporeo sano. L’incremento sano del peso corporeo dipende dal peso della donna prima della gravidanza. È importante monitorare sia il peso complessivo che il suo incremento settimanale.
  4. Annotare giornalmente la dieta, l’attività fisica e la glicemia. Una donna con diabete gestazionale dovrà segnarsi glicemia, attività fisica e l’assunzione di qualunque cibo o bevanda in un diario giornaliero.

Alcune donne con diabete gestazionale dovranno anche assumere farmaci, come compresse ipoglicemizzanti orali o insulina, per riuscire a gestire il diabete.

Trattamento dell’HIV

L’infezione HIV può essere trasmessa dalla madre al feto durante la gestazione e il parto, nonché durante l’allattamento, ma il trattamento può prevenire il contagio.

Prevenzione della gravidanza ad alto rischio

Mantenersi in salute è il modo migliore di abbassare il rischio di avere una gravidanza difficile. Molti medici raccomandano che le donne che pianificano una gravidanza si sottopongano ad una valutazione per sincerarsi di essere in buona salute preconcezionale. Durante la gravidanza, esistono comunque misure da adottare per ridurre il rischio di problemi specifici:

  • Assumere almeno 400 microgrammi di acido folico (un tipo di vitamina B) al giorno, prima e durante la gravidanza.
  • Procurarsi uno stato immunitario adeguato.
    Mantenere un peso corporeo ideale, seguire una dieta sana, praticare regolarmente attività fisica ed evitare il fumo, l’alcool o l’uso di droghe.
  • Cominciare i controlli medici all’inizio della gravidanza e andare dal medico regolarmente, come pianificato, per tutta la gravidanza.

Gravidanza ad alto rischio: altre domande e risposte

Come sapere se la propria gravidanza sarà o meno ad alto rischio?

Se si sta pianificando una gravidanza o se si è già incinta, consultare il proprio medico. Quest’ultimo controllerà la storia medica ed eseguirà esami per stabilire le probabilità di una gravidanza ad alto rischio.
Il medico aiuterà a stabilire un piano per ridurre i rischi durante la gravidanza.

Come prendersi cura ottimale di sé stesse e del feto durante la gravidanza?

Ci si può prendere cura di sé e del feto durante la gravidanza mangiando sano, evitando droghe, non fumando, non bevendo alcolici, praticando regolarmente attività fisica, assicurandosi buone cure prenatali e seguendo le raccomandazioni del proprio medico.

In caso di diabete gestazionale, il diabete persiste anche dopo la gravidanza?

Generalmente, se il diabete insorge durante la gravidanza, regredirà dopo il parto, tuttavia il diabete gestazionale può aumentare il rischio di sviluppare il diabete nel corso della vita. Uno studio recente, commissionato dal NIH, ha riscontrato che una dieta sana dopo la gravidanza può aiutare a prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 2 nelle donne che hanno avuto diabete gestazionale.

Una primipara con più di 35 abbu ha maggiori probabilità di necessitare il parto cesareo?

Il solo fatto di essere più in là con gli anni non è sinonimo di parto cesareo, tuttavia una donna meno giovane ha maggiori probabilità di avere una gravidanza ad alto rischio

Fonte: nichd.nih.gov, traduzione a cura della Dr.ssa Barbara Greppi