Archivio tag: Gravidanza

ICSI e fecondazione artificiale: tutte le risposte

Introduzione

L’ICSI (dall’inglese IntraCytoplasmic Sperm Injection ossia iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo) consiste nell’iniezione di uno spermatozoo vivo direttamente in un ovocita. La tecnica è stata sviluppata per favorire il concepimento in coppie con grave infertilità maschile o in cui precedenti tentativi di inseminazione in vitro (FIVET) non siano andati a buon fine. Questa procedura supera la maggior parte degli ostacoli alla fecondazione; consente quindi anche a coppie con scarse possibilità di procreare di ottenere embrioni fecondati.

Per questa procedura, la donna si dovrà sottoporre a stimolazione ovarica con farmaci per la fertilità, in modo da favorire lo sviluppo di parecchi ovociti maturi. Gli ovociti saranno quindi aspirati attraverso la vagina tramite la guida di un’ecografia transvaginale e posti in incubazione controllata in un laboratorio di embriologia. Il seme campione viene preparato tramite centrifugazione delle cellule spermatiche in un mezzo speciale. Questo processo separa gli spermatozoi vivi dagli scarti e dalla maggior parte degli spermatozoi morti. L’embriologo preleverà quindi il singolo spermatozoo vivo con un ago di vetro e lo inietterà direttamente nell’ovocita.

L’ICSI è stata usata per la prima volta presso l’UCSF (Università di California, San Francisco) nel 1994, ottenendo una prima nascita nel febbraio del 1995. Nell’area di San Francisco, l’UCSF è stata la prima istituzione a ottenere una gravidanza e una nascita con questa metodica.

Indicazioni all’ICSI

L’ICSI è ritenuta essenziale nei casi di infertilità maschile con esame spermatico anomalo. Nei seguenti altri casi, la procedura è invece elettiva, cioè una scelta:

  • Scarsi risultati con la FIVET
  • Conte spermatiche variabili
  • Infertilità di origini non spiegate

Spesso, l’ICSI viene scelta per aver la massima possibilità di successo, anche in assenza di chiare indicazioni mediche.

Nelle coppie in cui un qualche esame spermatico abbia riscontrato anomalie, sarebbe bene prendere seriamente in considerazione l’ICSI. Nei casi in cui il partner maschile si sia sottoposto a ripristino della fertilità dopo vasectomia, si raccomanda l’ICSI a prescindere dalla qualità dello sperma, perché la fertilità può essere alterata dalla presenza di anticorpi.

La decisione di ricorrere all’ICSI è difficile soprattutto se non ci sono chiari riscontri di infertilità maschile. Alcune coppie scelgono l’ICSI perché vogliono fare il possibile per garantirsi la massima fertilità, è però importante capire che, in presenza di parametri spermatici normali, la massima probabilità di successo può essere raggiunta seguendo la procedura standard di inseminazione FIVET, senza ricorrere all’ICSI.

Procedura

Prima del trattamento, sarà necessario compilare la modulistica per il consenso informato e potrà essere necessario sottoporsi, eventualmente anche con il partner, a screening per HIV, epatite B e C, …

In genere, il trattamento richiede:

  • Per la donna
    • La donna dovrà assumere farmaci per la fertilità per stimolare la produzione di ovociti da parte delle ovaie, come nella FIVET; i progressi dell’ovulazione verranno monitorati tramite ecografia transvaginale ed eventualmente esami del sangue.
    • Gli ovociti vengono quindi prelevati seguendo la stessa procedura della FIVET; un singolo spermatozoo del partner o di donatore verrà quindi iniettato in ciascun ovocita. Il resto del processo è lo stesso della FIVET.
    • Le probabilità di gravidanze gemellari (due o tre feti) aumentano se più di un embrione viene trasferito, quindi, quando possibile, verrà raccomandato il trasferimento di un singolo embrione (SET, dall’inglese Single Embryo Transfer).
  • Per l’uomo
    • L’esame spermatico al microscopio servirà a decidere se l’ICSI possa aumentare le probabilità di diventare padre.
    • Il passo successivo dipende dalla capacità del soggetto di produrre sperma senza una procedura medica:
      • se sì, il partner genererà un campione fresco di sperma lo stesso giorno in cui vengono raccolti gli ovociti.
      • In caso contrario lo sperma verrà prelevato direttamente dall’epididimo tramite una specie di sottile siringa. Questa tecnica è nota come aspirazione percutanea epididimale dello sperma (PESA, dall’inglese Percutaneous Epididymal Sperm Aspiration).
      • Gli spermatozoi possono essere prelevati anche dai testicoli, procedimento noto come aspirazione percutanea testicolare dello sperma (TESA, dall’inglese Testicular Sperm Aspiration).
      •  È anche possibile rimuovere piccole quantità di tessuto testicolare da cui estrarre gli spermatozoi. Questa tecnica è nota come estrazione testicolare dello sperma (TESE, dall’inglese Testicular Sperm Extraction). Il medico potrà fornire tutte le informazioni su PESA, TESA e TESE.
      • Nel caso di sperma congelato, verrà scongelato e preparato per il trattamento.

Un singolo spermatozoo viene quindi iniettato in ciascun ovocita. L’ICSI crea un’opportunità di fecondazione, ma non ne può garantire il successo.

Infine, se l’ovocita viene effettivamente fecondato, gli embrioni verranno coltivati in laboratorio fino a sei giorni, dopodiché quelli di miglior qualità (da uno a tre) verranno trasferiti in utero.

Conta spermatica a zero

Se all’esame dello sperma non ci sono spermatozoi (per motivi che non siano la vasectomia), le possibilità di prelevarne con procedure come PESA, TESA o TESE possono essere molto basse.

In questa situazione, si potrebbe provare a eseguire una raccolta chirurgica come “prova di funzionamento” e congelare il campione così ottenuto. Se non si riscontrano spermatozoi, si potrà prendere in considerazione l’inseminazione o l’IVF con donatore.

Probabilità di successo

Molte coppie con problemi di fertilità di origine maschile sono riuscite a procreare negli anni attraverso questa tecnica. Attualmente, si raggiungono percentuali di fecondazione del 70 – 80% di tutti gli ovociti iniettati (equivalenti a quanto avviene con spermatozoi normali) e percentuali di gravidanza confrontabili a quelle ottenute con l’IVF in coppie senza problemi di fertilità maschile.

La capacità femminile di procreare si riduce con l’età. In media, con i propri ovociti, le probabilità di successo sono inversamente proporzionali all’età.

Nel 2010 (anno più recente di cui siano disponibili dati), negli USA la percentuale di cicli avviati, culminati con la nascita di neonati vivi, impiegando per l’IVF i propri embrioni freschi era:

  • 32,2% nelle donne sotto 35 anni
  • 27,7% nelle donne tra 35 e 37 anni
  • 20,8% nelle donne tra 38 e 39 anni
  • 13,6% nelle donne tra 40 e 42 anni
  • 5,0% nelle donne tra 43 e 44 anni
  • 1,9% nelle donne oltre 44 anni

Le percentuali di successo della FIVET e dell’ICSI sono molto simili e non vengono quindi più presentate separatamente. I risultati sopra riportati sono cumulativi.

Rischi

I rischi associati alla procedura sono tanti.

  • Durante l’ICSI un piccolo numero di ovociti (in genere, meno del 5%) può venire danneggiato durante l’introduzione dell’ago.
  • Il rischio globale di avere un bambino con un’anomalia dei cromosomi X o Y è 0,8% (8 ogni 1000), ossia quattro volte più della media osservata nei concepimenti normali. Le cause di questo rischio aumentato allo stato attuale non sono conosciute.

È importante capire che potrebbero essere associati con anomalie dei cromosomi sessuali i seguenti problemi:

  • Aumentato rischio di aborto
  • Problemi cardiaci per i nascituri, che potrebbero richiedere la chirurgia
  • Maggior rischio di disturbi comportamentali o di apprendimento
  • Maggior rischio di infertilità dei nascituri
  • Il rischio di anomalie cromosomiche come la sindrome di Down NON aumenta con l’ICSI, bensì con l’età della madre.

Vari studi hanno analizzato il problema dei ritardi di sviluppo dei bambini nati con l’ICSI, non ci sono però dati conclusivi sul rapporto tra le due condizioni.

Per ulteriori informazioni sulla procedura si rimanda all’articolo sulla FIVET.

Fonti:

(Traduzione a cura della Dr.ssa Greppi Barbara)

FIVET e fecondazione assistita

Introduzione

La fecondazione in vitro (IVF, dall’inglese In Vitro Fertilization) include una complessa serie di procedure impiegate nel trattamento di problemi di fertilità o genetici e nell’assistenza al concepimento; ICSI e FIVET (Fertilizzazione In Vitro con Embryo Transfer) sono i due approcci più diffusi.

La tecnica ICSI (iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi) si differenzia dalla FIVET perché la fecondazione viene ulteriormente “aiutata” dall’esterno, in quanto gli spermatozooi vengono direttamente iniettati all’interno dell’ovocita.

Nel corso dell’IVF vengono raccolti ovociti maturi dalle ovaie e, fecondati poi con lo sperma in laboratorio. L’ovocita o gli ovociti fecondati (embrioni) vengono quindi impiantati nell’utero. Un ciclo di IVF richiede circa due settimane.

L’IVF è la metodica più efficace di riproduzione assistita. La procedura può essere svolta usando gli ovociti e lo sperma della coppia. In alternativa, può essere eseguita con ovociti, spermatozoi o embrioni di donatori noti o anonimi. In alcuni casi, può essere impiegato l’utero di un’altra donna per l’impianto dell’embrione (in Italia non è permesso).

Le possibilità di avere neonati sani attraverso la FIVET dipendono da vari fattori, come l’età e la causa di infertilità. La procedura, inoltre, può richiedere molto tempo, risultare costosa e invasiva. Se vengono impiantati più embrioni può originare una gravidanza multipla (gemellare).

Il medico può aiutare a capire i principi di funzionamento dell’IVF, i rischi potenziali e se può rappresentare un modo corretto di risolvere la propria infertilità.

Indicazioni

La FIVET è un trattamento per l’infertilità o per problemi genetici. Se usata per il trattamento dell’infertilità, potrà convenire tentare prima alternative meno invasive, come i farmaci che stimolano la produzione di ovociti o l’inseminazione intrauterina (procedura in cui lo sperma viene inserito direttamente in utero in corrispondenza dell’ovulazione).

Talvolta viene consigliata come metodica di prima scelta nelle donne sopra i 40 anni, ma può anche essere eseguita a fronte di alcune condizioni mediche, come ad esempio:

  • Tube danneggiate o occluse; un danno o l’occlusione delle salpingi rendono difficoltose la fecondazione di un ovocita e la migrazione dell’embrione in utero.
  • Disturbi dell’ovulazione; se quest’ultima è rara o assente, ci sono pochi ovociti fecondabili.
  • Insufficienza ovarica prematura (menopausa precoce); è la perdita della normale funzionalità ovarica prima di 40 anni. In caso di insufficienza, le ovaie non producono estrogeni in quantità normale né rilasciano ovociti con regolarità.
  • Endometriosi; questa condizione consiste nello sviluppo di tessuto uterino al di fuori dell’utero, con frequenti conseguenze funzionali a carico di ovaie, utero e salpingi.
  • Fibromi uterini; sono tumori benigni della parete dell’utero, comuni nelle donne tra 30 e 40 anni. Possono interferire con l’impianto di embrioni.
  • Pregressa legatura o rimozione delle tube; se sottoposte a questa tecnica di sterilizzazione (le salpingi vengono tagliate o permanentemente occluse per prevenire la gravidanza), l’IVF può essere un’alternativa all’eventuale ricostituzione delle salpingi.
  • Produzione di sperma insufficiente o deficitario; una concentrazione spermatica sotto la media, spermatozoi con scarsa motilità, o con forma e dimensioni anomale, possono rendere difficoltosa la fecondazione dell’ovocita. Nel caso di anomalie spermatiche, può essere necessario il ricorso a uno specialista per capire se tali anomalie siano correggibili e per individuare eventuali problemi medici sottostanti.
    Infertilità di origini non spiegate; si tratta di situazioni in cui non si riesce a trovare una causa nonostante attente valutazioni.
  • Difetto genetico; nel caso la coppia rischi di trasmettere ai figli un problema genetico, si potrebbe essere candidati alla diagnosi genetica preimpianto, procedura che richiede l’IVF. Una volta che gli ovociti sono stati coltivati e fecondati, vengono sottoposti a screening per determinati problemi genetici, anche se non tutti possono essere trovati. Gli embrioni senza difetti apparenti possono essere impiantati nell’utero.
  • Salvaguardia della fertilità per cancro o altre condizioni di salute; se in procinto di una terapia per cancro, come la radio o la chemioterapia, che potrebbe interferire con la fertilità, si può prendere in considerazione l’IVF. La donna può fare coltivare i propri ovociti e congelarli non fecondati per un uso successivo. In alternativa, l’ovocita può venire fecondato e congelato per il futuro.

Rischi

Specifici passi di un ciclo di fecondazione artificiale (IVF) comportano rischi, quali:

  • Parti multipli; se vengono impiantati in utero più embrioni, l’IVF aumenta il rischio di parti multipli. Una gravidanza multipla comporta un maggior rischio di parto prematuro e basso peso alla nascita rispetto alla gravidanza singola.
  • Nascita prematura e basso peso alla nascita; i dati scientifici sembrano suggerire che l’IVF aumenti leggermente il rischio di parto prematuro o di neonato con basso peso.
  • Sindrome da iperstimolazione ovarica; l’uso di farmaci iniettabili per la fertilità, come la gonadotropina umana corionica (HCG, dall’inglese Human Chorionic Gonadotropin), per l’induzione dell’ovulazione può causare la sindrome da iperstimolazione ovarica, con gonfiore e dolore delle ovaie. Segni e sintomi durano tipicamente una settimana e includono lieve dolore addominale, senso di gonfiore, nausea, vomito e diarrea. In caso di gravidanza, comunque, questi sintomi potrebbero durare varie settimane. Raramente, è possibile l’insorgenza di una sindrome in forma più grave, che causa un rapido incremento di peso associato ad affanno.
  • Aborto spontaneo; la frequenza degli aborti spontanei nelle donne che concepiscono tramite l’IVF usando embrioni freschi è simile a quella del concepimento naturale (circa il 15 – 25%), con una percentuale che però aumenta con l’età. L’impiego di embrioni congelati per l’IVF può tuttavia leggermente aumentare il rischio di aborto spontaneo.
  • Complicanze della procedura di prelievo degli ovociti; l’aspirazione degli ovociti tramite ago potrebbe indurre sanguinamenti, infezioni o danni all’intestino, alla vescica o vasi sanguigni. Se in anestesia generale, ci sono anche i rischi collegati a quest’ultima pratica.
  • Gravidanza ectopica; il 2 – 5% circa delle donne che si sottopongono all’IVF andranno incontro a una gravidanza ectopica (impianto dell’ovocita fecondato esternamente all’utero), in genere in una salpinge. L’ovocita fecondato non sopravvive al di fuori dell’utero e la gravidanza non può quindi proseguire.
  • Difetti congeniti; l’età della madre è il principale fattore di rischio per difetti congeniti, indipendentemente dalle modalità del concepimento. Sono necessari più dati scientifici per determinare l’eventualità di un maggior rischio di determinati difetti congeniti in neonati concepiti con l’IVF. Alcuni esperti ritengono che l’impiego della metodica non aumenti il rischio di difetti del nascituro.
  • Cancro ovarico; benché alcuni studi inducessero inizialmente a ritenere che esistesse un legame tra alcuni farmaci usati per stimolare la crescita degli ovociti e lo sviluppo di uno specifico tumore ovarico, studi più recenti non sostengono tali osservazioni.
  • Stress; il ricorso all’IVF può essere estenuante sia finanziariamente che fisicamente ed emotivamente. Il sostegno di psicologi, famigliari e amici può aiutare la coppia lungo il difficile percorso del trattamento dell’infertilità.

Procedura

La FIVET implica diversi passaggi, ossia

  1. l’induzione dell’ovulazione,
  2. il prelievo degli ovociti,
  3. la raccolta dello sperma,
  4. la fecondazione
  5. e il trasferimento dell’embrione.

Un ciclo di IVF può richiedere circa due settimane; possono inoltre essere necessari più cicli.

Induzione dell’ovulazione

Se la FIVET viene eseguita con i propri ovociti, verrà avviato un trattamento con ormoni sintetici all’inizio di un ciclo per stimolare le ovaie a produrre più ovociti, invece dell’unico esemplare che in genere si sviluppa in ciascun mese. Sono necessari più ovociti perché alcuni non si fecondano o non si sviluppano normalmente dopo fecondazione.

Possono essere necessari più farmaci, quali:

  • Farmaci per la stimolazione ovarica; potranno essere somministrate iniezioni di ormone follicolo stimolante (FSH, dall’inglese Follicle-Stimulating Hormone), luteinizzante (LH, dall’inglese Luteinizing Hormone), o ambedue in combinazione. Questi farmaci stimolano lo sviluppo contemporaneo di più ovociti.
  • Farmaci per la maturazione degli ovociti; quando i follicoli sono pronti per il prelievo degli ovociti, in genere dopo 8 – 14 giorni, verranno assunte gonadotropine umane corioniche (HCG) o altre sostanze per favorire la maturazione degli ovociti.
  • Farmaci per impedire l’ovulazione prematura; questi composti impediscono il rilascio prematuro degli ovociti in maturazione.
  • Farmaci per la preparazione dell’utero; al momento del prelievo degli ovociti o del trasferimento dell’embrione, potrà essere utile iniziare l’assunzione di supplementi di progesterone per rendere l’utero più ricettivo all’annidamento.

Con il medico, si stabilirà quali farmaci usare e quando usarli.

Tipicamente, serviranno una o due settimane di stimolazione ovarica prima che gli ovociti siano pronti per il prelievo. Per capire quando sono pronti, il medico probabilmente ricorrerà a:

  • Ecografia transvaginale, un esame diagnostico per immagini delle ovaie per monitorare lo sviluppo di follicoli, ossia sacche ovariche ripiene di liquidi in cui maturano gli ovociti
  • Esami del sangue, per valutare la risposta ai farmaci di stimolazione ovarica: i livelli di estrogeni tipicamente aumentano durante lo sviluppo dei follicoli, mentre il progesterone rimane basso fino a dopo l’ovulazione

Talvolta, i cicli di IVF devono essere annullati prima del prelievo degli ovociti per uno dei seguenti motivi:

  • Numero di follicoli in sviluppo inadeguato,
  • Ovulazione prematura,
  • Sviluppo di troppi follicoli, con il rischio di sindrome da iperstimolazione ovarica,
  • Altre condizioni mediche.

Se il ciclo viene annullato il medico potrebbe raccomandare il ricorso a farmaci o dosaggi diversi per favorire una risposta migliore nei successivi cicli di IVF. In alternativa, potrebbe esserci l’indicazione a ricorrere a ovociti da donatrice.

Prelievo degli ovociti

Il prelievo degli ovociti può essere eseguito in ambulatorio o in ambito ospedaliero 34 – 36 ore dopo l’ultima iniezione e prima dell’ovulazione.

Durante il prelievo degli ovociti, verranno somministrati sedativi e farmaci analgesici.
In genere, il prelievo viene eseguito tramite aspirazione transvaginale sotto guida ecografica. Una sonda ecografica viene inserita in vagina per localizzare i follicoli. Un ago sottile viene quindi inserito sotto guida ecografica attraverso la vagina fino ai follicoli per il prelievo degli ovociti.

Se le ovaie non sono accessibili tramite ecografia transvaginale, l’ago può essere inserito tramite chirurgia addominale o laparoscopia (procedura in cui viene praticata una piccola incisione vicino all’ombelico attraverso cui viene inserito un sottile strumento di visualizzazione, il laparoscopio).
Gli ovociti vengono rimossi dai follicoli mediante un ago collegato a un dispositivo di aspirazione. Più ovociti possono essere prelevati in circa 20 minuti.

Dopo questa procedura, è possibile avvertire crampi e sensazioni di pienezza o pressione.

Gli ovociti maturi vengono posti in un liquido nutritivo (mezzo di coltura) e incubati. Gli ovociti che sembrano sani e maturi verranno mescolati con lo sperma nel tentativo di originare embrioni. Non tutti gli ovociti, però, possono essere fecondati.

Prelievo dello sperma

Se si impiega lo sperma del partner, un campione fresco verrà generato mediante masturbazione e raccolto presso l’ambulatorio o l’ospedale la stessa mattina del prelievo degli ovociti. Talvolta, sono necessari altri metodi, come l’aspirazione testicolare (estrazione dello sperma direttamente dal testicolo tramite ago o chirurgia). Può essere usato anche sperma di donatore. Gli spermatozoi vengono separati dal liquido seminale in laboratorio.

Fecondazione

È possibile tentare la fecondazione in due modi:

  • Inseminazione: spermatozoi sani e ovociti maturi vengono mescolati e incubati per una notte (FIVET).
  • Iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo (ICSI, dall’inglese IntraCytoplasmic Sperm Injection): un singolo spermatozoo sano viene iniettato direttamente in ciascun ovocita maturo. L’ICSI è usata spesso quando lo sperma è di cattiva qualità (basso numero di spermatozoi o altre anomalie) o se tentativi di fecondazione con precedenti cicli di IVF non sono riusciti.

In alcune situazioni, il medico può raccomandare altre procedure prima del trasferimento dell’embrione.

Circa 5 – 6 giorni dopo la fecondazione, l’embrione “schiude” la membrana che lo circonda (zona pellucida) in modo da annidarsi nella parete interna dell’utero. Nelle donne di età più avanzata o in caso di vari tentativi di IVF non andati a buon fine, il medico potrebbe suggerire la cova assistita, una tecnica che prevede l’esecuzione di un foro nella zona pellucida subito prima del trasferimento dell’embrione per aiutare l’annidamento dell’embrione.

Gli embrioni vengono fatti sviluppare nell’incubatrice fino a raggiungere lo stadio (tipicamente, dopo cinque o sei giorni) in cui è possibile prelevare un piccolo campione da analizzare per escludere specifici difetti genetici o verificare il corretto numero di cromosomi. Gli embrioni senza geni o cromosomi difettosi possono essere impiantati nell’utero. I test genetici pre-impianto possono ridurre le probabilità che un genitore trasmetta un problema genetico al feto, ma non eliminano completamente il rischio. I test prenatali possono comunque essere utili.

Trasferimento dell’embrione

Questa procedura viene svolta in ambulatorio o in ambito ospedaliero, in genere due – sei giorni dopo la raccolta degli ovociti.

Potrebbe richiedere la somministrazione di un blando sedativo. La procedura è in genere indolore, anche se in alcuni casi può causare lievi crampi.

Personale medico o infermieristico inserirà un catetere (un tubo lungo, sottile e flessibile) in utero, passando attraverso la vagina e la cervice.

All’estremità del catetere, viene collegata una siringa contenente uno o più embrioni in sospensione in una piccola quantità di liquido.

Tramite la siringa, l’embrione o gli embrioni vengono spinti fino all’interno dell’utero.
Se la procedura va a buon fine, un embrione si annida nella parete dell’utero circa 6 10 giorni dopo il prelievo degli ovociti.

Dopo la procedura

Dopo il trasferimento dell’embrione, è possibile riprendere la propria vita normale. Le ovaie, però, potrebbero ancora essere ingrossate. Converrà evitare attività fisiche intense, che potrebbero causare fastidio.

Sono effetti collaterali tipici:

  • Piccole perdite di liquido trasparente o sangue poco dopo la procedura, dovute alla medicazione della cervice prima del trasferimento dell’embrione.
  • Tensione mammaria per gli elevati livelli di estrogeni.
  • Leggero senso di gonfiore.
  • Lievi crampi.
  • Costipazione.

In caso di dolore moderato o intenso dopo il trasferimento dell’embrione, è necessario contattare il medico. Questi valuterà l’esistenza di complicanze, come infezioni, torsione dell’ovaio e sindrome da iperstimolazione ovarica grave.

Dopo IVF, ricorrere tempestivamente al medico in caso di:

  • Febbre superiore a 38°C,
  • Dolore pelvico,
  • Intenso sanguinamento dalla vagina,
  • Sangue nell’urina.

Risultati (prognosi)

Le statistiche differiscono da un centro all’altro e dovranno essere esaminate con attenzione.

Circa 12 giorni – 2 settimane dopo il prelievo degli ovociti, verrà eseguito un esame del sangue per la diagnosi di gravidanza (beta HCG).

  • Se incinta, la donna verrà seguita da uno specialista in ostetricia per l’assistenza prenatale.
  • Se non incinta, verrà sospeso il progesterone; le perdite mestruali dovrebbero verificarsi entro una settimana. Occorrerà rivolgersi al medico se ciò non avviene o in caso di sanguinamenti non abituali. Se si desidera tentare un nuovo ciclo di IVF, il medico potrebbe suggerire passi da adottare per migliorare le probabilità di successo dell’IVF.

Le probabilità di partorire un neonato sano dopo IVF dipendono da vari fattori, tra cui:

  • Età della madre; più si è giovani, più è probabile rimanere incinte e partorire neonati sani con i propri ovociti per l’IVF. A partire da 41 anni, viene spesso suggerito di ricorrere a donatrici di ovociti per l’IVF in modo da aumentare le probabilità di successo.
  • Stato dell’embrione; il trasferimento di embrioni più sviluppati si accompagna a maggiori percentuali di gravidanza rispetto a embrioni meno maturi (secondo o terzo giorno). Non tutti gli embrioni sopravvivono però al processo di sviluppo. Confrontarsi con i sanitari di riferimento rispetto alla propria specifica situazione.
  • Storia riproduttiva; le donne primipare hanno meno probabilità di rimanere incinte con l’IVF rispetto a quelle che hanno già avuto figli. Le percentuali di successo sono inferiori in donne già sottoposte più volte all’IVF con esito negativo.
  • Causa di infertilità; una produzione di ovociti normale aumenta le probabilità di gravidanza con l’IVF. Le donne con endometriosi grave hanno meno probabilità di rimanere incinte con l’IVF rispetto a quelle con infertilità di origine non spiegata.
  • Stile di vita; tipicamente, le donne fumatrici generano meno ovociti prelevabili con l’IVF e potrebbero abortire più spesso. Il fumo può ridurre le probabilità di successo dell’IVF del 50%. L’obesità può diminuire le probabilità di rimanere incinta e avere figli. Possono essere dannosi anche l’alcool, le droghe, l’eccesso di caffeina e alcuni farmaci.

Consultare il medico su quanto nella propria esistenza possa incidere sulla possibilità di avere figli.

Le percentuali di gravidanza esprimono il numero di donne che rimangono incinte dopo una FIVET. Non tutte le gravidanze vanno però a buon fine.

Le percentuali di nati vivi riflettono il numero di donne che partoriscono neonati vivi.
Secondo la statunitense SART (Society of Assisted Reproductive Technologies, ossia la società delle tecnologie di riproduzione assistita), le probabilità di partorire neonati vivi dopo IVF sono circa:

  • 41 – 41% nelle donne con meno di 35 anni
  • 33 – 36% nelle donne con 35 – 37 anni
  • 23 – 27% nelle donne con 38 – 40 anni
  • 13 – 18% nelle donne con 41 anni o più

Fonti:

Traduzione a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

IUI e fecondazione assistita

Introduzione

L’inseminazione intrauterina (IUI, dall’inglese IntraUterine Insemination) è una tecnica di fecondazione assistita utilizzata nel trattamento dell’infertilità.

Gli spermatozoi, sottoposti a lavaggio e concentrati, vengono introdotti direttamente nell’utero nel periodo corrispondente al rilascio di uno o più ovociti da parte delle ovaie. In passato, lo sperma veniva inserito nella vagina. Era una procedura più facile, ma con minor probabilità di successo della tecnica attuale.

Il risultato desiderato dall’inseminazione intrauterina è che gli spermatozoi raggiungano le salpingi e fecondino l’ovocita in attesa, originando una gravidanza normale. Secondo i motivi dell’infertilità, l’IUI può venire coordinata con il ciclo normale o con cicli indotti farmacologicamente.

Indicazioni

La fertilità di una coppia dipende da parecchi fattori. L’inseminazione intrauterina è usata soprattutto nelle seguenti situazioni:

  • Sperma da donatore; in genere, viene adottata l’IUI per fecondare una donna che ricorra a sperma di donatore. I campioni congelati di sperma vengono forniti da laboratori certificati e scongelati prima della procedura IUI.
  • Infertilità di origini non spiegate; l’IUI, insieme a farmaci inducenti l’ovulazione, viene frequentemente usata come prima metodica di trattamento in casi di infertilità senza cause identificate.
  • Infertilità dovuta a endometriosi; in questi casi, l’IUI associata al trattamento farmacologico per favorire la generazione di ovociti di buona qualità è spesso il primo approccio terapeutico.
  • Lieve infertilità maschile (ipofertilità); l’analisi dello sperma del partner, uno dei primi passi nell’inquadramento medico dell’infertilità, può mostrare una concentrazione di spermatozoi sotto la media, con poca motilità o con anomalie delle dimensioni e della forma (morfologia). L’IUI può riuscire a compensare questi problemi, perché la preparazione dello sperma propedeutica alla procedura aiuta a separare gli spermatozoi normali, con motilità conservata, rispetto a quelli di qualità inferiore.
  • Infertilità di origine cervicale; la cervice, ossia il tratto inferiore dell’utero, collega quest’ultimo alla vagina. Il muco prodotto dalla cervice nel periodo dell’ovulazione costituisce un ambiente ideale per il viaggio degli spermatozoi dalla vagina alle salpingi. Se però il muco cervicale è troppo denso, può ostacolarne lo spostamento. L’IUI supera la cervice, depositando lo sperma direttamente all’interno dell’utero e aumentando il numero di spermatozoi disponibili per la fecondazione dell’ovocita in attesa.
  • Allergia allo sperma; raramente, la donna può essere allergica alle proteine contenute nello sperma del partner. L’eiaculazione in vagina causa rossore, bruciore e gonfiore laddove lo sperma entra in contatto con la pelle. I sintomi possono essere prevenuti utilizzando il preservativo, che però impedisce anche la gravidanza. Se l’allergia è grave, si può ricorrere all’IUI, perché molte proteine dello sperma vengono rimosse prima dell’uso.

Inquadramento

Prima di eseguire l’IUI, può essere necessario inquadrare la fertilità della coppia per determinare le cause all’origine delle difficoltà di concepimento e quindi la possibile efficacia dell’inseminazione artificiale.

Per recepire un’IUI, le salpingi della donna (ossia, i condotti che collegano le ovaie all’utero) devono essere aperte e sane, perché è qui che lo sperma feconda l’ovocita ed è da qui che l’embrione così generato migra nell’utero.

È possibile valutare lo stato di salute delle salpingi con uno di questi tre metodi:

  • laparoscopia: un sottile microscopio tubolare viene inserito attraverso una piccola incisione cutanea sulla pancia, permettendo di ispezionare direttamente utero, salpingi e ovaie
  • isterosalpingogramma: viene fatta una radiografia dell’utero e delle salpingi dopo aver iniettato uno speciale mezzo di contrasto
  • isterosalpingoecografia con contrasto (HyCoSy, dall’inglese Hysterosalpingo-Contrast Sonography): richiede l’esecuzione di un’ecografia transvaginale per valutare la pervietà delle salpingi

Tempistica del trattamento

Poiché la tempistica dell’IUI è cruciale, è fondamentale monitorare i segni di un’impellente ovulazione. Per farlo, è possibile usare un kit urinario predittivo per uso domestico (test di ovulazione) che rileva il momento in cui il corpo produce un picco di ormone luteinizzante (LH). In alternativa, si può adottare un metodo per immagini (ecografia transvaginale) che consente al medico di visualizzare ovaie e sviluppo degli ovociti. È anche possibile sottoporsi a iniezioni di gonadotropine umane corioniche per generare al momento giusto uno o più ovociti.

Occasionalmente, vengono usati farmaci per la fertilità per stimolare l’ovulazione. In questi casi, viene usata l’ecografia transvaginale per seguire lo sviluppo degli ovociti. Non appena un ovocita è maturo, verrà somministrato un ormone per stimolare il suo rilascio.

Sperma

Se una coppia decide di ricorrere all’inseminazione con il proprio sperma, l’uomo dovrà fornire alla clinica per la fertilità in un apposito recipiente, in genere lo stesso giorno dell’esecuzione dell’IUI, un campione ottenuto tramite masturbazione.

Il campione di sperma verrà “lavato” e filtrato con speciali macchinari per rimuovere eventuali spermatozoi non vitali e impurità. Saranno mantenuti gli spermatozoi dotati di alta motilità e rimossi quelli ipomobili. Si produce così un concentrato di spermatozoi sani.

Cosa aspettarsi

La visita per l’inseminazione intrauterina richiede circa 15-20 minuti e viene eseguita presso un ambulatorio medico o in clinica. La procedura dell’IUI di per sé dura appena uno o due minuti e non richiede l’assunzione di farmaci particolari, né di antidolorifici. Viene eseguita da un medico o da personale infermieristico appositamente formato.

Procedura

La procedura segue una prassi simile al Pap test: con la paziente supina sul lettino ginecologico e le gambe nelle staffe.

Uno strumento detto speculum viene inserito in vagina per mantenerla aperta. Un catetere, ossia un tubo sottile e flessibile, viene quindi introdotto in vagina e guidato fino all’utero. Questo processo è praticamente indolore, benché alcune donne possano avvertire crampi, di breve durata e lieve entità. Attraverso il catetere, si inserisce poi in utero il campione di sperma.

Questo processo non richiede in genere più di 10 minuti; la coppia può tornare a casa poco dopo la procedura.

Dopo la procedura

Dopo l’inseminazione, la paziente viene fatta sdraiare sulla schiena per un breve periodo. Una volta terminata la procedura, si potrà rivestire e tornare alle proprie normali attività quotidiane. È possibile avere qualche piccola perdita per il paio di giorni successivi alla procedura.

Risultati e tassi di gravidanza

Aspettare due settimane prima di eseguire un test di gravidanza a casa.

L’esecuzione del test troppo presto potrebbe determinare risultati come:

  • falsi negativi; se gli ormoni gravidici non sono ancora a valori misurabili, il risultato del test può essere negativo pur essendo in realtà incinta;
  • falsi positivi; se in terapia con farmaci per l’ovulazione, come l’HCG, le componenti ancora in circolo potrebbero dare una positività non corrispondente a una reale gravidanza.

Il medico potrebbe suggerire di ripresentarsi due settimane dopo l’esecuzione del test a domicilio per eseguire un esame del sangue, più sensibile nell’identificare ormoni della gravidanza dopo inseminazione.

Se l’inseminazione fallisce, si potrà riprovare l’IUI prima di prendere in considerazione altri trattamenti dell’infertilità. Per massimizzare le probabilità di gravidanza, spesso una stessa terapia viene tentata per 3-6 mesi.

Probabilità di successo

Fonte: hfea.gov.uk

È difficile stabilire le percentuali di successo dell’inseminazione intrauterina (IUI), perché il successo dipende dalle cause di infertilità e dall’impiego associato di farmaci per la stimolazione della produzione di ovociti.

Occorre verificare con il proprio medico se tali farmaci fanno al caso proprio. In genere, si può considerare ragionevole il ricorso a 3-6 tentativi di IUI. Sarà il medico a raccomandare la prassi più consona.

Dal 1-1-2008 al 31-12-2008, la percentuale (media nazionale statunitense) di nati vivi da IUI con sperma di donatore è stata:

  • 15,8% (237/1497) nelle donne sotto 35 anni
  • 11,0% (154/1394) nelle donne tra 35 e 39 anni
  • 4,7% (23/492) nelle donne tra 40 e 42 anni
  • 1,2% (2/172) nelle donne tra 43 e 44 anni
  • 0% (0/46) nelle donne sopra 44 anni

I dati indicati tra parentesi sono i cicli IUI risultanti in nati vivi rispetto ai cicli IUI avviati.

Come l’età della donna, le possibilità di successo possono anche essere influenzate dalla conta e dalla qualità spermatica (lo sperma fresco ha maggiori probabilità di successo dello sperma congelato e scongelato), nonché da aspetti tecnici dell’IUI, ad esempio la corretta identificazione della tempistica di ovulazione.

Globalmente, più della metà delle donne sottoposte a IUI rimangono incinte durante i primi sei cicli di trattamento.

Se falliscono diversi tentativi di IUI, secondo l’età il medico potrà raccomandare il ricorso a un altro trattamento come l’inseminazione in vitro (IVF, dall’inglese In Vitro Fertilisation).

Rischi

I rischi collegati all’IUI sono minimi, anche se alcune donne riferiscono lievi crampi simili al dolore mestruale.

Se vengono usati farmaci per stimolare l’ovulazione, esiste un piccolo rischio di reazione ai farmaci, nonché una qualche probabilità di gravidanza multipla (gemelli o trigemini) non intenzionale.

L’ecografia servirà a monitorare la gravidanza per evidenziare un’eventuale gravidanza multipla; per evitarla, il ciclo di trattamento può semmai essere abbandonato.

Fonti:

Gravidanza a rischio: sintomi, cause e rimedi

Introduzione

Ogni gravidanza in cui i rischi di complicanze per la mamma o per il feto sono più alti rispetto al normale è considerata una gravidanza a rischio.

Prima di addentrarci nella discussione delle principali cause, sottolineo l’esigenza di fare sempre il punto con il proprio ginecologo e non farsi prendere dal panico nel caso si riscontrassero su sé stessi uno o più fattori di rischio, spesso un controllo medico continuo ed attento permette di ridurre e/o azzerare i rischi.

Cause

I fattori che mettono a rischio una gravidanza possono essere divisi in quattro categorie:

  • Condizioni di salute esistenti
  • Età
  • Stile di vita
  • Condizioni della gravidanza

Condizioni di salute esistenti

  • Pressione alta; benché l’ipertensione possa essere rischiosa per la madre e per il feto, molte donne ipertese riescono a portare a termine la gravidanza senza complicazioni. Una pressione alta fuori controllo, però, può determinare danni ai reni materni e aumentare il rischio di neonati sotto peso o di preeclampsia.
  • Sindrome dell’ovaio policistico; si tratta di un disordine che può interferire con la fertilità e con la capacità di portare la gravidanza a termine. Questa sindrome può determinare un’alta incidenza di aborti (perdita spontanea del feto entro la ventesima settimana di gravidanza), diabete gestazionale, preeclampsia e parto prematuro.
  • Diabete; è importante che una donna diabetica gestisca bene la glicemia anche prima di restare incinta. Livelli glicemici elevati possono causare difetti congeniti, spesso ancor prima che la donna realizzi di essere incinta. Un buon controllo dei livelli glicemici e l’assunzione di 400 microgrammi di acido folico ogni giorno aiutano a ridurre il rischio.
  • Disturbi renali; le donne con problemi renali spesso hanno difficoltà a rimanere incinte; eventuali gravidanze sono comunque ad alto rischio di aborto. Donne incinte con malattie renali necessitano di ulteriori trattamenti, modifiche nella dieta e nella terapia, nonché controlli medici frequenti.
  • Malattie autoimmuni; si tratta di disturbi come il lupus e la sclerosi multipla. Alcuni disturbi autoimmuni possono rendere più rischiosa una gravidanza. Per esempio, il lupus aumenta il rischio di nascite pretermine e di nati morti. Alcune donne possono avvertire un miglioramento dei sintomi durante la gravidanza, mentre altre subiscono riacutizzazioni e problemi aggiuntivi.
    Anche alcuni farmaci per il trattamento delle malattie autoimmuni possono risultare pericolose per il feto.
  • Malattie della tiroide; malattie della tiroide fuori controllo, con iper o ipoattività di questa piccola ghiandola del collo i cui ormoni regolano la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa, possono causare problemi al feto, come insufficienza cardiaca, peso insufficiente e difetti congeniti.
  • Infertilità; vari studi hanno riscontrato che donne che assumono farmaci che aumentano le probabilità di gravidanza sono significativamente più a rischio di complicanze di quelle che rimangono incinte senza assistenza. Queste complicanze spesso interessano la placenta (l’organo che collega il feto e la madre) e il sanguinamento vaginale.
  • Obesità; l’obesità può rendere una gravidanza più difficile, aumentando le probabilità di sviluppare il diabete in gravidanza, che può esporre a parti difficili. D’altra parte, alcune donne pesano troppo poco per la propria salute e per quella del feto in via di sviluppo. Nel 2009, l’Institute of Medicine (ente statunitense preposto alle raccomandazioni sanitarie) ha aggiornato i dati relativi all’incremento di peso suggerito in gravidanza. Le nuove raccomandazioni dell’American College of Obstetricians and Gynecologists (società americana di ostetricia e ginecologia) indicano che le donne sovrappeso e obese potrebbero addirittura prendere meno peso rispetto a tali indicazioni e dare comunque alla luce bambini sani.
  • HIV/AIDS; questo virus distrugge le cellule del sistema immunitario, riducendo la capacità di resistere alle infezioni e ad alcuni cancri. Il virus può essere trasmesso dalla madre al feto durante la gravidanza; la trasmissione può avvenire anche durante il travaglio, il parto o l’allattamento al seno. Per fortuna, esistono trattamenti efficaci per ridurre la diffusione dell’HIV da madre a feto, neonato o lattante. Le donne con cariche virali molto basse possono partorire per via vaginale con rischi di trasmissione molto bassi. Donne con cariche virali (quantità misurata di HIV attivo nel sangue) maggiori potranno optare per un parto cesareo, che riduce il rischio di trasmettere l’HIV al nascituro durante il travaglio e il parto. Cure prenatali precoci e regolari sono importanti. Le donne che prendono farmaci per l’HIV e ricorrono al parto cesareo possono ridurre il rischio di contagio al 2%.

Età

  • Gravidanza in adolescenti; sotto i venti anni, la gravidanza espone maggiormente al rischio di sviluppare ipertensione arteriosa e anemia (carenza di globuli rossi sani nel sangue) e a partorire prima del termine. Queste donne molto giovani possono anche essere state esposte a malattie o infezioni a trasmissione sessuale che potrebbero incidere sulla gravidanza. In gravidanza, possono ricorrere meno frequentemente alle cure prenatali, non sottoporsi a visite mediche di valutazione dei rischi e controllo dello stato di salute e non capire quali farmaci o sostanze possono usare.
  • Prima gravidanza dopo i 35 anni; primipare con più di 35 anni possono avere gravidanze normali, ma la ricerca scientifica indica che queste donne hanno un rischio maggiore di:
    • Parto cesareo (procedura chirurgica in cui il neonato viene estratto dall’addome materno tramite un’incisione)
    • Complicanze durante il parto, compresi sanguinamenti eccessivi durante il travaglio
    • Travaglio prolungato (oltre 20 ore)
    • Travaglio che non progredisce
    • Neonati con malattie congenite, come la sindrome di Down.

Stile di vita

  • Assunzione di alcolici in gravidanza; l’alcool arriva direttamente al feto tramite il cordone ombelicale. I centri per il controllo e la prevenzione delle malattie raccomandano che le donne incinte evitino bevande alcoliche durante la gravidanza o mentre cercano di rimanere incinte. Durante la gravidanza le donne che bevono sono più a rischio di aborti spontanei o di nati morti. Aumentano anche i rischi di difetti congeniti e di sindromi feto-alcoliche. Queste ultime sono un gruppo di disturbi fetali associati all’assunzione di alcolici in gravidanza.
    Causano caratteristiche facciali anomale, statura piccola e peso corporeo ridotto, disturbi iperattivi, disabilità intellettive e problemi della vista o dell’udito.
  • Fumo di sigaretta in gravidanza; il fumo espone il feto al rischio di nascita pretermine, ad alcuni difetti congeniti e alla sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS, dall’inglese Sudden Infant Death Syndrome). Anche il fumo passivo rappresenta un rischio per la salute della donna e del feto in via di sviluppo.

Condizioni della gravidanza

  • Gravidanza gemellare; una gravidanza con due, tre o più feti, ossia gemellare, aumenta il rischio di parto prematuro (prima di 37 settimane). Gravidanze dopo i 30 anni e l’assunzione di farmaci per la fertilità sono condizioni che sono state associate alle nascite gemellari. Tre o più feti aumentano le probabilità che una donna debba partorire tramite intervento cesareo. Gemelli e trigemini hanno maggiori probabilità di essere più piccoli rispetto a feti singoli. In caso di nascita prematura, saranno a maggior rischio di difficoltà respiratorie.
  • Diabete gestazionale; noto anche come diabete mellito gestazionale o diabete in gravidanza, è la forma di diabete che si sviluppa per la prima volta durante una gravidanza. Molte donne possono avere gravidanze normali se gestiscono il loro diabete seguendo una dieta e il piano di trattamento fornito dal proprio medico. Un diabete gestazionale fuori controllo aumenta il rischio di travaglio e parto pretermine, preeclampsia e ipertensione arteriosa.
  • Preeclampsia e eclampsia; la preeclampsia è una sindrome connotata dall’aumento della pressione arteriosa dopo la ventesima settimana di gravidanza. Può danneggiare reni, fegato e cervello della madre. Se non trattata, può essere fatale per la madre e/o il feto e dare problemi di salute cronici. L’eclampsia è una forma di preeclampsia più grave, caratterizzata da convulsioni e coma della gestante.

Diagnosi

Buone cure prenatali aiuteranno a stabilire il potenziale di una gravidanza ad alto rischio. Il medico raccoglierà la storia medica della donna ed eseguirà una valutazione per determinare se esistono elementi per ritenere che andrà incontro a una gravidanza a rischio. Il continuo monitoraggio della salute fisica e delle abitudini personali aiuterà il medico a identificare eventuali problemi che si manifestino in gravidanza.

Una donna con una gravidanza ad alto rischio sarà inoltre verosimilmente assistita da un team sanitario speciale per assicurare che porti a termine il o i feti.

Più una donna ha fattori di rischio, più è probabile che lei e il suo feto siano a rischio durante la gravidanza e alla nascita. Per alcuni di questi fattori, sono disponibili statistiche.

  • Ipertensione arteriosa: in base alle statistiche elaborate dal National Heart, Lung and Blood Institute (istituto nazionale cuore, polmone e sangue), negli Stati Uniti il 6 – 8% delle donne gravide svilupperà ipertensione arteriosa. Di queste, il 70% sarà alla prima gravidanza.
  • Preeclampsia: negli Stati Uniti, la preeclampsia colpisce circa il 3 – 5% delle gravidanze, e globalmente il 5 – 10% di tutte le gravidanze. La maggioranza dei casi si sviluppa a termine.
  • Nascite gemellari: il National Center for Heart Statistics (centro nazionale per la statistica sanitaria) ha segnalato un aumento delle nascite gemellari del 76% (da 19 a 33 nascite ogni mille) tra il 1980 e il 2009. Nelle donne da 35 a 39 anni, le nascite gemellari sono salite del 100% e, a partire dai 40 anni, di oltre il 200%. L’incremento delle nascite gemellari è dovuto in parte a trattamenti per la fertilità, specie nelle donne dopo i 35 anni.
  • Diabete gestazionale: secondo i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (Centers for Disease Control and Prevention, abbreviati in CDC), il diabete gestazionale interessa il 2 – 10% delle gravidanze.
  • Età tra i 40 e i 44 anni: il CDC ha inoltre riferito che l’incidenza di parti in donne quarantenni è arrivata nel 2010 a 10,2 per mille donne, il dato più alto registrato dal 1967. Questo incremento è attribuibile almeno in parte al maggior ricorso alle tecniche di riproduzione assistita (trattamenti per la fertilità).

Cura

Il trattamento varia secondo i fattori di rischio.

Ipertensione arteriosa

Durante la gravidanza, possono essere necessarie alcune modifiche della terapia anti-ipertensiva. Il medico può inoltre fornire consigli sul modo migliore per tenere la pressione arteriosa sotto controllo. Tra le raccomandazioni, ci possono essere suggerimenti come la riduzione del sale nella dieta e la pratica regolare di attività fisica.

Diabete gestazionale

Il diabete gestazionale (ossia, insorto in gravidanza) aumenta il rischio di complicanze in gravidanza, tuttavia molte donne hanno gravidanze e neonati sani perché si attengono alla dieta e al piano di trattamento stabiliti dal medico. Una donna con diabete gestazionale dovrebbe:

  1. Conoscere e tenere sotto controllo i livelli della glicemia. La glicemia può essere monitorata dalla donna stessa, misurandola varie volte al giorno.
  2. Seguire una dieta sana. Il medico consiglierà lo sviluppo di un piano con la dieta migliore per ogni gestante.
  3. Mantenere un peso corporeo sano. L’incremento sano del peso corporeo dipende dal peso della donna prima della gravidanza. È importante monitorare sia il peso complessivo che il suo incremento settimanale.
  4. Annotare giornalmente la dieta, l’attività fisica e la glicemia. Una donna con diabete gestazionale dovrà segnarsi glicemia, attività fisica e l’assunzione di qualunque cibo o bevanda in un diario giornaliero.

Alcune donne con diabete gestazionale dovranno anche assumere farmaci, come compresse ipoglicemizzanti orali o insulina, per riuscire a gestire il diabete.

Trattamento dell’HIV

L’infezione HIV può essere trasmessa dalla madre al feto durante la gestazione e il parto, nonché durante l’allattamento, ma il trattamento può prevenire il contagio.

Prevenzione della gravidanza ad alto rischio

Mantenersi in salute è il modo migliore di abbassare il rischio di avere una gravidanza difficile. Molti medici raccomandano che le donne che pianificano una gravidanza si sottopongano ad una valutazione per sincerarsi di essere in buona salute preconcezionale. Durante la gravidanza, esistono comunque misure da adottare per ridurre il rischio di problemi specifici:

  • Assumere almeno 400 microgrammi di acido folico (un tipo di vitamina B) al giorno, prima e durante la gravidanza.
  • Procurarsi uno stato immunitario adeguato.
    Mantenere un peso corporeo ideale, seguire una dieta sana, praticare regolarmente attività fisica ed evitare il fumo, l’alcool o l’uso di droghe.
  • Cominciare i controlli medici all’inizio della gravidanza e andare dal medico regolarmente, come pianificato, per tutta la gravidanza.

Gravidanza ad alto rischio: altre domande e risposte

Come sapere se la propria gravidanza sarà o meno ad alto rischio?

Se si sta pianificando una gravidanza o se si è già incinta, consultare il proprio medico. Quest’ultimo controllerà la storia medica ed eseguirà esami per stabilire le probabilità di una gravidanza ad alto rischio.
Il medico aiuterà a stabilire un piano per ridurre i rischi durante la gravidanza.

Come prendersi cura ottimale di sé stesse e del feto durante la gravidanza?

Ci si può prendere cura di sé e del feto durante la gravidanza mangiando sano, evitando droghe, non fumando, non bevendo alcolici, praticando regolarmente attività fisica, assicurandosi buone cure prenatali e seguendo le raccomandazioni del proprio medico.

In caso di diabete gestazionale, il diabete persiste anche dopo la gravidanza?

Generalmente, se il diabete insorge durante la gravidanza, regredirà dopo il parto, tuttavia il diabete gestazionale può aumentare il rischio di sviluppare il diabete nel corso della vita. Uno studio recente, commissionato dal NIH, ha riscontrato che una dieta sana dopo la gravidanza può aiutare a prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 2 nelle donne che hanno avuto diabete gestazionale.

Una primipara con più di 35 abbu ha maggiori probabilità di necessitare il parto cesareo?

Il solo fatto di essere più in là con gli anni non è sinonimo di parto cesareo, tuttavia una donna meno giovane ha maggiori probabilità di avere una gravidanza ad alto rischio

Fonte: nichd.nih.gov, traduzione a cura della Dr.ssa Barbara Greppi

Aborto precoce ed ovulo chiaro: cause e sintomi

Definizione

L’aborto precoce è un’esperienza molto dolorosa, che può essere ancora peggiore se non capite il linguaggio che a volte i medici usano per spiegarvi che cosa sia successo.

La confusione e il disagio possono aumentare ancor di più, perché sono usate diverse espressioni per dire la stessa cosa. Quest’articolo spiega che cosa sia un aborto precoce e quali siano le parole usate dai medici.

L’aborto precoce o gravidanza anembrionica è un aborto che si verifica quando l’ovulo fecondato si impianta nell’utero, ma non si sviluppa e non diventa un embrione.

È anche detto uovo chiaro, perdita dell’embrione o aborto spontaneo precoce, ed è una causa frequente di insuccesso precoce della gravidanza. Spesso si verifica nelle primissime fasi della gestazione, quando ancora non ci si è rese conto di essere incinte (può essere una causa della gravidanza biochimica).

La gravidanza anembrionica è una causa frequente di aborto spontaneo precoce, cioè di aborto che si verifica spontaneamente nelle prime 23 settimane di gravidanza.

Quando si rimane incinta l’ovulo fecondato si attacca alla parete dell’utero e tra le 5-6 settimane di gravidanza l’embrione dovrebbe essersi formato; nella gravidanza anembrionica, invece, il sacco vitellino si forma e cresce, ma al suo interno non c’è l’embrione.

Cause

  • Perché avviene?
  • È possibile prevenirlo?

L’aborto precoce spesso è causato da problemi a livello dei cromosomi, cioè delle strutture che contengono i geni, dovuti a ovuli o spermatozoi di bassa qualità, oppure può anche essere causata da anomalie nella divisione cellulare. In entrambi i casi l’organismo interrompe spontaneamente la gravidanza perché capisce che c’è un’anomalia.

I due terzi circa degli aborti precoci sono causati da anomalie cromosomiche.

È importante sottolineare che l’aborto precoce non avviene perché la gestante sbaglia qualcosa ed è quasi impossibile da prevenire. Nella maggior parte delle donne, la gravidanza anembrionica si verifica una volta sola.

Sintomi

La gravidanza anembrionica all’inizio ha gli stessi segni di una gravidanza normale. Ad esempio il test di gravidanza può essere positivo e possono non esserci le mestruazioni. Nella gravidanza anembrionica, tuttavia, i livelli ormonali continuano a essere elevati per un certo periodo di tempo anche quando l’embrione ha smesso di svilupparsi e non esiste più, quindi i test possono continuare a essere positivi e la gestante può avvertire tutti i segni di una gestazione in atto.

In seguito, però, compaiono i sintomi dell’aborto, ad esempio:

  • Crampi addominali,
  • Spotting o sanguinamento vaginale anomalo,
  • Mestruazione più abbondante del normale.

Se avvertite uno di questi sintomi può essere l’inizio di un aborto precoce, tuttavia non tutti i sanguinamenti vaginali nel corso del primo trimestre sono sintomo di aborto. Se avvertite uno o più di questi sintomi, rivolgetevi comunque al ginecologo od al Pronto Soccorso.

Diagnosi

Un ovulo bianco spesso viene confuso con una gravidanza normale, perché il test di gravidanza rimane positivo e continuano ad esserci i segni di una gravidanza in atto.

Proprio per questo di solito è necessario effettuare un’ecografia per diagnosticare la gravidanza anembrionica, cioè per confermare che il sacco vitellino è vuoto.

Che cosa succede dopo la diagnosi?

Se avete ricevuto la diagnosi di gravidanza anembrionica, dovete concordare con il ginecologo il da farsi.

  • Alcune donne si sottopongo un intervento detto raschiamento (o dilatazione e curettage). Quest’intervento chirurgico consiste nella dilatazione del collo dell’utero e nella rimozione del contenuto per rimuovere immediatamente tutti i tessuti residui, quindi può essere d’aiuto dal punto di vista psicologico e fisico. Può anche essere utile se volete far esaminare i tessuti da un patologo per capire perché si è verificato l’aborto precoce.
  • Un’altra possibilità è l’uso di un farmaco come il misoprostol, a domicilio sotto controllo medico. In questo caso, però, l’organismo può impiegare alcuni giorni per espellere tutti i tessuti. Con questo farmaco, ci può essere un sanguinamento maggiore e maggiori effetti collaterali. Con entrambe le metodologie di intervento la paziente può avvertire dolore o crampi che devono essere curati.
  • Altre donne preferiscono evitare l’intervento chirurgico o medico e scelgono di lasciar espellere i tessuti al proprio organismo naturalmente.

Si tratta di una decisione personale, che va comunque presa con l’aiuto del ginecologo.

Prevenzione

Sfortunatamente nella maggior parte dei casi non è possibile prevenire l’aborto precoce da gravidanza anembrionica.

Alcune coppie eseguono i test genetici, se si verificano diversi casi di aborto precoce, ma si tratta in genere di un episodio che si verifica una volta sola e solo raramente si ripete.

La maggior parte dei medici consiglia di attendere almeno 1-3 cicli mestruali regolari prima di cercare di nuovo di concepire un figlio dopo questo tipo di aborto (se molto precoce può non essere necessario).

Si possono avere diversi aborti precoci?

In teoria sì, ma è un’eventualità rara. La gravidanza anembrionica è un evento raro e la maggior parte delle donne in seguito riesce ad avere un figlio sano con una gravidanza senza problemi.

Mi hanno detto che non c’era nessun bambino. Ma io avevo tutti i segni della gravidanza e il test di gravidanza era positivo.

I sintomi come l’ingrossamento e il dolore al seno, la nausea e la stanchezza sono causati dall’innalzamento del livello degli ormoni della gravidanza nell’organismo. Da soli non sono sufficienti per capire se il bambino si sta sviluppando correttamente oppure no. Sfortunatamente in questo tipo di aborto i livelli ormonali possono continuare a rimanere elevati per diverso tempo dopo che l’embrione ha cessato di svilupparsi, quindi i test di gravidanza possono continuare a essere positivi e possono continuare ad esserci i segni della gravidanza.

Se non c’era nessun bambino, perché mi sento così triste dopo aver abortito?

Non esistono regole che impongono come ci si debba sentire dopo un aborto precoce. Sei stata incinta, e con ogni probabilità avevi iniziato a pensare al bambino e a fare progetti per il futuro. Anche se hai scoperto che il bambino è venuto a mancare proprio all’inizio della gravidanza, la sensazione di perdita e la tristezza sono reali, specialmente se non ti sei resa conto che qualcosa non andava.

Traduzione di Elisa Bruno

Fonti principali:

AIDS ed HIV: rimanere incinta e gestire la gravidanza

Introduzione

Le coppie sierodiscordanti sono quelle composte da due partner con diverso status HIV: uno dei partner è sieropositivo mentre l’altro è sieronegativo. Essere sierodiscordanti non impedisce di avere una relazione di lungo periodo, di amarsi e di avere rapporti. Per descrivere questo tipo di situazione vengono anche usate altre espressioni:

  • coppia discordante,
  • coppia sierodivergente,
  • coppie sieropositiva/sieronegativa.

Le coppie sierodiscordanti possono avere rapporti sicuri?

Nelle coppie sierodiscordanti la possibilità dell’infezione da HIV è una realtà costante. Il rischio è sempre presente, ma è possibile minimizzarlo.

Se fate parte di una coppia sierodiscordante e avete rapportI sessuali (anali, orali o vaginali) potete proteggervi dall’HIV e dalle altre malattie sessualmente trasmissibili usando il preservativo e il dental dam (diga dentale o fazzoletto di lattice) nel modo corretto e a ogni rapporto.

Se siete sieropositivo e il vostro partner è sieronegativo, potete diminuire il rischio di trasmettere l’HIV al partner se seguite la terapia antiretrovirale. Assumere tutti i farmaci indicati dal medico al momento giusto può essere utile per diminuire il carico virale nei fluidi corporei e quindi il rischio di trasmettere l’HIV al partner. Ricordate, però, che il rischio di trasmettere l’HIV al partner continua a esserci anche quando il carico virale è basso, quindi è fondamentale usare sempre il preservativo e avere rapporti sicuri. Se vi iniettate qualche farmaco, non condividete le siringhe, la soluzione o il materiale che usate con altre persone, perché l’HIV si può trasmettere tramite sangue infetto.

Se siete sieronegativo e il vostro partner è sieropositivo, è fondamentale usare sempre il preservativo e avere rapporti sicuri. Se la relazione con il partner è stabile, potete aiutarlo ricordandogli di assumere tutti i farmaci necessari al momento giusto. Se si attiene alla terapia, infatti, riuscirà a diminuire il carico virale e quindi il rischio di trasmissione dell’HIV. Vi consigliamo inoltre di rimanere aggiornati sugli sviluppi della profilassi pre-esposizione (PrEP). Le ricerche non consigliano ancora di usare la PrEP per prevenire l’infezione da HIV, ma le scoperte più recenti indicano che potrebbe diventare un metodo di prevenzione da affiancare al preservativo, ai rapporti sicuri e agli altri metodi di prevenzione già disponibili. Vi ricordiamo, tuttavia, che i metodi di prevenzione attuali sono e rimarranno fondamentali.

Sono sano e il mio partner è sieropositivo. Devo fare regolarmente gli esami per l’HIV? Con quale frequenza?

Sì. Il CDC consiglia a chi è esposto a un alto rischio di contagio di ripetere l’esame almeno una volta all’anno. Il medico però potrebbe consigliarvi di ripetere l’esame con una frequenza maggiore.

Posso condividere i sex toy con il mio partner?

No. Condividere i sex toy fa aumentare il rischio di contagio per le malattie sessualmente trasmissibili (MST), e quindi anche per il virus HIV. Se scegliete di condividerli, è fondamentale coprirli con un preservativo nuovo, pulirli accuratamente seguendo le indicazioni riportate sulla confezione, e cambiare il preservativo prima di cederli al partner. Se sapete che voi o il vostro partner siete sieropositivi o avete una malattia sessualmente trasmessa, è più facile e più sicuro non condividere nulla.

Se sono sieropositivo posso diventare genitore?

La risposta è sì: anche se siete sieropositivi, l’HIV non vi deve impedire di pensare alla maternità o alla paternità. Sia per gli uomini sieropositivi sia per le donne sieropositive, ci sono diverse possibilità per diventare genitori.

  • Se siete una donna sieropositiva e aspettate già un figlio, oppure volete avere un bambino, chiedete consiglio al medico. Esistono farmaci da assumere durante la gravidanza e il parto che sono in grado di impedire la trasmissione dell’HIV al bambino.
  • Se siete un uomo sieropositivo e volete avere un figlio, avete diverse possibilità. La più nota è il lavaggio dello sperma. Le altre possibili tecniche sono l’inseminazione artificiale con lo sperma di un donatore e l’adozione.

HIV e gravidanza

Se siete sieropositiva e aspettate un figlio, andate dal ginecologo il prima possibile. Se non avete mai assunto i farmaci antiretrovirali, potete iniziare ad assumerli in tutta sicurezza all’inizio del secondo trimestre (alla dodicesima settimana).

Se siete già in terapia antiretrovirale e avete appena scoperto di essere incinta, andate immediatamente dal ginecologo per capire se la vostra terapia è quella più sicura per il bambino. In molti casi potrete continuare con la terapia a cui eravate abituate, ma prima, dovete capire insieme al medico quali possibilità avete e scegliere la terapia migliore.

La cosa migliore da fare è continuare la terapia antiretrovirale per tutta la gravidanza, ma la terapia può continuare durante il travaglio e il parto. Ricordate di dire al personale dell’ospedale in cui partorite che siete sieropositive, così potranno darvi una terapia per proteggere il bambino.

Lavaggio dello sperma

Il lavaggio dello sperma è un processo in cui lo sperma viene privato del virus HIV e poi si procede all’inseminazione artificiale. È un modo per aiutare le coppie sierodiscordanti, quelle cioè in cui uno solo dei partner è sieropositivo, a concepire un figlio senza che il padre contagi la madre o il bambino.

Il lavaggio dello sperma sembra in grado di far diminuire in modo significativo il rischio di contagio da HIV dall’uomo sieropositivo alla donna sieronegativa, tuttavia si tratta di una procedura controversa. Nel 1990 il CDC ha sconsigliato di effettuare il lavaggio dello sperma, citando un caso in cui una donna, che prima era sieronegativa, è stata scoperta essere sieropositiva dopo l’inseminazione con lo sperma sottoposto a lavaggio del marito sieropositivo. Questa notizia non è mai stata smentita.

Ricerche più recenti indicano che il lavaggio dello sperma è sicuro, a patto che sia effettuato da personale medico competente. Per ulteriori informazioni, potete consultare il numero di settembre 2007 di AIDS: Official Journal of the International AIDS Society.

Sono sieropositiva: mio figlio sarà sano?

Le madri sieropositive possono contagiare il figlio con il virus HIV. Questa modalità di contagio è detta trasmissione madre-figlio, trasmissione perinatale o verticale. La madre sieropositiva può contagiare il figlio in tre modi:

  • durante la gravidanza,
  • durante il parto naturale,
  • con l’allattamento al seno.

Con una terapia adeguata e sotto lo stretto controllo dei medici, le madri sieropositive possono diminuire in modo significativo il rischio di trasmettere il virus HIV ai figli.

Rischi durante la gravidanza e il parto

Se la madre sieropositiva non riceve la terapia contro il virus HIV durante la gravidanza, il travaglio o il parto, ha il 25% di rischio di trasmettere il virus al figlio. 1 bambino su 4, cioè, rischia di diventare sieropositivo.

Tuttavia non bisogna cedere agli allarmismi: esistono infatti i farmaci antiretrovirali in grado di proteggere i bambini dal contagio. Se la madre sieropositiva riceve i farmaci antiretrovirali durante la gravidanza, il travaglio e il parto, mette al mondo il figlio con il parto cesareo e non lo allatta al seno, il rischio di contagiare il bambino diminuisce fino al 2 per cento massimo, cioè meno di 2 bambini su 100 vengono contagiati. I bambini appena nati, poi, devono ricevere terapie particolari che li proteggono dalla trasmissione del virus.

Ovviamente alcune donne scoprono di essere sieropositive solo poco prima del parto, ma esistono comunque terapie che possono aiutarle a proteggere i loro bambini. Se ricevono la terapia antiretrovirale durante il travaglio e il parto, ed evitano di allattare al seno, il rischio di trasmettere l’infezione al bambino può diminuire in modo significativo.

Mio figlio deve fare il test per l’HIV?

Se siete sieropositiva, anche vostro figlio deve fare il test che, però, è leggermente diverso dai test per l’HIV usati per gli adulti.

La maggior parte dei test per l’HIV riesce a individuare gli anticorpi del virus HIV, e non il virus vero e proprio. Questi esami, però, sono inutili per i bambini nati da madri sieropositive, perché gli anticorpi della madre passano nel sangue del bambino durante la gravidanza. Se la madre è sieropositiva, quindi, gli esami del bambino eseguiti con tecnica standard daranno esito positivo, anche quando il bambino in realtà è sano.

I medici usano test per l’HIV speciali sui bambini di età inferiore ai 18 mesi. Questi esami sono in grado di scoprire una minima quantità di virus nel sangue del bambino. Come minimo i figli di madri sieropositive dovrebbero ripetere l’esame tre volte:

  • Da 14 a 21 giorni dopo la nascita,
  • Da uno a due mesi d’età,
  • Da tre a sei mesi d’età.

In praticamente tutti I casi (95%), l’esame apposito per i bambini è in grado di scoprire se il bambino è stato colpito dall’HIV prima dei tre mesi d’età.

Anche se i risultati degli esami dicono che il bambino è sano e se avete seguito la terapia antiretrovirale durante la gravidanza il bambino deve essere seguito a lungo termine dai medici.

Cura e terapia

Il momento in cui iniziare la terapia contro l’HIV dipende dallo stato di salute generale, dalla compromissione delle funzioni dell’organismo e dalla fase della gravidanza in cui ci si trova.

In generale le donne sieropositive che non aspettano un figlio iniziano ad assumere i farmaci anti-HIV quando la conta dei linfociti T diventa inferiore ai 500/mm3 oppure se iniziano a soffrire di altre infezioni.

Le donne sieropositive che aspettano un figlio dovrebbero anche cercare di capire se hanno bisogno dei farmaci anti-HIV per salvaguardare la loro salute o soltanto per prevenire la trasmissione del virus al figlio. Nel primo caso

  • probabilmente già sono in terapia da prima della gravidanza,
  • probabilmente devono iniziare ad assumere i farmaci anti HIV quando inizia la gravidanza.

Le donne che invece devono assumere i farmaci anti-HIV solo per prevenire la trasmissione del virus al bambino, normalmente ricevono il consiglio di aspettare la fine del primo trimestre di gravidanza per iniziare la terapia; tuttavia iniziare i farmaci prima può essere più utile per diminuire il rischio di trasmissione madre-figlio.

Tutte le donne sieropositive dovrebbero entrare in terapia anti HIV all’inizio del secondo trimestre di gravidanza, mentre le donne che scoprono di essere sieropositive nelle ultime fasi della gravidanza dovrebbero iniziare la terapia il prima possibile.

Farmaci sicuri in gravidanza

Tutte le gestanti sieropositive dovrebbero ricevere un regime terapeutico (combinazione di farmaci) che comprenda almeno tre farmaci anti-HIV, ma i farmaci specifici da assumere dipendono dalle necessità della paziente. Per scegliere la terapia il medico esaminerà la vostra storia clinica e vi prescriverà gli esami del sangue per capire come state e in che stadio è la malattia. Il medico, inoltre, prenderà in considerazione:

  • Il motivo per cui dovete ricorrere alla terapia: per la vostra salute o unicamente per prevenire la trasmissione dell’HIV al bambino,
  • I cambiamenti del modo in cui l’organismo assorbe i farmaci durante la gravidanza,
  • I potenziali effetti collaterali dei farmaci anti-HIV sul bambino e in particolare il rischio di problemi del neonato.

Sono sieropositiva e in terapia. Ho appena scoperto che aspetto un figlio. Che cosa devo fare?

Le donne sieropositive che stanno seguendo una terapia, quando scoprono di essere incinte devono continuare a seguire la terapia fino a quando il medico non le visiterà. Interrompere la terapia può essere pericoloso sia per la futura madre sia per il bambino.

Se siete nel primo trimestre, dite immediatamente al medico se state assumendo il Sustiva (o l’Atripla, un farmaco anti HIV che contiene il Sustiva). Il Sustiva, da solo o come componente dell’Atripla, può causare malformazioni che si sviluppano durante i primi mesi di gravidanza. Il medico può consigliarvi alternative più sicure a questi farmaci. Dopo il primo trimestre, il Sustiva o l’Atripla possono essere usati senza pericolo di controindicazioni.

Chiedete al medico se sia necessario modificare la terapia: la gravidanza, infatti, può modificare il modo in cui l’organismo assorbe i farmaci, e quindi i dosaggi di alcuni farmaci probabilmente dovranno essere diversi nelle ultime fasi della gravidanza.

Se siete in terapia e il carico virale è superiore alle 500 unità/mL, la terapia che state seguendo potrebbe non essere efficace. Il medico vi consiglierà un esame per vedere se i farmaci fanno davvero effetto sul virus (test di farmacoresistenza) e userà i risultati dell’esame per scoprire quali sono i farmaci più efficaci nel vostro caso.

Sono stata in terapia con i farmaci anti HIV, ma poi l’ho interrotta. Che cosa devo fare?

Comunicate al medico il nome di tutti i farmaci anti HIV che avete usato in passato, i risultati dei test di farmacoresistenza e il motivo per cui avete interrotto la terapia. La vostra storia medica, i risultati dei test di farmacoresistenza passati e un’eventuale ripetizione degli esami aiuterà il vostro medico a scegliere una nuova terapia efficace e sicura.

Sia che abbiate seguito la terapia prima della gravidanza e poi l’abbiate interrotta, sia che stiate iniziandola solo ora, il medico:

  • vi spiegherà quali sono i rischi e i benefici dell’assunzione di farmaci anti HIV durante la gravidanza,
  • vi ricorderà che è importante assumere i farmaci seguendo scrupolosamente le sue indicazioni,
  • vi aiuterà a trovare tutti gli aiuti, sia sanitari sia di altro genere, di cui potreste avere bisogno per una gravidanza serena.

Fonti: (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Isterosalpingografia: preparazione, dolore, costo…

Introduzione

L’isterosalpingografia è l’esame radiologico dell’utero e delle tube che si avvale della fluoroscopia e di un mezzo di contrasto.

Le radiografie sono esami non invasivi che aiutano a diagnosticare e curare determinate patologie: le tecniche di diagnostica per immagini che si avvalgono dei raggi X espongono una parte dell’organismo a una dose minima di radiazioni ionizzanti per produrre immagini dell’interno dell’organismo.

La fluoroscopia è una tecnica radiografica particolare che permette di vedere gli organi interni in movimento: durante l’isterosalpingografia l’utero e le tube sono riempiti con un mezzo di contrasto idrosolubile e il radiologo può usare il fluoroscopio per vedere ed esaminare l’anatomia e la funzionalità degli organi.

Il costo dell’isterosalpingografia è molto variabile dal una struttura all’altra, a meno che non venga effettuata attraverso il Sistema Sanitario Nazionale in strutture pubbliche dove si paga esclusivamente un eventuale ticket; indicativamente in forma privata il costo varia tra i € 200 e € 300, ma con eccezioni anche sensibilmente più costose in alcuni centri avanzati.

Perchè viene effettuata

L’isterosalpingografia viene usata soprattutto come esame per le donne che hanno difficoltà a concepire, perché il radiologo può valutare la forma e la struttura dell’utero, l’apertura delle tube e le eventuali lesioni della cavità uterina o peritoneale (addominale).

Quest’esame può essere usato in caso di aborti ripetuti causati da problemi congeniti o acquisiti dell’utero, e per capire la gravità di questi problemi, ad esempio:

L’isterosalpingografia è anche usata per valutare l’apertura delle tube e per controllare gli effetti degli interventi chirurgici sulle tube, ad esempio:

  • blocco delle tube dovuto a infezioni o lesioni,
  • legatura delle tube,
  • chiusura delle tube durante l’intervento di sterilizzazione e di sterilizzazione inversa,
  • riapertura delle tube dopo la sterilizzazione o ostruzioni dovute a determinate patologie.

Preparazione

Si consiglia di eseguire l’isterosalpingografia una settimana dopo il ciclo, ma prima dell’ovulazione, per essere sicuri che la paziente non sia incinta durante l’esame.

L’esame non deve essere eseguito se si soffre di una patologia infiammatoria attiva, quindi se soffrite di un’infezione pelvica cronica o di una malattia sessualmente trasmessa non curata è opportuno informare il medico prima dell’esame.

La sera prima dell’esame dovrete assumere un lassativo o fare un clistere per svuotare l’intestino, in modo che durante l’esame si possano vedere chiaramente l’utero e le strutture circostanti.

Prima dell’esame vi sarà somministrato un leggero sedativo per minimizzare gli eventuali disagi. Alcuni medici prescrivono un antibiotico da assumere prima e/o dopo l’esame.

Dovete comunicare al medico tutti i medicinali che assumete e se soffrite di allergie, specialmente quelle al bario o ai mezzi di contrasto iodati. Informate anche il medico delle malattie di cui avete sofferto recentemente e delle altre eventuali patologie croniche.

Durante l’esame vi potrà essere richiesto di spogliarvi, in parte o completamente, e di indossare un camice. Dovrete anche togliere i gioielli, le protesi dentali, gli occhiali e qualsiasi oggetto di metallo o abito che potrebbe interferire con le immagini radiografiche.

È fondamentale informare il medico e il radiologo se c’è la possibilità di essere incinta, perché molti esami di diagnostica per immagini non vengono eseguiti durante la gravidanza per evitare di esporre il feto alle radiazioni. Se è necessaria una radiografia, verranno prese precauzioni per minimizzare l’esposizione del bambino alle radiazioni.

Attrezzatura

Per quest’esame vengono usati:

  • un tavolo radiografico,
  • un tubo radiografico
  • e un monitor, simile a un televisore, tutti collocati nell’ambulatorio.

Per vedere e guidare l’esame è impiegato il fluoroscopio, che converte i raggi X in immagini video. Il video è prodotto dal monitor e dal demodulatore sospeso sul tavolo su cui il paziente è sdraiato

Come funziona

I raggi X sono un tipo di radiazione, esattamente come la luce visibile o le onde radio. I raggi X sono in grado di attraversare gran parte degli oggetti, compreso il corpo umano. Quando l’attrezzatura concentra i raggi X sulla parte del corpo da esaminare, un leggero fascio di radiazioni attraversa l’organismo, registrando un’immagine su una pellicola fotografica o su un monitor apposito.

Il fluoroscopio impiega un fascio di raggi X continuo o pulsate per creare una sequenza di immagini proiettata su uno schermo a fluorescenza o su un monitor simile a un televisore. Se viene usata con un mezzo di contrasto, che definisce chiaramente la zona sotto esame facendola apparire più scura, questa speciale tecnica radiografica permette al medico di visualizzare le articolazioni o gli organi interni in movimento. Vengono inoltre catturate immagini statiche che vengono poi salvate su pellicola o su computer.

Fino a poco tempo fa le radiografie venivano conservate e consegnate su una pellicola, esattamente come avveniva per i negativi delle fotografie. Attualmente la maggior parte delle immagini viene salvata e consegnata al paziente in formato digitale. Le immagini in questo formato sono più accessibili e possono essere confrontate con più facilità con i risultati degli esami precedenti, per semplificare la diagnosi e la gestione della malattia.

Come avviene l’isterosalpingografia

Di solito quest’esame viene effettuato in ambulatorio.

L’isterosalpingografia assomiglia a una visita ginecologica, la paziente è sdraiata supina sul tavolo, con le gambe piegate e i piedi tenuti in alto da staffe e lo speculum inserito in vagina. Il collo dell’utero viene pulito e al suo interno è inserito un catetere. Lo speculum viene rimosso e la paziente viene collocata sotto il fluoroscopio. Il mezzo di contrasto inizia a riempire la cavità uterina, le tube e la cavità peritoneale, attraversando il catetere, e a questo punto vengono scattate le immagini fluoroscopiche.

In alcuni casi, se si evidenziano anomalie, la paziente viene lasciata a riposo per una mezz’ora, in modo da poter scattare altre immagini in un secondo momento. Questa seconda serie di immagini può essere fondamentale per capire la patologia se le prime immagini con il mezzo di contrasto si rivelano inutili. In alcuni casi può essere necessario ripetere l’esame il giorno successivo per controllare che non ci siano problemi alle ovaie.

Al termine dell’esame, il catetere viene rimosso e la paziente può sedersi.

Alla fine dell’esame, la paziente dovrà aspettare finché il radiologo non le comunicherà di aver acquisito tutte le immagini necessarie.

L’isterosalpingografia di solito dura circa mezz’ora.

E’ doloroso?

L’esame non è doloroso e di solito causa soltanto fastidi molto leggeri.

La paziente può avvertire un lieve disagio e leggeri crampi quando viene inserito il catetere e viene iniettato il mezzo di contrasto, ma di solito i fastidi sono di breve durata.

Ci può inoltre essere una lieve irritazione del peritoneo (la parte della cavità addominale) che provoca un dolore sopportabile al basso ventre: il fastidio comunque è minimo e di breve durata. La maggior parte delle donne presenta spotting vaginale per alcuni giorni dopo l’esame. Non allarmatevi: è normale!

Rapporti

  • E’ possibile avere rapporti dopo l’isterosalpingografia?
  • Quanto tempo serve aspettare?

Consiglio di valutare le risposte a queste domande con il ginecologo; secondo alcuni specialisti non è necessaria alcuna attesa (se non qualche ora per evitare di irritare le mucose) ed anzi avere rapporti immediatamente dopo l’esame può favorire una gravidanza, mentre altri ritengono che anche con la seppur bassa dose di radiazioni sia preferibile aspettare almeno il ciclo successivo prima di cercare nuovamente la gravidanza.

Risultati

Risultato isterosalpingografia

Risultato isterosalpingografia (http://www.flickr.com/photos/jemsweb/36702769/)

Le immagini sono analizzate dal radiologo, lo specialista in grado di esaminare e interpretare i risultati delle radiografie. Il radiologo consegna l’esito firmato al medico di famiglia o al medico di riferimento, con cui potrete parlare dei risultati.

Potrebbero essere necessari esami di follow-up: il medico vi spiegherà perché dovrete eseguirli. In alcuni casi viene eseguito un esame di follow-up per chiarire con ulteriori immagini o con un’altra tecnica di diagnostica per immagini risultati sospetti o non chiari.

In altri casi può servire per tenere sotto controllo i cambiamenti di un problema nel tempo.

Gli esami di follow-up sono quasi sempre il modo migliore per capire se la terapia funziona o se il problema di cui soffrite rimane stabile.

Vantaggi e limiti

Vantaggi

  1. L’isterosalpingografia è un esame poco invasivo che presenta complicazioni solo in rari casi.
  2. E’ un esame relativamente breve che può fornire informazioni utili su un’ampia gamma di problemi che causano infertilità o aborti spontanei.
  3. L’isterosalpingografia, in alcuni casi, può aprire le tube bloccate, permettendo alla paziente di concepire.
  4. Dopo la radiografia non rimangono radiazioni nell’organismo della paziente.
  5. I raggi X di solito non hanno effetti collaterali nel range diagnostico tipico di quest’esame.
  6. L’esposizione eccessiva alle radiazione provoca un leggero aumento del rischio di tumore, tuttavia i benefici ottenuti tramite la diagnosi accurata sono molto superiori ai rischi.

Svantaggi

  1. In caso di patologie infiammatorie croniche, infezioni pelviche o malattie a trasmissione sessuale non curate, ricordate di informare il medico o il radiologo prima dell’esame per evitare che l’infezione peggiori.
  2. In caso di sospetta gravidanza, è fondamentale informare il medico o il radiologo.

Minimizzare l’esposizione alle radiazioni

Durante le radiografie si presta particolare cautela a usare la dose di radiazioni minima per ottenere immagini più accurate possibili. Organismi nazionali e internazionali rivedono e aggiornano costantemente gli standard usati dai radiologi professionisti.

Le moderne apparecchiature radiografiche hanno la possibilità di controllare attentamente i fasci di radiazioni e la loro dose per minimizzare la dispersione delle radiazioni: in questo modo le parti del corpo della paziente che non vengono esaminate ricevono un’esposizione minima alle radiazioni.

Limiti

L’isterosalpingografia serve soltanto per visualizzare l’interno del’utero e delle tube; le anomalie delle ovaie, delle pareti uterine e delle altri organi della zona pelvica devono essere esaminate con la risonanza magnetica o con l’ecografia.

I problemi di infertilità possono essere dovuti a cause non diagnosticabili con l’isterosalpingografia, come ad esempio le anomalie nello spermiogramma o l’impossibilità dell’ovulo fecondato di impiantarsi nell’utero.

Fonte Principale: Radiology.info (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Alimenti vietati e cibi da evitare in gravidanza

Se la futura mamma si alimenta correttamente il bambino riceverà tutte le sostanze nutritive necessarie per crescere e svilupparsi in modo sano.

Una dieta sana e bilanciata comprende:

  • proteine (carni, pollame, pesce, legumi),
  • carboidrati (cereali, pane, pasta, riso),
  • latte e derivati (formaggi),
  • frutta,
  • verdura.

La maggior parte di questi alimenti è sicura e dovrebbe entrare a comporre la dieta sana consigliata per la gravidanza, tuttavia alcuni alimenti (come certi tipi di pesce, alcuni formaggi molli, alcuni tipi di carne pronta ed i germogli crudi) potrebbero presentare dei rischi se consumati durante la gravidanza.

La gestante dovrebbe conoscere i cibi a rischio, in modo da poter scegliere gli alimenti più sicuri per se stessa e per il bambino.

Quali sono gli alimenti vietati durante la gravidanza?

  • Pesce crudo, in particolare i crostacei.
  • Uova strapazzate e alimenti cucinati con uova crude o poco cotte.
  • Succhi di frutta non pastorizzati.
  • Germogli crudi, in particolare quelli di erba medica.
  • Formaggi molli non pastorizzati, come il brie, la feta, il Camembert, il Roquefort, il gorgonzola, le tome e i tomini freschi.
  • Latte non pastorizzato e alimenti a base di latte non pastorizzato.
  • Fegato.
  • Integratori, tisane e tè a base di estratti vegetali (è invece ammesso il tè tradizionale, meglio se decaffeinato).
  • Pesce che potrebbe contenere un’alta quantità di mercurio, come lo squalo, il pesce spada e lo sgombro.
  • Pesce, carne e hot dog crudi o non ben cotti. Gli affettati crudi (come il prosciutto crudo) potrebbero causare intossicazioni alimentari.
  • Paté, salse a base di carne o pesce affumicato, in vendita in gastronomia o nel banco frigo del supermercato. Le versioni confezionate di questi prodotti, invece, sono sicure.

Pesce e mercurio

Il pesce è ricco di proteine e di alcune vitamine, ma povero di grassi.

Ricerche recenti indicano che il pesce (soprattutto i tipi che contengono gli acidi grassi omega 3, come tutte le specie di pesce azzurro) può essere utile per lo sviluppo cerebrale del feto e può diminuire il rischio di parto prematuro, proprio per questo rappresenta una scelta sana per le gestanti.

Il mercurio è un metallo normalmente presente nell’ambiente. Può essere rilasciato nell’aria dagli scarichi industriali inquinanti. Quando il mercurio contamina gli animali acquatici, i batteri lo trasformano in una forma più pericolosa di quella normale (metilmercurio) che si accumula nei tessuti grassi del pesce. Tracce di mercurio sono presenti in quasi tutti i tipi di pesce, tuttavia i pesci predatori più grandi, come il pesce spada e lo squalo, ne accumulano una maggior quantità perché si nutrono di pesci più piccoli e vivono più a lungo rispetto alle loro prede (quindi hanno più tempo per accumulare il mercurio).

Le gestanti non dovrebbero consumare pesce ricco di mercurio, come lo squalo, il pesce spada, il maccarello e lo sgombro. Possono invece consumare fino a 350 grammi a settimana di pesce a basso contenuto di mercurio, come i gamberetti, il salmone, il merlano, il pesce gatto e il tonno in scatola al naturale. Si sconsiglia invece di consumare più di 170 grammi a settimana di tonno bianco, perché questo tipo di pesce contiene più mercurio rispetto al tonno in scatola al naturale.

Tra i tipi di pesce ricchi di omega 3 e poveri di mercurio ricordiamo il salmone, l’aringa, le acciughe, le sardine e la trota. Seguendo questi consigli, le gestanti possono assicurarsi tutti i vantaggi per la salute garantiti dal pesce, riducendo l’esposizione del bambino al mercurio. L’eccesso di mercurio può danneggiare il feto o il sistema nervoso del neonato che si sta sviluppando.

Pesce crudo

Durante la gravidanza è consigliabile non consumare pesce crudo o essiccato (il pesce essiccato di solito non è ben cotto). Il pesce ed i crostacei crudi, come il sushi o il sashimi, o non ben cotti hanno una probabilità maggiore di contenere batteri rispetto a quello cotto.

Il pesce ben cotto si riconosce perché è opaco e si taglia facilmente con una forchetta; in alternativa, per capire se è ben cotto, il termometro da carne deve misurare una temperatura interna di almeno 63 °C.

Attenzione infine ai frutti di mare (ostriche e vongole) che potrebbero essere contaminati dagli scarichi industriali e potrebbero contenere microbi pericolosi, in grado di provocare gravi patologie gastrointestinali.

Latte e derivati, carni e listeriosi

Alcuni formaggi molli, alcuni tipi di piatti pronti a base di carne (ad esempio quelli in vendita in gastronomia e quelli a base di affettati) e il latte non pastorizzato (nonché i prodotti a base di latte non pastorizzato) possono causare la listeriosi, un’intossicazione alimentare. La listeriosi è causata da un batterio (Listeria monocytogenes) ed è particolarmente pericolosa durante la gravidanza.

Se la gestante contrae la listeriosi i rischio per la gravidanza sono molto elevati (aborto spontaneo, un parto prematuro, …). La maggior parte delle persone non avverte disturbi gravi se consuma prodotti contaminati dalla Listeria, tuttavia le donne in gravidanza corrono un rischio maggiore rispetto agli altri adulti sani di contrarre la listeriosi e di ammalarsi gravemente.

La listeriosi spesso si presenta con una serie di disturbi parainfluenzali che comprende febbre, dolori muscolari, brividi e, in alcuni casi, anche nausea o diarrea; può tuttavia evolvere in una forma potenzialmente letale di meningite (infezione delle membrane che rivestono il cervello, con sintomi come forte mal di testa e torcicollo) e in infezioni ematiche potenzialmente letali.

La gestante dovrebbe consultare il medico se avverte uno qualsiasi di questi sintomi. L’esame del sangue può essere utile per diagnosticare la listeriosi e, se la diagnosi venisse confermata, la paziente può essere curata con gli antibiotici, che in alcuni casi sono in grado di prevenire le infezioni letali che potrebbero provocare le gravi conseguenze viste.

La donna in gravidanza può proteggere dalla listeriosi sé stessa ed il bambino seguendo questi consigli della FDA:

  • Non consumare né hot-dog né i piatti pronti in vendita in gastronomia (compresi gli insaccati come il prosciutto, l’arrosto di tacchino, il salame e la mortadella), a meno che non siano ben cotti.
  • Non consumare il latte crudo o gli alimenti a base di latte crudo.
  • Non consumare i formaggi molli come la feta, il brie, il Camembert, il gorgonzola, il Roquefort, le tome e i tomini freschi, a meno che sull’etichetta ci sia scritto che sono prodotti con latte pastorizzato. I formaggi duri, quelli trattati, quelli cremosi e i fiocchi di latte possono essere consumati in tutta sicurezza.
  • Non consumare i paté o le salse a base di carne in vendita in gastronomia, perché la Listeria sopravvive anche alle basse temperature all’interno dei frigoriferi. I prodotti simili, però conservati e in scatola, sono sicuri.
  • Evitare il pesce affumicato in vendita nel banco frigo, a meno che non sia cotto. Il pesce in scatola e conservato, invece, è sicuro.

Germogli crudi e succhi non pastorizzati

I germogli crudi (come quelli di erba medica, di trifoglio, di soia e i rapanelli) e i succhi di frutta e di verdura freschi e non pastorizzati sono ricchissimi di vitamine. Sfortunatamente, però, possono contenere batteri patogeni (come la salmonella e l’E.coli), che li rendono poco sicuri per la gravidanza.

Negli adulti sani le infezioni da Salmonella e da E.coli di solito provocano diarrea, nausea, crampi addominali e febbre che continuano per diversi giorni. Le gestanti, a volte, possono ammalarsi in modo molto grave. In alcuni casi, inoltre, possono trasmettere l’infezione da salmonella o da E.coli al feto, che a sua volta può soffrire di diarrea, febbre e, più raramente, di meningite dopo la nascita.

Le gestanti dovrebbero consumare esclusivamente succhi pastorizzati.

Negli Stati Uniti la FDA impone ai produttori di succhi confezionati e non pastorizzati di apporre un’etichetta che indica che non sono pastorizzati.

Carne cruda e uova

La carne e le uova sono ricche di proteine e di alcuni tipi di vitamine e rappresentano una parte importante della dieta sana che ogni futura mamma dovrebbe seguire, tuttavia le gestanti dovrebbero cercare di non consumare carni e uova crude o non ben cotte perché potrebbero rischiare diverse intossicazioni alimentari (come la listeriosi, l’infezione da E.coli e Campylobacter, la salmonellosi e la toxoplasmosi).

La toxoplasmosi è un’infezione parassitaria che spesso rimane asintomatica, oppure si limita a causare lievi sintomi parainfluenzali; tuttavia, se ci si ammala durante la gravidanza, c’è circa il 50% di rischio di contagio per il feto. Alcuni neonati possono soffrire di problemi alla vista o all’udito, di disabilità intellettive, di convulsioni e di altri problemi. Se la toxoplasmosi è diagnosticata nel corso della gravidanza la terapia antibiotica spesso può essere utile per diminuire la gravità dei sintomi nel neonato.

Le future mamme potrebbero usare un termometro da alimenti per controllare che la carne e il pollame siano ben cotti, le temperature consigliate sono queste:

  • Arrosto o costolette di maiale: cottura ad almeno 63 °C.
  • Arrosto e bistecche di manzo, vitello e agnello: cottura ad almeno 63 °C.
  • Hamburger di manzo, vitello, agnello e maiale: cottura ad almeno 71 °C.
  • Tritata di pollame: cottura ad almeno 74 °C.
  • Petto di pollo: cottura ad almeno 77 °C.
  • Pollo intero: cottura ad almeno 82 °C.

Le uova, che potrebbero essere contaminate dalla salmonella, dovrebbero essere cotte finché sia il tuorlo sia la chiara si induriscono bene. Le gestanti dovrebbero evitare inoltre gli alimenti a base di uova crude o non ben cotte, come lo zabaione ed il tiramisù.

Fegato

Il consumo di fegato durante la gravidanza desta alcune preoccupazioni: è una buona fonte di proteine ed è ricco di alcune vitamine e minerali, tra cui:

  • l’acido folico, vitamina del gruppo B utile per prevenire alcune malformazioni fetali,
  • il ferro che serve per prevenire l’anemia,
  • la vitamina A che è necessaria per la crescita e lo sviluppo del feto.

Tuttavia, anche se la vitamina A è utile, il fegato potrebbe contenerne troppa.

Alcune ricerche indicano che l’eccesso di vitamina A potrebbe causare malformazioni fetali. Secondo l’Institute of Medicine (IOM), la RDA (dose giornaliera consigliata) di vitamina A per le gestanti è di 2.565 UI (unità internazionali) al giorno. In una ricerca del 1995, le donne che hanno assunto più di 10.000 UI di vitamina A al giorno (circa quattro volte la quantità consigliata dall’IOM) nei primi due mesi di gravidanza presentavano un rischio più che doppio del normale di mettere al mondo un figlio affetto da malformazioni. Altre ricerche hanno suggerito che le dosi inferiori alle 30.000 UI al giorno probabilmente non provocano malformazioni, ma la dose minima che potrebbe provocarle non è tuttora nota.

L’organismo sintetizza la vitamina A, se necessaria, a partire dal betacarotene, che si trova nelle verdure di colore giallo e verde. Questa forma naturale di vitamina A è del tutto sana e sicura durante la gravidanza, tuttavia l’eccesso di vitamina A sintetica (retinolo) può causare malformazioni fetali.

Il fegato è l’unico alimento che fornisce quantità molto alte di vitamina A. Ad esempio:

  • Una porzione di 80 g di fegato di manzo può contenerne 27.000 UI,
  • mentre una porzione da 80 g di fegato di pollo può contenerne 12.000 UI.

Se la gestante consuma regolarmente il fegato, può assumere una quantità di vitamina A sufficiente a danneggiare il bambino.

Non è dimostrato che il fegato sia la causa delle malformazioni fetali, ma il consiglio più sicuro per le gestanti è quello di ridurne il consumo al minimo indispensabile.

La futura mamma, inoltre, dovrebbe assicurarsi che l’integratore multivitaminico che assume non contenga più di 5.000 UI di retinolo (vitamina A sintetica).

Preparazione degli alimenti in gravidanza

Tutti dovrebbero fare attenzione alla contaminazione quando maneggiano e preparano gli alimenti, ma questo consiglio vale in particolare per le gestanti. La FDA consiglia di:

  • Lavarsi le mani con acqua calda e sapone prima e dopo aver maneggiato gli alimenti.
  • Lavare i taglieri, i piatti, gli utensili da cucina e i piani di lavoro con acqua calda e sapone dopo che sono entrati in contatto con la carne cruda, il pollame, il pesce, le uova o gli alimenti freschi non lavati.
  • Tenere lontani il pesce, la carne e il pollame crudi dagli alimenti pronti o cotti.
  • Lavare la frutta e la verdura con acqua corrente prima di consumarle. Rimuovere lo sporco in superficie con una spugna ruvida.
  • Togliere e buttare via le foglie più esterne dell’insalata e del cavolo.
  • Togliere le parti marce o non integre della frutta e della verdura (possono contenere batteri)
  • Congelare gli avanzi il prima possibile.
  • Non consumare alimenti cotti che sono stati fuori frigo per più di due ore.
  • Controllare che la temperature del frigo sia di 4 °C al massimo e quella del freezer sia al massimo di -17 °C per rallentare la proliferazione dei batteri.

Fonte principale: March of Dimes (traduzione a cura di Elisa Bruno)

Per rimanere incinta, come si fa?

In molti casi le donne che desiderano rimanere incinta si rivolgono a medici e ginecologi per avere consigli sulle pratiche sessuali e sullo stile di vita da adottare quando la coppia ha problemi di fertilità.

Attualmente non esistono linee guida o consigli basati su prove scientifiche certe, in occasione dell’uscita del mio libro dedicato proprio a questo tema (Scintilla di Vita – Cercare una gravidanza e rimanere incinta in modo naturale) cerchiamo quindi di ragionare sulla base degli studi disponibili nella letteratura scientifica per evidenziare comportamenti ed strategie che permettano di ottimizzare la possibilità di concepimento, nei casi in cui non ci siano motivi particolari per mettere in discussione la fertilità potenziale della coppia.

Introduzione

Per fertilità si intende la capacità di procreare, ossia di concepire una nuova vita.

In una donna, la probabilità di concepire un figlio rimane relativamente uguale da un ciclo all’altro, ma generalmente è maggiore nei primi mesi di rapporti non protetti e tende poi a diminuire in modo graduale; in altre parole, se il concepimento non avviene entro i primi tre mesi, la fecondabilità mensile (la probabilità mensile di avere una gravidanza) diminuisce considerevolmente nelle coppie che continuamo a cercare il concepimento.

Questo concetto all’apparenza un po’ difficile serve in realtà più semplicemente a spiegare che più passano i mesi e più sarà difficile (ma non impossibile!) che la donna rimanga incinta.

Tra età e fertilità

La fertilità non è uguale tra popolazioni diverse, ma per tutte diminuisce invecchiando, sia negli uomini sia nelle donne: gli effetti dell’invecchiamento, però, sono più rilevanti nelle donne. Anche se i parametri del liquido seminale declinano sensibilmente dopo i 35 anni, la fertilità maschile sembra non diminuire apprezzabilmente prima dei 50 anni circa.

Le donne che si avvicinano ai quarant’anni, al contrario, hanno una fertilità praticamente dimezzata rispetto alle donne di poco più di vent’anni.

Per questo motivo per le donne di età superiore ai 35 anni si può giungere ad un dubbio di infertilità dopo 6 mesi di tentativi; se dopo questo periodo non si è verificata una gravidanza, è buona norma rivolgersi al ginecologo (i mesi di attesa diventano invece almeno 12 per donne con meno di 35 anni).

Frequenza dei rapporti

Nell’ultimo decennio sono emerse numerose informazioni che, almeno in teoria, potrebbero essere utili per stabilire una frequenza ottimale dei rapporti.

Gli intervalli di astinenza superiori ai 5 giorni potrebbero avere conseguenze negative sul numero degli spermatozoi, mentre gli intervalli di astinenza di 2 giorni sono connessi a una concentrazione del tutto normale di spermatozoi.

Secondo una credenza molto diffusa, le eiaculazioni frequenti farebbero diminuire la fertilità maschile, tuttavia uno studio che ha analizzato circa 10.000 persone ha concluso che, negli uomini con una qualità dello sperma normale, la concentrazione e la motilità degli spermatozoi sono massimi se si eiacula tutti i giorni (ossia se si hanno rapporti tutti i giorni).

Gli intervalli di astinenza non sembrano influire sulla morfologia degli spermatozoi, anche quando giudicata con criteri particolarmente severi; ma molti studi tuttavia, dopo intervalli di astinenza più lunghi e superiori ai 10 giorni, rilevano che i parametri del liquido seminale iniziano a peggiorare.

A conferma di quanto detto finora, una ricerca su 221 coppie presumibilmente fertili in cerca di una gravidanza ha dimostrato che

  • la fecondabilità massima (37% per ciclo) era connessa con i rapporti quotidiani;
  • se i rapporti avvenivano a giorni alterni il tasso di gravidanza per ciclo era più o meno simile (33%),
  • ma la probabilità di successo diminuiva al 15% per ciclo se i rapporti erano settimanali.

Avere rapporti quotidiani potrebbe quindi dare un leggero vantaggio rispetto ai giorni alterni, a patto che non sia un’ulteriore fonte di stress per la coppia.

Lo stress collegato all’infertilità può infatti diminuire

  • il desiderio sessuale,
  • la soddisfazione,
  • la frequenza dei rapporti,

e si aggrava ulteriormente se il momento di intimità è strettamente legato ai metodi di monitoraggio dell’ovulazione o segue una programmazione rigorosa. Le coppie dovrebbero invece essere informate che l’efficienza riproduttiva è sì proporzionale alla frequenza dei rapporti e massima se questi avvengono ogni giorno o a giorni alterni, ma il medico dovrebbe consigliare loro che, in un contesto del genere, la frequenza ottimale rimane quella stabilita secondo le loro preferenze.

Ovulazione

Il momento mensile di massima fertilità può variare considerevolmente, persino tra le donne che hanno un ciclo regolare, e quest’aspetto è spesso sconosciuto anche a molti medici, che continuano a ritenere che il calendario permetta una buona previsione del periodo fertile.

Secondo alcuni studi, le donne che tengono sotto controllo il ciclo attraverso le variazioni del muco cervicale, del desiderio, del dolore o dell’umore, sono in grado di predire con esattezza l’ovulazione al massimo nel 50% dei casi.

Anche se non ci sono prove definitive che il controllo del ciclo possa aumentarne la fecondabilità, l’intuito vuole che il momento del mese in cui avviene il rapporto sia fondamentale e quindi sia utile ed opportuno determinarlo in qualche modo. Quest’idea ha contribuito molto alla popolarità di vari metodi per determinare o prevedere il momento dell’ovulazione.

Uno degli approcci più utili ed utilizzati è sicuramente l’osservazione del muco cervicale (le secrezioni che fuoriescono dalla vagina): la probabilità di gravidanza è massima quando il muco è trasparente, abbondante ed elastico, ma questo non è assolutamente un prerequisito indispensabile perché la fecondazione avvenga.

Il volume del muco cervicale aumenta insieme alla concentrazione plasmatica dell’estrogeno (un ormone prodotto dalla donna) nei 5 o 6 giorni che precedono l’ovulazione ed è massimo entro 2 o 3 giorni dall’ovulazione. Uno studio su 1.681 cicli mestruali ha osservato che i tassi di gravidanza sono massimi (38% circa) se il rapporto avviene nel giorno in cui la secrezione di muco è massima, e sensibilmente inferiori (15-20% circa) il giorno precedente o successivo al giorno “zero”. Un’altra ricerca effettuata su 2.832 cicli ha osservato che le modifiche delle caratteristiche del muco cervicale sono strettamente connesse alla temperatura basale e sono un predittore più accurato del momento di massima fertilità rispetto al metodo del calendario.

Le apparecchiature per il monitoraggio dell’ovulazione, tra cui i test di ovulazione ed i monitor elettronici, sono ampiamente pubblicizzati come strumenti in grado di aiutare le coppie a determinare il cosiddetto “periodo fertile”. Alcune ricerche indicano che il monitoraggio dell’LH (l’ormone rilevato dai test e dai dispositivi come Persona) potrebbe essere utile per concepire un bambino in tempi più brevi ma è bene sapere che, anche se numerose ricerche hanno convalidato l’accuratezza di questi approcci, l’ovulazione potrebbe verificarsi in qualsiasi momento nei due giorni successivi ed i falsi positivi dell’esame si verificano nel 7 per cento circa dei cicli.

Anche se il monitoraggio dell’LH urinario può essere utile per diminuire il tempo di concepimento nelle coppie che hanno rapporti poco frequenti per scelta o per necessità, una ricerca del 2004 ha scoperto che i cambiamenti del muco cervicale nel periodo fertile predicono la probabilità giornaliera specifica di concepimento con efficacia uguale oppure maggiore rispetto al controllo della temperatura basale o dell’LH urinario (Mucus observations in the fertile window: a better predictor of conception than timing of intercourse).

Come avere rapporti

Posizioni ed altre pratiche legate al rapporto possono diventare una specie di rito per le coppie che stanno cercando di avere un figlio; molte donne pensano che rimanere in posizione supina per un certo tempo dopo il rapporto faciliti la mobilità dello sperma e prevenga le perdite di sperma dalla vagina, ed in effetti una ricerca sembra confermarne in qualche modo la veridicità.

Non esiste ad oggi alcuna prova del fatto che la posizione del coito influisca sulla fecondabilità, è infatti possibile ritrovare gli spermatozoi nel canale cervicale già alcuni secondi dopo l’eiaculazione ed indipendentemente dalla posizione in cui è avvenuto il coito; nonostante questo alcuni esperti suggeriscono che posizioni che consentono una penetrazione più profonda possano dare qualche vantaggio.

L’orgasmo femminile potrebbe facilitare il trasporto degli spermatozoi, tuttavia non è stata dimostrata alcuna relazione tra l’orgasmo e la fertilità.

Non esiste alcuna prova convincente che indichi una relazione tra specifiche pratiche sessuali e il sesso del nascituro.

Quasi tutti i lubrificanti vaginali potrebbero far diminuire la fertilità, stando a quanto osservato sulla sopravvivenza degli spermatozoi in vitro:

  • I lubrificanti a base acquosa disponibili in commercio inibiscono la motilità degli spermatozoi in vitro dal 60 al 100 per cento entro sessanta minuti dall’incubazione.
  • L’olio d’oliva e la saliva, diluiti fino a concentrazioni del 6,25%, influiscono negativamente sulla motilità e sulla velocità degli spermatozoi.

Sembrerebbe che i lubrificanti a base di idrossietilcellulosa possano essere una scelta sicura, ma personalmente consiglio se possibile di farne a meno.

Dieta e stile di vita

Le possibilità di concepimento sono inferiori nelle donne molto magre oppure obese, tuttavia sono pochissimi i dati riguardanti gli effetti delle variazioni normali della dieta sulla fertilità nelle donne in età fertile.

Uno stile di vita sano potrebbe essere utile per migliorare la fertilità nelle donne con disfunzioni ovulatorie, però ci sono poche prove a sostegno del fatto che le modifiche della dieta, ad esempio le diete vegetariane, le diete a basso contenuto di grassi, le diete con integrazione di vitamine o antiossidanti oppure i rimedi erboristici siano realmente in grado di migliorare la fertilità.

Le ricerche invece concordano sulla necessità di consigliare alle donne che stanno cercando di avere un figlio di assumere un integratore di acido folico (almeno 400 mcg/dì) per diminuire il rischio di malformazioni del tubo neurale.

Fonte Principale: Optimizing Natural Fertility (traduzione a cura di Elisa Bruno)

Temperatura basale, ovulazione e ricerca di gravidanza

Il metodo della temperatura basale è un approccio naturale che permette di ottenere preziose informazioni sulla fase del ciclo in cui ci si trova e, in ottica ricerca di gravidanza, sull’ovulazione.

Il principio cardine su cui si basa queso metodo è che a seguito dell’ovulazione (ossia dell’unico giorno fertile della donna) e per circa i 14 giorni successivi la temperatura corporea aumenta di circa 0.2-0.5 °C sotto l’effetto di un particolare ormone (progesterone).

La temperatura basale inizia a crescere dal giorno successivo all’ovulazione, quindi è di fatto un segnale che l’ovulazione è (già) avvenuta. Le più attente si chiederanno a cosa ci serve sapere in ritardo dell’avvenuta ovulazione, visto che eventuali rapporti sarebbero a quel punto inutili (anche se si consiglia di avere ancora almeno un rapporto nel giorno di aumento della temperatura, perchè l’ovulo potrebbe ancora essere disponibile per qualche ora): l’utilità di questa osservazione è legata a diversi aspetti, a partire dalla possibilità di avere una conferma delle previsioni fatte con altri metodi, ma vediamo più nel dettaglio in cosa consiste per capire le informazioni che possiamo trarne.

Temperatura basale

Temperatura basale (http://en.wikipedia.org/wiki/File:MenstrualCycle2_en.svg)

Come si può vedere in figura, dov’è stato riportato un esempio di andamento della temperatura durante l’intero ciclo mestruale, si evidenzia a colpo d’occhio una prima fase in cui la temperatura si assesta su valori pari a circa 36.4 °C, ed una seconda fase in cui i valori superano tale soglia.
Al di là del valore numerico, che può leggermente differire da una donna all’altra, da un termometro all’altro ed a seconda della zona di misurazione, quello che è importante capire è che la temperatura aumenta dal giorno immediatamente successivo all’ovulazione; in altre parole, quando viene rilevato sistematicamente un valore più alto rispetto ai primi giorni del ciclo, significa che l’ovulazione è appena avvenuta.

Una volta superata l’ovulazione la temperatura rimane più elevata per un intervallo di tempo di circa 12-16 giorni, ossia fino al flusso mestruale successivo; nel caso in cui rilevaste che la temperatura non accenna a scendere dopo 18 giorni, la gravidanza è considerata praticamente certa.

Da un punto di vista pratico la misurazione della temperatura dev’essere fatta

  • al mattino appena sveglie,
  • possibilmente sempre più o meno alla stessa ora,
  • prima di uscire dal letto o di aver fatto qualsiasi altra cosa,
  • sempre con la stessa modalità (a scelta in bocca oppure, preferibilmente, per via rettale o vaginale),
  • sempre con lo stesso termometro.

In farmacia si possono acquistare termometri specifici, con una scala di valori adeguata alla lettura di piccole variazioni, ma non è indispensabile l’acquisto di un termometro ad hoc se in casa ne è già presente uno normale di buona qualità (digitale o tradizionale non fa differenza). Non consigliati sono invece quelli da fronte, da orecchio, o senza contatto.

Una piccola attenzione va messa nell’uso di termometri tradizionali a mercurio od ecologici, la cui temperatura prima della misurazione va fatta scendere la sera prima oppure immediatamente dopo la misurazione, per evitare che l’atto di scuoterlo vigorosamente alteri la temperatura corporea prima della rilevazione.

Sottolineiamo che non bisogna diventare schiavi del termometro: misurare la temperatura sempre alla stessa ora è importante, ma se nel week-end volete concedervi qualche ora in più di sonno sarà sufficiente appuntarlo sul grafico, in modo da facilitare l’interpretazione di eventuali valori anomali (il valore tende a crescere leggermente con il passare delle ore). E’ buona norma segnare sul grafico anche tutti gli eventi o le condizioni che possono aver influito sul valore della temperatura (stress, malattia, stanchezza, …).

I valori rilevati dovranno essere annotati consecutivamente, tutti i giorni, per poter stilare un grafico avvalendosi di uno dei diversi modelli disponibili in rete; è molto importante capire che, ai fini della corretta interpretazione, è necessario valutare l’andamento della temperatura basale nel suo complesso e non soffermandosi sui singoli valori. Con un po’ di pratica noterete che prima dell’ovulazione la temperatura andrà un po’ su ed un po’ giù in un intervallo di valori bassi, mentre dopo l’ovulazione l’andamento sarà nuovamente altalenante, ma in un intervallo più elevato; al fine di facilitare la lettura del grafico, può essere utile allontanarsi fisicamente dallo stesso per osservarlo nel suo insieme, anzichè nei singoli valori.

E’ bene ricordare che alcuni fattori possono alterare la temperatura basale, tra i principali ricordiamo:

  • febbre,
  • alcolici,
  • allattamento,
  • malesseri,
  • alternanza dei turni di lavoro giorno/notte,
  • viaggi (sopratutto se verso zone con diverso fuso orario),
  • disturbi vaginali,
  • alcuni farmaci,
  • riposare meno di 6 ore ininterrotte prima della misurazione,
  • riposare molto più del solito.

Ricordiamo infine due possibili eccezioni:

  1. Alcune donne non manifestano una variazione di temperatura sufficiente ad emergere chiaramente dal grafico, nonostante l’ovulazione avvenga correttamente.
  2. Pochissime (fortunate) donne rilevano la temperatura più bassa di tutto il mese proprio nel giorno dell’ovulazione, ma è un’evenienza piuttosto rara.

Ora che abbiamo capito come misurare la temperatura basale, è venuto il momento di rispondere alla domanda fatta in apertura: come può aiutarci sapere che l’ovulazione è appena avvenuta se stiamo cercando di rimanere incinta?

  1. Offre risultati molto precisi,
  2. Permette una valutazione obiettiva e piuttosto semplice,
  3. E’ indipendente dalla regolarità del ciclo mestruale,
  4. Permette di verificare la durata della fase luteale (dall’ovulazione al seguente ciclo mestruale),
  5. E’ l’unico metodo che verifica che il ciclo sia stato ovulatorio.

Mentre i primi 3 punti permettono di confermare sensazioni od ipotesi fatte sulla base di altri sistemi (calendario, muco cervicale, posizione della cervice, mittelschmerz, test di ovulazione, …) ritengo importante soffermarsi sull’importanza degli ultimi 2: quando si cerca una gravidanza, e questa non arriva, rilevare la temperatura basale ci permette di fare alcune prime importanti valutazioni sul corretto andamento del ciclo mestruale.

Innanzi tutto verificare l’aumento di temperatura ci permette di essere sicuri che l’ovulazione avvenga regolarmente, ossia che il ciclo non sia anovulatorio (se non avviene l’ovulazione non è possibile rimanere incinta).

In secondo luogo una regolare rilevazione della temperatura ci permette di verificare che la fase luteale del ciclo, ossia il periodo che va dall’ovulazione al flusso mestruale successivo, sia di circa 14 giorni. In alcune donne questa fase si rivela essere di durata inferiore, non consentendo all’ovulo eventualmente fecondato di impiantarsi regolarmente: inconsapevolmente quindi la donna vive ripetuti aborti spontanei molto precoci, che è un problema molto diverso (e spesso più gestibile) rispetto al non riuscire a rimanere incinta.