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Gravidanza e disturbi della tiroide

Introduzione

L’organismo talvolta produce quantità insufficienti o eccessive di ormoni tiroidei, ormoni che regolano il metabolismo (il modo in cui il corpo usa l’energia) e interagiscono praticamente con tutti gli organi del corpo.

  • L’eccesso di ormoni tiroidei viene detto ipertiroidismo e può determinare un’accelerazione di varie funzioni corporee.
  • Una quantità insufficiente di ormoni tiroidei viene chiamata ipotiroidismo e può determinare un rallentamento di varie funzioni corporee.

Durante la gravidanza gli ormoni tiroidei svolgono un ruolo essenziale sia per lo sviluppo di un feto sano che per la salvaguardia della salute materna.

Le donne affette da problemi tiroidei possono comunque avere gravidanze normali e proteggere la salute del nascituro conoscendo gli effetti della gravidanza sulla tiroide, monitorando la funzionalità della ghiandola e assumendo eventualmente i farmaci necessari.

La produzione degli ormoni tiroidei (T3 e T4) è controllata dal TSH, ormone secreto dalla ghiandola pituitaria (ipofisi).

In questo articolo verrà affrontato l’argomento da un punto di vista generale, mentre si rimanda alle schede specifiche per la trattazione delle diverse condizioni:

Tiroide

La tiroide è una ghiandola a forma di farfalla, lunga circa 5 cm e con un peso di meno di 85 g. Si trova davanti nel collo, anteriormente alla laringe (l’origine della voce); ha due lobi, uno su ciascun lato della trachea. È una delle ghiandole che costituiscono il sistema endocrino. Le ghiandole del sistema endocrino producono e immagazzinano ormoni che rilasciano nel circolo sanguigno. Gli ormoni si distribuiscono quindi nel corpo e dirigono le attività delle cellule dell’organismo.

La tiroide produce due ormoni, la triiodiotironina (T3) e la tiroxina (T4). T3 è l’ormone attivo, derivato da T4. Gli ormoni tiroidei regolano il metabolismo, lo sviluppo del cervello, la respirazione, il cuore e le funzioni del sistema nervoso, la temperatura corporea, la forza muscolare, la secchezza cutanea, i cicli mestruali, il peso e i livelli di colesterolo.

La loro produzione è regolata dall’ormone tireostimolante (TSH), secreto dalla ghiandola pituitaria, o ipofisi, situata nel cervello. Quando i livelli ormonali sono bassi, l’ipofisi rilascia più TSH. Quando i livelli sono alti, l’ipofisi riduce la produzione di TSH.

Gravidanza e funzione tiroidea

Due ormoni caratteristici della gravidanza, la gonadotropina umana corionica (hCG) e gli estrogeni, aumentano i livelli ematici di ormoni tiroidei. Secreta dalla placenta, l’hCG ha un’azione analoga al TSH, stimolando la tiroide a produrre modeste quantità aggiuntive di ormoni. L’incremento di estrogeni genera livelli maggiori di globulina legante la tiroxina, la proteina adibita al trasporto degli ormoni tiroidei nel sangue.

Queste normali variazioni ormonali possono talvolta rendere di difficile interpretazione gli esami tiroidei in gravidanza.

L’ormone tiroideo è critico ai fini dello sviluppo normale del cervello e del sistema nervoso del feto. Durante il primo trimestre l’ormone tiroideo viene fornito direttamente dalla mamma, attraverso la placenta. Intorno alla 12° settimana, inizia a funzionare la tiroide fetale.

Durante la gravidanza, la tiroide aumenta leggermente di dimensioni nelle donne sane, ma non in maniera tale da risultare evidente a un esame obiettivo. Una tiroide chiaramente ingrossata può essere segno di tiroidopatia e dovrà essere studiata. I problemi tiroidei in gravidanza possono essere difficili da diagnosticare a causa dei maggiori livelli ormonali, delle dimensioni ghiandolari aumentate, della stanchezza e altri sintomi tipici sia della gravidanza che di una tiroidopatia.

Cibo, dieta e nutrizione

Durante la gravidanza, il corpo necessita di quantità maggiori di alcuni nutrienti per mantenere in salute la madre e il feto in gestazione. Gli esperti raccomandano che una donna incinta mantenga una dieta bilanciata e il ginecologo valuterà se necessario l’eventuale integrazione di iodio attraverso integratori prenatali multivitaminici e minerali, in modo da assicurare la salute della tiroide.

Integratori alimentari

Poiché la tiroide usa lo iodio per produrre gli ormoni tiroidei, questo minerale diventa ancora più importante in gravidanza. Il feto ottiene lo iodio dall’alimentazione materna e quindi in gravidanza, sono necessarie quantità maggiori di iodio, circa 200 microgrammi al giorno.

Le donne incinte dovrebbero scegliere sale arricchito di iodio rispetto al sale semplice e valutare con il ginecologo se sia necessario assumere composti vitaminici prenatali contenenti iodio per garantirsi un apporto adeguato.

È tuttavia da notare che soggetti con malattie tiroidee autoimmuni possono essere sensibili a effetti collaterali dello iodio, che può causare o peggiorare condizioni di iper o ipotiroidismo; sarà quindi importante discutere con il proprio medico l’impiego di terapie alternative e complementari, inclusi gli integratori alimentari, in modo da garantirsi cure coordinate e sicure.

 

Fonte principale: NIH

Adattamento a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

Ipotiroidismo in gravidanza: sintomi, cause, complicazioni e cure

Introduzione

L’ipotiroidismo è una condizione caratterizzata da produzione di ormoni tiroidei insufficiente e si verifica in circa il 0.3-0.5%.

Durante la gravidanza è del tutto normale osservare la necessità di disporre di un aumento della quantità circolante di ormone tiroideo, che incrementa progressivamente fino alla 16ª-20ª settimana circa.

Mantenere una corretta concentrazione della quantità di ormoni tiroidei in circolo, eventualmente ricorrendo alla somministrazione di farmaci, è di fondamentale importante per garantire uno sviluppo corretto del feto, soprattutto dal punto di vista del sistema nervoso centrale ed evitare la comparsa di deficit cognitivi.

Se l’ipotiroidismo non viene trattato aumenta inoltre la probabilità di andare incontro a complicazioni sia materne che fetali.

Cause

L’ipotiroidismo in gravidanza è in genere dovuto al morbo di Hashimoto, una forma di infiammazione cronica della ghiandola tiroidea.

Si tratta di un disturbo autoimmune, in cui il sistema immunitario attacca la tiroide causandone l’infiammazione e interferendo con la sua capacità di produrre gli ormoni tiroidei.

L’ipotiroidismo in gravidanza può anche dipendere da una forma preesistente non adeguatamente trattata o dalla distruzione / rimozione terapeutica della ghiandola per ipertiroidismo.

Sintomi e complicazioni

L’ipotiroidismo causa in parte gli stessi problemi dell’ipertiroidismo in gravidanza, come ad esempio:

Poiché gli ormoni tiroidei sono cruciali per lo sviluppo del cervello e del sistema nervoso del feto, un ipotiroidismo non controllato, specialmente durante il primo trimestre, può alterare la crescita e lo sviluppo del cervello fetale.

Diagnosi

Come l’ipertiroidismo, anche l’ipotiroidismo viene diagnosticato tramite un’attenta analisi dei sintomi e la misurazione dei livelli di TSH e T4.

I sintomi di ipotiroidismo in gravidanza includono

La condizione è contrassegnata da livelli alti di TSH e valori bassi di T4 libero. Viste le normali modifiche della funzionalità tiroidea legata alla gravidanza, i risultati degli esami devono essere interpretati con grande attenzione.

L’esame del TSH può anche identificare stati subclinici di ipotiroidismo, ossia situazioni lievi senza sintomatologia apparente. L’ipotiroidismo subclinico si manifesta nel 2 – 5% delle gravidanze. I risultati degli esami evidenziano livelli elevati di TSH con una T4 libera normale.

Non c’è consenso sullo screening di routine dell’ipotiroidismo nelle donne incinte asintomatiche. Se tuttavia la condizione viene rilevata, ne è raccomandato il trattamento per contribuire a una gravidanza sana.

Cura e trattamento

L’ipotiroidismo viene trattato somministrando un ormone di sintesi, chiamato tiroxina, identico alla T4 prodotta dalla tiroide.

Le donne con ipotiroidismo preesistente dovranno aumentare le dosi pregravidiche di tiroxina per mantenere una funzionalità tiroidea normale. In gravidanza, quest’ultima andrà controllata ogni 6 – 8 settimane. La tiroxina sintetica è sicura e necessaria per il benessere fetale in caso di ipotiroidismo materno.

Tiroidite post-partum

Si tratta di un’infiammazione della tiroide che colpisce circa 4 – 10% delle donne nel primo anno dopo un parto. La tiroidite causa la fuoriuscita di ormoni dalla ghiandola infiammata e quindi l’aumento dei loro livelli nel sangue.

La tiroidite post-partum è considerata una condizione autoimmune; è causa di un ipertiroidismo moderato che in genere dura 1 – 2 mesi. Molte donne quindi sviluppano un ipotiroidismo per circa 6 – 12 mesi prima che la ghiandola recuperi il proprio normale funzionamento.

In alcuni casi, la tiroide è troppo danneggiata per recuperare; l’ipotiroidismo diventa quindi permanente e richiede il trattamento a vita con l’ormone sintetico tiroxina. La tiroidite post-partum tende a recidivare nelle gravidanze successive.

Spesso passa inosservata perché i sintomi vengono scambiati per lo stato depressivo che talvolta segue il parto. Se i sintomi di stanchezza e letargia non regrediscono entro qualche mese o in caso di depressione post-partum, bisognerà affrontare la questione in termini medici. Se i sintomi di ipotiroidismi sono fastidiosi, possono essere trattati con tiroxina.

Fonti principali:

Adattamento a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

Ipertiroidismo in gravidanza: sintomi, cause, complicazioni e cure

Introduzione

L’ipertiroidismo è una condizione caratterizzata da una produzione eccessiva di ormoni tiroidei.

Mantenere un corretto equilibrio di questi ormoni durante la gestazione di fondamentale importanza per permettere uno sviluppo del feto privo di complicazioni.

Tendenzialmente si osserva la comparsa del disturbo o un peggioramento in caso di condizione pre-esistente nei primi tre mesi di gravidanza, cui fa seguito uno spontaneo miglioramento (o addirittura una completa remissione) dei sintomi e dei valori relativi agli esami del sangue nei mesi successivi

L’ipertiroidismo clinico colpisce circa lo 0.1-1% delle donne in gravidanza.

Cause

In genere l’ipertiroidismo in gravidanza è dovuto al morbo di Basedow-Graves; insorge in circa una gravidanza su 500. Si tratta di una malattia autoimmune. In condizioni normali, il sistema immunitario protegge dalle infezioni, riconoscendo e distruggendo batteri, virus e altre sostanze estranee potenzialmente pericolose. Nelle malattie autoimmuni, invece, il sistema attacca le cellule dei propri organi.

Nel morbo di Basedow-Graves, il sistema immunitario produce un anticorpo, detto immunoglobulina tireostimolante (TSI) o, più raramente, anticorpo antirecettori TSH, che emula il TSH e causa una sovraproduzione di ormoni tiroidei. In alcuni casi di Basedow-Graves, questo anticorpo si associa anche a problemi oculari, come

  • irritazione,
  • protrusione
  • e gonfiore.

Benché il morbo possa manifestarsi per la prima volta in gravidanza, un Basedow-Graves preesistente può di fatto migliorare nel secondo o terzo trimestre. Una remissione (scomparsa di segni e sintomi) nelle fasi avanzate della gravidanza può essere legata alla generale soppressione del sistema immunitario che la accompagna. La malattia in genere peggiora di nuovo nei primi mesi successivi al parto. Donne affette da morbo di Basedow-Graves dovranno essere controllate mensilmente durante una gravidanza.

Raramente, l’ipertiroidismo in gravidanza è causato da iperemesi gravidica, ossia nausea e vomito gravi che possono indurre perdita di peso e disidratazione. Questa condizione di nausea e vomito estremi potrebbe dipendere da livelli elevati di hCG, che possono anche indurre un ipertiroidismo temporaneo che regredisce durante la seconda metà della gravidanza.

Sintomi e complicazioni

In gravidanza, un ipertiroidismo non controllato può essere causa di:

  • scompenso cardiaco congestizio,
  • preeclampsia (pericoloso aumento della pressione arteriosa nelle fasi avanzate della gravidanza),
  • tempesta tiroidea (improvviso e grave peggioramento dei sintomi),
  • aborto spontaneo,
  • nascita prematura,
  • neonati sottopeso.

Una donna affetta o trattata in precedenza per Basedow-Graves con la chirurgia o lo iodio radioattivo può ancora avere anticorpi TSI in circolo, pur avendo livelli ormonali normali. Questi anticorpi possono attraversare la placenta entrando nel circolo fetale e stimolare la tiroide fetale. Se la madre è in trattamento con farmaci antitiroidei, l’ipertiroidismo fetale è meno probabile, perché anche tali farmaci superano la placenta.

Donne trattate chirurgicamente o con iodio radioattivo per Basedow-Graves dovranno informare il proprio medico, in modo da monitorare la funzione tiroidea fetale in gravidanza.

Nel neonato, l’ipertiroidismo può determinare

  • un’elevata frequenza cardiaca, portando a insufficienza cardiaca,
  • chiusura precoce delle fontanelle craniche,
  • aumento del peso insufficiente
  • e talvolta difficoltà respiratorie dovute all’ingrossamento della ghiandola che comprime le vie respiratorie.

Le donne con Basedow-Graves e i loro neonati vanno seguiti con estrema attenzione.

Diagnosi

La diagnosi di ipertiroidismo in gravidanza richiede l’analisi dei sintomi e il dosaggio dei livelli ematici di TSH, T3 e T4.

Alcuni sintomi di ipertiroidismo sono caratteristiche normali in gravidanza, per esempio l’aumento della frequenza cardiaca, l’intolleranza al caldo e la stanchezza.

Altri sintomi sono meglio correlati all’ipertiroidismo:

  • frequenza cardiaca rapida e irregolare,
  • lieve tremore,
  • perdita di peso inspiegabile o mancato aumento del peso corporeo,
  • nausea e vomito gravi associati con l’iperemesi gravidarum.

L’esame del sangue implica il prelievo di un campione presso un ambulatorio o un laboratorio di analisi.

TSH

In caso di sospetto ipertiroidismo in gravidanza, il medico ricorre in genere come primo passo alla misurazione ultrasensibile del TSH. Questo test rileva anche quantità infinitesimali di TSH nel sangue ed è la più accurata misura di attività tiroidea disponibile.

Di norma, livelli di TSH sotto la norma indicano ipertiroidismo. In gravidanza, però, i livelli di TSH possono essere bassi anche in assenza di malattia, specialmente nel primo trimestre, per via del modesto incremento di ormoni tiroidei dovuto all’ormone hCG.

T3 e T4

In caso di TSH basso, vengono misurati i livelli ematici di T3 e T4. Livelli aumentati di T4 libera (la componente di ormone tiroideo non legata all’apposita proteina) confermano la diagnosi.

Raramente, nella donna con ipertiroidismo si possono riscontrare livelli di T4 libera normali ma livelli di T3 elevati. Viste le normali modifiche della funzionalità tiroidea legata alla gravidanza, i risultati degli esami devono essere interpretati con grande attenzione.

TSI

In caso di Basedow-Graves, o di pregresso trattamento chirurgico – radioterapico del morbo, il medico può anche ricorrere alla ricerca degli anticorpi TSI nel sangue.

Trattamento

In gravidanza, un riscontro di ipertiroidismo lieve (TSH basso, T4 libera normale) non richiede alcun trattamento. Forme più gravi vengono curate con farmaci antitiroidei, che agiscono interferendo con la produzione dell’ormone.

Il trattamento con iodio radioattivo non è perseguibile in gravidanza, perché può essere dannoso per la tiroide fetale. In rari casi, in cui la donna non riesca a tollerare i farmaci antitiroidei, deve essere considerata la chirurgia con rimozione parziale o totale della ghiandola.

I farmaci antitiroidei attraversano la placenta in piccole quantità e possono ridurre la produzione di ormoni fetali, quindi devono essere adoperati dosaggi minimi per evitare di causare ipotiroidismo nel neonato.

Talvolta, i farmaci antitiroidei possono avere effetti collaterali, in particolare:

  • reazioni allergiche, come eruzioni cutanee e prurito,
  • riduzione del numero dei leucociti ematici, con possibile minor resistenza alle infezioni,
  • insufficienza epatica (molto raramente).

La comparsa di uno qualunque tra i seguenti sintomi deve far interrompere il trattamento e contattare il medico:

  • stanchezza,
  • debolezza,
  • vaga dolenzia addominale,
  • perdita di appetito,
  • eruzione cutanea o prurito,
  • facilità ai lividi,
  • pelle e bianco degli occhi ingialliti (ittero),
  • mal di gola persistente,
  • febbre.

Negli Stati Uniti, la maggior parte dei tipi di ipertiroidismo viene trattata con il metimazolo, farmaco non disponibile in Italia, dove la molecole più simile è il tiamazolo (Tapazole).

Esiste tuttavia un diffuso consenso sul fatto che durante il primo trimestre di gravidanza questo farmaco vada evitato, per possibili, anche se rari, danni fetali; è invece spesso preferito il propiltiouracile (Propycil) in assenza di alternative terapeutiche, che tuttavia deve in genere essere ordinato attraverso farmacie internazionali.

In caso di problemi al fegato materno dovuti al PTU (0.1% di adulti trattati) è possibile passare a partire dal secondo trimestre al Metimazolo (MMI)/Carbimazolo (CMZ); se necessario può inoltre essere somministrato il beta-bloccante Propranololo

Alcune donne possono fare a meno di terapia antitiroidea nelle ultime 4 – 8 settimane di gravidanza, periodo in cui l’ipertiroidismo può andare in remissione. Queste donne devono però continuare a monitorare l’attività della ghiandola dopo il parto.

È stato dimostrato che i farmaci antitiroidei possono essere assunti con sicurezza durante l’allattamento al seno. Vanno però assunti solo a dosi moderate (meno di 10 – 20 milligrammi al giorno per il metimazolo). Le dosi devono essere frazionate e assunte dopo le poppate, così come è necessario tenere sotto controllo eventuali effetti collaterali nel lattante.

Nel caso siano necessarie dosi più alte di farmaci antitiroidei, occorre evitare l’allattamento al seno.

Fonte principale: NIH

Adattamento a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

Streptococco in gravidanza

Introduzione

Lo streptococco beta emolitico di gruppo B (Streptococco Agalactiae, diverso dallo streptococco che colonizza la gola) è un batterio presente nell’organismo di circa un terzo della popolazione, principalmente nell’intestino, ma rilevabile anche nel 25% delle donne a livello vaginale; di norma prolifera in equilibrio con le altre specie presenti e non è causa di alcun sintomo o malattia.

Molte donne si chiedono come si prenda lo streptococco in gravidanza, ma in realtà è come detto una presenza comune e del tutto fisiologica (non si prende quindi con rapporti sessuali, né con il cibo, per esempio).

Alle donne in gravidanza viene in genere offerto un tampone vaginale da eseguire dopo la 35esima settimana di gravidanza per la ricerca della presenza del batterio, perchè durante il parto può diventare una minaccia il neonato.

Il tampone viene consigliato a tutte le donne, indipendentemente dal fatto che siano o meno alla prima gravidanza o che si siano già sottoposte in passato al test; il tampone vaginale è stato incluso tra i test gratuiti solo nel 2017, pur essendo previsto dalle linee guida per una gravidanza fisiologica da anni.

Secondo i CDC americani una donna incinta che risulti positiva per la presenza di streptococco del gruppo B e che riceva la prevista somministrazione di antibiotici durante il parto è associata a una probabilità su 4000 che il neonato manifesti l’infezione; se al contrario una donna incinta risultata positiva non viene trattata è associata a un rischio pari a uno su 200.

Questo significa che la rinuncia alla copertura antibiotica quando consigliata aumenta di oltre 20 volte il rischio di sviluppare malattie potenzialmente fatali.

Fattori di rischio

Ogni donna può essere portatrice (sana!) dello streptococco di gruppo B, ma con la ricerca sono stati individuati alcuni importanti fattori di rischio che possono aumentare la possibilità di contagio del neonato:

  • madri con precedenti esperienze di neonati colpiti da infezione (rischio aumentato di 10 volte),
  • madri in cui lo streptococco sia stato individuato nelle urine in un qualsiasi momento della presente gravidanza (aumento di 4 volte),
  • madri risultate positive al tampone durante l’attuale gravidanza (aumento di 3 volte),
  • madri che manifestino un aumento patologico della temperatura (quantificato in 37.8°) durante il parto,
  • parto pretermine,
  • infezioni del liquido amniotico,
  • giovane età materna,
  • rottura delle acque che anticipa di più di 18 ore il parto.

Da notare che il contagio può avvenire anche in assenza di tutti questi fattori, così come la contemporanea presenza di uno o più di uno non indica che il bambino verrà contagiato sicuramente.

Come avviene l’esame

Il tampone vaginale è un esame rapido e indolore, che non comporta alcun rischio né per la gestante né per il neonato; il campione viene in genere raccolto nell’ambulatorio del ginecologo dove il medico (o l’ostetrica) procederà a prelevare con una sorta di cotton-fioc qualche cellula dalla vagina e dal retto, per poi inviare il reperto a un laboratorio che si occuperà di verificare l’eventuale presenza dello streptococco.

L’esame non richiede convalescenza e la donna potrà tornare immediatamente alle proprie attività.

Se il tampone è positivo?

Nel caso di esito positivo verranno prescritti antibiotici da assumere durante il parto, per ridurre la carica batterica presente e impedire così un contagio del neonato.

Gli antibiotici, in genere facenti parte del gruppo delle penicilline, possono venire somministrati per endovena e sono assolutamente innocui sia per la mamma che il feto; in caso di pregressa allergia a questo gruppo di farmaci sono ovviamente disponibili alternative.

Assumere antibiotici tempo prima è invece inutile, in quanto l’elevato tasso di proliferazione dello streptococco sarebbe causa di nuova colonizzazione di vagina e/o retto.

È da notare che un esito positivo non significa presenza di infezione, è solo la testimonianza della presenza di questi specifici batteri nell’organismo, che come detto per l’ospite risultano innocui nella maggior parte dei casi.

Inoltre un test positivo NON significa:

  • scarsa pulizia,
  • presenza di malattie trasmesse sessualmente,
  • consumo di alimenti o bevande contaminate.

Un tampone positivo NON preclude inoltre la possibilità di allattare al seno.

Se il tampone è negativo?

Nel caso in cui invece il tampone per lo streptococco fosse negativo non è necessario fare altro; in alcuni casi, quando presenti uno o più fattori di rischio, è possibile che il ginecologo opti ugualmente per una copertura antibiotica (così come quanto per qualsiasi ragione il tampone non sia stato fatto).

Rischi per il feto

Anche se la sola presenza dello streptococco non rende scontato il contagio verso il neonato, le pericolose conseguenze che ne possono derivare hanno portato le principali società mediche mondiali a pianificare questo controllo.

Il contagio può avvenire al momento del parto nel passaggio attraverso la vagina, oppure per contagio all’interno dell’utero; in caso di infezione neonatale entro 7 giorni dal parto l’infezione può manifestarsi attraverso i seguenti sintomi (generalmente con comparsa entro qualche ora):

  • ridotta risposta agli stimoli esterni,
  • riduzione dell’appetito,
  • alterazione della temperatura corporea,
  • alterazione del battito cardiaco,
  • alterazione della frequenza di respirazione,
  • irritabilità.

In caso di trattamento tempestivo la prognosi è in genere buona con un completo recupero, ma purtroppo in alcuni casi il neonato può andare incontro a complicazioni potenzialmente fatali come:

  • setticemia (grave infezione del sangue),
  • polmonite,
  • meningite.

Circa il 10% dei neonati colpiti dall’infezione vanno incontro a morte, mentre in un caso su 5 si verificano danni permanenti (paralisi cerebrale, sordità, cecità, …).

 

Fonti principali:

Stanchezza e insonnia in gravidanza: come dormire?

È normale sentirsi stanche in gravidanza?

Sì, è assolutamente comune sentirsi stanche o addirittura esaurite durante i 9 mesi della gravidanza, in particolar modo nel primo trimestre e nelle ultime settimane.

I cambiamenti ormonali tipiche di questa condizione possono causare tra l’altro

  • stanchezza,
  • nausea,
  • aumento dell’emotività.

Più occasionalmente l’insonnia, se accompagnata da altri sintomi, può essere segno di depressione; in presenza di sensazioni come

  • perdita di interesse verso le attività ritenute piacevoli,
  • sensazione di vuoto e senza speranza,

avvertire il ginecologo.

L’unica risposta a queste sensazioni è cercare di riposare il più possibile, trovare il tempo per sedersi periodicamente e accettare senza remore un’offerta di aiuto da parte di colleghi e familiari. In questa fase è più che mai importante prendersi cura di sé stesse, assicurandosi di seguire una dieta sana (compatibilmente con le nausee) e riposarsi in modo adeguato.

Nelle ultime settimane di gravidanza la stanchezza aumenta invece a causa del peso extra che l’organismo deve gestire; purtroppo anche a causa del pancione sempre più grande può essere difficile riuscire a riposarsi adeguatamente di notte, potrebbe essere difficile trovare la posizione e spesso è necessario alzarsi di notte per urinare.

L’aspetto importante è che la stanchezza non è un pericolo né per la mamma né per il bambino, ma certamente rende la vita più difficile.

Sogni durante la gravidanza

Alcune donne possono avere sogni strani o anche incubi sul bambino o sul parto.

È normale.

Se dovesse succedere se può parlare serenamente con il partner, il ginecologo o l’ostetrica, ma soprattutto è bene ricordare che che, solo perché si sogna qualcosa, non significa che debba succedere.

Rilassamento e tecniche di respirazione possono essere utili per ridurre qualsiasi ansia che possa insorgere in proposito.

In che posizione dormire?

Dormire supina (appoggiando la schiena) potrebbe non rappresentare più la scelta ottimale dopo le 16 settimane di gravidanza, la posizione può diventare scomoda e inoltre l’utero può andare a ridurre l’afflusso di sangue apportato dalla vena cava inferiore al cuore, determinando un possibile abbassamento di pressione e conseguente senso di debolezza.

Dormire sul fianco da questo punto di vista è quindi sicuramente preferibile, meglio se quello sinistro.

Si può provare a sostenere il pancione con l’aiuto di un cuscino e/o mettendone uno anche tra le ginocchia.

Verso la fine della gravidanza alcune donne preferiscono usare i cuscini per sollevare il busto, arrivando a dormire in posizione quasi seduta, posizione che aiuta anche a ridurre il frequente bruciore di stomaco e reflusso che affligge molte donne in gravidanza.

Rimedi per insonnia in gravidanza

È importante non lasciarsi innervosire dalle difficoltà a dormire, anche con la consapevolezza che il bambino da questo punto di vista non corre rischi.

Se possibile può aiutare riposare di giorno e provare ad andare a dormire prima alla sera; molto importante evitare il consumo di tè, caffè o cola la sera, perchè la caffeina può peggiorare l’insonnia.

È molto importante cercare di rilassarsi prima di andare a dormire e in questo senso possono aiutare le tecniche di respirazione e di rilassamento. Molte donne per esempio traggono beneficio dallo yoga e dal pilates, in alcuni casi è possibile trovare corsi incentrati proprio sulla gravidanza (diversamente è fondamentale avvertire sempre l’insegnante della propria condizione).

L’esercizio fisico paradossalmente può aiutare a sentirsi meno stanchi, quindi vale la pena di provare a praticare una leggera attività fisica concordata con il proprio ginecologo, per esempio:

  • passeggiare,
  • nuotare,

In caso di gravi difficoltà non bisogna aver paura di parlarne con la propria ostetrica o con il ginecologo.

anche se ti senti stanco durante il giorno, prova ad avere qualche attività, come una passeggiata all’ora di pranzo o andare a nuotare. Se la mancanza di sonno vi disturba, parlare con il tuo partner, un amico, un medico o una ostetrica.
Leggi circa la prevenzione dell’insonnia, incluse le abitudini diurne come l’esercizio fisico e le abitudini di andare a letto come evitare la caffeina, l’alcool e il fumo.

Valgono infine le regole generali per una corretta igiene del sonno:

  • Sforzarsi di mantenere una regolare routine, andando a dormire più o meno sempre alla stessa ora.
  • Una doccia o un bagno caldo (non bollente!) prima di coricarsi può aiutare a rilassarsi.
  • Scrivere una lista delle cose da fare il giorno successivo può aiutare a organizzare i pensieri.
  • L’ascolto di una musica rilassante può aiutare a prendere sonno, così come leggere qualche pagina di un libro.
  • Evitare in camera da letto l’uso di dispositivi elettrici (televisione, tablet, smartphone, …).
  • Utilizzare la camera da letto solo per il riposo e per trovare intimità con il partner (a differenza di tutte le altre attività fisiche i rapporti sessuali possono conciliare il sonno).
  • La camera deve essere buia, silenziosa e possibilmente a una temperatura compresa tra i 18° e i 24°.

Fonte principale: NHS, licensed under the OGL

Diarrea in gravidanza: cause e pericoli

Introduzione

Durante la gravidanza il sistema immunitario della donna risulta indebolito e questo la espone a una probabilità più elevata di contrarre infezioni più o meno gravi causate da batteri, virus, funghi e parassiti di vario genere.

Se a questo aggiungiamo l’azione di ormoni, stress, cambi dietetici e altri fattori è comprensibile come durante la gestazione si possano verificare più spesso del solito attacchi di diarrea.

La diarrea, definita come un disturbo dell’evacuazione caratterizzato dall’emissione di abbondanti quantità di feci poco formate o addirittura liquide, è un fenomeno che può capitare sempre a chiunque, ma vediamo le cause più frequenti della diarrea in gravidanza e quando la situazione può essere preoccupante.

Prima di addentrarci nella descrizione, ricordiamo infine che la dissenteria rappresenta un fenomeno diverso rispetto alla diarrea, in quanto caratterizzata dalla presenza di sangue nelle feci.

Cause non pericolose

Tra le cause specifiche della gravidanza annoveriamo la possibilità di cambi dietetici imprevisti, per esempio a causa delle voglie o dietro l’indicazione del ginecologo, che potrebbe aver consigliato (giustamente!) di aumentare il consumo di frutta e verdura. Il consumo di abbondanti quantità di fibra è sicuramente utile e condivisibile sempre, ma lo è maggior ragione in gravidanza, quando aumenta il rischio di andare incontro a problemi di stitichezza. In caso di aumento improvviso della quantità di frutta e verdura consumata è possibile che l’organismo reagisca manifestando diarrea.

In questi casi è sufficiente ridurre il consumo, per poi aumentarlo nuovamente, ma in modo più graduale.

Raramente può succedere che la condizione di gravidanza, probabilmente per cause ormonali, induca una sorta di ipersensibilità verso alcune sostanze e cibi altrimenti ben tollerate; a titolo di curiosità segnaliamo invece che un’eventuale intolleranza al lattosio tende invece a migliorare durante la gravidanza, anche se esagerando ovviamente può comunque essere causa di diarrea.

Una causa comune di diarrea in gravidanza è poi il possibile effetto collaterale di multivitaminici e farmaci; molto spesso è per esempio la supplementazione di ferro a causare problemi intestinali, in questi casi è in genere sufficiente segnalarlo al ginecologo per valutare una formulazione diversa.

Le ragioni più comuni sono probabilmente gastroenteriti e intossicazioni alimentari, come d’altra parte succede a tutti; è per esempio molto comune contrarre durante il periodo invernale un’infezione virale (influenza intestinale) in grado di causare diarrea più o meno grave.

Ricordiamo infine che potenzialmente anche i cambiamenti ormonali tipici della gestazione possono essere causa di disturbi intestinali, anche se più spesso trattasi di stitichezza.

In alcuni casi la diarrea può essere causata da condizioni pre-esistenti rispetto alla gravidanza, per esempio:

Pericoli

A meno di casi particolari, che vedremo tra poco, il rischio maggiore legato alla diarrea è la disidratazione, ossia la perdita eccessiva di liquidi e sali minerali, che può manifestarsi con i seguenti sintomi:

  • sete,
  • bocca secca,
  • diminuzione della produzione di urina, che diventa molto scura,
  • debolezza,
  • vertigini,
  • affaticamento.

Cause pericolose

Esistono alcune condizioni infettive che in gravidanza possono causare gravi conseguenze al feto; si tratta di infezione fortunatamente rare, ma che devono indurre alla massima prudenza le donne in gravidanza.

  • Campylobacter: È una delle cause più comuni di gatroenterite batterica nel mondo ed è causa di grave diarrea; nella maggior parte dei casi la coppia madre-feto supera senza grossi problemi l’infezioni, ma occasionalmente può essere causa di aborti e parto prematuro. Il contagio avviene attraverso il consumo di alimenti contaminati.
  • Listeria: Questo batterio contagia attraverso il consumo di alimenti contaminati, oltre a una possibile diarrea, può causare sintomi simil-influenzali. Può avere conseguenze gravissime sul feto (morte, aborto, parto prematuro, …).
  • Salmonella: Si tratta di una tossinfezione alimentare che ha come sintomo principale una severa diarrea; normalmente può essere debilitante, ma tende a risolversi senza sequele; in gravidanza invece può essere causa di meningiti e altre gravi complicazioni, perchè può esserne contagiato anche il feto.
  • Epatite B: Anche contrarre l’epatite B può avere come conseguenza, tra le altre, la comparsa di nausea, vomito e diarrea. L’infezione può essere trasmessa dalla mamma al bambino, con una probabilità molto altra di andare così incontro a infezione cronica e drammatiche conseguenze sul fegato.

Come abbiamo visto in precedenza sono numerose le cause NON preoccupanti di diarrea in gravidanza e l’esperienza ci insegna che fortunatamente con qualche attenzione non è così facile contrarre infezioni gravi, ma è importante non abbassare mai la guardia sull’igiene e su cosa si mangia in gravidanza. Uno scrupolo in più durante la gravidanza può davvero fare la differenza.

Cosa fare

In caso di diarrea in gravidanza innanzi tutto è bene non allarmarsi, si tratta di un sintomo comune e nella maggior parte dei casi destinato a risolversi spontaneamente in qualche giorno.

A meno che non ci siano fondati motivi per ritenere di essere di fronte a un problema potenzialmente serio (consumo di alimenti a rischio) in presenza di sintomi seri (come la febbre), in genere si consiglia di:

  • Bere abbondantemente, possibilmente soluzioni reidratanti e non solo acqua, per evitare rischi di disidratazione;
  • Non assumere farmaci se non espressamente avallati dal ginecologo;
  • Contattare il ginecologo per pianificare con lui se e cosa assumere (in genere viene fissata una visita nel caso di mancata risoluzione entro 2-3 giorni);
  • Evitare alimenti a rischio di peggioramento (ridurre il consumo di fibra, evitare latte e latticini, evitare cibi piccanti e grassi).

In caso di diarrea, nel dubbio, contattare telefonicamente il ginecologo.

Fonti principali:

Beta HCG: valori, tabella, gemelli e andamento

Valori beta hCG

La seguente tabella mostra i valori indicativi dell’andamento dell’ormone beta HCG in gravidanza.

Epoca gestazione Valori beta HCG
3 settimana 5 – 50 mIU/ml
4 settimana 5 – 426 mIU/ml
5 settimana 18 – 7,340 mIU/ml
6 settimana 1,080 – 56,500 mIU/ml
7 – 8 settimana 7, 650 – 229,000 mIU/ml
9 – 12 settimana 25,700 – 288,000 mIU/ml
13 – 16 settimana 13,300 – 254,000 mIU/ml
17 – 24 settimana 4,060 – 165,400 mIU/ml
25 – 40 settimana 3,640 – 117,000 mIU/ml
  • I livelli circolanti crescono esponenzialmente col passare del tempo, raddoppiando la quantità ogni 2-4 giorni circa per almeno tutto il primo trimestre; dal punto di vista diagnostico possono essere rilevati con i test di routine circa 11 giorni dopo il concepimento per quanto riguarda la ricerca nel sangue, e qualche giorno dopo (di norma 14 giorni dopo la fecondazione) per la ricerca nell’urina.
  • Molto indicativamente:
    • raddoppiano ogni 2 giorni per valori fino a 1200 UI,
    • raddoppiano ogni 3 giorni per valori da 1200 UI a 6000 UI,
    • raddoppiano ogni 4 giorni per valori superiori a 6000 UI.
  • I livelli raggiungono il picco massimo nelle prime 8-11 settimane, per poi decrescere lentamente.
  • In generale si considera che per valori di beta hCG inferiori a 5mUI/ml non ci sia gravidanza, che risulta invece certa per valori oltre i 25 mUI/ml.
  • Indicativamente i valori riscontrati di beta hCG sono i seguenti, calcolati come numero di settimane dall’ultimo ciclo (anche se possono esserci variazioni per cicli di durata variabile, i valori riportati si riferiscono a cicli in cui l’ovulazione compare il 14esimo giorno).
  • La mancanza di un embrione visto con l’ecografia a seguito di valori superiori a 1500 IU/L è fortemente indicativo di gravidanza ectopica.
  • Nel caso di gravidanze gemellare è frequente rilevare valori sensibilmente maggiori.

Esame beta HCG

Beta hCG

Beta hCG (http://en.wikipedia.org/wiki/Human_chorionic_gonadotropin)

La hCG è una glicoproteina composta da due parti, alfa e beta, e proprio questa seconda è quella rilevata nei test di gravidanza.

Questo ormone si rileva nel sangue della neo-mamma dal primo giorno di gravidanza o, meglio, fin dalle prime ore successive all’impianto (che può avvenire fino a 10 giorni a seguito della fecondazione); viene prodotto inizialmente dal trofoblasto, che in seguito si trasforma in placenta e continua a secernere la sostanza. Questo ormone è il segnale per l’organismo che una nuova vita sta nascendo e che è quindi necessario predisporre una serie di eventi biochimici per permettere la prosecuzione della gravidanza.

L’esame del sangue delle beta HCG è quindi il test di gravidanza, che può essere svolto sia sulle urine che sul sangue.

Beta HCG basso

Nella maggior parte dei casi una donna scopre di essere incinta quando un test di gravidanza fatto in casa risulta positivo; a conferma del risultato spesso viene richiesto un esame del sangue quantitativo, per misurare esattamente la quantità di ormone HCG circolante: in caso di valore inferiore al previsto può insorgere qualche preoccupazione, ma un unico valore basso è poco indicativo dell’andamento della gravidanza, perchè potrebbe essere dovuto a un’ovulazione avvenuta più in ritardo rispetto a quanto la donna ipotizza, o anche a un impianto particolarmente lungo.

Quando si usa questo esame per monitorare l’evoluzione della gravidanza sarebbe sempre bene interpretare il valore analizzando l’aumento della concentrazione dell’ormone a distanza di due o tre giorni, per verificare se l’incremento sia sufficientemente consistente. Se la concentrazione non fosse aumentata come ci si aspetta che faccia nei primi giorni effettivamente la gravidanza potrebbe non andare a buon fine.

A parti casi particolari è tuttavia sempre più preferita la verifica ecografica della gravidanza, che risparmia preoccupazioni e spaventi alle future mamme, dovute ad andamenti delle beta poco prevedibili.

Beta HCG e gemelli

In caso di gravidanza gemellare molto spesso si riscontrano valori di beta HCG più elevati rispetto alla norma, ma non è sempre così, e la diagnosi viene in genere fatta con certezza solo attraverso l’ecografia.

Il sito betabase, che raccoglie segnalazioni spontanee dei valori di donne in gravidanza, riporta la seguente tabella:

Giorni post-ovulazione HCG mediana HCG min HCG max
10 23 5 85
11 61 13 1443
12 85 3 2583
13 147 5 4622
14 233 8 8270
15 367 11 14798
16 550 18 3138
17 804 12 5367
18 1167 30 9289
19 1651 40 12979
20 2378 52 13975
21 3441 70 20956
22 4744 152 27554
23 6630 107 36231
24 8828 138 47639
25 11457 177 62640
26 14453 227 82364
27 18045 291 108300
28 23380 374 203398
29 28743 480 394836
30 32012 995 189191

Gravidanza molare: sintomi e pericoli

Introduzione

Si parla di gravidanza molare quando il feto non si sviluppa perché placenta ed embrione non si formano bene.

In una gravidanza normale la placenta provvede a nutrire il feto e a rimuovere le scorie. È costituita da milioni di cellule, i cosiddetti trofoblasti. Nella gravidanza molare queste cellule hanno un comportamento anomalo fin dal momento della fecondazione dell’ovocita. Questa anomalia determina una massa di cellule difettose che possono formare sacchi pieni di liquido (cisti), simili ad acini di uva bianca. Queste cellule si sviluppano rapidamente nell’utero, invece di originare un feto. Vengono identificate con il termine mola, derivata dal latino per massa.

La gravidanza molare viene anche chiamata mola idatiforme; è una forma precancerosa di malattia trofoblastica gestazionale.

È dovuta a uno squilibrio del materiale genetico (cromosomico) nella gravidanza. In genere, si verifica quando uno spermatozoo feconda un ovocita privo di materiale genetico (gravidanza molare completa) o due spermatozoi fecondano un ovocita normale (gravidanza molare parziale).

Nella gravidanza molare completa, l’embrione non si sviluppa per niente. In quella parziale, ci può essere uno sviluppo fetale che non arriva però mai a uno stadio vitale, a causa dello squilibrio tra cromosomi maschili e femminili.

La gravidanza molare non dipende da fattori della coppia.

Si tratta fortunatamente di un evento raro, su 1000 gravidanze all’incirca da una a tre risultano molari.

Fattori di rischio

I fattori di rischio noti sono i seguenti:

  • Età: le gravidanze molari complete sono più frequenti prima dei 20 e dopo i 45 anni di età. L’età non influisce invece sul rischio di gravidanza molare parziale.
  • Gravidanza molare pregressa: dopo una gravidanza molare, il rischio di averne un’altra è 1-2 su 100 rispetto ad un rischio base di 1 su 600. In caso di gravidanze molari ripetute, il rischio sale a circa 15-20%.
  • Etnia: le gravidanze molari sono più frequenti nei paesi asiatici (come Taiwan, Filippine e Giappone) e tra le native americane. Negli ultimi anni, però, le differenze di incidenza della gravidanza molare tra queste comunità e la popolazione generale sono diventate meno evidenti.

Tipi di gravidanza molare

Esistono due tipi principali di gravidanza molare, in funzione della disposizione dei cromosomi nell’ovocita. In particolare:

  • Mola completa: non si forma tessuto placentare normale né c’è sviluppo fetale; di fatto, c’è solo una crescita di cellule anormali
  • Mola parziale: si formano un qualche tessuto placentare e una parvenza di embrione anormali; non c’è sviluppo fetale

In casi molto rari, una gravidanza gemellare può consistere in un feto normale e una mola.

Sintomi e diagnosi

La gravidanza molare spesso non dà alcun segno particolare. Nella maggior parte dei casi il problema viene rilevato durante un controllo ecografico, che potrebbe anche essere la prima ecografia (a seconda dei casi tra la sesta e la quattordicesima settimana).

In caso di sintomi, compaiono in genere tra la quarta e la dodicesima settimana di gravidanza, il sintomo più frequente è il sanguinamento o la perdita vaginale di un liquido marrone-rosso.

Malessere e vomito possono essere più intensi rispetto a una gravidanza normale.

Il sanguinamento in genere porta all’esecuzione di un controllo ecografico. Se l’esame rivela anomalie, viene eseguita un’evacuazione uterina. La procedura consente la rimozione della gravidanza molare e viene in genere praticata chirurgicamente (evacuazione per aspirazione).

Implica l’apertura della cervice (il collo dell’utero) con un piccolo tubo, detto dilatatore, e la rimozione di qualunque residuo tessutale tramite un dispositivo aspirante. Il tessuto gravidico viene quindi sottoposto a esami di laboratorio per confermarne la natura molare.
In caso di aborto o interruzione di gravidanza per altri motivi, il tessuto gravidico può comunque essere sottoposto ad analisi. Ciò può evidenziare una gravidanza di origine molare anche in assenza di indicazioni cliniche.

Trattamento

La gravidanza molare in genere deve essere rimossa chirurgicamente. L’intervento consiste in un’evacuazione per aspirazione, di pertinenza di un ginecologo.
In alcuni casi, la gravidanza molare può essere trattata con la rimozione dell’utero (isterectomia), ma solo nei casi in cui la donna non voglia affrontare ulteriori gravidanze.

Quasi tutti i casi di gravidanza molare posso essere risolti con successo.

Dopo la rimozione chirurgica rimangono comunque alcune cellule nell’utero. Nel tempo queste cellule muoiono spontaneamente in circa il 90% delle donne.

Per sicurezza quasi tutte le donne che hanno avuto una gravidanza molare vengono sottoposte a monitoraggio dell’ormone HCG; l’HGC è prodotto da una placenta normale ma anche da cellule molari ed è l’ormone normalmente utilizzato per i test di gravidanza. Può essere individuato sia nel sangue che nelle urine.

Questo permette di monitorare eventuali segni di malattia trofoblastica gestazionale persistente, possibile complicanza di una gravidanza molare (vedere oltre); in questi casi, i livelli di HCG rimangono costanti o aumentano invece di diminuire. Questa condizione richiede terapie ulteriori a base di chemioterapici.

Complicazioni

In alcuni casi, le cellule molari rimaste dopo evacuazione dell’utero ricrescono invece di morire; si parla allora di malattia persistente.

È una delle forme maligne di malattia trofoblastica gestazionale, che includono la mola invasiva e il coriocarcinoma. Un’ulteriore evacuazione per aspirazione può essere occasionalmente di aiuto, ma in genere è necessario ricorrere alla chemioterapia per risolvere il problema.

Il rischio di trattamento ulteriore è di:

  • 1 su 10 dopo gravidanza molare completa,
  • 1 su 100 dopo gravidanza molare parziale.

La gravidanza molare invasiva in genere è trattata con una chemioterapia a base di metotrexate e acido folinico. Il metotrexate è somministrato per via intramuscolare (iniezione), l’acido folinico per bocca (compresse).

Iniezione e compressa vengono somministrate a giorni alterni per otto giorni, seguiti da un riposo di sei giorni. Il ciclo di otto giorni viene quindi ripetuto. Questa alternanza si protrae fino a sei settimane dopo normalizzazione dei livelli di HCG.

Ogni 100 casi si verificano da una a tre recidive.

La malattia trofoblastica persistente è diversa da altri tipi di cancro; la percentuale di guarigione nelle donne che la sviluppano dopo una gravidanza molare è circa del 100%. Questo significa che in pratica tutte le donne che vanno incontro a malattia trofoblastica persistente dopo gravidanza molare possono guarire.

Mentre la guarigione fisica è spesso relativamente veloce, il recupero emozionale può richiedere più tempo.

Non solo la gravidanza molare implica la perdita di un feto, ma comporta anche un piccolo rischio di crescita cancerosa. Questo può avere un enorme impatto emotivo.
Parlarne con il partner, il medico, uno psicologo o altre donne che abbiano avuto esperienze analoghe potrà essere di aiuto.

Gravidanze successive

Dopo una gravidanza molare, si raccomanda di evitare una nuova gravidanza fino al completamento del monitoraggio dell’ormone HCG. Ciò richiede in genere pochi mesi, ma talvolta può estendersi fino a un anno, sarà quindi il ginecologo a valutare tempi e modi.

Nella maggior parte delle donne in trattamento chemioterapico per malattia trofoblastica persistente il ciclo mestruale riprende sei mesi dopo la terapia.

Fonte principale: NHS, licensed under the OGL

Traduzioni a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

Aborto volontario, tutto quello che bisogna sapere

Descrizione generale

Molte donne vogliono avere figli. Vogliono metterli al mondo quando sono pronte e in grado di prendersene cura al meglio. Ogni anno, però, milioni di donne affrontano gravidanze non pianificate. Di fatto, la metà di tutte le gravidanze negli Stati Uniti non è programmata e probabilmente in Italia la situazione non è dissimile.

In caso di sospetto di gravidanza, il primo passo è fare un apposito test, l’unico modo per avere una risposta certa al dubbio.

La scelta di come avviene un’interruzione di gravidanza volontaria dipende da fattori come l’età gestazionale dell’embrione o del feto, che aumenta di dimensioni con il progredire della gravidanza. Alcune procedure possono essere scelte in base alle leggi in vigore, alla disponibilità dell’ospedale locale o per la preferenza personale della donna.

Un aborto viene clinicamente indicato come terapeutico quando viene eseguito per

  • salvare la vita della donna incinta,
  • per prevenire danni alla sua salute fisica o psichica,
  • per interrompere una gravidanza in cui vi è una forte probabilità che il bambino avrà un alto rischio di morbilità o mortalità
  • o per ridurre selettivamente il numero di feti in modo da ridurre i rischi per la salute associati con una gravidanza multipla.

Un aborto è chiamato invece volontario quando viene effettuata su richiesta della donna per ragioni non mediche.

La scelta ultima spetta solo e soltanto alla donna, ma parlarne con altri può essere di grande aiuto, sia esso il partner, con una persona di famiglia o amica di sua fiducia, oppure il ginecologo in caso di problemi legati alla sfera medica.

È indispensabile prendersi del tempo e soppesare accuratamente la propria decisione, ma bisognerà tuttavia far attenzione a non aspettare troppo a lungo. Se si pensa di dover interrompere la gravidanza, è meglio deciderlo prima possibile, in quanto l’aborto in fase precoce comporta meno rischi.

In attesa di finalizzare una decisione, è necessario prendersi cura di sé per evitare qualsiasi rischio per il feto, quindi:

  • non bere alcolici,
  • non fumare,
  • non assumere droghe,
  • mangiare in modo sano,
  • non assumere farmaci senza prima consultare il medico,
  • riposarsi molto,
  • praticare attività fisica.

Se la decisione è di portar avanti la gravidanza, si dovrà fissare un appuntamento con il medico, andare regolarmente dal ginrcologo durante la gravidanza aiuterà a mantenere sé stesse e il nascituro nelle migliori condizioni possibili.

Ricordiamo inoltre che in Italia è possibile partorire in modo anonimo, in questo modo non è necessario abortire e allo stesso tempo la mamma biologica non dovrà prendersi cura del bimbo dopo la nascita.

Modalità

Prima dell’aborto, si parteciperà a un colloquio in cui si parlerà della propria decisione e di cosa succederà dopo.

Quando applicabile, sarà possibile scegliere come effettuare l’aborto.

Sono disponibili due opzioni:

  • aborto medico (la “pillola abortiva“); l’assunzione di due dosi, in genere intervallate di 24 – 48 ore, induce l’aborto
  • aborto chirurgico; l’aborto viene eseguito tramite un piccolo intervento chirurgico che permette in genere di tornare a casa poco dopo

Dopo un aborto, ci vorrà verosimilmente un periodo di stacco di qualche giorno. È probabile che per un paio di settimane si avverta un po’ di fastidio e che ci sia qualche perdita di sangue dalla vagina.

In genere, non sarà necessario passare la notte in ambiente ospedaliero, ma potrà essere necessario recarsi a vari appuntamenti in giorni diversi anche se gli step possono cambiare leggermente da una struttura all’altra.

In genere, gli aborti medici e chirurgici possono essere eseguiti fino a 24 settimane di gravidanza tuttavia può essere proposto dopo le 24 settimane in casi eccezionali, come per esempio se la donna è in pericolo di vita o se ci sono problemi con lo sviluppo del feto.

Quando possibile, la donna dovrà essere libera di scegliere il metodo preferito.

Rischi

L’aborto è sicuro se eseguito quanto prima nel corso di una gravidanza.

La maggior parte delle donne non avrà problemi, anche se qualche rischio di complicanze c’è, ad esempio:

  • infezione dell’utero, fino a 1 ogni 10 aborti,
  • rimozione incompleta del tessuto gravidico, fino a 1 ogni 20 aborti,
  • sanguinamento eccessivo, fino a 1 ogni 1.000 aborti,
  • danni all’ingresso dell’utero (cervice), fino a 1 ogni 100 aborti chirurgici,
  • danni all’utero, in 1 ogni 250 – 1.000 aborti chirurgici e in meno di 1 ogni 1.000 aborti medici eseguiti a 12 – 24 settimane di gravidanza.

In caso di complicanze possono essere necessari ulteriori trattamenti anche chirurgici.

Dopo un aborto medico, è possibile avere degli effetti collaterali di breve durata, per esempio diarrea e nausea, dovuti ai farmaci. Anche gli anestetici generali e i farmaci per la sedazione cosciente possono avere effetti collaterali.

Qualunque sia il tipo di aborto, è probabile avere anche qualche crampo gastrico e sanguinamenti vaginali. In genere, questi sintomi durano una settimana o due.

Talvolta, dopo un aborto medico, un minimo sanguinamento vaginale può protrarsi anche fino a un mese.

Dopo un aborto, si può:

  • assumere ibuprofene (o quanto prescritto) per aiutarsi a superare dolore o fastidio,
  • usare assorbenti esterni invece dei tamponi fino a cessazione del sanguinamento,
  • avere rapporti sessuali appena ci si sente pronte,
  • vanno usati contraccettivi per evitare una nuova gravidanza, perché la fertilità si ripristina subito dopo l’aborto.

Ricorrere al medico in caso di sanguinamenti abbondanti, dolori intensi, scariche vaginali maleodoranti, febbre o segni di prosecuzione della gravidanza, come nausea e tensione mammaria. Il centro che ha eseguito l’intervento fornirà un contatto attivo 24 ore al giorno per eventuali problemi.

Dopo un aborto, si affronterà una serie di emozioni. Se sembra necessario parlarne, contattare il consultorio o il proprio medico per farsi aiutare.

Un aborto non ridurrà le probabilità di una nuova gravidanza e di successive gravidanze normali; in effetti si potrebbe rimanere incinta immediatamente dopo e si dovrà quindi adottare contraccettivi per evitare una nuova gravidanza.

Aborto medico

L’aborto medico consiste nell’assunzione di farmaci per terminare la gravidanza. Non richiede chirurgia né anestesia.

Viene somministrato il mifepristone, un farmaco che blocca l’ormone che consente alla gravidanza di continuare. Subito dopo, si potrà andare a casa e continuare le proprie attività abituali.

Dopo 24 – 48 ore ci sarà una nuova visita durante la quale si assumerà un secondo farmaco, il misoprostolo. Può essere assunto sotto forma di compressa da ingerire, sciogliere sotto la lingua o tra guance e gengive, oppure inserito in vagina. Entro 4 – 6 ore il rivestimento interno dell’utero si sfalda, causando sanguinamento e distacco con eliminazione del tessuto gravidico. Può essere necessario rimanere in ambiente ospedaliero durante l’eliminazione del tessuto oppure andare a casa.

Se l’aborto medico viene eseguito dopo le 9 settimane di gravidanza, possono essere necessarie più dosi di misoprostolo ed è maggiore la probabilità di dover rimanere in ambiente ospedaliero. Talvolta, la gravidanza non si interrompe ed è necessario un piccolo intervento chirurgico.

Efficacia

Il mifepristone ha un’efficacia di circa 97%. Nei rari casi in cui non funziona, può essere tentato l’aborto chirurgico.

Effetti e rischi

Nella maggior parte delle donne, l’aborto medico viene percepito come una brutta mestruazione, con forti crampi, diarrea e stomaco sotto-sopra. Questi sintomi sono normali. Paracetamolo (Tachipirina®) o ibuprofene (Brufen®) possono aiutare a ridurre i crampi. Il medico vorrà però essere informato in caso di:

  • Sanguinamento tale da richiedere più di due assorbenti in un’ora,
  • Febbre sopra 37,8° per più di 4 ore,
  • Dolore persistente nonostante l’assunzione di paracetamolo o ibuprofene.

Aborto chirurgico

L’aborto chirurgico consiste in una procedura in anestesia locale (viene addormentata l’area dell’intervento) e sedazione cosciente (paziente rilassata ma sveglia), o in anestesia generale (la paziente viene addormentata).

Ci sono due metodi.

Aborto per aspirazione

Può essere usato fino a 15 settimane di gravidanza. Richiede l’inserimento di un tubo nell’utero, attraverso la vagina e la cervice (ingresso dell’utero). Il tessuto gravidico viene quindi rimosso aspirando sotto vuoto.

La cervice verrà dapprima delicatamente allargata (dilatata). Potrà essere inserita una compressa in vagina (o ingerita per bocca) qualche ora prima, in modo da rilassare la cervice e renderne più facile la dilatazione.

Vengono in genere somministrati analgesici per bocca e anestetici locali, ossia farmaci che tolgono le sensazioni iniettati nella cervice. Potrebbero anche venir somministrati dei sedativi tramite iniezione. Non è in genere necessaria l’anestesia generale.

L’aspirazione sotto vuoto richiede circa 5 – 10 minuti; la maggior parte delle donne può andare a casa poche ore dopo.

Dilatazione ed evacuazione

Usato a partire dalle 15 settimane circa di gravidanza.

Richiede l’inserimento nell’utero attraverso la cervice di strumenti speciali, detti forcipi, per rimuovere il tessuto gravidico.

La cervice viene dilatata per diverse ore (fino a un giorno) prima dell’intervento per permettere l’inserimento del forcipe.

La procedura viene eseguita con la paziente in sedazione cosciente o anestesia generale. Richiede di solito circa 10 – 20 minuti; permette solitamente di andare a casa il giorno stesso.

Effetti e rischi

Per molte donne, l’aborto chirurgico risulta come una mestruazione con crampi particolarmente intensi. In genere, vengono somministrati farmaci per contenere il dolore e raccomandato il riposo una volta a casa. Possono essere di aiuto anche paracetamolo o ibuprofene. Il sanguinamento può continuare a intermittenza per qualche settimana.

Efficacia

L’efficacia della procedura è praticamente del 100%.

Effetti sulla fertilità e su successive gravidanze

In genere l’aborto non viene riferito a problemi di fertilità o complicanze di gravidanze successive, tuttavia qualche studio indica un possibile collegamento tra aborto e rischio aumentato di:

  • sanguinamento vaginale in gravidanza,
  • nascite premature,
  • neonati sottopeso,
  • problemi placentari, come la ritenzione.

Raramente, l’aborto chirurgico può causare danni alla cervice dell’utero e solo in tali casi, può essere necessario un intervento di riparazione del danno prima di un nuovo concepimento.

Altrettanto di rado, inoltre, la cervice può risultare indebolita, risultando così incompetente (si potrà dilatare precocemente) in una successiva gravidanza. È più probabile che questo si verifichi in donne sottoposte a più aborti chirurgici.

Rivolgersi al medico dopo un aborto se…

Rivolgersi al medico in caso di:

  • Intensi dolori addominali o alla schiena,
  • Sanguinamento abbondante (risultano imbevuti due maxi-assorbenti all’ora per due ore consecutive),
  • Scariche vaginali maleodoranti,
  • Febbre (sopra 37,8°C).

Quando usare contraccettivi dopo un aborto

Si può rimanere incinta poco dopo un aborto, anche prima che ritornino le mestruazioni. La maggior parte dei metodi contraccettivi può essere iniziata lo stesso giorno dell’aborto, tuttavia è necessario aspettare circa 6 settimane dopo un aborto nel secondo trimestre di gravidanza prima di usare il diaframma per consentire alla cervice di ripristinare le proprie normali dimensioni.

Legge italiana

La legge 194 consente alla donna

  • che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito

di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza (aborto) in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione (ossia nel primo trimestre, iniziando a contare dalla data dell’ultima mestruazione); tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere a questa scelta solo per motivi di natura terapeutica, quando cioè:

  • la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
  • o siano accertate rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per potersi sottoporre a un aborto, ma per tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge prevede anche che (art.12)

“…nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.”

La legge prevede anche che la donna abbia il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare del tutto anonima.

Fonti:

Traduzione a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

ICSI e fecondazione artificiale: tutte le risposte

Introduzione

L’ICSI (dall’inglese IntraCytoplasmic Sperm Injection, ossia iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo) è una tecnica di fecondazione assistita messa a punto negli anni 90 e che consiste nell’iniezione di uno spermatozoo vivo direttamente in un ovocita. Il procedimento è pensato principalmente per le coppie con grave infertilità maschile o in cui precedenti tentativi di inseminazione in vitro (FIVET) non siano andati a buon fine.

Un’alterata funzionalità degli spermatozoi è una delle più importanti cause di infertilità, con basi sia genetiche che, più spesso, ambientali; questa procedura supera questa e la maggior parte degli ostacoli alla fecondazione e negli ultimi 10-15 anni ha permesso a milioni di coppie di concepire un figlio senza ricorrere a donatori esterni; consente quindi anche a coppie con scarse possibilità di procreare di ottenere embrioni fecondati.

La donna si dovrà sottoporre a stimolazione ovarica con farmaci per la fertilità, in modo da favorire lo sviluppo di parecchi ovociti maturi. Gli ovociti saranno quindi aspirati attraverso la vagina tramite la guida di un’ecografia transvaginale e posti in incubazione controllata in un laboratorio di embriologia. Il seme campione viene preparato tramite centrifugazione delle cellule spermatiche in un mezzo speciale. Questo processo separa gli spermatozoi vivi dagli scarti e dalla maggior parte degli spermatozoi morti. L’embriologo preleverà quindi il singolo spermatozoo vivo con un ago di vetro e lo inietterà direttamente nell’ovocita.

L’ICSI crea un’opportunità di fecondazione, ma non ne può garantire il successo.

Indicazioni all’ICSI

L’ICSI trova indicazione nei seguenti casi:

  • infertilità maschile di grado severo,
  • azoospermia (completa assenza di spermatozoi) ostruttiva e secretiva,
  • assenza di risultati con la FIVET,
  • ovociti scongelati;
  • ridotto numero di ovociti;
  • seme crioconservato in relazione alla qualità seminale successiva allo scongelamento.

Spesso, l’ICSI viene scelta anche nelle coppie affette da infertilità sine causa (ossia dove non è stato individuato il motivo del mancato concepimento) o per aver la massima possibilità di successo, anche in assenza di chiare indicazioni mediche, anche se ovviamente non è in questo caso l’approccio consigliato, che al contrario dovrebbe essere piuttosto la FIVET.

Nelle coppie in cui un qualche esame spermatico abbia riscontrato anomalie, sarebbe bene prendere seriamente in considerazione l’ICSI. Nei casi in cui il partner maschile si sia sottoposto a ripristino della fertilità dopo vasectomia, si raccomanda l’ICSI a prescindere dalla qualità dello sperma, perché la fertilità può essere alterata dalla presenza di anticorpi.

Procedura

Prima del trattamento, sarà necessario compilare la modulistica per il consenso informato e potrà essere necessario sottoporsi, eventualmente anche con il partner, a screening per HIV, epatite B e C, …

In genere, il trattamento richiede:

  • Per la donna
    1. È possibile procedere durante un ciclo spontaneo o, più spesso, attraverso l’assunzione di farmaci per la fertilità per stimolare la produzione di ovociti da parte delle ovaie, come nella FIVET.
    2. Attraverso l’ecografia transvaginale ed eventualmente esami del sangue (estradiolo) verrà monitorata la risposta ovarica.
    3. Gli ovociti vengono quindi prelevati per via transvaginale, sotto controllo ecografico, in anestesia locale o sedazione profonda; solo raramente si procede a prelievo per via laparoscopica.
  • Per l’uomo
    1. Prelievo degli spermatozoi, attraverso masturbazione in caso di valori ottimali, oppure in caso di azoospermia:
      • Aspirazione Percutanea di Spermatozoi per via Testicolare (TESA),
      • Estrazione di Spermatozoi per via Testicolare (TESE e micro-TESE),
      • Aspirazione Microchirurgica di Spermatozoi dall’Epididimo (MESA),
      • Aspirazione Percutanea di Spermatozoi dall’Epididimo (PESA);
    2. Nel caso di sperma congelato, verrà scongelato e preparato per il trattamento.

A questo punto un singolo spermatozoo viene iniettato in ciascun ovocita; si procederà poi alla verifica dell’avvenuta fecondazione e gli embrioni verranno coltivati in laboratorio fino a sei giorni, dopodiché quelli di miglior qualità (da uno a tre) verranno trasferiti in utero. Le probabilità di gravidanze gemellari (due o tre feti) aumentano se più di un embrione viene trasferito, quindi, quando possibile, verrà raccomandato il trasferimento di un singolo embrione (SET, dall’inglese Single Embryo Transfer).

Conta spermatica a zero

Se all’esame dello sperma non ci sono spermatozoi (per motivi che non siano la vasectomia), le possibilità di prelevarne con procedure come PESA, TESA o TESE possono essere molto basse.

In questa situazione, si potrebbe provare a eseguire una raccolta chirurgica come “prova di funzionamento” e congelare il campione così ottenuto. Se non si riscontrano spermatozoi, si potrà prendere in considerazione l’inseminazione o l’IVF con donatore.

Probabilità di successo

Molte coppie con problemi di fertilità di origine maschile sono riuscite a procreare negli anni attraverso questa tecnica. Attualmente, si raggiungono percentuali di fecondazione del 70 – 80% di tutti gli ovociti iniettati (equivalenti a quanto avviene con spermatozoi normali) e percentuali di gravidanza confrontabili a quelle ottenute con l’IVF in coppie senza problemi di fertilità maschile.

La capacità femminile di procreare si riduce con l’età. In media, con i propri ovociti, le probabilità di successo sono inversamente proporzionali all’età.

La percentuale di ovociti effettivamente fecondati (PRIMA del trasferimento in utero) è pari a circa il 60%, a causa di:

  • ovociti immaturi,
  • ovociti danneggiati dalla procedura di iniezione,
  • mancata fecondazione da parte dello spermatozoo.

Nel 2010 (anno più recente di cui siano disponibili dati), in Inghilterra la percentuale di cicli avviati, culminati con la nascita di neonati vivi, impiegando per l’IVF i propri embrioni freschi era:

  • 32,2% nelle donne sotto 35 anni
  • 27,7% nelle donne tra 35 e 37 anni
  • 20,8% nelle donne tra 38 e 39 anni
  • 13,6% nelle donne tra 40 e 42 anni
  • 5,0% nelle donne tra 43 e 44 anni
  • 1,9% nelle donne oltre 44 anni

Le percentuali di successo della FIVET e dell’ICSI sono molto simili e non vengono quindi più presentate separatamente. I risultati sopra riportati sono cumulativi.

Rischi

I rischi associati alla procedura sono tanti.

  • Durante l’ICSI un piccolo numero di ovociti (in genere, meno del 5%) può venire danneggiato durante l’introduzione dell’ago.
  • Il rischio globale di avere un bambino con un’anomalia dei cromosomi X o Y è 0,8% (8 ogni 1000), ossia quattro volte più della media osservata nei concepimenti normali. Le cause di questo rischio aumentato allo stato attuale non sono conosciute.

È importante capire che l’alterata produzione di spermatozoi, indicazione tipica che porta a questa scelta, è una condizione che spesso è causata da difetti genetici nell’uomo, difetti che quindi potrebbero essere trasmessi all’embrione.

È inoltre possibile che l’ovulo venga danneggiato dalla procedura di iniezione e questo in teoria potrebbe essere causa di danni all’embrione.

Sono poi stati riportati rischi di:

  • Aumentato rischio di aborto
  • Problemi cardiaci per i nascituri, che potrebbero richiedere la chirurgia
  • Maggior rischio di disturbi comportamentali o di apprendimento
  • Maggior rischio di infertilità dei nascituri
  • Il rischio di anomalie cromosomiche come la sindrome di Down NON aumenta con l’ICSI, bensì con l’età della madre.

Vari studi hanno analizzato il problema dei ritardi di sviluppo dei bambini nati con l’ICSI, non ci sono però dati conclusivi sul rapporto tra le due condizioni e più in generale è ancora troppo ridotta la letteratura scientifica per trarre conclusioni sull’entità reale dei singoli rischi associati alla tecnica ICSI.

Per ulteriori informazioni sulla procedura si rimanda all’articolo sulla FIVET.

Fonti:

(Traduzioni a cura della Dr.ssa Greppi Barbara)