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Beta HCG: valori, tabella, gemelli e andamento

Valori beta hCG

La seguente tabella mostra i valori indicativi dell’andamento dell’ormone beta HCG in gravidanza.

Epoca gestazione Valori beta HCG
3 settimana 5 – 50 mIU/ml
4 settimana 5 – 426 mIU/ml
5 settimana 18 – 7,340 mIU/ml
6 settimana 1,080 – 56,500 mIU/ml
7 – 8 settimana 7, 650 – 229,000 mIU/ml
9 – 12 settimana 25,700 – 288,000 mIU/ml
13 – 16 settimana 13,300 – 254,000 mIU/ml
17 – 24 settimana 4,060 – 165,400 mIU/ml
25 – 40 settimana 3,640 – 117,000 mIU/ml
  • I livelli circolanti crescono esponenzialmente col passare del tempo, raddoppiando la quantità ogni 2-4 giorni circa per almeno tutto il primo trimestre; dal punto di vista diagnostico possono essere rilevati con i test di routine circa 11 giorni dopo il concepimento per quanto riguarda la ricerca nel sangue, e qualche giorno dopo (di norma 14 giorni dopo la fecondazione) per la ricerca nell’urina.
  • Molto indicativamente:
    • raddoppiano ogni 2 giorni per valori fino a 1200 UI,
    • raddoppiano ogni 3 giorni per valori da 1200 UI a 6000 UI,
    • raddoppiano ogni 4 giorni per valori superiori a 6000 UI.
  • I livelli raggiungono il picco massimo nelle prime 8-11 settimane, per poi decrescere lentamente.
  • In generale si considera che per valori di beta hCG inferiori a 5mUI/ml non ci sia gravidanza, che risulta invece certa per valori oltre i 25 mUI/ml.
  • Indicativamente i valori riscontrati di beta hCG sono i seguenti, calcolati come numero di settimane dall’ultimo ciclo (anche se possono esserci variazioni per cicli di durata variabile, i valori riportati si riferiscono a cicli in cui l’ovulazione compare il 14esimo giorno).
  • La mancanza di un embrione visto con l’ecografia a seguito di valori superiori a 1500 IU/L è fortemente indicativo di gravidanza ectopica.
  • Nel caso di gravidanze gemellare è frequente rilevare valori sensibilmente maggiori.

Esame beta HCG

Beta hCG

Beta hCG (http://en.wikipedia.org/wiki/Human_chorionic_gonadotropin)

La hCG è una glicoproteina composta da due parti, alfa e beta, e proprio questa seconda è quella rilevata nei test di gravidanza.

Questo ormone si rileva nel sangue della neo-mamma dal primo giorno di gravidanza o, meglio, fin dalle prime ore successive all’impianto (che può avvenire fino a 10 giorni a seguito della fecondazione); viene prodotto inizialmente dal trofoblasto, che in seguito si trasforma in placenta e continua a secernere la sostanza. Questo ormone è il segnale per l’organismo che una nuova vita sta nascendo e che è quindi necessario predisporre una serie di eventi biochimici per permettere la prosecuzione della gravidanza.

L’esame del sangue delle beta HCG è quindi il test di gravidanza, che può essere svolto sia sulle urine che sul sangue.

Beta HCG basso

Nella maggior parte dei casi una donna scopre di essere incinta quando un test di gravidanza fatto in casa risulta positivo; a conferma del risultato spesso viene richiesto un esame del sangue quantitativo, per misurare esattamente la quantità di ormone HCG circolante: in caso di valore inferiore al previsto può insorgere qualche preoccupazione, ma un unico valore basso è poco indicativo dell’andamento della gravidanza, perchè potrebbe essere dovuto a un’ovulazione avvenuta più in ritardo rispetto a quanto la donna ipotizza, o anche a un impianto particolarmente lungo.

Quando si usa questo esame per monitorare l’evoluzione della gravidanza sarebbe sempre bene interpretare il valore analizzando l’aumento della concentrazione dell’ormone a distanza di due o tre giorni, per verificare se l’incremento sia sufficientemente consistente. Se la concentrazione non fosse aumentata come ci si aspetta che faccia nei primi giorni effettivamente la gravidanza potrebbe non andare a buon fine.

A parti casi particolari è tuttavia sempre più preferita la verifica ecografica della gravidanza, che risparmia preoccupazioni e spaventi alle future mamme, dovute ad andamenti delle beta poco prevedibili.

Beta HCG e gemelli

In caso di gravidanza gemellare molto spesso si riscontrano valori di beta HCG più elevati rispetto alla norma, ma non è sempre così, e la diagnosi viene in genere fatta con certezza solo attraverso l’ecografia.

Il sito betabase, che raccoglie segnalazioni spontanee dei valori di donne in gravidanza, riporta la seguente tabella:

Giorni post-ovulazione HCG mediana HCG min HCG max
10 23 5 85
11 61 13 1443
12 85 3 2583
13 147 5 4622
14 233 8 8270
15 367 11 14798
16 550 18 3138
17 804 12 5367
18 1167 30 9289
19 1651 40 12979
20 2378 52 13975
21 3441 70 20956
22 4744 152 27554
23 6630 107 36231
24 8828 138 47639
25 11457 177 62640
26 14453 227 82364
27 18045 291 108300
28 23380 374 203398
29 28743 480 394836
30 32012 995 189191

Gravidanza molare: sintomi e pericoli

Introduzione

Si parla di gravidanza molare quando il feto non si sviluppa perché placenta ed embrione non si formano bene.

In una gravidanza normale la placenta provvede a nutrire il feto e a rimuovere le scorie. È costituita da milioni di cellule, i cosiddetti trofoblasti. Nella gravidanza molare queste cellule hanno un comportamento anomalo fin dal momento della fecondazione dell’ovocita. Questa anomalia determina una massa di cellule difettose che possono formare sacchi pieni di liquido (cisti), simili ad acini di uva bianca. Queste cellule si sviluppano rapidamente nell’utero, invece di originare un feto. Vengono identificate con il termine mola, derivata dal latino per massa.

La gravidanza molare viene anche chiamata mola idatiforme; è una forma precancerosa di malattia trofoblastica gestazionale.

È dovuta a uno squilibrio del materiale genetico (cromosomico) nella gravidanza. In genere, si verifica quando uno spermatozoo feconda un ovocita privo di materiale genetico (gravidanza molare completa) o due spermatozoi fecondano un ovocita normale (gravidanza molare parziale).

Nella gravidanza molare completa, l’embrione non si sviluppa per niente. In quella parziale, ci può essere uno sviluppo fetale che non arriva però mai a uno stadio vitale, a causa dello squilibrio tra cromosomi maschili e femminili.

La gravidanza molare non dipende da fattori della coppia.

Si tratta fortunatamente di un evento raro, su 1000 gravidanze all’incirca da una a tre risultano molari.

Fattori di rischio

I fattori di rischio noti sono i seguenti:

  • Età: le gravidanze molari complete sono più frequenti prima dei 20 e dopo i 45 anni di età. L’età non influisce invece sul rischio di gravidanza molare parziale.
  • Gravidanza molare pregressa: dopo una gravidanza molare, il rischio di averne un’altra è 1-2 su 100 rispetto ad un rischio base di 1 su 600. In caso di gravidanze molari ripetute, il rischio sale a circa 15-20%.
  • Etnia: le gravidanze molari sono più frequenti nei paesi asiatici (come Taiwan, Filippine e Giappone) e tra le native americane. Negli ultimi anni, però, le differenze di incidenza della gravidanza molare tra queste comunità e la popolazione generale sono diventate meno evidenti.

Tipi di gravidanza molare

Esistono due tipi principali di gravidanza molare, in funzione della disposizione dei cromosomi nell’ovocita. In particolare:

  • Mola completa: non si forma tessuto placentare normale né c’è sviluppo fetale; di fatto, c’è solo una crescita di cellule anormali
  • Mola parziale: si formano un qualche tessuto placentare e una parvenza di embrione anormali; non c’è sviluppo fetale

In casi molto rari, una gravidanza gemellare può consistere in un feto normale e una mola.

Sintomi e diagnosi

La gravidanza molare spesso non dà alcun segno particolare. Nella maggior parte dei casi il problema viene rilevato durante un controllo ecografico, che potrebbe anche essere la prima ecografia (a seconda dei casi tra la sesta e la quattordicesima settimana).

In caso di sintomi, compaiono in genere tra la quarta e la dodicesima settimana di gravidanza, il sintomo più frequente è il sanguinamento o la perdita vaginale di un liquido marrone-rosso.

Malessere e vomito possono essere più intensi rispetto a una gravidanza normale.

Il sanguinamento in genere porta all’esecuzione di un controllo ecografico. Se l’esame rivela anomalie, viene eseguita un’evacuazione uterina. La procedura consente la rimozione della gravidanza molare e viene in genere praticata chirurgicamente (evacuazione per aspirazione).

Implica l’apertura della cervice (il collo dell’utero) con un piccolo tubo, detto dilatatore, e la rimozione di qualunque residuo tessutale tramite un dispositivo aspirante. Il tessuto gravidico viene quindi sottoposto a esami di laboratorio per confermarne la natura molare.
In caso di aborto o interruzione di gravidanza per altri motivi, il tessuto gravidico può comunque essere sottoposto ad analisi. Ciò può evidenziare una gravidanza di origine molare anche in assenza di indicazioni cliniche.

Trattamento

La gravidanza molare in genere deve essere rimossa chirurgicamente. L’intervento consiste in un’evacuazione per aspirazione, di pertinenza di un ginecologo.
In alcuni casi, la gravidanza molare può essere trattata con la rimozione dell’utero (isterectomia), ma solo nei casi in cui la donna non voglia affrontare ulteriori gravidanze.

Quasi tutti i casi di gravidanza molare posso essere risolti con successo.

Dopo la rimozione chirurgica rimangono comunque alcune cellule nell’utero. Nel tempo queste cellule muoiono spontaneamente in circa il 90% delle donne.

Per sicurezza quasi tutte le donne che hanno avuto una gravidanza molare vengono sottoposte a monitoraggio dell’ormone HCG; l’HGC è prodotto da una placenta normale ma anche da cellule molari ed è l’ormone normalmente utilizzato per i test di gravidanza. Può essere individuato sia nel sangue che nelle urine.

Questo permette di monitorare eventuali segni di malattia trofoblastica gestazionale persistente, possibile complicanza di una gravidanza molare (vedere oltre); in questi casi, i livelli di HCG rimangono costanti o aumentano invece di diminuire. Questa condizione richiede terapie ulteriori a base di chemioterapici.

Complicazioni

In alcuni casi, le cellule molari rimaste dopo evacuazione dell’utero ricrescono invece di morire; si parla allora di malattia persistente.

È una delle forme maligne di malattia trofoblastica gestazionale, che includono la mola invasiva e il coriocarcinoma. Un’ulteriore evacuazione per aspirazione può essere occasionalmente di aiuto, ma in genere è necessario ricorrere alla chemioterapia per risolvere il problema.

Il rischio di trattamento ulteriore è di:

  • 1 su 10 dopo gravidanza molare completa,
  • 1 su 100 dopo gravidanza molare parziale.

La gravidanza molare invasiva in genere è trattata con una chemioterapia a base di metotrexate e acido folinico. Il metotrexate è somministrato per via intramuscolare (iniezione), l’acido folinico per bocca (compresse).

Iniezione e compressa vengono somministrate a giorni alterni per otto giorni, seguiti da un riposo di sei giorni. Il ciclo di otto giorni viene quindi ripetuto. Questa alternanza si protrae fino a sei settimane dopo normalizzazione dei livelli di HCG.

Ogni 100 casi si verificano da una a tre recidive.

La malattia trofoblastica persistente è diversa da altri tipi di cancro; la percentuale di guarigione nelle donne che la sviluppano dopo una gravidanza molare è circa del 100%. Questo significa che in pratica tutte le donne che vanno incontro a malattia trofoblastica persistente dopo gravidanza molare possono guarire.

Mentre la guarigione fisica è spesso relativamente veloce, il recupero emozionale può richiedere più tempo.

Non solo la gravidanza molare implica la perdita di un feto, ma comporta anche un piccolo rischio di crescita cancerosa. Questo può avere un enorme impatto emotivo.
Parlarne con il partner, il medico, uno psicologo o altre donne che abbiano avuto esperienze analoghe potrà essere di aiuto.

Gravidanze successive

Dopo una gravidanza molare, si raccomanda di evitare una nuova gravidanza fino al completamento del monitoraggio dell’ormone HCG. Ciò richiede in genere pochi mesi, ma talvolta può estendersi fino a un anno, sarà quindi il ginecologo a valutare tempi e modi.

Nella maggior parte delle donne in trattamento chemioterapico per malattia trofoblastica persistente il ciclo mestruale riprende sei mesi dopo la terapia.

Fonte principale: NHS, licensed under the OGL

Traduzioni a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

Aborto volontario, tutto quello che bisogna sapere

Descrizione generale

Molte donne vogliono avere figli. Vogliono metterli al mondo quando sono pronte e in grado di prendersene cura al meglio. Ogni anno, però, milioni di donne affrontano gravidanze non pianificate. Di fatto, la metà di tutte le gravidanze negli Stati Uniti non è programmata.

In caso di sospetto di gravidanza, il primo passo è fare un apposito test. In genere le donne che hanno risultati positivi con i test di gravidanza casalinghi vanno dal medico per averne conferma.

La scelta di come avviene un’interruzione di gravidanza volontaria dipende da fattori come l’età gestazionale dell’embrione o del feto, che aumenta di dimensioni con il progredire della gravidanza. Alcune procedure possono essere scelte in base alle leggi in vigore, alla disponibilità dell’ospedale locale o per la preferenza personale della donna.

Un aborto viene clinicamente indicato come terapeutico quando viene eseguito per

  • salvare la vita della donna incinta,
  • per prevenire danni alla sua salute fisica o psichica,
  • per interrompere una gravidanza in cui vi è una forte probabilità che il bambino avrà un alto rischio di morbilità o mortalità
  • o per ridurre selettivamente il numero di feti in modo da ridurre i rischi per la salute associati con una gravidanza multipla.

Un aborto è chiamato invece volontario quando viene effettuata su richiesta della donna per ragioni non mediche.

Solo la donna può decidere correttamente per sé. Le donne trovano però spesso di conforto parlarne con altri. Una donna potrà decidere se parlarne con il partner, con una persona di famiglia o amica di sua fiducia. Sarà bene scegliere qualcuno in grado di assicurare un sostegno. È importante ricordare che si deve decidere chi farà parte del processo decisionale prima di prendere la decisione definitiva è consigliabile parlarne anche con il proprio ginecologo o medico di fiducia.

Può essere importante prendersi tempo e soppesare accuratamente la propria decisione, ma bisognerà tuttavia far attenzione a non aspettare troppo a lungo. Se si pensa di dover interrompere la gravidanza, è meglio deciderlo prima possibile, in quanto l’aborto in fase precoce comporta meno rischi.

In attesa di finalizzare una decisione, è necessario prendersi cura di sé.

  • Non bere alcolici.
  • Non fumare.
  • Non assumere droghe.
  • Mangiare in modo sano.
  • Non assumere farmaci senza prima consultare il medico.
  • Riposarsi molto.
  • Fare attività fisica.

Se la decisione è di portar avanti la gravidanza, si dovrà fissare un appuntamento con il medico, andare regolarmente dal medico durante la gravidanza aiuterà a mantenere sé stesse e il nascituro nelle migliori condizioni possibili.

Ricordiamo inoltre che in Italia è possibile partorire in modo anonimo, in questo modo non è necessario abortire e allo stesso tempo la mamma biologica non dovrà prendersi cura del bimbo dopo la nascita.

Modalità

Prima dell’aborto, si parteciperà a un colloquio in cui si parlerà della propria decisione e di cosa succederà dopo.

Quando applicabile, sarà possibile scegliere come effettuare l’aborto.

Sono disponibili due opzioni:

  • aborto medico (la “pillola abortiva“); l’assunzione di due dosi, in genere intervallate di 24 – 48 ore, induce l’aborto
  • aborto chirurgico; l’aborto viene eseguito tramite un piccolo intervento chirurgico che permette in genere di tornare a casa poco dopo

Dopo un aborto, ci vorrà verosimilmente un periodo di stacco di qualche giorno. È probabile che per un paio di settimane si avverta un po’ di fastidio e che ci sia qualche perdita di sangue dalla vagina.

In genere, non sarà necessario passare la notte in ambiente ospedaliero, ma potrà essere necessario recarsi a vari appuntamenti in giorni diversi anche se gli step possono cambiare leggermente da una struttura all’altra.

In genere, gli aborti medici e chirurgici possono essere eseguiti fino a 24 settimane di gravidanza tuttavia può essere proposto dopo le 24 settimane in casi eccezionali, come per esempio se la donna è in pericolo di vita o se ci sono problemi con lo sviluppo del feto.

Quando possibile, la donna dovrà essere libera di scegliere il metodo preferito.

Rischi

L’aborto è sicuro se eseguito quanto prima nel corso di una gravidanza.

La maggior parte delle donne non avrà problemi, anche se qualche rischio di complicanze c’è, ad esempio:

  • infezione dell’utero, fino a 1 ogni 10 aborti,
  • rimozione incompleta del tessuto gravidico, fino a 1 ogni 20 aborti,
  • sanguinamento eccessivo, fino a 1 ogni 1.000 aborti,
  • danni all’ingresso dell’utero (cervice), fino a 1 ogni 100 aborti chirurgici,
  • danni all’utero, in 1 ogni 250 – 1.000 aborti chirurgici e in meno di 1 ogni 1.000 aborti medici eseguiti a 12 – 24 settimane di gravidanza.

In caso di complicanze possono essere necessari ulteriori trattamenti anche chirurgici.

Dopo un aborto medico, è possibile avere degli effetti collaterali di breve durata, per esempio diarrea e nausea, dovuti ai farmaci. Anche gli anestetici generali e i farmaci per la sedazione cosciente possono avere effetti collaterali.

Qualunque sia il tipo di aborto, è probabile avere anche qualche crampo gastrico e sanguinamenti vaginali. In genere, questi sintomi durano una settimana o due.

Talvolta, dopo un aborto medico, un minimo sanguinamento vaginale può protrarsi anche fino a un mese.

Dopo un aborto, si può:

  • assumere ibuprofene (o quanto prescritto) per aiutarsi a superare dolore o fastidio,
  • usare assorbenti esterni invece dei tamponi fino a cessazione del sanguinamento,
  • avere rapporti sessuali appena ci si sente pronte,
  • vanno usati contraccettivi per evitare una nuova gravidanza, perché la fertilità si ripristina subito dopo l’aborto.

Ricorrere al medico in caso di sanguinamenti abbondanti, dolori intensi, scariche vaginali maleodoranti, febbre o segni di prosecuzione della gravidanza, come nausea e tensione mammaria. Il centro che ha eseguito l’intervento fornirà un contatto attivo 24 ore al giorno per eventuali problemi.

Dopo un aborto, si affronterà una serie di emozioni. Se sembra necessario parlarne, contattare il consultorio o il proprio medico per farsi aiutare.

Un aborto non ridurrà le probabilità di una nuova gravidanza e di successive gravidanze normali; in effetti si potrebbe rimanere incinta immediatamente dopo e si dovrà quindi adottare contraccettivi per evitare una nuova gravidanza.

Aborto medico

L’aborto medico consiste nell’assunzione di farmaci per terminare la gravidanza. Non richiede chirurgia né anestesia.

Viene somministrato il mifepristone, un farmaco che blocca l’ormone che consente alla gravidanza di continuare. Subito dopo, si potrà andare a casa e continuare le proprie attività abituali.

Dopo 24 – 48 ore ci sarà una nuova visita durante la quale si assumerà un secondo farmaco, il misoprostolo. Può essere assunto sotto forma di compressa da ingerire, sciogliere sotto la lingua o tra guance e gengive, oppure inserito in vagina. Entro 4 – 6 ore il rivestimento interno dell’utero si sfalda, causando sanguinamento e distacco con eliminazione del tessuto gravidico. Può essere necessario rimanere in ambiente ospedaliero durante l’eliminazione del tessuto oppure andare a casa.

Se l’aborto medico viene eseguito dopo le 9 settimane di gravidanza, possono essere necessarie più dosi di misoprostolo ed è maggiore la probabilità di dover rimanere in ambiente ospedaliero. Talvolta, la gravidanza non si interrompe ed è necessario un piccolo intervento chirurgico.

Efficacia

Il mifepristone ha un’efficacia di circa 97%. Nei rari casi in cui non funziona, può essere tentato l’aborto chirurgico.

Effetti e rischi

Nella maggior parte delle donne, l’aborto medico viene percepito come una brutta mestruazione, con forti crampi, diarrea e stomaco sotto-sopra. Questi sintomi sono normali. Paracetamolo (Tachipirina®) o ibuprofene (Brufen®) possono aiutare a ridurre i crampi. Il medico vorrà però essere informato in caso di:

  • Sanguinamento tale da richiedere più di due assorbenti in un’ora,
  • Febbre sopra 37,8° per più di 4 ore,
  • Dolore persistente nonostante l’assunzione di paracetamolo o ibuprofene.

Aborto chirurgico

L’aborto chirurgico consiste in una procedura in anestesia locale (viene addormentata l’area dell’intervento) e sedazione cosciente (paziente rilassata ma sveglia), o in anestesia generale (la paziente viene addormentata).

Ci sono due metodi.

Aborto per aspirazione

Può essere usato fino a 15 settimane di gravidanza. Richiede l’inserimento di un tubo nell’utero, attraverso la vagina e la cervice (ingresso dell’utero). Il tessuto gravidico viene quindi rimosso aspirando sotto vuoto.

La cervice verrà dapprima delicatamente allargata (dilatata). Potrà essere inserita una compressa in vagina (o ingerita per bocca) qualche ora prima, in modo da rilassare la cervice e renderne più facile la dilatazione.

Vengono in genere somministrati analgesici per bocca e anestetici locali, ossia farmaci che tolgono le sensazioni iniettati nella cervice. Potrebbero anche venir somministrati dei sedativi tramite iniezione. Non è in genere necessaria l’anestesia generale.

L’aspirazione sotto vuoto richiede circa 5 – 10 minuti; la maggior parte delle donne può andare a casa poche ore dopo.

Dilatazione ed evacuazione

Usato a partire dalle 15 settimane circa di gravidanza.

Richiede l’inserimento nell’utero attraverso la cervice di strumenti speciali, detti forcipi, per rimuovere il tessuto gravidico.

La cervice viene dilatata per diverse ore (fino a un giorno) prima dell’intervento per permettere l’inserimento del forcipe.

La procedura viene eseguita con la paziente in sedazione cosciente o anestesia generale. Richiede di solito circa 10 – 20 minuti; permette solitamente di andare a casa il giorno stesso.

Effetti e rischi

Per molte donne, l’aborto chirurgico risulta come una mestruazione con crampi particolarmente intensi. In genere, vengono somministrati farmaci per contenere il dolore e raccomandato il riposo una volta a casa. Possono essere di aiuto anche paracetamolo o ibuprofene. Il sanguinamento può continuare a intermittenza per qualche settimana.

Efficacia

L’efficacia della procedura è praticamente del 100%.

Effetti sulla fertilità e su successive gravidanze

In genere l’aborto non viene riferito a problemi di fertilità o complicanze di gravidanze successive, tuttavia qualche studio indica un possibile collegamento tra aborto e rischio aumentato di:

  • Sanguinamento vaginale in gravidanza,
  • Nascite premature,
  • Neonati sottopeso,
  • Problemi placentari, come la ritenzione.

Durante l’aborto medico la donna assume farmaci nelle fasi iniziali della gravidanza per abortire. Nell’aborto chirurgico, il feto viene tolto dall’utero, tipicamente con un dispositivo aspirante, una siringa o uno strumento a forma di cucchiaio con un bordo affilato (curette).

Raramente, l’aborto chirurgico può causare danni alla cervice dell’utero. In tali casi, può essere necessario un intervento di riparazione del danno prima di un nuovo concepimento.

Altrettanto di rado, inoltre, la cervice può risultare indebolita, risultando così incompetente (si potrà dilatare precocemente) in una successiva gravidanza. È più probabile che questo si verifichi in donne sottoposte a più aborti chirurgici.

Se preoccupate delle conseguenze di un aborto su eventuali nuove gravidanze, consultare il proprio medico, che potrà aiutare a capire i possibili rischi, come pure suggerire come assicurarsi successive gravidanze normali.

Rivolgersi al medico dopo un aborto se…

Rivolgersi al medico in caso di:

  • Intensi dolori addominali o alla schiena,
  • Sanguinamento abbondante (risultano imbevuti due maxi-assorbenti all’ora per due ore consecutive),
  • Scariche vaginali maleodoranti,
  • Febbre (sopra 37,8°C).

Quando usare contraccettivi dopo un aborto

Si può rimanere incinta poco dopo un aborto, anche prima che ritornino le mestruazioni. La maggior parte dei metodi contraccettivi può essere iniziata lo stesso giorno dell’aborto, tuttavia è necessario aspettare circa 6 settimane dopo un aborto nel secondo trimestre di gravidanza prima di usare il diaframma per consentire alla cervice di ripristinare le proprie normali dimensioni.

Legge italiana

La legge 194 consente alla donna

  • che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito

di poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza (aborto) in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione (ossia nel primo trimestre, iniziando a contare dalla data dell’ultima mestruazione); tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere a questa scelta solo per motivi di natura terapeutica, quando cioè:

  • la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
  • o siano accertate rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Le minori e le donne interdette devono ricevere l’autorizzazione del tutore o del giudice tutelare per potersi sottoporre a un aborto, ma per tutelare situazioni particolarmente delicate, la legge prevede anche che (art.12)

“…nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza.”

La legge prevede anche che la donna abbia il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare del tutto anonima.

Fonti:

Traduzione a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

ICSI e fecondazione artificiale: tutte le risposte

Introduzione

L’ICSI (dall’inglese IntraCytoplasmic Sperm Injection, ossia iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo) è una tecnica di fecondazione assistita messa a punto negli anni 90 e che consiste nell’iniezione di uno spermatozoo vivo direttamente in un ovocita. Il procedimento è pensato principalmente per le coppie con grave infertilità maschile o in cui precedenti tentativi di inseminazione in vitro (FIVET) non siano andati a buon fine.

Un’alterata funzionalità degli spermatozoi è una delle più importanti cause di infertilità, con basi sia genetiche che, più spesso, ambientali; questa procedura supera questa e la maggior parte degli ostacoli alla fecondazione e negli ultimi 10-15 anni ha permesso a milioni di coppie di concepire un figlio senza ricorrere a donatori esterni; consente quindi anche a coppie con scarse possibilità di procreare di ottenere embrioni fecondati.

La donna si dovrà sottoporre a stimolazione ovarica con farmaci per la fertilità, in modo da favorire lo sviluppo di parecchi ovociti maturi. Gli ovociti saranno quindi aspirati attraverso la vagina tramite la guida di un’ecografia transvaginale e posti in incubazione controllata in un laboratorio di embriologia. Il seme campione viene preparato tramite centrifugazione delle cellule spermatiche in un mezzo speciale. Questo processo separa gli spermatozoi vivi dagli scarti e dalla maggior parte degli spermatozoi morti. L’embriologo preleverà quindi il singolo spermatozoo vivo con un ago di vetro e lo inietterà direttamente nell’ovocita.

L’ICSI crea un’opportunità di fecondazione, ma non ne può garantire il successo.

Indicazioni all’ICSI

L’ICSI trova indicazione nei seguenti casi:

  • infertilità maschile di grado severo,
  • azoospermia (completa assenza di spermatozoi) ostruttiva e secretiva,
  • assenza di risultati con la FIVET,
  • ovociti scongelati;
  • ridotto numero di ovociti;
  • seme crioconservato in relazione alla qualità seminale successiva allo scongelamento.

Spesso, l’ICSI viene scelta anche nelle coppie affette da infertilità sine causa (ossia dove non è stato individuato il motivo del mancato concepimento) o per aver la massima possibilità di successo, anche in assenza di chiare indicazioni mediche, anche se ovviamente non è in questo caso l’approccio consigliato, che al contrario dovrebbe essere piuttosto la FIVET.

Nelle coppie in cui un qualche esame spermatico abbia riscontrato anomalie, sarebbe bene prendere seriamente in considerazione l’ICSI. Nei casi in cui il partner maschile si sia sottoposto a ripristino della fertilità dopo vasectomia, si raccomanda l’ICSI a prescindere dalla qualità dello sperma, perché la fertilità può essere alterata dalla presenza di anticorpi.

Procedura

Prima del trattamento, sarà necessario compilare la modulistica per il consenso informato e potrà essere necessario sottoporsi, eventualmente anche con il partner, a screening per HIV, epatite B e C, …

In genere, il trattamento richiede:

  • Per la donna
    1. È possibile procedere durante un ciclo spontaneo o, più spesso, attraverso l’assunzione di farmaci per la fertilità per stimolare la produzione di ovociti da parte delle ovaie, come nella FIVET.
    2. Attraverso l’ecografia transvaginale ed eventualmente esami del sangue (estradiolo) verrà monitorata la risposta ovarica.
    3. Gli ovociti vengono quindi prelevati per via transvaginale, sotto controllo ecografico, in anestesia locale o sedazione profonda; solo raramente si procede a prelievo per via laparoscopica.
  • Per l’uomo
    1. Prelievo degli spermatozoi, attraverso masturbazione in caso di valori ottimali, oppure in caso di azoospermia:
      • Aspirazione Percutanea di Spermatozoi per via Testicolare (TESA),
      • Estrazione di Spermatozoi per via Testicolare (TESE e micro-TESE),
      • Aspirazione Microchirurgica di Spermatozoi dall’Epididimo (MESA),
      • Aspirazione Percutanea di Spermatozoi dall’Epididimo (PESA);
    2. Nel caso di sperma congelato, verrà scongelato e preparato per il trattamento.

A questo punto un singolo spermatozoo viene iniettato in ciascun ovocita; si procederà poi alla verifica dell’avvenuta fecondazione e gli embrioni verranno coltivati in laboratorio fino a sei giorni, dopodiché quelli di miglior qualità (da uno a tre) verranno trasferiti in utero. Le probabilità di gravidanze gemellari (due o tre feti) aumentano se più di un embrione viene trasferito, quindi, quando possibile, verrà raccomandato il trasferimento di un singolo embrione (SET, dall’inglese Single Embryo Transfer).

Conta spermatica a zero

Se all’esame dello sperma non ci sono spermatozoi (per motivi che non siano la vasectomia), le possibilità di prelevarne con procedure come PESA, TESA o TESE possono essere molto basse.

In questa situazione, si potrebbe provare a eseguire una raccolta chirurgica come “prova di funzionamento” e congelare il campione così ottenuto. Se non si riscontrano spermatozoi, si potrà prendere in considerazione l’inseminazione o l’IVF con donatore.

Probabilità di successo

Molte coppie con problemi di fertilità di origine maschile sono riuscite a procreare negli anni attraverso questa tecnica. Attualmente, si raggiungono percentuali di fecondazione del 70 – 80% di tutti gli ovociti iniettati (equivalenti a quanto avviene con spermatozoi normali) e percentuali di gravidanza confrontabili a quelle ottenute con l’IVF in coppie senza problemi di fertilità maschile.

La capacità femminile di procreare si riduce con l’età. In media, con i propri ovociti, le probabilità di successo sono inversamente proporzionali all’età.

La percentuale di ovociti effettivamente fecondati (PRIMA del trasferimento in utero) è pari a circa il 60%, a causa di:

  • ovociti immaturi,
  • ovociti danneggiati dalla procedura di iniezione,
  • mancata fecondazione da parte dello spermatozoo.

Nel 2010 (anno più recente di cui siano disponibili dati), in Inghilterra la percentuale di cicli avviati, culminati con la nascita di neonati vivi, impiegando per l’IVF i propri embrioni freschi era:

  • 32,2% nelle donne sotto 35 anni
  • 27,7% nelle donne tra 35 e 37 anni
  • 20,8% nelle donne tra 38 e 39 anni
  • 13,6% nelle donne tra 40 e 42 anni
  • 5,0% nelle donne tra 43 e 44 anni
  • 1,9% nelle donne oltre 44 anni

Le percentuali di successo della FIVET e dell’ICSI sono molto simili e non vengono quindi più presentate separatamente. I risultati sopra riportati sono cumulativi.

Rischi

I rischi associati alla procedura sono tanti.

  • Durante l’ICSI un piccolo numero di ovociti (in genere, meno del 5%) può venire danneggiato durante l’introduzione dell’ago.
  • Il rischio globale di avere un bambino con un’anomalia dei cromosomi X o Y è 0,8% (8 ogni 1000), ossia quattro volte più della media osservata nei concepimenti normali. Le cause di questo rischio aumentato allo stato attuale non sono conosciute.

È importante capire che l’alterata produzione di spermatozoi, indicazione tipica che porta a questa scelta, è una condizione che spesso è causata da difetti genetici nell’uomo, difetti che quindi potrebbero essere trasmessi all’embrione.

È inoltre possibile che l’ovulo venga danneggiato dalla procedura di iniezione e questo in teoria potrebbe essere causa di danni all’embrione.

Sono poi stati riportati rischi di:

  • Aumentato rischio di aborto
  • Problemi cardiaci per i nascituri, che potrebbero richiedere la chirurgia
  • Maggior rischio di disturbi comportamentali o di apprendimento
  • Maggior rischio di infertilità dei nascituri
  • Il rischio di anomalie cromosomiche come la sindrome di Down NON aumenta con l’ICSI, bensì con l’età della madre.

Vari studi hanno analizzato il problema dei ritardi di sviluppo dei bambini nati con l’ICSI, non ci sono però dati conclusivi sul rapporto tra le due condizioni e più in generale è ancora troppo ridotta la letteratura scientifica per trarre conclusioni sull’entità reale dei singoli rischi associati alla tecnica ICSI.

Per ulteriori informazioni sulla procedura si rimanda all’articolo sulla FIVET.

Fonti:

(Traduzione a cura della Dr.ssa Greppi Barbara)

FIVET e fecondazione assistita

Introduzione

La fecondazione in vitro (IVF, dall’inglese In Vitro Fertilization) include una complessa serie di procedure impiegate nel trattamento di problemi di fertilità o genetici e nell’assistenza al concepimento; ICSI e FIVET (Fertilizzazione In Vitro con Embryo Transfer) sono i due approcci più diffusi.

La tecnica ICSI (iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi) si differenzia dalla FIVET perché la fecondazione viene ulteriormente “aiutata” dall’esterno, in quanto gli spermatozooi vengono direttamente iniettati all’interno dell’ovocita.

Nel corso dell’IVF vengono raccolti ovociti maturi dalle ovaie e, fecondati poi con lo sperma in laboratorio. L’ovocita o gli ovociti fecondati (embrioni) vengono quindi impiantati nell’utero. Un ciclo di IVF richiede circa due settimane.

L’IVF è la metodica più efficace di riproduzione assistita. La procedura può essere svolta usando gli ovociti e lo sperma della coppia. In alternativa, può essere eseguita con ovociti, spermatozoi o embrioni di donatori noti o anonimi. In alcuni casi, può essere impiegato l’utero di un’altra donna per l’impianto dell’embrione (in Italia non è permesso).

Le possibilità di avere neonati sani attraverso la FIVET dipendono da vari fattori, come l’età e la causa di infertilità. La procedura, inoltre, può richiedere molto tempo, risultare costosa e invasiva. Se vengono impiantati più embrioni può originare una gravidanza multipla (gemellare).

Il medico può aiutare a capire i principi di funzionamento dell’IVF, i rischi potenziali e se può rappresentare un modo corretto di risolvere la propria infertilità.

Indicazioni

La FIVET è un trattamento per l’infertilità o per problemi genetici. Se usata per il trattamento dell’infertilità, potrà convenire tentare prima alternative meno invasive, come i farmaci che stimolano la produzione di ovociti o l’inseminazione intrauterina (procedura in cui lo sperma viene inserito direttamente in utero in corrispondenza dell’ovulazione).

Talvolta viene consigliata come metodica di prima scelta nelle donne sopra i 40 anni, ma può anche essere eseguita a fronte di alcune condizioni mediche, come ad esempio:

  • Tube danneggiate o occluse; un danno o l’occlusione delle salpingi rendono difficoltose la fecondazione di un ovocita e la migrazione dell’embrione in utero.
  • Disturbi dell’ovulazione; se quest’ultima è rara o assente, ci sono pochi ovociti fecondabili.
  • Insufficienza ovarica prematura (menopausa precoce); è la perdita della normale funzionalità ovarica prima di 40 anni. In caso di insufficienza, le ovaie non producono estrogeni in quantità normale né rilasciano ovociti con regolarità.
  • Endometriosi; questa condizione consiste nello sviluppo di tessuto uterino al di fuori dell’utero, con frequenti conseguenze funzionali a carico di ovaie, utero e salpingi.
  • Fibromi uterini; sono tumori benigni della parete dell’utero, comuni nelle donne tra 30 e 40 anni. Possono interferire con l’impianto di embrioni.
  • Pregressa legatura o rimozione delle tube; se sottoposte a questa tecnica di sterilizzazione (le salpingi vengono tagliate o permanentemente occluse per prevenire la gravidanza), l’IVF può essere un’alternativa all’eventuale ricostituzione delle salpingi.
  • Produzione di sperma insufficiente o deficitario; una concentrazione spermatica sotto la media, spermatozoi con scarsa motilità, o con forma e dimensioni anomale, possono rendere difficoltosa la fecondazione dell’ovocita. Nel caso di anomalie spermatiche, può essere necessario il ricorso a uno specialista per capire se tali anomalie siano correggibili e per individuare eventuali problemi medici sottostanti.
    Infertilità di origini non spiegate; si tratta di situazioni in cui non si riesce a trovare una causa nonostante attente valutazioni.
  • Difetto genetico; nel caso la coppia rischi di trasmettere ai figli un problema genetico, si potrebbe essere candidati alla diagnosi genetica preimpianto, procedura che richiede l’IVF. Una volta che gli ovociti sono stati coltivati e fecondati, vengono sottoposti a screening per determinati problemi genetici, anche se non tutti possono essere trovati. Gli embrioni senza difetti apparenti possono essere impiantati nell’utero.
  • Salvaguardia della fertilità per cancro o altre condizioni di salute; se in procinto di una terapia per cancro, come la radio o la chemioterapia, che potrebbe interferire con la fertilità, si può prendere in considerazione l’IVF. La donna può fare coltivare i propri ovociti e congelarli non fecondati per un uso successivo. In alternativa, l’ovocita può venire fecondato e congelato per il futuro.

Rischi

Specifici passi di un ciclo di fecondazione artificiale (IVF) comportano rischi, quali:

  • Parti multipli; se vengono impiantati in utero più embrioni, l’IVF aumenta il rischio di parti multipli. Una gravidanza multipla comporta un maggior rischio di parto prematuro e basso peso alla nascita rispetto alla gravidanza singola.
  • Nascita prematura e basso peso alla nascita; i dati scientifici sembrano suggerire che l’IVF aumenti leggermente il rischio di parto prematuro o di neonato con basso peso.
  • Sindrome da iperstimolazione ovarica; l’uso di farmaci iniettabili per la fertilità, come la gonadotropina umana corionica (HCG, dall’inglese Human Chorionic Gonadotropin), per l’induzione dell’ovulazione può causare la sindrome da iperstimolazione ovarica, con gonfiore e dolore delle ovaie. Segni e sintomi durano tipicamente una settimana e includono lieve dolore addominale, senso di gonfiore, nausea, vomito e diarrea. In caso di gravidanza, comunque, questi sintomi potrebbero durare varie settimane. Raramente, è possibile l’insorgenza di una sindrome in forma più grave, che causa un rapido incremento di peso associato ad affanno.
  • Aborto spontaneo; la frequenza degli aborti spontanei nelle donne che concepiscono tramite l’IVF usando embrioni freschi è simile a quella del concepimento naturale (circa il 15 – 25%), con una percentuale che però aumenta con l’età. L’impiego di embrioni congelati per l’IVF può tuttavia leggermente aumentare il rischio di aborto spontaneo.
  • Complicanze della procedura di prelievo degli ovociti; l’aspirazione degli ovociti tramite ago potrebbe indurre sanguinamenti, infezioni o danni all’intestino, alla vescica o vasi sanguigni. Se in anestesia generale, ci sono anche i rischi collegati a quest’ultima pratica.
  • Gravidanza ectopica; il 2 – 5% circa delle donne che si sottopongono all’IVF andranno incontro a una gravidanza ectopica (impianto dell’ovocita fecondato esternamente all’utero), in genere in una salpinge. L’ovocita fecondato non sopravvive al di fuori dell’utero e la gravidanza non può quindi proseguire.
  • Difetti congeniti; l’età della madre è il principale fattore di rischio per difetti congeniti, indipendentemente dalle modalità del concepimento. Sono necessari più dati scientifici per determinare l’eventualità di un maggior rischio di determinati difetti congeniti in neonati concepiti con l’IVF. Alcuni esperti ritengono che l’impiego della metodica non aumenti il rischio di difetti del nascituro.
  • Cancro ovarico; benché alcuni studi inducessero inizialmente a ritenere che esistesse un legame tra alcuni farmaci usati per stimolare la crescita degli ovociti e lo sviluppo di uno specifico tumore ovarico, studi più recenti non sostengono tali osservazioni.
  • Stress; il ricorso all’IVF può essere estenuante sia finanziariamente che fisicamente ed emotivamente. Il sostegno di psicologi, famigliari e amici può aiutare la coppia lungo il difficile percorso del trattamento dell’infertilità.

Procedura

La FIVET implica diversi passaggi, ossia

  1. l’induzione dell’ovulazione,
  2. il prelievo degli ovociti,
  3. la raccolta dello sperma,
  4. la fecondazione
  5. e il trasferimento dell’embrione.

Un ciclo di IVF può richiedere circa due settimane; possono inoltre essere necessari più cicli.

Induzione dell’ovulazione

Se la FIVET viene eseguita con i propri ovociti, verrà avviato un trattamento con ormoni sintetici all’inizio di un ciclo per stimolare le ovaie a produrre più ovociti, invece dell’unico esemplare che in genere si sviluppa in ciascun mese. Sono necessari più ovociti perché alcuni non si fecondano o non si sviluppano normalmente dopo fecondazione.

Possono essere necessari più farmaci, quali:

  • Farmaci per la stimolazione ovarica; potranno essere somministrate iniezioni di ormone follicolo stimolante (FSH, dall’inglese Follicle-Stimulating Hormone), luteinizzante (LH, dall’inglese Luteinizing Hormone), o ambedue in combinazione. Questi farmaci stimolano lo sviluppo contemporaneo di più ovociti.
  • Farmaci per la maturazione degli ovociti; quando i follicoli sono pronti per il prelievo degli ovociti, in genere dopo 8 – 14 giorni, verranno assunte gonadotropine umane corioniche (HCG) o altre sostanze per favorire la maturazione degli ovociti.
  • Farmaci per impedire l’ovulazione prematura; questi composti impediscono il rilascio prematuro degli ovociti in maturazione.
  • Farmaci per la preparazione dell’utero; al momento del prelievo degli ovociti o del trasferimento dell’embrione, potrà essere utile iniziare l’assunzione di supplementi di progesterone per rendere l’utero più ricettivo all’annidamento.

Con il medico, si stabilirà quali farmaci usare e quando usarli.

Tipicamente, serviranno una o due settimane di stimolazione ovarica prima che gli ovociti siano pronti per il prelievo. Per capire quando sono pronti, il medico probabilmente ricorrerà a:

  • Ecografia transvaginale, un esame diagnostico per immagini delle ovaie per monitorare lo sviluppo di follicoli, ossia sacche ovariche ripiene di liquidi in cui maturano gli ovociti
  • Esami del sangue, per valutare la risposta ai farmaci di stimolazione ovarica: i livelli di estrogeni tipicamente aumentano durante lo sviluppo dei follicoli, mentre il progesterone rimane basso fino a dopo l’ovulazione

Talvolta, i cicli di IVF devono essere annullati prima del prelievo degli ovociti per uno dei seguenti motivi:

  • Numero di follicoli in sviluppo inadeguato,
  • Ovulazione prematura,
  • Sviluppo di troppi follicoli, con il rischio di sindrome da iperstimolazione ovarica,
  • Altre condizioni mediche.

Se il ciclo viene annullato il medico potrebbe raccomandare il ricorso a farmaci o dosaggi diversi per favorire una risposta migliore nei successivi cicli di IVF. In alternativa, potrebbe esserci l’indicazione a ricorrere a ovociti da donatrice.

Prelievo degli ovociti

Il prelievo degli ovociti può essere eseguito in ambulatorio o in ambito ospedaliero 34 – 36 ore dopo l’ultima iniezione e prima dell’ovulazione.

Durante il prelievo degli ovociti, verranno somministrati sedativi e farmaci analgesici.
In genere, il prelievo viene eseguito tramite aspirazione transvaginale sotto guida ecografica. Una sonda ecografica viene inserita in vagina per localizzare i follicoli. Un ago sottile viene quindi inserito sotto guida ecografica attraverso la vagina fino ai follicoli per il prelievo degli ovociti.

Se le ovaie non sono accessibili tramite ecografia transvaginale, l’ago può essere inserito tramite chirurgia addominale o laparoscopia (procedura in cui viene praticata una piccola incisione vicino all’ombelico attraverso cui viene inserito un sottile strumento di visualizzazione, il laparoscopio).
Gli ovociti vengono rimossi dai follicoli mediante un ago collegato a un dispositivo di aspirazione. Più ovociti possono essere prelevati in circa 20 minuti.

Dopo questa procedura, è possibile avvertire crampi e sensazioni di pienezza o pressione.

Gli ovociti maturi vengono posti in un liquido nutritivo (mezzo di coltura) e incubati. Gli ovociti che sembrano sani e maturi verranno mescolati con lo sperma nel tentativo di originare embrioni. Non tutti gli ovociti, però, possono essere fecondati.

Prelievo dello sperma

Se si impiega lo sperma del partner, un campione fresco verrà generato mediante masturbazione e raccolto presso l’ambulatorio o l’ospedale la stessa mattina del prelievo degli ovociti. Talvolta, sono necessari altri metodi, come l’aspirazione testicolare (estrazione dello sperma direttamente dal testicolo tramite ago o chirurgia). Può essere usato anche sperma di donatore. Gli spermatozoi vengono separati dal liquido seminale in laboratorio.

Fecondazione

È possibile tentare la fecondazione in due modi:

  • Inseminazione: spermatozoi sani e ovociti maturi vengono mescolati e incubati per una notte (FIVET).
  • Iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo (ICSI, dall’inglese IntraCytoplasmic Sperm Injection): un singolo spermatozoo sano viene iniettato direttamente in ciascun ovocita maturo. L’ICSI è usata spesso quando lo sperma è di cattiva qualità (basso numero di spermatozoi o altre anomalie) o se tentativi di fecondazione con precedenti cicli di IVF non sono riusciti.

In alcune situazioni, il medico può raccomandare altre procedure prima del trasferimento dell’embrione.

Circa 5 – 6 giorni dopo la fecondazione, l’embrione “schiude” la membrana che lo circonda (zona pellucida) in modo da annidarsi nella parete interna dell’utero. Nelle donne di età più avanzata o in caso di vari tentativi di IVF non andati a buon fine, il medico potrebbe suggerire la cova assistita, una tecnica che prevede l’esecuzione di un foro nella zona pellucida subito prima del trasferimento dell’embrione per aiutare l’annidamento dell’embrione.

Gli embrioni vengono fatti sviluppare nell’incubatrice fino a raggiungere lo stadio (tipicamente, dopo cinque o sei giorni) in cui è possibile prelevare un piccolo campione da analizzare per escludere specifici difetti genetici o verificare il corretto numero di cromosomi. Gli embrioni senza geni o cromosomi difettosi possono essere impiantati nell’utero. I test genetici pre-impianto possono ridurre le probabilità che un genitore trasmetta un problema genetico al feto, ma non eliminano completamente il rischio. I test prenatali possono comunque essere utili.

Trasferimento dell’embrione

Questa procedura viene svolta in ambulatorio o in ambito ospedaliero, in genere due – sei giorni dopo la raccolta degli ovociti.

Potrebbe richiedere la somministrazione di un blando sedativo. La procedura è in genere indolore, anche se in alcuni casi può causare lievi crampi.

Personale medico o infermieristico inserirà un catetere (un tubo lungo, sottile e flessibile) in utero, passando attraverso la vagina e la cervice.

All’estremità del catetere, viene collegata una siringa contenente uno o più embrioni in sospensione in una piccola quantità di liquido.

Tramite la siringa, l’embrione o gli embrioni vengono spinti fino all’interno dell’utero.
Se la procedura va a buon fine, un embrione si annida nella parete dell’utero circa 6 10 giorni dopo il prelievo degli ovociti.

Dopo la procedura

Dopo il trasferimento dell’embrione, è possibile riprendere la propria vita normale. Le ovaie, però, potrebbero ancora essere ingrossate. Converrà evitare attività fisiche intense, che potrebbero causare fastidio.

Sono effetti collaterali tipici:

  • Piccole perdite di liquido trasparente o sangue poco dopo la procedura, dovute alla medicazione della cervice prima del trasferimento dell’embrione.
  • Tensione mammaria per gli elevati livelli di estrogeni.
  • Leggero senso di gonfiore.
  • Lievi crampi.
  • Costipazione.

In caso di dolore moderato o intenso dopo il trasferimento dell’embrione, è necessario contattare il medico. Questi valuterà l’esistenza di complicanze, come infezioni, torsione dell’ovaio e sindrome da iperstimolazione ovarica grave.

Dopo IVF, ricorrere tempestivamente al medico in caso di:

  • Febbre superiore a 38°C,
  • Dolore pelvico,
  • Intenso sanguinamento dalla vagina,
  • Sangue nell’urina.

Risultati (prognosi)

Le statistiche differiscono da un centro all’altro e dovranno essere esaminate con attenzione.

Circa 12 giorni – 2 settimane dopo il prelievo degli ovociti, verrà eseguito un esame del sangue per la diagnosi di gravidanza (beta HCG).

  • Se incinta, la donna verrà seguita da uno specialista in ostetricia per l’assistenza prenatale.
  • Se non incinta, verrà sospeso il progesterone; le perdite mestruali dovrebbero verificarsi entro una settimana. Occorrerà rivolgersi al medico se ciò non avviene o in caso di sanguinamenti non abituali. Se si desidera tentare un nuovo ciclo di IVF, il medico potrebbe suggerire passi da adottare per migliorare le probabilità di successo dell’IVF.

Le probabilità di partorire un neonato sano dopo IVF dipendono da vari fattori, tra cui:

  • Età della madre; più si è giovani, più è probabile rimanere incinte e partorire neonati sani con i propri ovociti per l’IVF. A partire da 41 anni, viene spesso suggerito di ricorrere a donatrici di ovociti per l’IVF in modo da aumentare le probabilità di successo.
  • Stato dell’embrione; il trasferimento di embrioni più sviluppati si accompagna a maggiori percentuali di gravidanza rispetto a embrioni meno maturi (secondo o terzo giorno). Non tutti gli embrioni sopravvivono però al processo di sviluppo. Confrontarsi con i sanitari di riferimento rispetto alla propria specifica situazione.
  • Storia riproduttiva; le donne primipare hanno meno probabilità di rimanere incinte con l’IVF rispetto a quelle che hanno già avuto figli. Le percentuali di successo sono inferiori in donne già sottoposte più volte all’IVF con esito negativo.
  • Causa di infertilità; una produzione di ovociti normale aumenta le probabilità di gravidanza con l’IVF. Le donne con endometriosi grave hanno meno probabilità di rimanere incinte con l’IVF rispetto a quelle con infertilità di origine non spiegata.
  • Stile di vita; tipicamente, le donne fumatrici generano meno ovociti prelevabili con l’IVF e potrebbero abortire più spesso. Il fumo può ridurre le probabilità di successo dell’IVF del 50%. L’obesità può diminuire le probabilità di rimanere incinta e avere figli. Possono essere dannosi anche l’alcool, le droghe, l’eccesso di caffeina e alcuni farmaci.

Consultare il medico su quanto nella propria esistenza possa incidere sulla possibilità di avere figli.

Le percentuali di gravidanza esprimono il numero di donne che rimangono incinte dopo una FIVET. Non tutte le gravidanze vanno però a buon fine.

Le percentuali di nati vivi riflettono il numero di donne che partoriscono neonati vivi.
Secondo la statunitense SART (Society of Assisted Reproductive Technologies, ossia la società delle tecnologie di riproduzione assistita), le probabilità di partorire neonati vivi dopo IVF sono circa:

  • 41 – 41% nelle donne con meno di 35 anni
  • 33 – 36% nelle donne con 35 – 37 anni
  • 23 – 27% nelle donne con 38 – 40 anni
  • 13 – 18% nelle donne con 41 anni o più

Fonti:

Traduzione a cura della Dr.ssa Greppi Barbara

IUI e fecondazione assistita

Introduzione

L’inseminazione intrauterina (IUI, dall’inglese IntraUterine Insemination) è una tecnica di fecondazione assistita minimamente invasiva utilizzata nel trattamento dell’infertilità.

Consiste nell’inserire gli spermatozoi direttamente in utero, favorendo così il concepimento in due modi:

  • La quantità di spermatozoi in grado di fecondare l’ovulo è spesso sensibilmente superiore rispetto a quella permessa dai rapporti sessuali, in cui parte di essi non riescono a superare vagina e cervice.
  • Gli spermatozoi si trovano più vicini all’ovulo proprio nei giorni migliori (circa 24-36 ore a seguito del picco ormonale dell’LH), verificati attraverso un attento monitoraggio dell’ovulazione (in genere ecografico).

In passato, lo sperma veniva inserito nella vagina; era una procedura più facile, ma con minor probabilità di successo della tecnica attuale.

È una procedura utile per esempio in caso di infertilità inspiegata, qualità del seme leggermente inferiore a quella ideale o problemi legati all’assenza di muco cervicale; può essere eventualmente praticata con l’uso di sperma da donatore.

Il risultato desiderato dall’inseminazione intrauterina è che gli spermatozoi raggiungano le salpingi e fecondino l’ovocita in attesa, originando una gravidanza normale. Secondo i motivi dell’infertilità, l’IUI può venire coordinata con il ciclo normale o con cicli indotti farmacologicamente.

Prima di intraprendere questo percorso va verificata la pervietà tubarica e l’assenza d’infezioni nel tratto genitale maschile e femminile.

Indicazioni

Le indicazioni principali per questo approccio sono principalmente:

  1. Modesta alterazione della qualità dello sperma (una concentrazione di spermatozoi sotto la media, con poca motilità o con anomalie delle dimensioni e della forma). L’IUI può riuscire a compensare questi problemi, perché la preparazione dello sperma propedeutica alla procedura aiuta a separare gli spermatozoi normali, con motilità conservata, rispetto a quelli di qualità inferiore.
  2. Sterilità sine causa (ossia inspiegata).
  3. Ostacoli cervicali, come una ridotta produzione di muco; la cervice, ossia il tratto inferiore dell’utero, collega quest’ultimo alla vagina. Il muco prodotto dalla cervice nel periodo dell’ovulazione costituisce un ambiente ideale per il viaggio degli spermatozoi dalla vagina alle salpingi. Se però il muco cervicale è troppo denso, può ostacolarne lo spostamento. L’IUI supera la cervice, depositando lo sperma direttamente all’interno dell’utero e aumentando il numero di spermatozoi disponibili per la fecondazione dell’ovocita in attesa.
  4. Infertilità dovuta a endometriosi; in questi casi, l’IUI associata al trattamento farmacologico per favorire la generazione di ovociti di buona qualità è spesso il primo approccio terapeutico.
  5. Ripetuti insuccessi di induzione della gravidanza con stimolazione dell’ovulazione (per esempio, ma non solo, con Clomid).
  6. Patologie sessuali e coitali che non hanno trovato giovamento dall’inseminazione intracervicale semplice.
  7. Prevenzione del rischio di trasmissione di malattie infettive in coppie sierodiscordanti (per esempio, ma non solo, in caso di HIV).

Rappresenta poi uno dei modi più semplici quando esiste la necessità di ricorrere a sperma da donatore.

Raramente, la donna può essere allergica alle proteine contenute nello sperma del partner. L’eiaculazione in vagina causa rossore, bruciore e gonfiore laddove lo sperma entra in contatto con la pelle. I sintomi possono essere prevenuti utilizzando il preservativo, che però impedisce anche la gravidanza. Se l’allergia è grave, si può ricorrere all’IUI, perché molte proteine dello sperma vengono rimosse prima dell’uso.

Inquadramento

Prima di eseguire l’IUI, può essere necessario inquadrare la fertilità della coppia per determinare le cause all’origine delle difficoltà di concepimento e quindi la possibile efficacia dell’inseminazione artificiale.

Per recepire un’IUI, le salpingi della donna (ossia, i condotti che collegano le ovaie all’utero) devono essere aperte e sane, perché è qui che lo sperma feconda l’ovocita ed è da qui che l’embrione così generato migra nell’utero.

È possibile valutare lo stato di salute delle salpingi con uno di questi tre metodi:

  • laparoscopia: un sottile microscopio tubolare viene inserito attraverso una piccola incisione cutanea sulla pancia, permettendo di ispezionare direttamente utero, salpingi e ovaie
  • isterosalpingogramma: viene fatta una radiografia dell’utero e delle salpingi dopo aver iniettato uno speciale mezzo di contrasto
  • isterosalpingoecografia con contrasto (HyCoSy, dall’inglese Hysterosalpingo-Contrast Sonography): richiede l’esecuzione di un’ecografia transvaginale per valutare la pervietà delle salpingi

Tempistica del trattamento

Poiché la tempistica dell’IUI è cruciale, è di fondamentale importanza monitorare i segni di un’imminente ovulazione. Per farlo è possibile usare un kit urinario predittivo per uso domestico (test di ovulazione) che rileva il momento in cui il corpo produce un picco di ormone luteinizzante (LH). In alternativa si può adottare un metodo per immagini (ecografia transvaginale) che consente al medico di visualizzare ovaie e sviluppo degli ovociti.

Occasionalmente vengono usati farmaci per la fertilità per stimolare l’ovulazione. In questi casi viene usata l’ecografia transvaginale per seguire lo sviluppo degli ovociti. Non appena un ovocita è maturo, verrà somministrato un ormone (gonadotropine umane corioniche) per stimolare il suo rilascio.

Sperma

Se una coppia decide di ricorrere all’inseminazione con il proprio sperma, l’uomo dovrà fornire alla clinica per la fertilità in un apposito recipiente, in genere lo stesso giorno dell’esecuzione dell’IUI, un campione ottenuto tramite masturbazione.

Il campione di sperma verrà “lavato” e filtrato con speciali macchinari per rimuovere eventuali spermatozoi non vitali e impurità. Saranno mantenuti gli spermatozoi dotati di alta motilità e rimossi quelli ipomobili. Si produce così un concentrato di spermatozoi sani.

Cosa aspettarsi

La visita per l’inseminazione intrauterina richiede circa 15-20 minuti e viene eseguita presso un ambulatorio medico o in clinica. La procedura dell’IUI di per sé dura invece pochi minuti e non richiede l’assunzione di farmaci particolari, né di antidolorifici. Viene eseguita dal ginecologo.

Procedura

Verrà probabilmente chiesto di presentarsi a vescica vuota, per favorire l’inserimento degli strumenti necessari in vagina.

La paziente viene fatta accomodare supina sul lettino ginecologico e le gambe nelle staffe.

Uno strumento detto speculum viene inserito in vagina per mantenerla aperta. Un catetere, ossia un tubo sottile e flessibile, viene quindi introdotto in vagina e guidato fino all’utero. Questo processo è praticamente indolore, benché alcune donne possano avvertire crampi, di breve durata e lieve entità. Attraverso il catetere, si inserisce poi in utero il campione di sperma.

Questo processo non richiede in genere più di 10 minuti; la coppia può tornare a casa poco dopo la procedura.

Dopo la procedura

Dopo l’inseminazione, la paziente viene fatta sdraiare sulla schiena per un breve periodo. Una volta terminata la procedura, si potrà rivestire e tornare alle proprie normali attività quotidiane. È possibile avere qualche piccola perdita per il paio di giorni successivi alla procedura.

Risultati e tassi di gravidanza

Aspettare due settimane prima di eseguire un test di gravidanza a casa e tenere conto che la maggior parte dei test domestici diventa definitivo a circa 19 giorni dal rapporto (in questo caso dalla IUI). Il medico potrebbe preferire un esame del sangue, più sensibile nell’identificare prima gli ormoni della gravidanza dopo l’inseminazione.

L’esecuzione del test troppo presto potrebbe determinare risultati come:

  • falsi negativi; se gli ormoni gravidici non sono ancora a valori misurabili, il risultato del test può essere negativo pur essendo in realtà incinta;
  • falsi positivi; se in terapia con farmaci per l’ovulazione, come l’HCG, le componenti ancora in circolo potrebbero dare una positività non corrispondente a una reale gravidanza.

Se l’inseminazione dovesse fallire, si potrà riprovare l’IUI prima di prendere in considerazione altri trattamenti dell’infertilità. Per massimizzare le probabilità di gravidanza, spesso una stessa terapia viene tentata per al massimo 3-6 mesi, perchè la letteratura scientifica riporta che l’88% delle gravidanze ottenute con questa tecnica si concepiscono nei primi tre mesi di trattamento e il 95,5 % nei primi sei mesi, proseguire oltre sarebbe quindi inutile.

Probabilità di successo

Fonte: hfea.gov.uk

È difficile stabilire le percentuali di successo dell’inseminazione intrauterina (IUI), perché il successo dipende dalle cause di infertilità e dall’impiego associato di farmaci per la stimolazione della produzione di ovociti.

Occorre verificare con il proprio medico se tali farmaci fanno al caso proprio. In genere, si può considerare ragionevole il ricorso a 3-6 tentativi di IUI. Sarà il medico a raccomandare la prassi più consona.

Dal 1-1-2008 al 31-12-2008, la percentuale (media nazionale inglese) di nati vivi da IUI con sperma di donatore è stata:

  • 15,8% (237/1497) nelle donne sotto 35 anni
  • 11,0% (154/1394) nelle donne tra 35 e 39 anni
  • 4,7% (23/492) nelle donne tra 40 e 42 anni
  • 1,2% (2/172) nelle donne tra 43 e 44 anni
  • 0% (0/46) nelle donne sopra 44 anni

I dati indicati tra parentesi sono i cicli IUI risultanti in nati vivi rispetto ai cicli IUI avviati.

Come l’età della donna, le possibilità di successo possono anche essere influenzate dalla conta e dalla qualità spermatica (lo sperma fresco ha maggiori probabilità di successo dello sperma congelato e scongelato), nonché da aspetti tecnici dell’IUI, ad esempio la corretta identificazione della tempistica di ovulazione.

Globalmente, più della metà delle donne sottoposte a IUI rimangono incinte durante i primi sei cicli di trattamento.

Se falliscono diversi tentativi di IUI, secondo l’età il medico potrà raccomandare il ricorso a un altro trattamento come l’inseminazione in vitro (IVF, dall’inglese In Vitro Fertilisation).

Rischi

I rischi collegati all’IUI sono minimi, anche se alcune donne riferiscono lievi crampi simili al dolore mestruale.

Se vengono usati farmaci per stimolare l’ovulazione, esiste un piccolo rischio di reazione ai farmaci, nonché una qualche probabilità di gravidanza multipla (gemelli o trigemini) non intenzionale. L’ecografia servirà a monitorare la gravidanza per evidenziare un’eventuale gravidanza multipla; per evitarla, il ciclo di trattamento può semmai essere abbandonato.

Fonti:

Gravidanza a rischio: sintomi, cause e rimedi

Introduzione

Ogni gravidanza in cui i rischi di complicanze per la mamma o per il feto sono più alti rispetto al normale è considerata una gravidanza a rischio.

Prima di addentrarci nella discussione delle principali cause, sottolineo l’esigenza di fare sempre il punto con il proprio ginecologo e non farsi prendere dal panico nel caso si riscontrassero su sé stessi uno o più fattori di rischio, spesso un controllo medico continuo ed attento permette di ridurre e/o azzerare i rischi.

Cause

I fattori che mettono a rischio una gravidanza possono essere divisi in quattro categorie:

  • Condizioni di salute esistenti
  • Età
  • Stile di vita
  • Condizioni della gravidanza

Condizioni di salute esistenti

  • Pressione alta; benché l’ipertensione possa essere rischiosa per la madre e per il feto, molte donne ipertese riescono a portare a termine la gravidanza senza complicazioni. Una pressione alta fuori controllo, però, può determinare danni ai reni materni e aumentare il rischio di neonati sotto peso o di preeclampsia.
  • Sindrome dell’ovaio policistico; si tratta di un disordine che può interferire con la fertilità e con la capacità di portare la gravidanza a termine. Questa sindrome può determinare un’alta incidenza di aborti (perdita spontanea del feto entro la ventesima settimana di gravidanza), diabete gestazionale, preeclampsia e parto prematuro.
  • Diabete; è importante che una donna diabetica gestisca bene la glicemia anche prima di restare incinta. Livelli glicemici elevati possono causare difetti congeniti, spesso ancor prima che la donna realizzi di essere incinta. Un buon controllo dei livelli glicemici e l’assunzione di 400 microgrammi di acido folico ogni giorno aiutano a ridurre il rischio.
  • Disturbi renali; le donne con problemi renali spesso hanno difficoltà a rimanere incinte; eventuali gravidanze sono comunque ad alto rischio di aborto. Donne incinte con malattie renali necessitano di ulteriori trattamenti, modifiche nella dieta e nella terapia, nonché controlli medici frequenti.
  • Malattie autoimmuni; si tratta di disturbi come il lupus e la sclerosi multipla. Alcuni disturbi autoimmuni possono rendere più rischiosa una gravidanza. Per esempio, il lupus aumenta il rischio di nascite pretermine e di nati morti. Alcune donne possono avvertire un miglioramento dei sintomi durante la gravidanza, mentre altre subiscono riacutizzazioni e problemi aggiuntivi.
    Anche alcuni farmaci per il trattamento delle malattie autoimmuni possono risultare pericolose per il feto.
  • Malattie della tiroide; malattie della tiroide fuori controllo, con iper o ipoattività di questa piccola ghiandola del collo i cui ormoni regolano la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa, possono causare problemi al feto, come insufficienza cardiaca, peso insufficiente e difetti congeniti.
  • Infertilità; vari studi hanno riscontrato che donne che assumono farmaci che aumentano le probabilità di gravidanza sono significativamente più a rischio di complicanze di quelle che rimangono incinte senza assistenza. Queste complicanze spesso interessano la placenta (l’organo che collega il feto e la madre) e il sanguinamento vaginale.
  • Obesità; l’obesità può rendere una gravidanza più difficile, aumentando le probabilità di sviluppare il diabete in gravidanza, che può esporre a parti difficili. D’altra parte, alcune donne pesano troppo poco per la propria salute e per quella del feto in via di sviluppo. Nel 2009, l’Institute of Medicine (ente statunitense preposto alle raccomandazioni sanitarie) ha aggiornato i dati relativi all’incremento di peso suggerito in gravidanza. Le nuove raccomandazioni dell’American College of Obstetricians and Gynecologists (società americana di ostetricia e ginecologia) indicano che le donne sovrappeso e obese potrebbero addirittura prendere meno peso rispetto a tali indicazioni e dare comunque alla luce bambini sani.
  • HIV/AIDS; questo virus distrugge le cellule del sistema immunitario, riducendo la capacità di resistere alle infezioni e ad alcuni cancri. Il virus può essere trasmesso dalla madre al feto durante la gravidanza; la trasmissione può avvenire anche durante il travaglio, il parto o l’allattamento al seno. Per fortuna, esistono trattamenti efficaci per ridurre la diffusione dell’HIV da madre a feto, neonato o lattante. Le donne con cariche virali molto basse possono partorire per via vaginale con rischi di trasmissione molto bassi. Donne con cariche virali (quantità misurata di HIV attivo nel sangue) maggiori potranno optare per un parto cesareo, che riduce il rischio di trasmettere l’HIV al nascituro durante il travaglio e il parto. Cure prenatali precoci e regolari sono importanti. Le donne che prendono farmaci per l’HIV e ricorrono al parto cesareo possono ridurre il rischio di contagio al 2%.

Età

  • Gravidanza in adolescenti; sotto i venti anni, la gravidanza espone maggiormente al rischio di sviluppare ipertensione arteriosa e anemia (carenza di globuli rossi sani nel sangue) e a partorire prima del termine. Queste donne molto giovani possono anche essere state esposte a malattie o infezioni a trasmissione sessuale che potrebbero incidere sulla gravidanza. In gravidanza, possono ricorrere meno frequentemente alle cure prenatali, non sottoporsi a visite mediche di valutazione dei rischi e controllo dello stato di salute e non capire quali farmaci o sostanze possono usare.
  • Prima gravidanza dopo i 35 anni; primipare con più di 35 anni possono avere gravidanze normali, ma la ricerca scientifica indica che queste donne hanno un rischio maggiore di:
    • Parto cesareo (procedura chirurgica in cui il neonato viene estratto dall’addome materno tramite un’incisione)
    • Complicanze durante il parto, compresi sanguinamenti eccessivi durante il travaglio
    • Travaglio prolungato (oltre 20 ore)
    • Travaglio che non progredisce
    • Neonati con malattie congenite, come la sindrome di Down.

Stile di vita

  • Assunzione di alcolici in gravidanza; l’alcool arriva direttamente al feto tramite il cordone ombelicale. I centri per il controllo e la prevenzione delle malattie raccomandano che le donne incinte evitino bevande alcoliche durante la gravidanza o mentre cercano di rimanere incinte. Durante la gravidanza le donne che bevono sono più a rischio di aborti spontanei o di nati morti. Aumentano anche i rischi di difetti congeniti e di sindromi feto-alcoliche. Queste ultime sono un gruppo di disturbi fetali associati all’assunzione di alcolici in gravidanza.
    Causano caratteristiche facciali anomale, statura piccola e peso corporeo ridotto, disturbi iperattivi, disabilità intellettive e problemi della vista o dell’udito.
  • Fumo di sigaretta in gravidanza; il fumo espone il feto al rischio di nascita pretermine, ad alcuni difetti congeniti e alla sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS, dall’inglese Sudden Infant Death Syndrome). Anche il fumo passivo rappresenta un rischio per la salute della donna e del feto in via di sviluppo.

Condizioni della gravidanza

  • Gravidanza gemellare; una gravidanza con due, tre o più feti, ossia gemellare, aumenta il rischio di parto prematuro (prima di 37 settimane). Gravidanze dopo i 30 anni e l’assunzione di farmaci per la fertilità sono condizioni che sono state associate alle nascite gemellari. Tre o più feti aumentano le probabilità che una donna debba partorire tramite intervento cesareo. Gemelli e trigemini hanno maggiori probabilità di essere più piccoli rispetto a feti singoli. In caso di nascita prematura, saranno a maggior rischio di difficoltà respiratorie.
  • Diabete gestazionale; noto anche come diabete mellito gestazionale o diabete in gravidanza, è la forma di diabete che si sviluppa per la prima volta durante una gravidanza. Molte donne possono avere gravidanze normali se gestiscono il loro diabete seguendo una dieta e il piano di trattamento fornito dal proprio medico. Un diabete gestazionale fuori controllo aumenta il rischio di travaglio e parto pretermine, preeclampsia e ipertensione arteriosa.
  • Preeclampsia e eclampsia; la preeclampsia è una sindrome connotata dall’aumento della pressione arteriosa dopo la ventesima settimana di gravidanza. Può danneggiare reni, fegato e cervello della madre. Se non trattata, può essere fatale per la madre e/o il feto e dare problemi di salute cronici. L’eclampsia è una forma di preeclampsia più grave, caratterizzata da convulsioni e coma della gestante.

Diagnosi

Buone cure prenatali aiuteranno a stabilire il potenziale di una gravidanza ad alto rischio. Il medico raccoglierà la storia medica della donna ed eseguirà una valutazione per determinare se esistono elementi per ritenere che andrà incontro a una gravidanza a rischio. Il continuo monitoraggio della salute fisica e delle abitudini personali aiuterà il medico a identificare eventuali problemi che si manifestino in gravidanza.

Una donna con una gravidanza ad alto rischio sarà inoltre verosimilmente assistita da un team sanitario speciale per assicurare che porti a termine il o i feti.

Più una donna ha fattori di rischio, più è probabile che lei e il suo feto siano a rischio durante la gravidanza e alla nascita. Per alcuni di questi fattori, sono disponibili statistiche.

  • Ipertensione arteriosa: in base alle statistiche elaborate dal National Heart, Lung and Blood Institute (istituto nazionale cuore, polmone e sangue), negli Stati Uniti il 6 – 8% delle donne gravide svilupperà ipertensione arteriosa. Di queste, il 70% sarà alla prima gravidanza.
  • Preeclampsia: negli Stati Uniti, la preeclampsia colpisce circa il 3 – 5% delle gravidanze, e globalmente il 5 – 10% di tutte le gravidanze. La maggioranza dei casi si sviluppa a termine.
  • Nascite gemellari: il National Center for Heart Statistics (centro nazionale per la statistica sanitaria) ha segnalato un aumento delle nascite gemellari del 76% (da 19 a 33 nascite ogni mille) tra il 1980 e il 2009. Nelle donne da 35 a 39 anni, le nascite gemellari sono salite del 100% e, a partire dai 40 anni, di oltre il 200%. L’incremento delle nascite gemellari è dovuto in parte a trattamenti per la fertilità, specie nelle donne dopo i 35 anni.
  • Diabete gestazionale: secondo i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (Centers for Disease Control and Prevention, abbreviati in CDC), il diabete gestazionale interessa il 2 – 10% delle gravidanze.
  • Età tra i 40 e i 44 anni: il CDC ha inoltre riferito che l’incidenza di parti in donne quarantenni è arrivata nel 2010 a 10,2 per mille donne, il dato più alto registrato dal 1967. Questo incremento è attribuibile almeno in parte al maggior ricorso alle tecniche di riproduzione assistita (trattamenti per la fertilità).

Cura

Il trattamento varia secondo i fattori di rischio.

Ipertensione arteriosa

Durante la gravidanza, possono essere necessarie alcune modifiche della terapia anti-ipertensiva. Il medico può inoltre fornire consigli sul modo migliore per tenere la pressione arteriosa sotto controllo. Tra le raccomandazioni, ci possono essere suggerimenti come la riduzione del sale nella dieta e la pratica regolare di attività fisica.

Diabete gestazionale

Il diabete gestazionale (ossia, insorto in gravidanza) aumenta il rischio di complicanze in gravidanza, tuttavia molte donne hanno gravidanze e neonati sani perché si attengono alla dieta e al piano di trattamento stabiliti dal medico. Una donna con diabete gestazionale dovrebbe:

  1. Conoscere e tenere sotto controllo i livelli della glicemia. La glicemia può essere monitorata dalla donna stessa, misurandola varie volte al giorno.
  2. Seguire una dieta sana. Il medico consiglierà lo sviluppo di un piano con la dieta migliore per ogni gestante.
  3. Mantenere un peso corporeo sano. L’incremento sano del peso corporeo dipende dal peso della donna prima della gravidanza. È importante monitorare sia il peso complessivo che il suo incremento settimanale.
  4. Annotare giornalmente la dieta, l’attività fisica e la glicemia. Una donna con diabete gestazionale dovrà segnarsi glicemia, attività fisica e l’assunzione di qualunque cibo o bevanda in un diario giornaliero.

Alcune donne con diabete gestazionale dovranno anche assumere farmaci, come compresse ipoglicemizzanti orali o insulina, per riuscire a gestire il diabete.

Trattamento dell’HIV

L’infezione HIV può essere trasmessa dalla madre al feto durante la gestazione e il parto, nonché durante l’allattamento, ma il trattamento può prevenire il contagio.

Prevenzione della gravidanza ad alto rischio

Mantenersi in salute è il modo migliore di abbassare il rischio di avere una gravidanza difficile. Molti medici raccomandano che le donne che pianificano una gravidanza si sottopongano ad una valutazione per sincerarsi di essere in buona salute preconcezionale. Durante la gravidanza, esistono comunque misure da adottare per ridurre il rischio di problemi specifici:

  • Assumere almeno 400 microgrammi di acido folico (un tipo di vitamina B) al giorno, prima e durante la gravidanza.
  • Procurarsi uno stato immunitario adeguato.
    Mantenere un peso corporeo ideale, seguire una dieta sana, praticare regolarmente attività fisica ed evitare il fumo, l’alcool o l’uso di droghe.
  • Cominciare i controlli medici all’inizio della gravidanza e andare dal medico regolarmente, come pianificato, per tutta la gravidanza.

Gravidanza ad alto rischio: altre domande e risposte

Come sapere se la propria gravidanza sarà o meno ad alto rischio?

Se si sta pianificando una gravidanza o se si è già incinta, consultare il proprio medico. Quest’ultimo controllerà la storia medica ed eseguirà esami per stabilire le probabilità di una gravidanza ad alto rischio.
Il medico aiuterà a stabilire un piano per ridurre i rischi durante la gravidanza.

Come prendersi cura ottimale di sé stesse e del feto durante la gravidanza?

Ci si può prendere cura di sé e del feto durante la gravidanza mangiando sano, evitando droghe, non fumando, non bevendo alcolici, praticando regolarmente attività fisica, assicurandosi buone cure prenatali e seguendo le raccomandazioni del proprio medico.

In caso di diabete gestazionale, il diabete persiste anche dopo la gravidanza?

Generalmente, se il diabete insorge durante la gravidanza, regredirà dopo il parto, tuttavia il diabete gestazionale può aumentare il rischio di sviluppare il diabete nel corso della vita. Uno studio recente, commissionato dal NIH, ha riscontrato che una dieta sana dopo la gravidanza può aiutare a prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 2 nelle donne che hanno avuto diabete gestazionale.

Una primipara con più di 35 abbu ha maggiori probabilità di necessitare il parto cesareo?

Il solo fatto di essere più in là con gli anni non è sinonimo di parto cesareo, tuttavia una donna meno giovane ha maggiori probabilità di avere una gravidanza ad alto rischio

Fonte: nichd.nih.gov, traduzione a cura della Dr.ssa Barbara Greppi

Aborto precoce ed ovulo chiaro: cause e sintomi

Definizione

Se una gravidanza termina prima della ventiquattresima settimana (ventesima secondo alcune società medica) si parla aborto spontaneo. Gli aborti sono purtroppo molto più comuni di quello che si pensa, soprattutto nei primi tre mesi di gravidanza, quando si stima che circa una gravidanza su cinque possa avere fine in questo modo.

La maggior parte di questi episodi avviene perché si è verificato un qualche problema nelle prime fasi dello sviluppo, ad esempio una anomalia cromosomica nel DNA nel feto, e sono quindi quasi sempre indipendenti da qualsiasi possibilità di prevenzione.

 

L’aborto precoce (o gravidanza anembrionica) è un aborto spontaneo che si verifica quando l’ovulo fecondato si impianta nell’utero, ma non si sviluppa e non diventa un embrione.

È anche detto uovo chiaro, perdita dell’embrione o aborto spontaneo precoce, ed è una causa frequente di insuccesso precoce della gravidanza. Spesso si verifica nelle primissime fasi della gestazione, quando ancora non ci si è rese conto di essere incinte (può essere una causa della gravidanza biochimica), e spiega circa un terzo delle interruzioni spontanee di gravidanza.

Quando si rimane incinta l’ovulo fecondato si attacca alla parete dell’utero e tra le 5-6 settimane di gravidanza l’embrione dovrebbe essersi formato; nella gravidanza anembrionica, invece, il sacco vitellino si forma e cresce, ma al suo interno non c’è l’embrione.

Cause

  • Perché avviene?
  • È possibile prevenirlo?

L’aborto precoce spesso è causato da problemi a livello dei cromosomi, cioè delle strutture che contengono i geni, dovuti a ovuli o spermatozoi di bassa qualità, oppure può anche essere causata da anomalie nella divisione cellulare. In entrambi i casi l’organismo interrompe spontaneamente la gravidanza perché capisce che c’è un’anomalia.

I due terzi circa degli aborti precoci sono causati da anomalie cromosomiche.

È importante sottolineare che l’aborto precoce non avviene perché la gestante sbaglia qualcosa ed è quasi impossibile da prevenire. Nella maggior parte delle donne, la gravidanza anembrionica si verifica una volta sola.

Sintomi

La gravidanza anembrionica all’inizio ha gli stessi segni di una gravidanza normale. Ad esempio il test di gravidanza può essere positivo e possono non esserci le mestruazioni. Nella gravidanza anembrionica, tuttavia, i livelli ormonali continuano a essere elevati per un certo periodo di tempo anche quando l’embrione ha smesso di svilupparsi e non esiste più, quindi i test possono continuare a essere positivi e la gestante può avvertire tutti i segni di una gestazione in atto.

In seguito, però, compaiono i sintomi dell’aborto, ad esempio:

  • Crampi addominali,
  • Spotting o sanguinamento vaginale anomalo,
  • Mestruazione più abbondante del normale.

Se avvertite uno di questi sintomi può essere l’inizio di un aborto precoce, tuttavia non tutti i sanguinamenti vaginali nel corso del primo trimestre sono sintomo di aborto. Se avvertite uno o più di questi sintomi, rivolgetevi comunque al ginecologo od al Pronto Soccorso.

Diagnosi

Un ovulo bianco spesso viene confuso con una gravidanza normale, perché il test di gravidanza rimane positivo e continuano ad esserci i segni di una gravidanza in atto.

Proprio per questo di solito è necessario effettuare un’ecografia per diagnosticare la gravidanza anembrionica, cioè per confermare che il sacco vitellino è vuoto; in genere è possibile verificarlo già a partire dalla sesta/settima settimana.

Si richiede in genere una conferma con una seconda ecografia a distanza di 7 giorni dalla prima.

Che cosa succede dopo la diagnosi?

Se avete ricevuto la diagnosi di gravidanza anembrionica, dovete concordare con il ginecologo come procedere.

  • Alcune donne si sottopongo un intervento detto raschiamento (o dilatazione e curettage). Quest’intervento chirurgico consiste nella dilatazione del collo dell’utero e nella rimozione del contenuto per rimuovere immediatamente tutti i tessuti residui, quindi può essere d’aiuto dal punto di vista psicologico e fisico. Può anche essere utile se volete far esaminare i tessuti da un patologo per capire perché si è verificato l’aborto precoce.
  • Un’altra possibilità è l’uso di un farmaco come il misoprostol, a domicilio sotto controllo medico. In questo caso, però, l’organismo può impiegare alcuni giorni per espellere tutti i tessuti. Con questo farmaco, ci può essere un sanguinamento maggiore e maggiori effetti collaterali. Con entrambe le metodologie di intervento la paziente può avvertire dolore o crampi che devono essere curati.
  • Altre donne preferiscono evitare l’intervento chirurgico o medico e scelgono di lasciar espellere i tessuti al proprio organismo naturalmente, anche se purtroppo non sempre è possibile.

Si tratta di una decisione personale, che va comunque presa con l’aiuto del ginecologo.

Prevenzione

Sfortunatamente nella maggior parte dei casi non è possibile prevenire l’aborto precoce da gravidanza anembrionica.

Alcune coppie eseguono i test genetici, se si verificano diversi casi di aborto precoce, ma si tratta in genere di un episodio che si verifica una volta sola e solo raramente si ripete.

La maggior parte dei medici consiglia di attendere almeno 1-3 cicli mestruali regolari prima di cercare di nuovo di concepire un figlio dopo questo tipo di aborto (se molto precoce può non essere necessario).

Si possono avere diversi aborti precoci?

In teoria sì, ma è un’eventualità rara. La gravidanza anembrionica è un evento occasionale e la maggior parte delle donne in seguito riesce ad avere un figlio sano con una gravidanza senza problemi.

Mi hanno detto che non c’era nessun bambino. Ma io avevo tutti i segni della gravidanza e il test di gravidanza era positivo.

I sintomi come l’ingrossamento e il dolore al seno, la nausea e la stanchezza sono causati dall’innalzamento del livello degli ormoni della gravidanza nell’organismo. Da soli non sono sufficienti per capire se il bambino si sta sviluppando correttamente oppure no. Sfortunatamente in questo tipo di aborto i livelli ormonali possono continuare a rimanere elevati per diverso tempo dopo che l’embrione ha cessato di svilupparsi, quindi i test di gravidanza possono continuare a essere positivi e possono continuare ad esserci i segni della gravidanza.

Se non c’era nessun bambino, perché mi sento così triste dopo aver abortito?

Non esistono regole che impongono come ci si debba sentire dopo un aborto precoce. Sei stata incinta, e con ogni probabilità avevi iniziato a pensare al bambino e a fare progetti per il futuro. Anche se hai scoperto che il bambino è venuto a mancare proprio all’inizio della gravidanza, la sensazione di perdita e la tristezza sono reali, specialmente se non ti sei resa conto che qualcosa non andava.

Traduzione di Elisa Bruno

Fonti principali:

AIDS ed HIV: rimanere incinta e gestire la gravidanza

Introduzione

Le coppie sierodiscordanti sono quelle composte da due partner con diverso status HIV: uno dei partner è sieropositivo mentre l’altro è sieronegativo. Essere sierodiscordanti non impedisce di avere una relazione di lungo periodo, di amarsi e di avere rapporti. Per descrivere questo tipo di situazione vengono anche usate altre espressioni:

  • coppia discordante,
  • coppia sierodivergente,
  • coppie sieropositiva/sieronegativa.

Le coppie sierodiscordanti possono avere rapporti sicuri?

Nelle coppie sierodiscordanti la possibilità dell’infezione da HIV è una realtà costante. Il rischio è sempre presente, ma è possibile minimizzarlo.

Se fate parte di una coppia sierodiscordante e avete rapportI sessuali (anali, orali o vaginali) potete proteggervi dall’HIV e dalle altre malattie sessualmente trasmissibili usando il preservativo e il dental dam (diga dentale o fazzoletto di lattice) nel modo corretto e a ogni rapporto.

Se siete sieropositivo e il vostro partner è sieronegativo, potete diminuire il rischio di trasmettere l’HIV al partner se seguite la terapia antiretrovirale. Assumere tutti i farmaci indicati dal medico al momento giusto può essere utile per diminuire il carico virale nei fluidi corporei e quindi il rischio di trasmettere l’HIV al partner. Ricordate, però, che il rischio di trasmettere l’HIV al partner continua a esserci anche quando il carico virale è basso, quindi è fondamentale usare sempre il preservativo e avere rapporti sicuri. Se vi iniettate qualche farmaco, non condividete le siringhe, la soluzione o il materiale che usate con altre persone, perché l’HIV si può trasmettere tramite sangue infetto.

Se siete sieronegativo e il vostro partner è sieropositivo, è fondamentale usare sempre il preservativo e avere rapporti sicuri. Se la relazione con il partner è stabile, potete aiutarlo ricordandogli di assumere tutti i farmaci necessari al momento giusto. Se si attiene alla terapia, infatti, riuscirà a diminuire il carico virale e quindi il rischio di trasmissione dell’HIV. Vi consigliamo inoltre di rimanere aggiornati sugli sviluppi della profilassi pre-esposizione (PrEP). Le ricerche non consigliano ancora di usare la PrEP per prevenire l’infezione da HIV, ma le scoperte più recenti indicano che potrebbe diventare un metodo di prevenzione da affiancare al preservativo, ai rapporti sicuri e agli altri metodi di prevenzione già disponibili. Vi ricordiamo, tuttavia, che i metodi di prevenzione attuali sono e rimarranno fondamentali.

Sono sano e il mio partner è sieropositivo. Devo fare regolarmente gli esami per l’HIV? Con quale frequenza?

Sì. Il CDC consiglia a chi è esposto a un alto rischio di contagio di ripetere l’esame almeno una volta all’anno. Il medico però potrebbe consigliarvi di ripetere l’esame con una frequenza maggiore.

Posso condividere i sex toy con il mio partner?

No. Condividere i sex toy fa aumentare il rischio di contagio per le malattie sessualmente trasmissibili (MST), e quindi anche per il virus HIV. Se scegliete di condividerli, è fondamentale coprirli con un preservativo nuovo, pulirli accuratamente seguendo le indicazioni riportate sulla confezione, e cambiare il preservativo prima di cederli al partner. Se sapete che voi o il vostro partner siete sieropositivi o avete una malattia sessualmente trasmessa, è più facile e più sicuro non condividere nulla.

Se sono sieropositivo posso diventare genitore?

La risposta è sì: anche se siete sieropositivi, l’HIV non vi deve impedire di pensare alla maternità o alla paternità. Sia per gli uomini sieropositivi sia per le donne sieropositive, ci sono diverse possibilità per diventare genitori.

  • Se siete una donna sieropositiva e aspettate già un figlio, oppure volete avere un bambino, chiedete consiglio al medico. Esistono farmaci da assumere durante la gravidanza e il parto che sono in grado di impedire la trasmissione dell’HIV al bambino.
  • Se siete un uomo sieropositivo e volete avere un figlio, avete diverse possibilità. La più nota è il lavaggio dello sperma. Le altre possibili tecniche sono l’inseminazione artificiale con lo sperma di un donatore e l’adozione.

HIV e gravidanza

Se siete sieropositiva e aspettate un figlio, andate dal ginecologo il prima possibile. Se non avete mai assunto i farmaci antiretrovirali, potete iniziare ad assumerli in tutta sicurezza all’inizio del secondo trimestre (alla dodicesima settimana).

Se siete già in terapia antiretrovirale e avete appena scoperto di essere incinta, andate immediatamente dal ginecologo per capire se la vostra terapia è quella più sicura per il bambino. In molti casi potrete continuare con la terapia a cui eravate abituate, ma prima, dovete capire insieme al medico quali possibilità avete e scegliere la terapia migliore.

La cosa migliore da fare è continuare la terapia antiretrovirale per tutta la gravidanza, ma la terapia può continuare durante il travaglio e il parto. Ricordate di dire al personale dell’ospedale in cui partorite che siete sieropositive, così potranno darvi una terapia per proteggere il bambino.

Lavaggio dello sperma

Il lavaggio dello sperma è un processo in cui lo sperma viene privato del virus HIV e poi si procede all’inseminazione artificiale. È un modo per aiutare le coppie sierodiscordanti, quelle cioè in cui uno solo dei partner è sieropositivo, a concepire un figlio senza che il padre contagi la madre o il bambino.

Il lavaggio dello sperma sembra in grado di far diminuire in modo significativo il rischio di contagio da HIV dall’uomo sieropositivo alla donna sieronegativa, tuttavia si tratta di una procedura controversa. Nel 1990 il CDC ha sconsigliato di effettuare il lavaggio dello sperma, citando un caso in cui una donna, che prima era sieronegativa, è stata scoperta essere sieropositiva dopo l’inseminazione con lo sperma sottoposto a lavaggio del marito sieropositivo. Questa notizia non è mai stata smentita.

Ricerche più recenti indicano che il lavaggio dello sperma è sicuro, a patto che sia effettuato da personale medico competente. Per ulteriori informazioni, potete consultare il numero di settembre 2007 di AIDS: Official Journal of the International AIDS Society.

Sono sieropositiva: mio figlio sarà sano?

Le madri sieropositive possono contagiare il figlio con il virus HIV. Questa modalità di contagio è detta trasmissione madre-figlio, trasmissione perinatale o verticale. La madre sieropositiva può contagiare il figlio in tre modi:

  • durante la gravidanza,
  • durante il parto naturale,
  • con l’allattamento al seno.

Con una terapia adeguata e sotto lo stretto controllo dei medici, le madri sieropositive possono diminuire in modo significativo il rischio di trasmettere il virus HIV ai figli.

Rischi durante la gravidanza e il parto

Se la madre sieropositiva non riceve la terapia contro il virus HIV durante la gravidanza, il travaglio o il parto, ha il 25% di rischio di trasmettere il virus al figlio. 1 bambino su 4, cioè, rischia di diventare sieropositivo.

Tuttavia non bisogna cedere agli allarmismi: esistono infatti i farmaci antiretrovirali in grado di proteggere i bambini dal contagio. Se la madre sieropositiva riceve i farmaci antiretrovirali durante la gravidanza, il travaglio e il parto, mette al mondo il figlio con il parto cesareo e non lo allatta al seno, il rischio di contagiare il bambino diminuisce fino al 2 per cento massimo, cioè meno di 2 bambini su 100 vengono contagiati. I bambini appena nati, poi, devono ricevere terapie particolari che li proteggono dalla trasmissione del virus.

Ovviamente alcune donne scoprono di essere sieropositive solo poco prima del parto, ma esistono comunque terapie che possono aiutarle a proteggere i loro bambini. Se ricevono la terapia antiretrovirale durante il travaglio e il parto, ed evitano di allattare al seno, il rischio di trasmettere l’infezione al bambino può diminuire in modo significativo.

Mio figlio deve fare il test per l’HIV?

Se siete sieropositiva, anche vostro figlio deve fare il test che, però, è leggermente diverso dai test per l’HIV usati per gli adulti.

La maggior parte dei test per l’HIV riesce a individuare gli anticorpi del virus HIV, e non il virus vero e proprio. Questi esami, però, sono inutili per i bambini nati da madri sieropositive, perché gli anticorpi della madre passano nel sangue del bambino durante la gravidanza. Se la madre è sieropositiva, quindi, gli esami del bambino eseguiti con tecnica standard daranno esito positivo, anche quando il bambino in realtà è sano.

I medici usano test per l’HIV speciali sui bambini di età inferiore ai 18 mesi. Questi esami sono in grado di scoprire una minima quantità di virus nel sangue del bambino. Come minimo i figli di madri sieropositive dovrebbero ripetere l’esame tre volte:

  • Da 14 a 21 giorni dopo la nascita,
  • Da uno a due mesi d’età,
  • Da tre a sei mesi d’età.

In praticamente tutti I casi (95%), l’esame apposito per i bambini è in grado di scoprire se il bambino è stato colpito dall’HIV prima dei tre mesi d’età.

Anche se i risultati degli esami dicono che il bambino è sano e se avete seguito la terapia antiretrovirale durante la gravidanza il bambino deve essere seguito a lungo termine dai medici.

Cura e terapia

Il momento in cui iniziare la terapia contro l’HIV dipende dallo stato di salute generale, dalla compromissione delle funzioni dell’organismo e dalla fase della gravidanza in cui ci si trova.

In generale le donne sieropositive che non aspettano un figlio iniziano ad assumere i farmaci anti-HIV quando la conta dei linfociti T diventa inferiore ai 500/mm3 oppure se iniziano a soffrire di altre infezioni.

Le donne sieropositive che aspettano un figlio dovrebbero anche cercare di capire se hanno bisogno dei farmaci anti-HIV per salvaguardare la loro salute o soltanto per prevenire la trasmissione del virus al figlio. Nel primo caso

  • probabilmente già sono in terapia da prima della gravidanza,
  • probabilmente devono iniziare ad assumere i farmaci anti HIV quando inizia la gravidanza.

Le donne che invece devono assumere i farmaci anti-HIV solo per prevenire la trasmissione del virus al bambino, normalmente ricevono il consiglio di aspettare la fine del primo trimestre di gravidanza per iniziare la terapia; tuttavia iniziare i farmaci prima può essere più utile per diminuire il rischio di trasmissione madre-figlio.

Tutte le donne sieropositive dovrebbero entrare in terapia anti HIV all’inizio del secondo trimestre di gravidanza, mentre le donne che scoprono di essere sieropositive nelle ultime fasi della gravidanza dovrebbero iniziare la terapia il prima possibile.

Farmaci sicuri in gravidanza

Tutte le gestanti sieropositive dovrebbero ricevere un regime terapeutico (combinazione di farmaci) che comprenda almeno tre farmaci anti-HIV, ma i farmaci specifici da assumere dipendono dalle necessità della paziente. Per scegliere la terapia il medico esaminerà la vostra storia clinica e vi prescriverà gli esami del sangue per capire come state e in che stadio è la malattia. Il medico, inoltre, prenderà in considerazione:

  • Il motivo per cui dovete ricorrere alla terapia: per la vostra salute o unicamente per prevenire la trasmissione dell’HIV al bambino,
  • I cambiamenti del modo in cui l’organismo assorbe i farmaci durante la gravidanza,
  • I potenziali effetti collaterali dei farmaci anti-HIV sul bambino e in particolare il rischio di problemi del neonato.

Sono sieropositiva e in terapia. Ho appena scoperto che aspetto un figlio. Che cosa devo fare?

Le donne sieropositive che stanno seguendo una terapia, quando scoprono di essere incinte devono continuare a seguire la terapia fino a quando il medico non le visiterà. Interrompere la terapia può essere pericoloso sia per la futura madre sia per il bambino.

Se siete nel primo trimestre, dite immediatamente al medico se state assumendo il Sustiva (o l’Atripla, un farmaco anti HIV che contiene il Sustiva). Il Sustiva, da solo o come componente dell’Atripla, può causare malformazioni che si sviluppano durante i primi mesi di gravidanza. Il medico può consigliarvi alternative più sicure a questi farmaci. Dopo il primo trimestre, il Sustiva o l’Atripla possono essere usati senza pericolo di controindicazioni.

Chiedete al medico se sia necessario modificare la terapia: la gravidanza, infatti, può modificare il modo in cui l’organismo assorbe i farmaci, e quindi i dosaggi di alcuni farmaci probabilmente dovranno essere diversi nelle ultime fasi della gravidanza.

Se siete in terapia e il carico virale è superiore alle 500 unità/mL, la terapia che state seguendo potrebbe non essere efficace. Il medico vi consiglierà un esame per vedere se i farmaci fanno davvero effetto sul virus (test di farmacoresistenza) e userà i risultati dell’esame per scoprire quali sono i farmaci più efficaci nel vostro caso.

Sono stata in terapia con i farmaci anti HIV, ma poi l’ho interrotta. Che cosa devo fare?

Comunicate al medico il nome di tutti i farmaci anti HIV che avete usato in passato, i risultati dei test di farmacoresistenza e il motivo per cui avete interrotto la terapia. La vostra storia medica, i risultati dei test di farmacoresistenza passati e un’eventuale ripetizione degli esami aiuterà il vostro medico a scegliere una nuova terapia efficace e sicura.

Sia che abbiate seguito la terapia prima della gravidanza e poi l’abbiate interrotta, sia che stiate iniziandola solo ora, il medico:

  • vi spiegherà quali sono i rischi e i benefici dell’assunzione di farmaci anti HIV durante la gravidanza,
  • vi ricorderà che è importante assumere i farmaci seguendo scrupolosamente le sue indicazioni,
  • vi aiuterà a trovare tutti gli aiuti, sia sanitari sia di altro genere, di cui potreste avere bisogno per una gravidanza serena.

Fonti: (traduzione ed integrazione a cura di Elisa Bruno)

Isterosalpingografia: preparazione, dolore, costo…

Introduzione

L’isterosalpingografia è una speciale radiografia che permette di valutare la morfologia dell’utero e, soprattutto, la pervietà delle tube di Falloppio, i canali che collegano l’utero alle ovaie.

Si tratta di un esame non invasivo utilizzato dai medici come strumento di diagnosi.

Viene associato all’utilizzo di un mezzo di contrasto e di norma alla fluoroscopia, una tecnica radiologica in grado di fornire all’operatore immagini in tempo reale dell’anatomia della paziente sottoposta all’esame. Gli strumenti più recenti permettono inoltre di intensificare l’immagine per favorirne l’interpretazione, oltre che di registrare l’intero esame.

Durante l’esame la paziente è sottoposta a una radiazione ionizzante (raggi X); la dose è relativamente alta, anche perchè l’esame è abbastanza lungo, quindi vanno sempre valutati con attenzione benefici e rischi della procedura (uno dei motivi per cui è uno degli ultimi esami che vengono proposti quando si indagano le cause di infertilità).

Durante l’isterosalpingografia l’utero e le tube sono riempiti con un mezzo di contrasto idrosolubile e il radiologo può usare il fluoroscopio per vedere ed esaminare l’anatomia e la funzionalità degli organi.

Il costo dell’isterosalpingografia è molto variabile dal una struttura all’altra, a meno che non venga effettuata attraverso il Sistema Sanitario Nazionale in strutture pubbliche dove si paga esclusivamente un eventuale ticket; indicativamente in forma privata il costo varia tra i € 200 e € 300, ma con eccezioni anche sensibilmente più costose in alcuni centri avanzati.

Perchè viene effettuata

L’isterosalpingografia viene prescritta principalmente nell’ambito di indagini per problemi di fertilità, in particolare per la valutazione relativa all’apertura delle tube e le eventuali lesioni della cavità uterina o peritoneale (addominale).

Se le tube risultassero chiuse ovulo e spermatozoo non potrebbero in alcun modo incontrarsi e si renderebbe quindi necessario il ricorso a tecniche di fecondazione assistita (FIVET o ICSI). Da notare che in alcuni rari casi l’esame stesso, attraverso il passaggio forzato del liquido di contrasto, permette di riaprire tube non completamente aperte permettendo quindi di sperare ancora in una gravidanza naturale.

Se una tuba fosse chiusa e una aperta, si potrebbe pensare di continuare a cercare un concepimento naturalmente, anche se potrebbe volerci più tempo del normale (tempo che può essere disponibile o meno, per esempio a seconda dell’età della donna).

Purtroppo nel caso in cui entrambe le tube risultassero chiuse nonostante gli eventuali tentativi del ginecologo durante l’esame, non c’è la possibilità di intervenire per aprirle in alcun modo.

Quest’esame può essere richiesto anche in caso di aborti ripetuti causati da problemi congeniti o acquisiti dell’utero, e per capire la gravità di questi problemi, ad esempio:

Viene infine richiesta come esame di follow-up a seguito di chiusura/riapertura delle tube negli interventi di sterilizzazione.

Controindicazioni

L’esame non può essere effettuato nelle donne che presentino uno o più delle seguenti condizioni:

  • stato di gravidanza ipotizzato o certo (i raggi X sono pericolosi per il feto),
  • patologia infiammatoria attiva (anche nel caso di malattie sessualmente trasmesse, che vanno eventualmente segnalate al ginecologo per essere curate PRIMA dell’esecuzione dell’isterosalpingografia),
  • sanguinamento uterino (per esempio durante la mestruazione non è possibile sottoporsi all’esame).

Preparazione

L’esame idealmente dovrebbe essere programmato circa una settimana dopo la comparsa del ciclo, tra il quinto e il tredicesimo giorno circa, prestando attenzione che:

  • la mestruazione sia completamente terminata,
  • non sia ancora avvenuta l’ovulazione (indicativamente avviene al quattordicesimo giorno in un ciclo di 28 giorni) per avere la certezza che la paziente non possa essere incinta.

Alcune strutture consigliano l’assunzione di antispastici la sera prima e il giorno dell’esame, per ridurre la contrazione involontaria delle tube e favorire così l’esecuzione e l’interpretazione della procedura; può essere necessario inoltre somministrare un clistere per svuotare l’intestino e migliorare la resa grafica dell’esame.

Alcuni ginecologi consigliano una profilassi antibiotica preventiva (per esempio azitromicina 1 g da assumersi la sera dell’esame).

Si può eventualmente valutare con il ginecologo l’assunzione di un leggere tranquillante per minimizzare gli eventuali disagi.

Esecuzione dell’isterosalpingografia

L’esame viene in genere effettuato a livello ambulatoriale e alla paziente viene richiesto di prepararsi come per una normale visita ginecologica, distesa sul lettino con le gambe piegate e appoggiate a due staffe posizionate a un livello più elevato rispetto al corpo.

Il ginecologo provvederà a posizionare lo speculum, uno strumento in grado di dilatare delicatamente le pareti vaginali, per poi inserire un sottile catetere che verrà guidato fino a raggiungere l’utero. A questo punto viene rimosso lo speculum e la paziente verrà collocata sotto il fluoroscopio.

Quando il ginecologo inizia a riempire la cavità uterina con il mezzo di contrasto viene acceso lo strumento, che inizia a registrare le immagini in tempo reale.

In caso di pervietà tubarica il mezzo di contrasto andrà progressivamente a determinare un’opacizzazione dell’utero e delle tube stesse (e l’operatore lo vedrà sul monitor) per poi riversarsi nella cavità addominale, perchè le tube sono in diretta comunicazione con il cavo peritoneale che è in grado di riassorbire il liquido usato.

Si può così determinare se le tube siano pervie (aperte) o bloccate e, in questo caso, dove sia il blocco.

La durata media dell’intera isterosalpingografia è di circa 30 minuti.

Al termine dell’esame può esserci qualche perdita residua del mezzo di contrasto e la maggior parte delle donne presenta spotting vaginale per alcuni giorni dopo l’esame; si può tranquillamente usare un normale assorbente, mentre vanno evitati quelli interni.

Fa male?

L’esame non è doloroso e di solito causa più che altro fastidi, soprattutto in concomitanza dell’inserimento del catetere e dell’iniezione del mezzo di contrasto.

Rapporti

  • È possibile avere rapporti dopo l’isterosalpingografia?
  • Quanto tempo serve aspettare?

Consiglio di valutare le risposte a queste domande con il ginecologo; secondo alcuni specialisti non è necessaria alcuna attesa (se non qualche ora per evitare di irritare le mucose) ed anzi avere rapporti immediatamente dopo l’esame può favorire una gravidanza, mentre altri ritengono che anche con la seppur bassa dose di radiazioni sia preferibile aspettare almeno il ciclo successivo prima di cercare nuovamente la gravidanza.

Risultati

Risultato isterosalpingografia

Risultato isterosalpingografia (http://www.flickr.com/photos/jemsweb/36702769/)

Va ricordato che l’attendibilità dell’esame non è assoluta, in alcune donne la mancata opacizzazione di una o di entrambe le tube potrebbe essere dovuta a spasmi muscolari momentanei e non necessariamente a un blocco.

Nei casi dubbi il ginecologo potrebbe richiedere ulteriori approfondimenti più invasivi, come ad esempio la laparoscopia.

Complicazioni

Complicazioni gravi a seguito di isterosalpingografia sono rare, mentre è comune andare incontro a:

  • piccole perdite vaginali di sangue,
  • crampi,
  • vertigini,
  • debolezza,
  • mal di stomaco.

Contattare invece il ginecologo se dovessero comparire segni di reazioni allergiche o infezioni:

  • perdite vaginali caratterizzate da cattivo odore,
  • vomito,
  • svenimento,
  • dolori addominali severi,
  • sanguinamenti vaginali abbondanti,
  • febbre.

Vantaggi dell’esame

  1. L’isterosalpingografia è un esame poco invasivo che presenta complicazioni solo in rari casi.
  2. È un esame relativamente rapido.
  3. L’isterosalpingografia, in alcuni casi, può aprire le tube bloccate, permettendo alla paziente di concepire.
  4. Dopo la radiografia non rimangono radiazioni nell’organismo della paziente.

Anche se non ho trovato letteratura a conferma, si ritiene che nei mesi successivi all’esecuzione dell’esame aumentino significativamente le probabilità di concepimento, probabilmente grazie a una sorta di pulizia delle tube, che vengono anche dilatate dal passaggio del liquido di contrasto.

Come funzionano i raggi X

I raggi X sono un tipo di radiazione in grado di attraversare il corpo umano. Quando l’attrezzatura concentra i raggi X sulla parte del corpo da esaminare, un leggero fascio di radiazioni attraversa l’organismo, registrando un’immagine su una pellicola fotografica o su un monitor apposito.

Il fluoroscopio impiega un fascio di raggi X continuo o pulsate per creare una sequenza di immagini proiettata su uno schermo, che permette al ginecologo di valutare in tempo reale morfologia dell’utero e pervietà delle tube.

Se fino a qualche tempo fa le radiografie venivano consegnate su una pellicola, ad oggi è possibile salvare e conservare gli esiti dell’esame su supporto digitale, possibilità che permette un’aumentata semplificazione e portabilità dei risultati dell’isterosalpingografia.

Fonti: